mercoledì 30 gennaio 2008

Matteo Bonsante






Dialogo con l'eternità, con l'abbraccio che il finito e l'infinito si danno, consentendo il mondo, Iridescenze, un diverso possibile sguardo (Aliante Edizioni 2007) è un'opera che coniuga l'ermetica sensibilità verso l'abisso con l'esperienza del finito propria dell'haiku, ma anche la bellezza essenziale amata da entrambe le culture. Matteo Bonsante costruisce un'immagine per dire tutto questo, che capovolge il peso del cielo-coperchio baudelairiano: è il cielo che ci guarda e ci chiama, un cielo ateologico che "biondeggia" su di noi, fatti della sua stessa sostanza. Per questo, alto e basso si confondono, s'invertono, e il crollo sale "come in eclisse", in un gioco amoroso, in un rotolamento erotico dei due termini che si co-appartengono, scartando l'oblio lungo la deriva infinita dello spaziotempo.

Come nel libro precedente, che raccoglie 50 anni di scrittura (Poesie 1954 - 2004, Aliante Edizioni), l'autore continua a riflettere sull'impossibilità del niente e sulla forza vivificante del nulla eterno, eleggendo - come scrivevo recensendolo - "il “cosmo” a metafora viva di un altrove già sempre operoso nel ventre delle cose".





*


Nell'eco folta di buio della cisterna
ho scorto una pozza d'acqua.

- E un'aura arcana e plumbea, come l'eterno.




*


E son pur terre anche nostre
queste;
- l'angolo della strada
è nostro,
- la Tosca che si offre
dolente dalla persiana
e colma del suo fluente canto
tutta la strada,
- questo mio seguirla nella
Roma dei papi e degli sbirri,
- e il sole che s'inebria
dei gerani nel mio cuore,
ecco, queste sono terre
anche nostre,
e tu puoi ben affacciarti e guardarci
così come siamo effimeri
e perenni, come tu stessa sei, eternità,
e contemplarci.




*


Essere vorrei vaso e brace
e riempirmi dell'allegria dei venti,
e di tutte le cose che verso l'alto
scorrono.



*


L'eternità / è come l'estate,
si posa dappertutto e come il grano
biondeggia.



*


Il grande ulivo, e la curvatura della terra.
Il cielo crollato in alto, come in eclisse.
E si resta in bilico su un più vasto soffio:
aporie, galassie, disgiunzioni, nottole.
- Affaccio e vertigine dell'eterno.



*


Il mio altrove è proprio qui, adesso.
Nell'attimo che vira in simmetria
d'amore con l'eterno.



*


Il tuo segno, eternità, è fitto in me
come l'insetto nell'ambra,
negli alberi i cerchi, il fuoco nelle stelle.




*


Entreremo nella tua nuova alba
col fruscio del fascio dei papaveri
e delle piogge.



*


Disadorna verità è l'emersione del mondo.
- In un vagito senza rive.



*


Dalla finestra il mare.
Oltre il mare, ancora il mare.
Che si perde nel cielo del cuore e s'agita
e s'illumina
fino a diventare folgore.
Che s'inabissa, brontolando, tra le nuvole
che segretamente varcano la linea leggera e
sospesa dell'eterno.



*


Ti colgo in transumanza nelle notti
di luna e di silenzi,
tra belati e campanacci d'oro.
- E io col vincastro
.........................tuo guardiano



*


La mia anima non teme
di frangersi nel cielo - tua scintilla.

Come l'onda non teme gli scogli,
perché è il mare.



*


Brilli e rintocchi in queste
silfidi forme.
Ignara, porgi nel vento
le chiare chiome e il manto
della dea bellezza.



*


La carne ecco la carne,
è il termine fondo
della tua alta brama.
In me riluce e preme
e s'incendia e s'espande.
E stride e geme e canta.
Come un'ostia vanto.
Un'ostia umana.


Matteo Bonsante è nato a Polignano a Mare nel 1935. Vive dal 1976 a Bari, dove ha insegnato nella scuola secondaria superiore. Ha pubblicato:
Bilico, poesie, Forum/Quinta Generazione, Forlì 1986
Ziqqurat, poesie, Centro Stampa 2P, Firenze 1996
Sigizie, poesie, Adriatica Editrice, Bari 1998
Poesie 1954 - 2004 (Bilico, Ziqqurat, Sigizie e le raccolte inedite: Esperidi,
Nugelle, Prime poesie), Aliante Edizioni, Polignano a Mare (Bari) 2004


Iridescenze, un diverso possibile sguardo, Aliante Edizioni 2007

Una linea di fuga, romanzo breve, Adriatica Editrice, Bari 2001
Sperduto, romanzo breve, stampa in proprio, Polignano a Mare (Bari) 2003
Caldarroste, atto unico, Lo Faro Editore, Roma 1981
Dietro la porta, dramma in due atti, Tusculum Frascati 1984
Per solo donna, atto unico, Aliante Edizioni, Polignano a Mare (Bari) 2004

domenica 27 gennaio 2008

Via del Vento, Pistoia


Ogni tanto fa bene parlare di una casa editrice, specie quando questa pubblica volumetti con "testi inediti e rari di grandi letterati italiani e stranieri del Novecento", in carta pregiata e ad un prezzo stracciato. Via del Vento edizioni, fondata da Fabrizio Zollo (il dipinto è suo), opera sulla stessa strada in cui nacque Piero Bigongiari. Così ne parla Roberto Carifi, nella postfazione a Favola, dello stesso Bigongiari:

"A Pistoia c'è via del Vento, a pochi passi da me, e in quella via lui ha abitato, in quella strada sassosa e bellissima, in quel portone dove è possibile con un po' di fantasia vederlo camminare e sorridere. È l'unica dove io posso passare, un poco arrancando, e rivederlo nella sua adole­scenza, quando sì lasciava portare dalle ali dell'infinito, quando aveva tutta la vita davanti a sé. È la stessa via dove ha vissuto Gianna Manzini, e poco più in là, in via della Madonna, Giovanni Vannucci, cristiano e mistico. E lì mi sembra di vederlo, ancora giovane, toccare le scale di pietra o diventare tutt'uno con la cupola della Madonna, oppure girella­re per il circo in Piazza d'Armi. E seguendo le mura di Pistoia le vedeva grandi, immense, quanto lui era piccolo e promesso alla vita. Via del Vento è una stradina tutta di pietra, con case antiche, dove è possibile per chi lo vuole ascoltare ancora le sue parole, i suoi versi forti e luminosi, «come una rondine passeggera» che va via tra le vigne «impolverate infondo a bianche strade». E «la morte è questa / occhiata fìssa ai tuoi cortili / che una dice sorpresa / facendosi solecchio dalla soglia: / è nata primavera, / sono tornate le rondini», che è come dire che la morte è qui e oltre la morte c'è l'eterna primavera, la morte che si tramuta in vita".


giovedì 24 gennaio 2008

Vincenzo Anania

Se nel precedente libro (Noi, Zone editrice, Roma 2003) emergeva una presenza segnata dalla lacerazione e dalla nostalgia, pur essendo lieta del proprio "tempo scandito da campane / fra le risse dei passeri per le briciole del ... pane” (Verde) e pur amando “quel che vola / come amo il mio corpo che non vola / tutti gli altri nelle acque e in terra. / E anche questa luna che illumina il muro” (Cena in terrazza), Biblioteca (Zone 2007), che raccoglie il meglio scritto tra il 1990 e il 2006, tende a sfumare "in leggerezza / l'agonia" (Eutanasia) o a cantare, con una disincantata punta ironica, la ricerca di Dio in ogni cosa, come in quel "cefalo, / occhio spalancato e fermo / come nel triangolo divino", che sembra, agli occhi ingenui della nipote, un "Dio annegato" (La pesca). Non mancano, tuttavia, specie verso la fine della raccolta, momenti di ripiegamento interiore e la ricerca della fede, invocata come dall'orlo di un abisso.
Ripercorrendo quindici anni di scrittura, alla quale Vincenzo Anania è giunto non più giovanissimo, rimane forte l'impressione che il tempo maggiormente cantato sia quello custodito dalla morte, alla quale egli si prepara attraverso la poesia. Giustamente Tiziano Salari, nella nota al precedente libro, la riconosceva quale “centro di sicurezza e di abbandono esistenziale” che gli permette di “smarrirsi all’infinito… nel paradiso primordiale dei rumori della risacca, dei sospiri amorosi”. Sotto il profilo filologico, Biblioteca riorganizza (e talora riscrive) i testi delle raccolte precedenti, senza tuttavia dare corpo ad una biografia ideale, sul modello del Canzoniere petrarchesco, preferendo disporre il materiale per temi (la famiglia, l'amore, il mondo, la morte, dando sempre rilievo all'infanzia, che, sembra dirci l'autore, muove l'anima alla bellezza).
Le poesie che preferisco sono quelle che cantano gli affetti familiari perché meglio si sente in loro la freschezza d'ispirazione.


*

Questo innanzitutto: cos'è
importante? l'altezza della fronte?
l'invenzione del fuoco, del vapore,
la mano sul mio cuore quando mento?
O il viaggio dal letto alla cucina
le tue piccole crudeltà primarie
o il dito che imperioso fora l'aria,
la trancia, la ficca nelle gole?

Questo è da chiarire, figlia,
prima che t'insegni la Storia.



*

Le rasature scandiscono il mio tempo:
idi, equinozi, calende,
ceneri e fasti, il santo quotidiano -
tutti ugualmente celebra, identico
il rituale, la cerimonia della barba.
E mentre scorrono strumento e mano
schegge di storia rievoco sul mento:
la selce, la freccia d'ossidiana, aratro
ed erpice, chiodi sacrileghi nelle carni
di Dio, la spada infallibile dell'ingiustizia,
e lama dopo lama le catene di montaggio,
ovunque la falce dell'assidua Mietitrice.
Il mio viso è il mondo: disboscato appassisce.



*

Questo l'assoluto che venero:
l'ordine rigoroso del precario,
la sua normalità e incanto.



Biblioteca

Posando il libro ho pensato
a quanto in te c'è da leggere.
Quel trillo, per esempio, con la punta
in su, che s'impenna nel tuo riso:
da che grillo o volatile ancestrale?
E la perla di sudore, stamattina
sul crinale fra le alte sopracciglia,
di certo ha un nesso con quelle sui fondali,
con la goccia restia sull'orlo di una nube.
E quante ere, che emersioni, magmi
fino alle conche trasparenti e oscure
dei tuoi occhi latini e preveggenti?

Anche le radici potrei leggere:
di madre in figlia da defunta a sposa
su dal ventre oceanico di Lucy,
su per le strade di ossidiana e rame
dell'ambra e del petrolio, in grotte,
castelli, grattacieli: un cerchio
dopo l'altro dell'albero immane
fino al bel ramo che sei.

Hai il dono raro di parlare
per metafore, ossìmoro incarnato

conciliatrice di opposti,
tu che pretendi passioni caste
e dici amore per morte per infinito vita
e dissertando del Vuoto che invade l'universo
dell'incolmabile solitudine fra i mondi,
ti avvolgi a un dito il filo che ci lega.



*

Scavano, potano
le tue carezze.
"Fa bene" dici.
Ma il giardinaggio
è scienza cortese,
esageri:
la pianta si ritira
alle radici.


*

A giudicare dalla mia tendenza
a incassare la testa fra le spalle
e dall'esitazione con cui affronto
le strisce pedonali, sono anziano.
Sui banchetti dell'antiquariato
ormai da tempo è facile trovare
il compasso delle mie elementari
le illustrate che spedivo dal mare.

Ora ho il computer il fax il cellulare
in memoria dei miei viaggi arditi
navigo instancabile di sito in sito.
Però a quel mare vorrei tornare
ai suoi orizzonti chiari e illimitati,
ma non c'è vela che non porti all'Ade
e sono anziano e intravedo il Niente –
datemi un salvagente, una fede.



*

Da qualche tempo ho un sogno
ricorrente: infitto nella sabbia
urlo di rabbia e di paura.
Tutt'intorno è un giardino grande
con frutti lucidi, ogni specie di fiore.
E senza ombra il timido bastardo
che ragazzo mordendomi le mani
vidi impiccare finirlo con i sassi
passa al guinzaglio di mia madre morta
così allegra con i suoi pennelli.

..............................Al risveglio
ho nostalgia di Dio. E sono inquieto,
un poco ovunque vo fiutando il sacro:
nei tarocchi, nei semi,
negli astri,
nei resti del mio pasto.


Vincenzo Ananìa, di padre siciliano e madre pugliese, vive e lavora a Roma, dove ha svolto la professione di magistrato. Appassionato cultore dell’arte poetica, ha organizzato diverse rassegne nazionali di poeti presso case editrici e riviste di poesia. È direttore ed editore del quadrimestrale di poesia internazionale "Pagine". In collaborazione con un gruppo di reclusi nelle carceri di Rebibbia, ha anche promosso tre concorsi di poesia scritta da detenuti (la terza con estensione a tutte le carceri d’Europa) e ha curato la pubblicazione – con il patrocinio della Provincia di Roma – di tre volumi contenenti le poesie premiate. Suoi testi poetici sono comparsi su antologie e riviste come Arsenale, Nuovi Argomenti, L’ozio, L’immaginazione, Galleria, Gradiva, Tempo Presente. Ha pubblicato: Nell’arco (Crocetti Editore, 1992 “Premio Alfonso Gatto”); Le ali di Darwin (Loggia de’ Lanzi, 1999 che raccoglie componimenti del quinquennio 1993-1998); Noi (Zone, 2003 con postfazione di T. Salari); Biblioteca (Zone 2007)

sabato 19 gennaio 2008

Silvia Comoglio


Autrice riservatissima, Silvia Comoglio diede alle stampe nel 2005 Ervinca (LietoColle), libro di cui hanno parlato poeti autorevoli (fra i quali M. Furia e G. Lucini), sottolineando, fra l'altro, l'importanza dell'impasto sonoro, ancor prima dell'intenzione semantica. La stessa Silvia, ribadisce questo aspetto, presentandomi le poesie. Da parte mia, rilevo anzitutto due elementi palesi: l'originale scelta segnica, avanguardista, direi, che incontra un'anima immersa nel fiabesco; il ritmo artificiale che spezza il naturale decorso della frase. Ne risulta una tensione tutta interiore, che spezza quell'anima innocente e la ridisegna a partire dal frammento, dall'impossibile riunificazione dei brandelli che i versi ospitano. La musica, in questo senso, funziona da collante, da energia primeva che la parola sprigiona, così da tenere unito ciò che altrimenti sarebbe lacerato: è la testa di Orfeo, che canta magrado le Baccanti l'abbiano staccata dal corpo. Oppure, più probabilmente, è il lamento di Euridice che non si spiega perché Orfeo abbia deciso di lasciarla nella bocca dell'Ade, dopo averle promesso la vita. Forse Ervinca (cavaliere, in russo, se non erro) è appunto la combattente rimasta sola, diventata frammento dopo che l'unità (il sovrano con la sua corte) l'ha abbandonata.




Del sogno


I sogni, lervinca, sono quattro
sull'albero dei forti: quattro dove vedi
tutti i tuoi bugiardi: l'ora - e il sonno e -
dove ti ho visto ed ho parlato,
dove - ti ho visto
secondo chi ti ho fatto, secondo
cos'ho visto, e dove - ti ho parlato...

...


*
... mi baciava - di nòtte - buio e testa -
sulla barba - già cattiva: sull'ombra - a mala bestia - di
chi sogna - e mi tradisce: → Re che passa
se muori - benedetta...



*
... dòpo - dopo i tétti!
.........................vieni ancora a sogno, a –
vedérmi - dove sono → dove allungo
la tréccia - di topino! e
ti alzo come fossi
solo bacio - della carta,
..............................solo òrso - già piccino

...

Sequenza

1.

Venivi sempre con l'orso dentro al viale,
lasciando di rintocco l'acqua del padrone.
– C'era il mare. E i pini sulle stuoie. E –
sentivo che dicevi " Vedi di baciarmi

............- piano - sopra i piedi. " – Io - ti amavo.
Ma c'era l'acqua e il tuo padrone. E l'orso che sapevo
amarti dentro il cielo, amarti
dentro il cielo...

...


4.

.....io - non ti aspetto
mai alzata. Metto i funghi sopra al fuoco e -
.................................................................incido
un nano sulla bocca del dono lì vicino: la canaglia
sa bàttere il mio riso. Mi curva di servizio. Mi giura per intero
..........che mi sveglia - nella bocca. E io rimbombo
......................................[ e non ho tempo. E –
chiudo - solo il vetro -
.................................nell'orecchio, dietro il vento,

= nell'orecchio, dietro il vento



L'albero del tempo

7.

: vieni ancora, dove senti - quando torno: ho –
prìncipi di bassi
.............................òrti della vita : stucchi : e - gatti
di vigilia : àngeli-di-sogno - chini - sulla lingua...

...


Sichem

1.

Hai dato fiato al brónzo - del vitello, massaggiando
......................[ - la sua ombra - dentro al fumo, battendo
un solo auspicio di brónzo di vitello —> un buio
......................................................[ - a re di monte -
che guarda - troppo fisso: che guarda - sulla roccia –
il sónno - Tutto tondo! dell'al-bero di pioggia, dé-
ll àl-bero che suona
débole di vento, débole di resti - chiusi -
[ dentro al vento [ ]

[ ]



Silvia Comoglio (1969) è laureata in Filosofia e vive in provincia di Torino. dipinge e studia da una decina d'anni il russo.

giovedì 17 gennaio 2008

Poesia da toccare


Fabiano Alborghetti, in Tellusfolio, ci segnala un libro davvero meritevole, uscito nel 2006 per i tipi di Alla chiara fonte (Lugano). Si tratta di un'antologia di poeti che scrivono in lingua italiana ed operano, se non erro, nel Canton Ticino, avente la particolarità di essere tradotta "in LIS (lingua italiana dei segni), ovvero il linguaggio usato da chi è sordo e muto".

Qui trovate l'intero articolo.



Segnalo inoltre il libro Attenzione! Uscita operai (No Reply ed.), audiolibro che fa incontrare le canzoni della Banda Putiferio - sostenuta da parecchi special guests (fra i quali L. Monguzzi dei Mercanti di liquore e i Yo Yo Mundi) - con i racconti di alcuni autori italiani, aventi tutti per tema il mondo del lavoro. Ringrazio Daniele Manini (voce del gruppo) per avermi invitato.

domenica 13 gennaio 2008

Valentino Ronchi


Qualche mese fa, via e-mail, ho avuto una breve discussione con Lorenzo Carlucci intorno alla poesia di Valentino Ronchi. Ne riporto i passaggi più significativi, così che emergano entrambi i nostri punti di vista. Il mio, approfondendo la lettura, è in parte cambiato, tanto che ho deciso di ospitarlo su Blanc.




"Caro Lorenzo, ho letto alcune poesie in rete di Ronchi e apprezzato la tua presentazione in Absolute Poetry (qui). Per i miei gusti, Valentino Ronchi mette in luce una verità che sta nelle vene di tutti i giovani, ma che fatica ad entrare negli adulti attempati come me. Forse perché il quotidiano che racconta è, appunto, uno spaziotempo ancora ricco di meraviglia pascoliana, ma poco incisivo nell'aprirlo nella sua problematicità (tieni però presente che in rete ho trovato solo sue poesie vecchie). Il fatto che anche Alborghetti ne abbia parlato con entusiasmo, mi fa pensare che questo ultimo libro sia più complesso."


"Caro Stefano, ti ringrazio per il tuo messaggio e l'apprezzamento. Non credo a dire il vero che si tratti di meraviglia e tantomeno di meraviglia pascoliana (almeno nel senso in cui - credo - tu utilizzi questo termine). la meraviglia anzi, mi sembra del tutto assente dallo"stato di coscienza" che trovo espresso nei testi di Ronchi, perché la meraviglia è l'inizio della riflessione (anche filosofica) mentre la coscienza e il concetto del reale che trovo espresso in Ronchi (e forse in altri "giovani") sono piuttosto un esito della riflessione, uno sguardo che è semplice ma non facile (non amo molto la complessità, ho sempre trovato più difficile la semplicità) e che è carico - se vuoi - anche di teoria. Non so perché mi viene in mente prima Wittgenstein che Pascoli."


"Caro Lorenzo, forse la mia perplessità sta nel sentire l'aderenza alle cose, ai giochi che le comprendono, per spostare il leggero disagio in un "dietro il paesaggio" che non ha nome. E' come se Ronchi trasformasse il tragico in commedia. Ed io sono molto legato al tragico, con tutto il rispetto per la commedia."


"Caro Stefano, no veramente intendevo il Wittgenstein del Tractatus, della distinzione tra mostrare e dire, e del mistico. Per te il tragico che cos'è? per me è il mettere a oggetto la difficile relazione tra l'individuo, la sua conoscenza, e il suo destino. E questo lo sento in Ronchi, ma capisco che si possa non sentirlo, perché si sente più la "soluzione" di questi problemi o rapporti che non il loro dramma. Ma, io credo, si sentono perfettamente anche il problema, la difficoltà di questi rapporti e delle loro possibili, proposte e tentate soluzioni. Una tragedia senza coturni, senza meno."


"Caro Lorenzo, infatti, per me il tragico è quanto dici, con "storia" anziché "destino": tragico moderno, insomma, o dramma, se vuoi chiamarlo alla Benjamin. A me pare che il dramma di Ronchi derivi da un'esperienza piccolo borghese, povera, invero, di eventi disarmanti. Certo questo non è colpa di nessuno."



da Canzoni di bella vita (Lampi di stampa, 2006)


(Primavera in Ancona)

Mia madre è d’Osimo ma pare anconetana ormai,
tanti so’ gli anni che abita in Ancona. Certe mattine
senza liceo, vado con lei sino al mercato, guardo
se gli uomini la guardano. E la città al mattino
è piena di luce, il mare nell’aria. Una volta
le ho chiesto se Luciana le piaceva e lei m’ha detto
che ha un bel modo suo di ridere e levare i capelli
dalla fronte co’ la mano sinistra. E m’ha mimato
il gesto - Così fa, così -. Allora, per stare ancora
un po’ a parlare, al caffè fuori in piazza Stamira,
mi son fatto raccontare di quando mio padre
l’andava a prendere fino su a Osimo in bicicletta
per le colline, quando mio nonno gliel’aveva date
che aveva fatto tardi, del gatto della campagna
che quando ritornava a casa le veniva incontro
lungo la strada. Poi: - Vado al porto - avevo detto
e l’avevo lasciata mia madre a risalire pel Corso
coi sacchetti, mentre io ero sceso al grande spiazzo
di mare e binari, pontili e cemento, a guardare le navi
e la gente, chi arriva e quelli che s’imbarcano. E lì
a fare i conti delle mie fortune: degli occhi verdi
e che sono un ragazzo, e di Luciana, e che c’è
sempre per me ogni giorno qualcosa di nuovo.



*

Seduto ai portici dell’università, schiena
alla colonna, il sole nel chiostro. Passano
le ragazze, entrano ed escono dalle lezioni.
Non è certo la mia prima primavera questa,
comincio a conoscere i ritmi delle piogge,
i colori dei giardini. E altre cose, come vedere
che Marta mi cerca nel giorno, si fa trovare
ai caffè dove vado. Le primavere con lei
soli per la città, ero più ragazzo di quanto
lo sia adesso. Ci sono dei passaggi, dei tempi
anche a essere ragazzi. Poi salgo le mura e da lì
vedo Ferrara soleggiata e rossa. A una certa ora
Marta arriva, siede con me, poggio la testa
sulle sue gambe. Guardiamo assieme come
la casa di Fabio sia alta quanto quella
di mia nonna dove passavo i pomeriggi,
uguali in linea d’aria, come la casa di Alessia
sia a punta, quella di Cavretti vicina alle mura
dalla parte di Ravenna. - Marta, io pagherei
per nascere di nuovo - le dico. - Vuoi nascere
di nuovo, forse, perché non ti va come va? -
domanda. - No, il contrario. - Lo sapevo,
- dice allora lei - io so tutto quanto di te.



*

Alla casa di Ostiglia guardavo tutto quanto
e occhi come allora forse non li ho avuti più.
La ruggine del balcone, le formiche per ore.
Una ragazzina, di un fiore viola, mi faceva
mangiare il pistillo, era dolce. E il disegno
che facevano le piastrelle del soggiorno
a gruppi di quattro. I miei che assieme
ridevano, uno di quel che l’altro diceva.
Il prato dietro la casa, le sere che pensavo
io non voglio diventare grande. Ora e qui
m’incontro con Cavretti, occhialuto ragazzo
puntuale agli appuntamenti, che infatti già
mi aspetta al muretto in parte al Castello.
Ha portato per me una copia de L’assistente
di Walser che, dice, è un libro di un realismo
tutto suo. Nelle pagine ogni cosa avviene
come avviene, col suo tempo, coi suoi modi.


*

Fati, attore, questo inverno ho scritto per lui.
Ora con queste belle serate viene talvolta
a Ferrara con l’auto da Rovigo per bere
con me sotto i portici di piazza Ariostea.
Legge recitando, cambiamo qualche battuta.
Gli piace la gioventù, mi dice se una ragazza
mi guarda. Poi racconta di Ferrara, della cena
con Bassani, che lo aveva vinto a scacchi
e di una certa Carolina Lang che lo portava
in motoretta per Bologna in mezzo ai viali
e lui le si aggrappava dietro alla schiena.
Di quando aveva abitato a Milano, al quinto
piano su una piazza tagliata da un piccolo tram,
piazza Ferravilla. - Che è un attore - precisa
- un commediografo -. E quando poi crede
si sia fatto tardi, prende i fogli li raggruppa
li mette fra i suoi libri. Lascia sul tavolo
i soldi del conto, risale sulla macchina
e col clacson saluta me e tutta la piazza.



*

Bella l’aria di queste sere sentirla
dalla finestra aperta sulla via. Fuori
fra le strade, fra la gente, non cerco
i caffè pieni, preferisco i tabac,
la piccola vetrina è solo per me
resto quanto mi pare, gambe distese
seguire il passaggio nella luce.
Questa mattina alla libreria Vrin
ho conosciuto Marie-Anne, lunghetta
biondina, labbra socchiuse. Una sera
di queste verrà per il quartiere e
le racconterò di Milano e mi dirà
del paese di mare dove bambina
andava ogni anno alle vacanze
con la madre e la madre di sua madre
e altre cose come il nome del gatto
della sorella che vive sposata a Tolosa.
Aspetteremo così, parlando, l’ora
di salire da me, di aprire il portone,
fare le due rampe delle scale fredde
tenendoci piuttosto stretti alla vita.


*
Ho fatto un sogno. È scesa e mi ha parlato e
mi ha fatto salire la signora che avevo creduto
di vedere alla finestra della casa di Jankélévitch.
Ho aspettato al tavolo e lui è arrivato dal corridoio
si è seduto mi ha spiegato certe cose, come
le intendeva lui e come avevo scritto io,
e il gatto ci camminava fra i piedi partecipando
alla discussione. Una calma parlarci assieme
ragionare. Ma poi era mattina dalla finestra dal letto,
primo dicembre nebbioso, sole sopra la nebbia.
Ho fatto le due caffettiere mi son vestito
sono uscito. Occorre rassegnarsi, muoiono tutti
persino i filosofi che parlano come poeti.



(Religione per l’estate)

Flaminia legge Guyau, L’abbozzo di una morale
senza obblighi né sanzioni. Una verde lucertola
di bronzo sul mobile e la luce dalla persiana mezza
aperta. Giugno di sole giugno di inizio estate.
- C’è una vita prima della morte - dice e si tiene
le caviglie Flaminia nuda sul letto. - Non è ateismo,
il contrario. Proprio il contrario -. E ancora:
- Guardami - dice e cambia posizione
per mostrarsi meglio poggia le mani al letto,
i seni in avanti, le gambe distese, la sua figura
è lunga quasi incalcolabile - e guardati: hai
dei capelli bellissimi, abbiamo tutto il tempo
per noi - dice e si sdraia vicina. Così sarà di certo
semplice questa sera vestiti di poco, da estate,
entrare piano e dire una preghiera, sedersi
sul fondo della chiesa, umida dal lato del mare,
nel centro esatto della piazza del piccolo paese.


*

Capita ogni tanto, tra una vendita e l’altra, che siedo
a piazzale Rio de Janeiro a leggere l’Unità guardare
la gente. Mi passo nelle mani i libri che ho con me,
quasi li volessi tenere piuttosto che venderli a certi
librai e ai loro facoltosi clienti ignoranti. Ma presto
ritorna la calma del cielo del giorno dell’anno
in cui vivo, e resto ad aspettare Chiara che esce
dalla scuola del quartiere, seguita dai suoi bambini
che si tirano le cartelle e si chiamano. È nel suo
tempo migliore penso, vedendola arrivare. Le gambe
e il sorriso, quel che ha vissuto, la sua età, è nel suo
tempo migliore. E ride con me quando rido, e diventa
pensosa camminando, se ho qualcosa nella testa.



Valentino Ronchi. nato a Milano nel 1976, ci vive collaborando con case editrici e commerciando in libri rari del Novecento ( http://www.fiestalibri.it/ ). Dirige la collana di poesia Festival per l’editore Lampi di Stampa.

Ha pubblicato Canzoni di bella vita (Lampi di stampa 2006, “Premio Baghetta”, finalista al “Premio Sandro Penna” e “Camaiore Opera Prima”) e, con Cristina Canzi, Genealogia di Totalità e Infinito. Note per una lettura del testo più famoso di Emmanuel Lévinas (Progetto giovani ricercatori, Fondi Murst).

Con la poesia inedita nel 2003 ha vinto il premio “Aldo Spallicci”, nel 2004 il “Montale”, il “Castelfiorentino” nel 2005 e il “Cà Domnicu” nel 2006. Con la narrativa inedita ha vinto l’“Arturo Loria” 2004 (AA.VV La scuola di Loria, Monte Università di Parma Editore).

giovedì 10 gennaio 2008

Faraòn Meteosès


Anagramma di Stefano Amorese, Faraòn Meteosès esce con questo Psicofantaossessioni (LietoColle 2007), che mima la fiera delle vanità italiane (e non solo), toccandone i luoghi deputati: la TV, i gerghi, i vezzi salottieri e i tic pseudoculturali che infestano il bianco candore dell'umano, sino a snaturarlo, a cantarne la morte (quasi) definitiva.
Erede di Palazzeschi e della "sfrenatezza plurilinguistica di Zanzotto" scrive Claudio Comandini nella prefazione. Probabilmente sì, anche se Amorese mi pare declini l'infantilismo programmatico del primo in risentimento adolescenziale, mentre, diversamente dal poeta veneto, tende a soffocare il dietro il paesaggio, sovraffollando la superficie delle psicofantaossessioni che lo tormentano. Ne esce una poesia ricchissima di suggestioni, quasi tutte però emblema di un tormento personale che solo in seconda istanza, mi pare, rinviano alla nevrosi della Storia.

Rinvio all'interessante intervento pubblicato su YouTube, dove si parla, in termini parzialmente differenti, della sua poesia e di quella di Gabriele Pepe
http://it.youtube.com/watch?v=W2CTlKbKqdo&feature=related



Bluff

Strappo i fili troppo labili, illiberali al mio Discorso,
nei conciliaboli mordo sul dorso dei vocaboli
alle narici e alle varici di giugulari di giullari
risucchiandone le vene impoetiche-inestetiche
e mi scucio delle trame e dei ricami
delle tuniche sacramentali,
stralcio le schede in cabine elettorali
in tal modo da spogliarmi nudo
negli streape-tease da jena ridens
dei baby-doll-Madamoiselle!
- Al doppio scambio di Coppia
fors'anche in tris, nel Flirt, nel full
in grande BLUFF
nel voilà del Varietà
sono già il Jolly in Business
... nell'Entourage "delPAncien Regime"
- Slurp allo slip!
... al Maquillage "d'Enfant Terrible"
- Attenti ai Bobbit, ai Roger Rabbit!
E via al... VIAGRA!
... vai in gulash di hascish!
- Grattati e vinci
se il solletico è catartico
inguinale ed ascellare
- Adesso depotenziare il POTERE
sfiancarne i fianchi in liposuzione dei lacchè
ago-aspirarne i sottomenti in lifting dei Visir
nei double-face dei Conformisti-Trasformisti
in... IPSO FACTO ai Factotum,
sui paramenti divini dei Congiurati più gettonati
testati con verve in testine di Rave,
come geyser nei condoni, ben rasati e rosolati in solarium
balzando dalle mille molle della Consolle
per la protesi di un erastene
vi sputo indemoniato, i sassolini di Demostene
e tutt'al più nelle recite, steccando di acredine
evacuo del muco dei Moloch, degli Enoc
in baffo ai Bafomet e ai roast-beef dei Beefeaters
... non ho più la pazienza, che mi crebbe, di Giobbe!
Mi riconduco ricontorto allo Sforzo, che smorzo
alla maniera di Plauto, Fiuto e Piotino
al SINE QUA NON del Servocomando del Segno, v'insegno
la finta, la frottola e la frittella
per l'ironia della Sorte
in disarmo al sarcasmo,
metto la larva contro la Piovra
la tarma contro il verme
la pulce contro il tarlo
e non parlo a vanvera, a quattro ganasce rido,
a denti stretti vi sorrido
in un entusiasmo da vendere, vivendo da Dada
e a sbafo mi abbuffo di Bubble-gum: - Ego sum-qui-sum!
Cari miei poeti Maudit... è proprio così
non sono migliore di Voi, chiedo venia per la litania
e faccio Cip e postcip
Arf Arf... in un buffo soffio di... BLUFF.



Decomposizione sedimentaria


Morti viventi già fossili nelle intercapedini
negli orifizi degli edifici
e sonnolenti in piedi per movimenti deambulatori e peristaltici
ferruginosi e plastificati all'escrescenza alla putredine
focolaio di pusillanime sentenziatori saccenti di So Tutto
nei luoghi più comuni residenti
e probatori alla difesa delle ricchezze dei formicai
apparentemente benestanti ostentano la Felicità
nel possedere ossessivamente oggetti
nel marchiare all'onta del disonore la Coscienza Ribelle
e si rigurgitano in faccia visioni alterate
avvelenate e avvalorate
dai Capi in Testa che promulgano gli Editti
e guardano allucinati lo Strapotere che li crea e trangugia
ingranando nell'ingorgo marce forzate e sempre meno soste:
donanti e donati si acclamano si applaudono
in un eclatante
esasperato
girovagare
ipnotico.


Sidol

Sidol: sapore giallo limone. Agra lucidità mentale.
Solarità del pomo: pensiero primigenio.
Lingotto sferico delle mie ricchezze interiori.
Totem in forma fallica.
Ricordo-flash afonico di richiamo citofonico
come una burla-barlume-bambino.
Panno di lana morbida sfregato su livelli
lisci-lascivi-lussuriosi.
Sapore di oro puro: pulizia dello Spirito.
Duttile occhio metallico dell'autocoscienza.
Attraverso la serratura scorgo la vera essenza del mondo.
La mia casa è tutta di Sidol come una fiaba
consumistica-atavica.
Le mie mani risplendono come piatti di ottone
insieme fanno un vassoio di gioielli:
darò a te la carezza più aurea.
La mia fronte è priva di rughe sono ancora neo-nato:
ho un vagito aurorale.
La maniglia è ora tirata da fili di paglia.
Mi porto in un'altra stanza senza sostanza...
in un'altra dimensione
che luccica di Sidol! Qui... nel supermarket.




Faraòn Meteosès è l'anagramma e lo pseudonimo di Stefano Amorese (Roma 1965). Già militante in diversi gruppi di poeti ed artisti dell'underground romano, conquista la celebrità per le sue letture poetiche nelle pubbliche piazze della capitale e per la realizzazione di rigorose autoproduzioni editoriali. Al suo attivo "Per ludum dicere", rappresentazione di teatro di poesia, altre performances, pubblicazioni su riviste e in rete.

lunedì 7 gennaio 2008

Paolo Donini



Poeta maturo eppure fuori dal gran carrozzone poetico, Paolo Donini, classe 1962, ha pubblicato sinora soltanto Incipitaria (Genesi, 2005, pref. S. Gros-Pietro), da cui presento alcuni testi, scelti tra quasi un centinaio. Il solco è montaliano, direi, quello delle Occasioni, ma l'esperienza che accende il ritmo non è mutuata dai libri, e si sente. Consapevolezza tecnica, dunque, e scelta di rimanere nella via maestra del Novecento, attingendo, fra l'altro, alla cultura della soglia, a quello stare nell'incipit dell'evento, che lo tiene in dialogo con il lettore, senza esaurirlo nella cronaca. Poi c'è la vocazione alla "ciotola", per così dire, alla semplicità francescana, quella che legge il mondo come un sistema di segni universali, soltanto che con Donini, anziché additare l'aldilà luminoso della tradizione cristiana, tale lingua mi pare annunci il limbo, quasi che non ci sia altra possibilità per gli umani, altro destino. Se c'è un poeta che abbiamo incontrato di recente e a cui mi sento di avvicinarlo, indicherei Nicola Ponzio.


*

Da quanto siamo in fila — dicono
che laggiù ci sia lo spaccio,
che sia rimasto in piedi l'oratorio, zampilli
l'ultima fontana - sciama a ventaglio
una luce più alta -
forse è l'oro del colle oppure
lo scintillio dei parabrezza — dicono
che più sotto ci sia una strada, ancora
una pompa di benzina - alcuni sostengono
che siamo tutti in coda davanti alla latrina
ma a volte si riesce a vedere là ruotare
l'occhio del riflettore, la garitta della guardia
nera nella luce, dritta.



*

Che tu non sia nelle cose, non sia
nelle forme, coglie la mente china
sulle tue orme di neve
ma la scomparsa di questo giorno,
lungo la polvere chiara del polso,
pure mi riporta con te al sentiero
che l'azzurro raffina là fuori, al saluto del viandante alla soglia,
la chiarità dell'addio aperto a gelare
su quelle strade e noi, non apparsi, silenti
all'appello di lampanti felicità della sera: erano luci soltanto
gli occhi immobili dimenticati o terse, splendenti
le tue guance affacciate un istante alla tenebra.


*

Stai vicino al silenzio, appena fiorita
a un labbro da nulla - sono io
e sei tu: rimaniamo
qui e viviamo la sera. A una prodiga luce
che giunse non resta che aprire
l'accoglienza dei palmi: quello
che porta alla soglia
un vento vuoto è ancora
qualcosa che il mondo ha perso: ramo
delle tempeste, ghirlanda
che t'aggirò la fronte, nome
che s'intrecciò come nido.

*

Io non ho nulla e vivo di questo, mi basta
la semplicità delle tue vittorie assolute, ho imparato
a parlarti propriamente, ti tendo la mia ciotola
vuota e tu mi dai ancora qualcosa.


*

Vengo a vedere
se c'è qualcosa nel bianco
e tu hai portato
queste poche parole notturne; sono così
le tue visite mute: piume alla soglia,
il ramo candido, un bagliore dal gelo
che non si è mai spento, talvolta nella voce
una vecchia moneta. Davvero non so
come tu possa sola nel silenzio o ignota
là fuori nella lingua che impera,
racimolare ancora la lingua di prima, e ritornare qui
con queste quattro cose fondanti.


*

Noi ce ne andremo
fra la scrittura degli alberi, lontano
dalle città del verbo violento su in cima
alle colline di neve. Il nome
sarà inciso sul fondo della ciotola, la parola
nella fetta di pane.


sabato 5 gennaio 2008

ABSOLUTE PERFORMANCE


Cara poetessa/caro poeta,

se hai files audio o audio/video di tue letture e/o performances poetiche, spediscili a questo indirizzo:

absoluteperform@gmail.com

Selezioneremo i lavori migliori e li pubblicheremo

su

www.absolutepoetry.org.

Ti aspettiamo,

La redazione di “Absolute Poetry”

giovedì 3 gennaio 2008

AUTORI BLANC 2007


Apro il nuovo anno, facendo una sintesi del lavoro svolto l'anno passato, nel quale sono stati presentati 68 poeti italiani:


Tiziana Colusso, Lidia Riviello, Rosa Pierno, Giovanni Turra Zan, Nicola Ponzio, Stefano Salvi, Marina Mariani, Edoardo Sanguineti, Vincenzo Della Mea, Silvia Zoico, Francesco Tomada, Tiziana Cera Rosco, Carlo Molinaro, Gennaro Grieco, Anna Maria Farabbi, Gabriele Pepe, Raffaella Spera, Bianca Dorato, Sergio La Chiusa, Alfredo Giuliani, Lorenzo Carlucci, Roberto Cogo, Franca Mancinelli, Lello Voce, Margherita Rimi, Gianmaria Giannetti, Fabrizio Bianchi, Dario Villa, Antonella Pizzo, Maria Grazia Calandrone, Remo Pagnanelli, Mirella Bentivoglio, Alessandro Ghignoli, Francesca Pellegrino, Giulia Dalaj Comenduni, Sandro Sardella, Alberto Cioni, Jolanda Insana, Tiziano Salari, Andrea Zanzotto, Aldo Ferraris, Giulio Stocchi, Milo De Angelis, Rosaria Lo Russo, Luciano Cecchinel, Massimo Scrignoli, Mariangela Gualtieri, Antonia Pozzi, Roberto Capuzzo, Antonio Facchin, Gabriella Musetti, Elio Pagliarani, Roberto Carifi, Patrizia Cavalli, Marco Furia, Gastone Monari, Giacomo Bergamini, Giorgio Guglielmino, Massimo Sannelli, Ida Travi, Marta Fabiani, William Stabile, Vito Riviello, Cristina Campo, Gianni Toti, Ferruccio Benzoni, Mara Cini, Helle Busacca


e 16 stranieri:

Nadia Anjuman, Pascal Quignard, ‘Ali Ja‘afar al-‘Allaq, Fatos Arapi, Luljeta Lleshanaku, Nika Turbina, Anila Hanxhari, Lina Kostenko, José Angel Valente, Gëzim Hajdari, Ana Paula Tavares, Mimoza Ahmeti, Ervin Hatibi, E.E. Cummings, Gray Sutherland, Simone Weil.



Si è inoltre parlato più volte della questione Dal Molin e, talvolta, si è scherzato, per alleggerire il rischio d'essere presi troppo sul serio, soprattutto dal sottoscritto. Ringrazio tutti gli amici che hanno la pazienza di leggere quanto scrivo. Un grazie speciale a Anila Resuli, Ramona Ciucani e Stefania Roncari, che ci hanno regalato preziose traduzioni da autori albanesi, arabi e francesi.