lunedì 3 marzo 2008

Omaggio a Celan


Scrive Luigi Pingitore su Nazione Indiana: "Sono passati 38 anni da Il Meridiano di Paul Celan. Quel discorso, pronunciato in occasione dell’assegnazione del premio “Büchner”, fu tra le tante cose una riflessione lucida, tutt’altro che dogmatica, e piena di strazi, sul significato che Celan attribuiva al proprio fare poesia; in un’epoca in cui la poesia aveva ampiamente dismesso la propria identità millenaria.
Otto poeti italiani. Oggi. Che abbiano già esordito (quindi con almeno una pubblicazione alle spalle che li abbia consegnati all’esterno).Tracciano il proprio meridiano, seguendo le coordinate intime delle proprie necessità, dei propri slanci e delle proprie abiure.La scelta di questi poeti è puramente arbitraria. Ne mancano altri. Potevano essere altri. Ma è una scelta. Non ci sono note bibliografiche. Di ciascuno di loro è possibile rintracciare in rete molteplici informazioni. Qui basti il testo."




Qui il mio Meridiano.

12 commenti:

  1. Se è vero che "in nominibus est essentia rerum", allora "gugl" è probabilmente il suono dell'acqua che si fa respiro, il canto del respiro che si specchia nella sua natura di fonte...

    Perché niente è a caso.

    "Dico: respiro, e già ringrazio il creato di stare tutto nella sua fine."

    Perché queste parole, da sole, contengono già tutti i libri che potremmo scrivere.

    fm

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  2. Francesco, tu sai bene quel che dici. per questo ti credo.

    gugl

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  3. bellissimo testo e scrittura /non che non me lo aspettassi!/
    grazie per aver còlto passaggi e momenti nella sintesi tra /nella/ vita-scrittura

    un abbraccio

    alessandro ghignoli

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  4. grazie Ale, ci sentiamo presto.

    gugl

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  5. quant’è vero che dire delle ragioni del proprio mestiere (vale non solo per i poeti!) è un’impresa da guinness, eppure talvolta i primati si battono

    letto e riletto – caro gugl, c’è un termine cui non ricorri, ma che mi risuona dentro dopo aver ascoltato, godendone, i tuoi silenzi-respiri, ed è “professare” – il focus è in “-fes-“, da “phari”, e in “pro-” aperto a versare il “phatos” in “jectus”, come ribadisci “destino è bifronte. Il futuro è già qui, aperto. Direzione è destino nell’aperto della lingua”; ovvero “pro-jectus” versus “sub-jectus” - che è l’io “suf-ficiens”, il quale agisce economizzando, non festeggiando/scialacquando

    cioè “professare”, perché non si può pensare poeta disgiunto da professione (poeta, non poesia, si badi bene, la quale trascende semanticamente lo stesso atto dello scrivere quando è raccolta in un paesaggio, in una melodia, in un gesto corporeo…

    c’è un passo dove però faccio fatica a seguirti: “poeta è uomo che cammina fra gli uomini. Non dice io, ma noi”
    ora: premesso che “Arte crea lontananza dall’io” è esattamente ciò che professo, e ora con te e altri condivido, ben sapendo di inciampare quotidianamente nelle pulsioni narcisistiche del mio Io, che se non me ne allontano vi annego, in che senso può essere “noi” lontananza da “io” e quindi “vicinanza/comunità estetica”, se invece ne abbiamo esperienza quale cassa di risonanza (assunto di base di un gruppo, direbbe Wilfred Bion) per l’istituzione del nemico proiettivo, del capro espiatorio, dell’olocausto sub vessillum messianico?

    forse è un noi diviso - cum-dividere – il dire del poeta, mai un noi un-corpo-solo-un’anima-sola

    Mario Bertasa

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  6. caro Mario direi che "professare" è verbo che veste benissimo il mio testo. Molto convincente la tua ricostruzione etimologica.

    sul noi: mi riferisco alle riflessioni di Nancy sul "essere-in-comune" (vedi "La comunità inoperosa") e all'"io-tu" buberiano.

    Certamente, come dici tu, l'io non si fonde con la comunità, anche perché la comunità è sempre plurale, disseminazione che sta nell'aperto dell'interrogare. sono le ideologie che la pongono in essere come sostanza.

    grazie per il tuo importante intervento

    gugl

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  7. leggo che la comunità continua a circolare fra i tuoi ospiti, Gugl: abbiamo sfiorato qualcosa che preme. Intanto, atemkristall, il cristallo di fiato permane nella lontananza inospitale, in un crepaccio, minuscolo bolo dove è tutta la delicatezza e la complessità del congegno umano. Hai ragione: il centro del respiro ma in una tale solitudine che la persona si ritrae dal suo principio, diviene inessenziale. Il respiro si stacca dall’essere e questo è forse l’imo della riflessione, l’orrido che da un occhio fisso fra due sbarre, fra due assi sconnesse da un convoglio, porta alla serialità della morte e quindi al fiume. Un altro fiume, Gugl, un’altra morte per acqua. Quando la comunità si arma e sbrana. Ricordo un verso di Corso: “per un uomo sensibile, un uomo poeta, un di fuori così fa della casa un luogo per impiccarsi”. È tra “Io” e “Noi” , tra casa e mondo che si inizia a dire, e il pericolo può giungere da ogni parte. C’è un filo che corre tra poesia e linciaggio, basta uno scarto della Storia, un’attenzione epocale del carnefice; basta che il mostro si informi, si documenti, che la società si accorga cosa veramente fanno i poeti, perché quello che i poeti fanno è intollerabile.
    paolo donini

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  8. Paolo, il carnefice non ha occhi e ammirazione che per il proprio braccio. per fortuna, così i poeti continuano ad essere voce dell'intollerabile. Ci vogliono tuttavia altre braccia, altre gambe, per le quali quell'intollerabile diventi prassi.
    E' la comunità che ogni poeta cerca.

    grazie.

    gugl

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