mercoledì 31 gennaio 2007

Gastone Monari


Pur che tutti ridano uscì per le edizioni Feltrinelli nel 1973. Scriveva Aldo Tagliaferri nella prefazione:

"L'esistenza (come concretezza e complessità irriducibili cui la letteratura può solo asintotticamente approssimarsi) e la rivoluzione marxista (come unica autentica ragion d'essere per l'arte) costituiscono per la nuovissima poesia italiana due riferimenti necessari, esterni e, tuttavia, costitutivi. Da questa reale contraddizione ci sembra discendere l'opportunità di proporre una presentazione critica di un poeta come Monari con almeno qualche significativo cenno agli obbligatori rinvii: il tragico individuale, e la sua collocazione nella prospettiva politico-culturale. [...]
Gastone Monari si è ucciso a 27 anni, nel 1969. Attento lettore di alcuni dei poeti novissimi (in particolare di Nanni Balestrini, del quale si può in parte considerare un discepolo), ammiratore di alcuni musicisti contemporanei (Cage, Chiari, Bortolotto, Donatoni) e compositore musicale egli stesso, ha respirato a fondo l'atmosfera dell'estrema avanguardia, con tutte le sue contraddizioni e lacerazioni.
Non sembra tuttavia che il suo suicidio possa essere interpretato a partire dalla pur drammatica problematica di arte e rivoluzione. Il segreto di quell'estrema scelta giace senza dubbio infondo a quell'analisi psicoanalitica che aveva intrapresa per chiarificare e arricchire la sua personalità. Non è ovviamente questa la sede opportuna per avanzare una interpretazione clinicamente attendibile. Tuttavia riteniamo che qualche elemento di essa, che ci appare più evidente, possa utilizzarsi per la comprensione di certe ricorrenze sintagmatiche presenti nelle composizioni che stiamo presentando, le uniche che egli abbia lasciato con autorizzazione alla pubblicazione, insieme a pochi altri scritti e a alcune lettere.
Il morboso attaccamento alla madre (due anni dopo la morte della quale egli si uccise) risaliva in Monari a una vera e propria identificazione con la figura di lei; e a questa identificazione è fin troppo facile addebitare quell'omosessualità che fu per lui origine di angoscia. Di questa identificazione, e del presagio di suicidio, sono reperibili nelle sue lettere diverse testimonianze. Poco prima della morte della madre egli scriveva: "Perché se non ci sarà più mia madre, quale sono ora certo non ci sarò più anch'io." E, poco dopo: "Questa morte, questa morte mi è preziosa, l'ho interiorizzata." [...]
La raccolta, che si articola in 11 parti, per lo più segue rigorosamente un metodo combinatorio abbastanza vario e complesso, che certamente trae lo spunto da Come si agisce di Balestrini. Molte invenzioni grafiche e combinatorie sono tuttavia nuove e inedite, e altre si rifanno alle più lontane lezioni di Apollinaire, o del Surrealismo. Il metodo è abbastanza noto. Si tratta di partire da uno o più contesti più o meno referenziali, propri o altrui (la loro scelta costituendo un residuo di intervento soggettivo dell'autore), di frantumarli in sintagmi o serie di brevi gruppi di parole, e di costruire poi con questi frammenti o del tutto casualmente (con ricorso al cervello elettronico, per esempio, come nella poesia di Balestrini, o all' I-Ching, come spesso nella poesia di Monari) o seguendo qualche norma o suggerimento del gusto, un nuovo contesto. [...]"




FALLOFORIA 4.2


fuma la comparsa da nuda olivastra in frammenti ro-
sseggienti mangia in piedi del tabacco coi capelli

vortica se beve gli altri rifiutano il co-
ntatto con qualsiasi oggetto restano immobili per un tempo
più o meno lungo qui la dottoressa ne accende una
al paziente e cosi volute di farfalle dalle labbra
a punti verdognole dalla velina sulla punta olivas-
tra volute brune sfuggite alle labbra argentato ai
margini vortica mostrandosi olivastro prima che br-
uno ma prima ancora rosso umido quindi verdognolo
subito e nuovamente bruno come ballerino dalla cen-
ere si avvicina ai pazienti che mangiano sotto la
continua caduta delle farfalle rosse e bevono pure
oh se al bambino giallo di pipì e di pelle olivast-
ro la dottoressa umida e rossa per quel giallo acc-
omunàtasi alle violacee farfalle coi capelli al ba-
mbino prescrivesse una dieta così dimagrisce quel
brunetto prima il bambino e la dottoressa stanno a-
nche per un'ora senza parlare senza muoversi non è
un personaggio minore questo paziente così bambino
che col bambino giallo di pipì violaceo per lo sfo-

rzo inghiotte anche la cenere pur che tutti ridano







SOLUZIONE


o la fiamma o la tiara del papa con la croce che poggia sull
a bocca vicina alla rientranza dove c'è l'ano e che quindi è
la vagina rovesciata con i piedi della figura che toccano l'
altra faccia crociata col mento diviso in due e la bocca anc
ora più grande è una testa con la barba l'altro piede è nasc
osto dalla testa della bambola gli occhi tondi la bocca da b
ambino con la collana e col pendaglio senza breccia dà un se
nso di terrore perché è mostruosamente infantile e c'è un'os
cenità dolorosa buono e cattivo uniti nei contorni setolosi
cioè alla linea è sovrapposta una grata di peli di ferro com
e nei disegni che da bambini non abbiamo mai fatto

martedì 30 gennaio 2007

E.E. Cummings



Senza entrare nella 'questione traduzione', che inevitabilmente Franco Buffoni apre, proponendo una versione italiana assai azzardata di Poesie (Einaudi 1974 e 1998), l'opera antologica di Cummings, vi invito a gustare questi testi, anticipandoli con l'introduzione che il poeta americano scrisse a is 5: "Presumendo che la mia tecnica sia o complicata o originale o tutt'e due, gli editori mi hanno gentilmente chiesto di scrivere un'introduzione a questo libro.
Almeno la mia teoria sulla tecnica, premesso che ce l'abbia, non è siffatto originale; e neppure complicata. La posso esprimere in 12 parole, citando l'Eterna domanda e l'Immortale Risposta della parodia: «Colpiresti una donna con un bambino?» «No, la colpirei con un mattone». Pari al comico, io amo soprattutto quella precisione che crea movimento.
Se un poeta è qualcuno, è qualcuno cui importa cordialmente poco delle cose fatte - è qualcuno ossessionato dall'idea del Fare. Come tutte le ossessioni, quella del Fare ha i suoi svantaggi; per esempio, il mio solo interesse a far quattrini sarebbe di farli. Per fortuna però preferirei fare qualsiasi altra cosa, incluso locomotive e rose. Le mie «poesie» si misurano con rose e locomotive (per non parlare di acrobati Primavera elettricità Coney Island il 4 luglio gli occhi dei topi e le Cascate del Niagara).
Si misurano anche fra di loro, con elefanti e con El Greco.
L'ineluttabile preoccupazione col Verbo dà al poeta un vantaggio sommo: mentre i nonfacitori si devono accontentare del semplice fatto innegabile che due più due fa quattro, egli si gode una verità puramente irresistibile (che si trova, in forma abbreviata, sul frontespizio del presente volume)."



da Tulips and Chimmeys


Buffalo Bill è

defunto
............e soleva cavalcare
............un destriero d'argento liscio come
.......................................................................acqua

e rompere unduetrequattrocinque piccioni d'un colpo
.............................................................................Gesù Gesù

che bell'uomo
.......................e ora mi dica........ le piace
il suo ragazzo dagli occhi cerulei
Signora Morte


da is 5


Memorabilia


fermo vedi &

ascolta Venezia: porgete
orecchio vetri di Murano;
sosta
ascensore nel
mezzo del cammin cioè
a metà Campanile, credi-

mi cocodrillo—
i miei occhi han veduto
la gloria dell'
arrivo degli
Americani specie quelle
ninfe a caccia di marito
armate di poderose gambe rancide
voci Baedekers Madri e kodaks
-di notte in Riva Schiavoni o nei
fortunati dintorni dell'Europa
Grand e Royal
Danieli numerose
siccome le stelle del Ciclo....
sì signore
affermo che tutto gondola signore
il giorno sotto gondola signore gondola
e sopra passano rumorosi e gondola
rapidi cittadini di Omaha Altoona o che
coorti entusiaste da Duluth Dio solo
gondola sa Cincingondolanati io gondola no
—le sostanziose dollariferenti vergini
«dalla Loggia dove
siamo angeli Oh si
bello passiamo ora per guardate
ragazze in stile quelle
foglie sono non ha Ruskin
detto non ha Marjorie non è
deliziosa la curva di questo pozzo »
......................................................- O cultura:O
thos cook & son

(O fossi una metopa
or che il triglifo è qua)

domenica 28 gennaio 2007

8 poesie sulla paura


Nel 1996, Giacomo Bergamini e Giorgio Guglielmino stamparono in proprio 200 esemplari numerati e fuori commercio di un libro singolarissimo: 9 cm di lato, si apre a fisarmonica, caratteri rosso mattone su carta color dei pacchi, testi senza firma.



Ecco due poesie



*


circa l'età la versione le ciprie è quella
che si dà ai fantasmi oltre i lenzuoli dove
le marce ciglia lievitano e il buio distoglie
le impronte che additano lei claudicante



*


parlo delle bionde superfici sui cortili del fiume
dove i sogni affiancano la notte cruda
dico dei cani sosia che impastano calchi delle
labbra che elaborano risposte e scisse effusioni

sabato 27 gennaio 2007

Memoria

(G. Fabbris, cartolina d'arte)


Che cosa dobbiamo ricordare? Auschwitz, i carnefici, le vittime, i forni, l'alta borghesia tedesca, il silenzio degli alleati, il finto documentario russo, Schindler list, Jonathan e la sua balena, i campi di concentramento serbi, gli attentati a Gerusalemme, i sassi dei palestinesi, la fame, i 1300 morti sul lavoro l'anno, le violenze familiari, Madre Teresa di Calcutta, Calcutta, le bugie della politica, le ipocrisie dei benpensanti, le parole dei poeti, la legge, il calore del primo bacio, il silenzio?
Scrive Edmond Jabès: "Vorrei esprimere tutta la verità e la verità è un grido, un'immagine ostinata, incancellabile, che ci trae dal torpore, un'immagine che ci abbaglia o ci dà la nausea. Il timore di mentire è l'onore dello scrittore, perché è chiamato a testimoniare e a costruire sulla propria testimonianza."

giovedì 25 gennaio 2007

Massimo Sannelli


Vi invito a leggere, in La Poesia e lo Spirito, il cappello che ho scritto a Il mese di giugno di Massimo Sannelli. E a leggere le poesie di Massimo, ovviamente!
1

per la difesa è il verno sotto neve
bianca i semi neri si prolungano, si dilatano
nelle radici; cioè i rami, per la
difesa si ode suono, si parla chi
non amai, chi non ama?
le difficoltà
sono alla rete, il lettore ha uno schermo

che decifra: ospita, di sottigliezza
in poi, il paradiso, a te, e la cella.


4

è forse una sera che taglia
i due tempi, o il tardo
pomeriggio, nel lavoro: la dentatura
o la lingua, che leccava, leccava. Muore
il piacere, con diligenza la cenere
fisica è meno corrotta, vergine;
al risveglio si trema.



7

"uno scrittore-donna, una bestia
che parla", vera: quando si gioca

su un teatro che vince, nato
sensibile, che si vede affinare,
un grado dopo i trenta anni, e quelli
delusi mirabilmente. Anche la mano
è comandata al tatto. Anche ci sono
molte opere: nessuna è generale.
La bestia dura giorni otto, o dieci,
di un maggio, e dieci anni di pensiero, dopo:
accomando del tatto, tra il Campo, le piazze
nere, la Strada Nuova.



13

il volgare, tale un moto di zampe;
simili cornici, caricate a modello.

Udite che fu fatta questa
virtù performata, tutta lingua che dalla
notte arriva alla notte e toglie.



15

per amore di lingua fu
il chiuso, rinominato vespro,
l'icona, rinominata con il
nome di testo; la festa
allo schermo. Su una
partenza che il nome di Dio
assottiglia e cambia, il vecchio
nel nuovo. Che cosa dal peso al petto
scende e trasforma, vòltati; la pulizia in
stampe, disegni, difesa, difendendo-
­si. Non meno la mente, le mille volte
che scendere è povera cosa e vacua.

sovviene il falso amore e chi, eroe,
forma nel corpus domini una festa.



Massimo SANNELLI, Il mese di giugno, in ID., Philologia Pauli. Il corpo e le ceneri di Pasolini, Fara Editore 2006

martedì 23 gennaio 2007

Ida Travi


La poesia femminile contemporanea non espone il proprio genere soltanto per via libido-anatomico. Ida Travi, per esempio, dà voce alla Terra Madre, al materno che genera ed espone, che abbandona e chiama. Vivi e morti stanno nella medesimo coro, e così il terrestre e il divino, tutti nel canto della Terra, che è come il vuoto della tazza, lo spazio armonico nella bocca.




IL DISTACCO

Tutte le cose dormono nei suoi occhi, mari e monti dissolti tolti
da questo mondo. Chiama gli eventi a croce in modo che spacchino
in quattro il viso. Ecco che sogna usando la bocca molto schiacciato
ha il cuore.

Un ostacolo, volo d'un dio, getta la sua ombra sull'uomo
addormentato e gli domanda: dormi? Era la tosse del cardellino,
quasi una mano sfonda la neve, non sarà grave dice, m'avvolgo
in questo mantello come se fosse il mio. Sostano lì come fossero
morti, vivida pena evolve muta tra loro sfila.



Va nel paese notturno con debole passo umano, e maschera in sé,
una piccola luce. Io sono quello che ardo, se il lento rientrare di
spigoli scioglie, appoggia il respiro con gomito contro il suo vano.

È una figura d'essere umano, né uomo né donna, inerte. Quand'è
così alzano tutti gli occhi e prima un piede e dopo l'altro rialzano,
rituffano nel gelo, dove più giù nella luce, diventa una rosa
un suono, là s'indovina il senso, quasi un mancato orrore ferma
le ali, precipita nel sorgere i piccoli della terra.

Qualcosa qualcuno si copre la faccia mostrando le mani. Qualcuno
è leggero, qualcuno nasconde soltanto qualcosa che brilla,
qualcosa con scatto iniziale fa uscire qualcosa dal nulla. Allora
ha staccato lo sguardo dal tacito fondo scuro e poi l'ha deposto lì.

O nella notte, dimentichi sulle ginocchia stanno gli stanchi come
se fosse pace, brevi bisbigli sfuggono, entrano nelle chiome.
Un bianco venire a svanire, oppure negare l'ultimo dire d'un morto.




Tacita la luna sopra, e sotto il volo nella minima sfera. Sta
nel profondo del sonno mostrando il suo bianco riso. E non s'appoggia
a pensiero alcuno, oppure s'appoggia con peso a nulla. Sola
memoria scintilla nel vano, oppure è una fiamma, e il muto
bambino ne oscura il fiume.


Fermo deposto all'ombra d'un sasso s'affaccia sul viso e solleva,
leva le braccia e l'abito fruscia come se niente fosse. Entrando
nel vano candela porta con sé la sua strage, fa luce.


In fondo anche la madre uccello si preoccupa. Spezza il suo pane
in tre. Ecco cos'è. Prima sta giù, poi fa d'improvviso un passo
s'innalza, al limite grida.





E un ottimo dottore, ne patisce chi non somiglia a lui. Viene
sognando, regola il respiro, se nasce il fratello minore quello
maggiore piange e come reggendo una coppa fatale piega i suoi
muscoli nel sedersi. Non tuona lassù alla luce dei santi oscuri,
inspira gigante il polmone del gufo poi mira allo splendore
del confuso.


Qui nella casa la luce è spenta, il debole s'adatta - vuoi mangiare?
Ai vetri il ticchettare degli esuli ghiacciati, non ci badare, dormi,
senti il secondo toc. Uno è venuto un attimo fa, pesci, animali,
o ali, a. E grida di uccelli lungo la via del lago.




THAUMA

Là nella rosa alchemica tracce di come partecipammo al mondo
quando ancora non eravamo vivi. Traspare nel muscolo d'una
lingua madre, la mappa dei regni attraversati nel dormiveglia. C'è
del terrore alla luce dell'ordine, è poco amorosa la mano che non
sfascia. Ascia? Sfrondano i rami senza.

«Voglio tornare indietro, padre, non avessi io visto questa terra.»
La coperta è leggera, il cuscino basso. Nella notte, a occhi chiusi
vengono a trovarmi persone sconosciute, attraverso la foresta
con un balzo. C'è un bisbiglio d'agitato, qualche traccia di saliva.
Dico ascoltami ora, nessuno mi sente in questo infinito intcriore.

Si sogna morto, si sente giunto a casa. Prima impara a non battere
gli occhi, poi mette lo sguardo soprannaturale. Nulla faceva
pensare che avesse rubato il pane. Prima verranno a chiedere, poi
mi daranno un nome.



Ha questo passo l'animale illuminato mentre attraversa i regni
della sua natura Sposta un sasso e trova una fonte, ogni volta
la tratta come fosse una fiamma. Dice non più io, non più vita
per me. Tu mi parla, tu mi ammaestra, perché il tuo linguaggio
è pieno di mistero.

Provate a mettere sotto gli occhi d'un bambino lo spettacolo
d'un uomo che si evolve. Oppure ponetelo di fronte al mondo come
fosse la parte oggettiva d'un sé. O uno, o due, o tre. Padre,
dove sei? Tremenda leggerezza nella stanza assegna silente
i propri castighi e fa di quel mondo il figlio di Maja.



Scendono con una paura d'inferno, altri non fanno che avanzare
a braccia. La notte getta il suo canto scuro. Chi appoggia l'orecchio
trema. «C'è il maestro? C'è il maestro?»

Fate un inchino profondo, questa non è una terra straniera.
Dorme l'uccello, la testa avvolta nel manto. Entra in città ch'è una
statua tremante, sotto la cappa gela. Altro non fa che andare
e venire, via dal palazzo lungo l'immensa regione che ha fine. Non è
giusto, non è giusto così. Eppure così non sarà sbagliato.

Toglie il sandalo destro mentre s'infila il sinistro, e tutta una
parte di mondo s'adombra, si cela la via nel palmo di mano
capovolto, capovolto, schiuso.



Devi spaccare ora, la lastra di vetro intcriore, non lascia vedere
fuori, la lastra di vetro intcriore è muta.

Se cerchi uno stato, non qui. Far nascere questa parvenza di fede
fa male, dolori articolari sparsi in tutto il corpo. Quale corpo?
È una porta di ferro, battuto, e il vecchio si curva, non sacro.

Non vuole uscire. Si mette un'altra testa sulla testa, ecco cos'è
l'orrore. Quasi una torre vuota rimbomba di grida. Ovunque
sigilli. Qui sono stranieri gli uccelli, non entra neanche un verme.




(da Il distacco, Anterem 1998)

domenica 21 gennaio 2007

Marta Fabiani


Malgrado un curriculum di tutto rispetto, non mi pare che ancora la poesia di Marta Fabiani abbia il riconoscimento che merita. Se non altro per essere stata fra le prime, della generazione postneoavanguardista, ad avere tirato in ballo il corpo, il sesso, il sugo, il quotidiano malessere femminile. A titolo esemplare, riporto due poesie uscite in Maratona (Cooperativa scrittori 1977), che io ho incontrato in Verde Verticale '90, un'antologia curata da Flavio Manieri per Mazzotta Ed. nel 1988.



*


Eh sì eh sì
miei signori anfitrioni
quando ero un po' linfatica
e appena mestruata, e impallidivo
di fronte alle prodezze
delle dame secolari, e mi scoprivo
le cosce, che erano sublimi, ma, ahimè, ancora
così poco espressive,
al bar, al ristorante, c'eravate
grossi tonanti burberi, pronti a dire
tra una birra e un tramezzino
« roba da marchette » oppure
« tuo fratello marchettaro ».
Adesso mi tocca ascoltare le vostre battute
dolorante di spalle, sotto il peso
di un'influenza cronica, ancora
incespicante per via di una moda
da riflesso condizionato malappreso
e rimpinzarvi
di allusive occhiate disilluse, e accarezzare
i vostri cani chow-chow, le penne stilografiche
perché una bocca spalancata di stupore
se le accaparri, a una voglia
subito gratificata in- cambio di una barzelletta
comari, uccelli con le ali, vulve birichine
niente è cambiato, niente, tranne questo tic
invisibile naturalmente, riportatemi
alla parola caduta in disgrazia
all'insolenza desueta, più sicura
più sicura della vostra
camerata.




*


Ci sono voluti
uno svenimento
un fidanzamento
un'aggressione notturna
un po' di sadismo
una protesi mammaria
una rovina finanziaria
la mia poesia (se non è poco)
per far pronunziare a tua moglie
la parola: fica.
Ma adesso lei la pronunzia
in un modo eccezionale
benché un po' tremulo, a volte
per paura di versarla
nella pappa dei bambini
e allora sarebbe tutto guasto di nuovo
sarebbe figa come magagna
o ferrovecchio, l'ennesimo dispetto.
Ha riempito di frutta le tue coppe
ma, che disdetta, ancora non ci vede la metafora.
Anzi, vuole succhiarti
senza grazia i tuoi ricordi osceni
e imbandirli ai tuoi ospiti, mentre solleva
occhiate maliziose dalla minestra e dice
« a noi ragazze non c'insegnavano » e riscuote
benevoli consensi agli anni persi.
Tu li hai persi, eh sì, ma in altro modo.
Giravi a vuoto con il tuo tesoro, e ora
lei ti sbatte sul tavolo la spesa
cazzi di plastica, carote, preservativi
pergamenati, i più cari, e poi a quattro zampe
s'industria, assieme a trote e maialini
col tovagliolo, sembra proprio
che a dire « mangiami » le venga l'acquolina.
Guarda come impallidiscono
le robuste emicranie del passato:
sdraiata accanto te lo fa ingollare
il frutto prelibato, tutto, quanto
chicco per chicco, finché
non ti ritorna l'uovo marcio al fiato.


venerdì 19 gennaio 2007

Questione DAL MOLIN


La Questione DAL MOLIN mette sotto i riflettori mass-mediatici il territorio vicentino, consentendo così di avere a disposizione un numero sufficiente di dati per poter affermare quanto segue.


I favorevoli all’ampliamento della base militare americana di Vicenza sono:

- i 700 dipendenti circa che così non perdono il lavoro (sono salariati e stipendiati);
- i disoccupati che sono convinti di trovare un posto di lavoro dentro la nuova base;
- parte delle forze dell’ordine;
- i proprietari immobiliari: non perdono gli affitti versati dai militari che vivono fuori dalla base;
- i proprietari immobiliari che potranno affittare ai nuovi inquilini;
- le imprese edili che riceveranno l’appalto;
- l’indotto legato a quest’ultimo;
- i commercianti che esercitano nelle vicinanze della caserma Ederle e dell’Ederle 2, dove i soldati e il personale spendono e spenderanno gli euro durante il tempo libero;
- le prostitute e i travestiti (anche quelle/quelli di sinistra);
- gli spacciatori convinti di moltiplicare i clienti;
- tutti coloro che non capiscono bene quale sia la posta, ma che godono per il solo fatto che i dimostranti possano essere bastonati;
- Il Sindaco di Vicenza, per due ragioni: rinforza la sua posizione nell’elettorato di centro-destra; scarica la responsabilità di un progetto che egli stesso aveva iniziato con il governo precedente;
- La giunta provinciale e regionale che è di centro-destra;
- Prodi che dimostra di rispettare le decisioni dell’amministrazione vicentina (visto che, appunto, il progetto era già stato ratificato dalla giunta comunale);
- Prodi e la parte democristiana del governo in carica, che mettono le basi politiche per una possibile e futura unione partitica di centro;
- Prodi che, in una prospettiva europeista, già apre il dialogo con gli USA, Paese extracomunitario;


I contrari all’ampliamento della base militare americana di Vicenza sono:

- gli abitanti esclusi dalle categorie nominate sopra (circa il 63% della popolazione), preoccupati dell’insediamento dei 25.000 nuovi arrivi (tra militari, famiglie, fidanzate, segretari, impiegati eccetera);
- parte delle forze dell’ordine;
- tutti coloro che temono la militarizzazione della città, che avrebbe il 15% dei suoi cittadini costituito da militari;
- parte degli spacciatori e chi generalmente delinque, che teme la stessa cosa;
- tutti coloro che identificano la caserma americana con la politica imperialistica di Bush;
- tutti coloro che speravano in un modello di sviluppo differente per la città di Vicenza (Vicenza città palladiana, Vicenza che investe nelle energie rinnovabili, Vicenza dei vini, delle passeggiate in collina, Vicenza che ha, nel piccolo aeroporto attuale, un polmone verde);
- il quartiere aeroportuale, che subirà una cementificazione straordinaria;
- gli automobilisti, gli autisti eccetera, che troverebbero il traffico moltiplicato nell’area interessata e, di conseguenza, in tutto il circondario vicentino;
- chi non sopporta i rumori degli aviogetti e dei veicoli civili e militari in transito;
- chi teme per le risorse idriche, visto che il territorio interessato è ricco di falde acquifere e considerato il fatto che ci sarebbero, in un sol colpo, 25.000 nuovi corpi da disidratare, e imprese, mezzi e spazi che richiedono acqua;
- chi ha la casa vicino all’aereoporto, visto che la vedrebbe svalutarsi di circa il 25-30%;
- chi è consapevole che gli americani delle basi hanno lo sconto, sull'energia, del 98% (spesa che va a carico dei contribuenti italiani);
- gli studenti di sinistra delle scuole superiori, che trovano giusto appoggiare tutti coloro che identificano l’insediamento USA con l’imperialismo Bush;
- il comune di Caldogno, limitrofo al comune di Vicenza, che, il 15/11/2006, nella riunione del Consiglio, ha votato NO all’unanimità;
- le imprese che trarranno meno profitto dall’insediamento rispetto al non insediamento (che comunque comporterebbe la costruzione di una zona residenziale le cui linee progettuali sono già pronte);
- i cittadini che hanno votato Prodi e che ora si sentono traditi dalle scelte del governo, incoerenti rispetto all'orientamento preliminare;
- i parlamentari della maggioranza che non avevano trovato questa scelta nel librone programmatico pre-elettorale;
- tutti coloro che temono l’aumento del rischio d’attentati terroristici;
- coloro che temono l’arrivo in città di armi batteriologice o, comunque, inquinanti e/o pericolose di per se stesse;


Gli indifferenti alla questione sono:

- tutti coloro che credono che la questione non li riguardi;
- tutti coloro che hanno cose più serie da fare, per esempio lavorare (per non perdere il posto, perché il lavoro è sacro, perché se tutti avessero voglia di lavorare questo cose non succederebbero);
- gran parte degli studenti perché sono troppo giovani oppure perché nessuno ha spiegato loro di che cosa si sta parlando oppure, infine, perché anche loro hanno cose più serie da fare, per esempio scrivere SMS, giocare con la play station, limonare, studiare, chiacchierare.

giovedì 18 gennaio 2007

W.Stabile Intervista William Wall


Ricevo e posto con piacere questa intervista.

"William Stabile intervista William Wall, lo scrittore irlandese che al muro ha un termometro che misura il dolore in gradi C°

William Wall è un poeta e scrittore irlandese.
Le sue poesie sono così originali e di una intensità unica che circa un anno fa ho iniziato a tradurle in italiano. Rendendomi conto che il risultato era più che buono e coinvolgente per un lettore “attento”, ho proseguito lentamente in questo mio lavoro, traducendone altre. Poi mi è venuta l’idea di fargli un’intervista. La prima mai rilasciata in lingua italiana.
Credo che fosse necessaria per me. Volevo capire meglio chi c’era dietro le poesie che traducevo.
Eccola qui! Fresca e naturale per il lettore italiano “resistente” al dolore.
Ho deciso di preservare l’originalità delle risposte in molti passi – sebbene non siano in un italiano perfetto – così come sono state rilasciate. In altri punti ho corretto o modificato in modo che il lettore potesse intendere il testo senza troppo sforzo di comprensione.

Nella vita di un uomo ritengo che si possa parlare di un momento preciso nel quale capisce che può e deve scrivere. Tu hai insegnato per lungo tempo. Quando hai capito di poter essere uno scrittore? Com’è stato il tuo primo passo nella carriera?

Ho deciso di fare lo scrittore fin da quando ero giovane. Avevo dodici anni. Era hybris, credo. Ho scritto delle poesie per qualche tempo. Non ho pubblicato un libro fino al 1997. Avevo deciso di fare lo scrittore quando sono stato male per un anno di seguito. Stavo a casa, non andavo a scuola. Avevo febbre e dolori. Era come una grande allucinazione di diventare scrittore.
Nel tuo libro Fahrenheit Says Nothing to Me hai tradotto delle poesie di Quasimodo e in alcuni componimenti, in modo nuovo e direi unico per un poeta di lingua inglese, utilizzi l’italiano (per es. nella poesia The Wasp’s Nest inizi con ‘Ho paura’ someone said’) Perché? Cosa ti attira della lingua italiana?
Per me, la lingua italiana è la lingua di Dante. Ho letto la Divina Commedia molte volte. E poi, ho trascorso tre anni all’ “Inferno” da solo. Inoltre amo l’italiano perché è una lingua romantica e, per un irlandese, il modo di vivere degli italiani è simpatico. Mio padre era un contadino e aveva poca terra e se ci ripenso, ora, i contadini del Mezzogiorno sono simili a quelli irlandesi.

Ami l’Italia e l’isola di Procida. Un po’ di tempo fa mi hai detto che Procida – dove spesso ti rifugi – ti ha dato materiale per il tuo nuovo libro No Paradiso. Ce ne puoi parlare?
Sei anni fa, siamo arrivati, io e la mia famiglia, a Procida. Ho scoperto l’isola mentre ripercorrevo le tracce del bel film “Il Postino”. Lì, abbiamo incontrato una famiglia procidana e abbiamo fatto amicizia. E’ stata una bella scoperta. Torniamo spesso a Procida. E’ un posto unico, piccolo (4Km quadrati), ma anche grande perché è un’isola di naviganti e avventurieri. Diciamo che è una piccola isola con un grande cuore. Mi sembra che sia serena nonostante la grande popolazione (11.000 abitanti). La vita è semplice, ma la gente è saggia. Salvatore e Paola, i nostri cari amici, lavorano duro, ma hanno una buona visione del mondo. Il racconto “Surrender” in “No Paradiso” è ambientato a Procida. L’ultima scena accade al “Pozzo Vecchio”.

Mathematics and Others Poems e’ un’altro tuo libro di poesie dal titolo affascinante. Era tua intenzione abbattere le barriere e amalgamare Poesia e Matematica? Qual è il tuo pensiero sull’Arte? Ci puoi introdurre alla tua poetica?

Quando lo scienziato o il matematico fanno il loro mestiere, penso che sia un lavoro creativo. La stessa cosa succede con altri mestieri: l’uomo che lavora con le mani, l’artigiano, il meccanico, il contadino etc. Mia moglie è un matematico. Ho capito che quando lavora su un teorema e ha scoperto la chiave, è un momento d’ispirazione, un momento creativo. La radice dell’ispirazione è uguale per il matematico come per lo scrittore ed altri. Il mio libro, però, devo ammettere, che non è un libro radicale. E’ timido dato che è stato il mio primo libro. E’ stato troppo tradizionale. Ora che sono un poco più conosciuto non sono felice con quel mio stile tradizionale.

Le tue poesie appaiono sofferte. In esse compare il tema del dolore come struttura dell’uomo, e più di una volta, con un significato simbolico, il mondo animale – con le vespe e il nido delle vespe. Che cosa ti interessa del dolore? Quale significato c’è, per te, nelle vespe e nel nido?

Ho scritto “I never pass a day without pain”. E’ vero. Quando ero giovane ho contratto la malattia “Still’s disease”. Non e’ mai scomparsa. Per me, il dolore è dell’essenza dell’esistenza umana, e la perseveranza è la virtù cardinale! Come puoi vedere in tre quarti del globo terrestre ci sono milioni di persone in dolore – fame, sete, dittatori, guerre, la globalizzazione e il fascismo, il progetto imperialista in senso lato... In un solo momento, quante persone sono felici e quante soffrono? Il nido delle vespe significa la vita umana. E’ una cosa bellissima, la vita – un miracolo – ma in pratica è piena di dolore.

L’anno scorso il tuo libro This Is The Country è stato selezionato per l’International Man Booker Prize. La critica tutta ti ritiene uno dei migliori scrittori irlandesi contemporanei, ma pare che il successo non ti abbia cambiato. Tu, che ne pensi?

Per prima cosa, non mi interessa il premio. E’ una cosa per case editrici, per il marketing. Non ha alcun valore, ma devo ammettere che mi ha portato più lettori. Per quanto riguarda i migliori scrittori irlandesi, c’è una legione! Io non sono così importante. La cosa che più importa è la resistenza. Dobbiamo resistere a questo nuovo modo superficiale di condurre la vita, il modo imposto, preferito dal capitalismo. E’ possibile resistere in maniera privata, piccola e personale – che sia piccola o grande, non importa... Ma io devo scrivere.

Qual è il tuo scrittore preferito del passato e uno contemporaneo?

Adesso, amo Josè Saramago. Blindness e’ un libro meraviglioso. Tratta del capitalismo e la società dello spettacolo (vedi Internazionale Situationniste, Guy Debord). Leggo anche la filosofia, la politica, la storia, i classici. Mi piace Donald Barthelme, per esempio.

Dalle poesie emerge chiara la tua avversione viscerale per Bush e la guerra. Cosa vuol dire, oggi, essere irlandese ed essere uno scrittore in Irlanda? Si può parlare – in Irlanda – di una funzione politico-sociale dello scrittore? Tu, ti definisci uno scrittore “impegnato”?

In Irlanda non esiste la politica. La sinistra è debole. E’ una lunga storia che è difficile riassumere in poche righe. Ma è ironico pensare che Marx ha detto che l’Irlanda era la terra piu’ politica (sic!) del mondo. Forse era vero nel 1860. Abbiamo un governo di centro-destra adesso. La popolazione è contenta così. Siamo ricchi ma non abbiamo un servizio sanitario nazionale come quello inglese o francese. Il sistema educativo è povero, sopravvive solo perché gli insegnanti sono bravi. Riguardo Bush e l’oligarchia (dico in inglese: the oiligarchy), è un vero fascista. L’ USA è il Nuovo Impero. Mi sento umiliato come irlandese quando aerei militari americani atterrano a Shannon Airport.

Quale sarà il tuo prossimo lavoro che vedremo pubblicato?

Adesso sono in corso di finire un libro ambientato solo a Procida. Porta sfortuna parlare di un lavoro ancora in corso. Scrivo anche piccole storie. Sto sempre lavorando.

Infine, dato che siamo tutti vittime di un bombardamento mediatico, mi sembra quasi d’obbligo chiederti: che idea ti sei fatto del Codice da Vinci e se hai letto il libro?

Si ho letto il libro. E’ un libro semplice. Un narrativo quasi storico. Non capisco perché è controverso. Io sono ateo, e non mi tocca, però, non è strano parlare di un Gesù sposato. Se è esistito, doveva essere come tutti gli uomini. Riguardo il bombardamento mediatico, è anche un’opportunità! Si può cominciare la resistenza con TV. Si può spegnere. Si può leggere, si può ascoltare, si può parlare, e, anche importantissimo, si può cantare.

(per conoscenza, inserisco la poesia Fahrenheit Says Nothing to Me tradotta da William Stabile)

FAHRENHEIT SAYS NOTHING TO ME

I am not used to measuring temperature on the Fahrenheit scale.
Hence such a measure of temperature says nothing to me.
(Wittgenstein, Philosophical Investigations #509)


Anche a me, Ludwing,
ed i seguenti pure:
i cani nella strada
che sanno cose
say nothing to me

i tarocchi
le foglie di thé
gli economisti
le foto
mi riempiono di mille parole ogni giorno.

Per qualche ragione
per me é un problema
la res ipsa loquitur
e la testimonianza giurata
di un soprintendente

le dichiarazioni dell’ufficio stampa del governo
«The Irish Independent»
e i profitti dei pubs
il movimento per la vita
il cesso l’umorismo il calcio.

Papá Bush e Baby Bush
Black Bush e the burning bush
Ronald Reagan e Donald Duck
mente corpo e spirito
e il grande Romanzo Americano
e i suoi films
say nothing to me

la regina d’Inghilterra
i suoi eredi e successori
e la sua cosiddetta corte
e Philip Larkin
say nothing to me

Banche compagnie d’assicurazione e fondi pensione
la precedenza agli incroci
i gatti simili a rape
e i Testimoni di Geova
non parlano per me.

Le calze delle donne e i libri elettronici
gli anelli alla lingua non mi dicono nulla
e nemmeno quelli all’ombelico
né quelli alle labbra
il circolo di confidenze
e l’anello dell’acqua chiara
e il giro di pedofili

Sky News
e la spessa striscia sul fondo
il logo della Nike
e l’inclinazione dello spazzolino
E la scala Fahrenheit
A me, non dice proprio nulla.

martedì 16 gennaio 2007

Gray Sutherland



Gray è il poeta canadese che ha tradotto La distanza immedicata. Nelle varie presentazioni del libro e nelle recensioni che sono uscite finora c'è sempre stata una nota di merito per il suo lavoro. Non è facile tradurre le mie poesie, e lui lo sa bene! Pubblico ora un suo testo (con sua traduzione), sperando di fargli cosa gradita. Secondo me, non gli dispiacerebbe se qualcuno provasse un'altra traduzione.




Transen

Night lights shimmer, red and green
Over trembling water. Fireflies
Dart like timid stars above the
Floating platform. Drone strings whisper.

A voice stirs low, as deep below
The sandstone tracery the world
Is born anew, ever the same:
Third-tones caught with instant sparkling

Precision waver, swoop, breathless.
A hand reaches toward – the king?
No, far beyond. For here, before
The singer, the king, like all who hear,

Borne as the music spirals ever
Upward through gesture, form, the soul’s
Flight to pure light, bows his jewelled
Head in grateful obeisance.



Transen

Su acque frementi luccicano notturne
Lanterne rosse e verdi. Sopra il galleggiante
Palco sfavillano lucciole come timide
Stelle. Bisbigliano corde di bordone.

Bassa si sveglia una voce nel profondo sotto
L’arenaria intagliata rinasce il mondo
Sempre nuovo, sempre lo stesso: dei quarti di tono
Colti all’istante con precisione frizzante

Piombano a fiato sospeso. Una mano
Si allunga… verso il re? No, molto più lontano.
Poiché egli, davanti al cantante, come tutti
Coloro che stanno ad ascoltare, elevati

Sull’elica della musica sempre più in alto
Attraverso gesti, forme, volo dell’anima
Verso la luce pura, inclina riconoscente
Il capo ingioiellato in umile omaggio.



Tansen fu il musicista di corte dell'imperatore mogol Akbar, nel '500.

lunedì 15 gennaio 2007

Vito Riviello


Non sono sicuro che il giocoso o l'ironico o il grottesco siano "poesia minore". Non sono sicuro che l'intelligenza, in poesia, metta la sordina al vero. Di fatto le poesie di Vito Riviello sono intelligentemente vere, paradossalmente chiare ed amano mostrare il piglio clownesco e mite del fare. La malizia infatti non aggredisce il mondo, lo dipinge sbirciandolo da angoli dove il potere langue.


Scrive Riviello in una sua dichiarazione di poetica:

"Il poeta in questi tempi è un rabdomante moralistico che cerca nel "mare dell’oggettività" una impossibile soggettività poetica, pescando qua e là nell’infinito verbale del cosmo. Insieme la poesia diventa atto di pietà, di ironia e di difesa del ‘mal tolto’. Il poeta agisce autorizzato da una connessione che ha bisogno di essere subito riconosciuta, come se l’eternità di una volta fosse diventata la contemporaneità di questa volta."


La prima poesia è stata scritta alla fine degli anni settanta; la seconda, recentemente.



Gran Caffé


A strizzar l'occhio a Mascia
il lussurioso non finisce
non può parlare che il nemico
l'ascolta, finirebbe lussato,
in grazia di una tibia beve
il suo caffè napolitano
che traccia un solco dentro.
Verrà, non verrà... Giulia
col calcolo renale è a Salso,
addio pergolato che li vide
insieme per le foto,
conviene far l'occhio di triglia
alla profuga che canta
alla pro patria che vince.




L'assassino


Testimonierò che il mio assassino
era di aspetto gentile, garbato
anche nei modi di colpire, democratico
nell’infierire a caso, senza privilegiare
punti del corpo particolari,
non ci potrei giurare
ma massacrandomi col machete
recitava Foscolo dei Sepolcri
e sul punto di recidermi la carotide
mostrò un occhio blando
d’antiche tenerezze frustrate
sì da mettermi in pace
ed accettar la sorte d’una follia
discesa per le vie di povertà peregrine
c’hanno tenuto fino all’ultimo
intatta la bontà dell'omo.





domenica 14 gennaio 2007

Dissidenze


Dopo essere stata rifiutata da una nota rivista letteraria italiana, non si sa perché non si sa percome, è uscita su Dissidenze, grazie a Giampiero Marano e Carlo Dentali, la recensione a La distanza immedicata scritta da Massimo Orgiazzi. Vi invito a leggerla.

sabato 13 gennaio 2007

Simone Weil


Vicino a Cristina Campo, non poteva mancare la sua autrice prediletta: Simone Weil.


Ebrea parigina (1909) insegnò filosofia in vari licei fino al 1934, poi fu operaia alla Renault. Nel 1936 partì volontaria repubblicana alla guerra civile spagnola: tornò dopo un anno, in seguito ad una ferita. Partì per gli Stati Uniti dove fece la contadina fino al 1942. L'ultimo anno della sua vita lo trascorse a Londra. Morì a soli 34 anni, nel sanatorio di Ashford in Inghilterra.


Simone Weil fu marxista con vocazione mistica, sostenitrice di un’etica della debolezza, che anticipò, sotto certi aspetti, la riflessione di Lévinas e dell’ermeneutica contemporanea. Di lei scelgo questo pensiero illuminante tratta da L’ombra e la grazia: “Assumere il senso di essere in patria mentre si è in esilio. Essere radicati nell’assenza di luogo”
ossia, come scrive Franco Rella ne L’enigma della bellezza, esprimere “il senso di quella ferita che ci mette nel cuore dell’universo e che porta l’universo dentro di noi”.
Anche la poesia, direi, è tutta qui.

venerdì 12 gennaio 2007

La Tigre Assenza


Nel pieno dell'estate ho fatto leggere due poesie di Cristina Campo; ora, nel colmo dell'inverno, ne posto un'altra e la dedico a chi ha perduto persone care, a chi brucia nella loro assenza.



Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera...


giovedì 11 gennaio 2007

il tempo illibero di Gianni Toti


In questi giorni è purtroppo mancato Gianni Toti. Avevo presentato alcuni suoi testi nell'ottobre del 2006. Adesso, come si invitava fare su Absolutepoetry, scelgo di postare l'ultima pagina (scritta nel 1974) de Il tempo libero (Editori Riuniti, 1961, sec. ed. aggiornata 1975) un saggio di carattere sociologico ma che porta l'imprinting del poeta, del combattente.



"In conclusione, se «tutto lo sviluppo della ricchezza umana si basa sulla creazione di tempo disponibile», il tempo di liberazione sarà la base e la dimensione della nostra attuale e possibile ricchezza, e così lo chiameremo, lasciando il sintagma del «tempo libero» alle provvisorie comodità del discorso, alla sua funzione estraniata. E continueremo a liberare il tempo anche dalla sua falsa libertà, dalla sua falsata coscienza, nello stesso tempo dalla forma ideologica trapassando alla forma utopica della nostra sociale progettazione. Certo, nessuno di noi si occuperà di elaborare menù di tempo liberato per le cucine futur(poss)ibili. Già persino le timide e ironiche profezie di Marx sulla «società comunista in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsìasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell'altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore né critico» diventano facilmente oggi oggetto di affettuosa controironia come scelte tipiche di un gentiluomo inglese di quel tempo, un po' raggelate in una stampa colorata o datata, come quegli ideali da country gentle-man o da squirearchy neopositivista, con una perdita di quella drammaticità che oggi intride per noi ogni ucronica fantasmasìa. Sarà forse meglio concentrarsi sul tempo di liberazione che sul tempo (che sarà stato) liberato e, se mai, cercare il futuro nelle ufanìe dell'arte, e ritrovarlo nella commozione antifeticistica e defeticeizzante con cui partecipiamo alla mediazione creatrice dell'artifattura critica di una soggettività vergognosa del proprio silenzio (pre-artistico) percettivo. Ricordando magari con il poeta l'esortazione della statua apollinea al contemplatore: «Devi cambiare la tua vita». In fondo, è tutto qui. Solo che dobbiamo cambiarla da soli e insieme in quel tempo di liberazione che è anche liberazione del nostro attuale tempo (il)libero. Per ridirla con il Goethe di Epìrrema:

guardate sempre all'uno come al tutto;
niente sta dentro, niente sta fuori.
Perché ciò che sta dentro, sta fuori,
E così afferrate senza dilazioni
il mistero sacramente pubblico..."


(e qui trovate un suo interessante articolo del 1981)


mercoledì 10 gennaio 2007

William Stabile


Ogni tanto Alessandro Ramberti mi spedisce un libretto delle edizioni Fara, di cui è il responsabile. Mi è particolarmente piaciuto Contrappunti e Tre Poesie Creole di William Stabile che contiene anche alcune poesie di William Wall, tradotte sempre da questo giovane poeta giramondo. La silloge mostra qualche ingenuità espressiva, ma ci sono dentro alcune perle, fra le quali questa, che s'intitola La Grande Signora e che porta in epigrafe la frase di Luis Cardoza y aragòn "La poesia è l'unica prova concreta dell'esistenza dell'uomo"



Corteggi l'angolo assolato,
molto vicino al muro teso ad arco
della Plaza de Toros.
Al pomeriggio, la fascia di sole fa la strada bianca
che sfetta verso il mare.
Pietre, negli alveoli spugnosi di sapienza miliare
rimuginano sulle parole, lamentano caldo
e sudano storie: nel milleduecentonovantadue,
Sancho IV El Bravo ributtò indietro i Mori.
Non conosceva il damerino di Granada
sparato dai franquisti
che andava a spasso in campagna
con un agave come polipo pietrificato sulla testa.
Non sapeva che oggi, a Tarifa,
i ragazzi strizzano il vento dalle vele
e si aggrappano alle tette.
Ma, contro di te, fu già violenza,
Gran Signora.

E ora,
.................................VIVI POETA
Tu, Comandante del Tempo.

Vivi nella Palma,
nella foglia iperbolica,
piuma d'indiano Kuna che non sei
e mai diventerai.
Proclama la Palma unica regina del Movimento.
Le foglie di ditate lance come guardiani in fila
la proteggeranno.

E allora,
.................................VIVI POETA
....Tu, Interprete del Tempo.
Vivi nel granello di sabbia aggrappato, che esiste
come testimone del piede impastato in acqua e sale
e nel campo di crateri
asterischi che la pioggia sventaglia sulla carta
quando spiega la pagina della spiaggia
dove l'onda si scartoccia sulla roccia
come dita su fogli fino all'orlo della mappa di mare
......e là,
il tronco-virgola della palma
dalla schiena di placche dinosauriche
nel vento annuisce ai bordi,
e il tempo che lascia buchi
sono segni che la rafforzano, e
Ti fanno albero.

E allora,
.............................VIVI POETA
Tu, Estremo Principiante.

Vivi nella chela di granchio spezzata
che la risacca ignora sulla battigia
mentre ti regoli come il marinaio, disegni un grafo
e segui le Stelle fisse:
la Poesia è per Te un pensiero costante.

E allora,
.....................................VIVI POETA
Vivi in questa Playa de Los Lances
dove l'acqua dell'Oceano si fa secca
come lingua di stagno,
e lecca le ferite della sabbia dove c'è un dolore,
mentre l'uomo arcua la schiena nel vento
e diventa Icaro.

....................................POETAPOETA

Riconosci?
...............................Sei Tu, tutto questo!

...........................................................VIVI

Vivi nella foglia del banano sospesa;
la carezza dolce, librata di una mano
su una monadica bolla d'aria.

Vivi nella cirimoia: carciofo abortito,
e nell'ibisco, campana blasfema
erotica di porpora.

..............................POETAPOETA
...................................................VIVI
Prendi atto, finalmente.
Non aver paura dei Grandi
Tu, vivi in questo e in quello
e in loro.

E quando sentirai il serpente avviluppato di un otto
appeso ad un uncino muoversi dentro,
e messo in vetrina da un macellaio scozzese
ti osserveranno, infimamente,
- o il grumo di sangue sul bordo della Sua gonna -
allora, la Gran Signora ti avrà salvato.
Il sistema non ti masticherà
con mascelle da cammello.
Sarai contundente, ma alleggerirai la trama del tessuto
con il rastrello sul velluto
per purificarlo fino in fondo
da ogni impurità.

Sentirai il bello di tutto ciò.
Sai che il tuo dono è altro:
starle in grembo.
E solo per un attimo sarà al mattino
acido petrolio di Marmite da spalmare, e al lavoro
colletti sporchi piegati male.
I calzini corti, nei treni, che rovinano sotto la giacca
non ti toccheranno.

La Gran Signora e Tu, poeta,
vi guarderete negli occhi,
finalmente nudi,
seduto sulle sue ginocchia.
Tua è l'estasi.
Ti sarai spogliato del vestito sudicio
che ti metti addosso:
"perché se non sei poeta non sei nulla"
inganno del sentimento per il quale ti dividi:
infili le staffe e attraversi a cavallo la pampa,
pretendi di dar fuoco con acqua australe all'erba coirón,
perché il cuore dei sentieri (non segnati)
batte a spirale (con un tam tam) sulle Ande,
e la pietra focaia si nasconde
per essere cercata.

E sarà giusto così...

...................................................VIVI POETA

Sei Tu, tutto questo!

Fai qualche proposta concreta
alla progressiva svolta della cuspide
che l'arco moresco fa
e dalla maiolica araba laccata di blu
dove questo porto ai confini
rispecchia un futuro incerto nei giardini.

martedì 9 gennaio 2007

PoDcast e altre voci


Ultimamente sono nati blog di poesia che mettono in primo piano la voce. Segnalo, nella rubrica Poesia&Blog, su Tellusfolio, la presentazione dei blog di Vincenzo della Mea, di Roberto Ceccarini e quello gestito da Daniele De Angelis con Andrea Tosti.

sabato 6 gennaio 2007

Ferruccio Benzoni (1949 - 1997)


Uscito nel 2004 per le cure di Dante Isella il Canzoniere infimo e altri versi (Ed. San Marco dei Giustiniani) contiene la prima produzione di Benzoni, credo la migliore. Le sue poesie stringono una tradizione che va dal tardo Sereni ai Crepuscolari, passando per il Caproni metricamente più ricco, quello del Passaggio di Enea. Ferruccio Benzoni è stato un poeta degli affetti familiari, del lutto e del paesaggio meno scontato di Cesenatico, un provinciale, insomma, in forte contrasto con lo snobismo cittadino.
Nel 1972, Benzoni, Stefano Simoncelli e Walter Valeri (fondatori l'anno successivo della rivista "Il porto. Del fare cultura in provincia") parteciparono a Cervia a una serata di Potere Operaio contro la guerra in Vietnam. Salirono sul palco e recitano ‘Signora Felicita’ di Guido Gozzano. Furono fischiati e cacciati.

Malgrado gli amici eccellenti (Raboni, Fortini e Sereni) incontrati poco dopo, a partire dagli anni ottanta, Benzoni inizia una 'vita da poeta' in perpetuo esilio maledetto, fra alcool e solitudine, esilio risolto sposando Ilse Maier, nel 1995: troppo tardi per salvargli la vita.




Azzurra e fosca


II mare è quella cosa azzurra e fosca
che tu e io navigammo un giorno
e altri incanti poi, naufragi e tenerezze
a noi sparendo torbidamente avvolse.

Non reciti più "mi sento idiota e stupidosa" e io,
io (è sabato) più oltre sparirò nell'agro del mio cuore.
Berrò vino a frodo fra i vapori e ancora
sospirerà mia zia, dirà "porti su le gocce?".
Più non vivi di me l'iddio e la rabbia, quel sogno
(ricordi?) di topi in soffitta, di cartone e travi.


Altri sogni ormai ti faranno stornare ma
azzurro e fosco il mare (l'amore) perché
non muore mai - quella cosa che eri tu sola in me
tanto vasta, troppo, elementare.


Confessioni per un autoritratto

sui muri in fuga delle vecchie case
il vento perlustra i rovinosi crepi,
la calce viva, la muffa vile infradicita.
Qui ho vissuto e un male d'ombre ha attecchito
qui devo finire con la mia sete intatta.
A ingigantire è una segreta ombra che avanza
defilandomi: io vivo di profilo.


.......................................................Dell'amore
amo la mancanza di libertà l'infinito
possesso, l'oscura cecità soave. M'angoscia
il viscido muschio che gli amanti schiumano
quando il riso muore con la carne ed è carie
la dolcezza, una sbadata bava. Così
la pelle tua franta a febbraio al muro di una
casa dalle marcite gronde.

(Intenerire era sapere più a fondo di più
l'effimera ferocia della mia verità).


*

Ah, non lo dice l'amico ma in silenzio
preferisce i miei versi notturni, l'acre
elegia dei risvegli tristi in periferie
desolate dove a pena s'ode tarlato
un limpido canto raschiato come la voce
che in dissonanze a volte mi si screzia.
Nulla più del suo affetto m'addolcisce
tenace come di ragnatela ai piccoli soffi
di chi spegne fiammileri al buio.
A lui questi altri versi dedico tracce
di devozioni nuove nuovi ardori rinati
su quel campino dove tra le maglie rosse
e furenti dei giocatori a moscacieca giocava
ridendo la mia docile follia d'essere al mondo.


*

II mattino color seppia un sogno.
Ah sì, stefano dribblava i bambini e carla,
la occhiazzurri, guatava come una stella mancina.
Nella scuola fra i campi, era maggio, la rosa pungeva...
Ma poi la bidella nera suona la campana; e ecco
s'apre il giorno simile a un lago
inerte, di stagnola. Infine non mi sfugge
impettita chi traghettasse nella galleria nel buio.

venerdì 5 gennaio 2007

lingua, poesia, esperienza


Sul nuovo numero de L'Ulisse (linkato nel titolo), è possibile leggere un mio breve saggio dal titolo "Quale linguaggio per quale poesia, oggi? Quale linguaggio per quale esperienza, oggi?": si dice dell'impossibilità di un linguaggio unico, si nega il vero preliminare, si suggerisce l'atteggiamento che dovrebbe avere il poeta nel presente, si mette in questione il dominio dell'esperienza di tipo intellettivo, che ci costringe a vivere in "un eterno presente sovraccarico di stimoli senza altrove, un presente dai saperi omologanti e costantemente aggiornati, privi di teleologia." E conclude: "Se è questa l’esperienza comune (e castrante) nei Paesi del tardo capitalismo, allora interrogarsi su quale linguaggio sia più salutare alla contemporaneità, significa anzitutto riconoscere che esiste un’abbondanza di codici settoriali, tali da saturare le esperienze legate al sapere calcolante, mentre va sempre più inaridendosi quella lingua degli affetti e del profondo che certa poesia, appunto, coltiva con maniacale ostinazione: dare a queste due esperienze lacunose una lingua e una sintassi – plurali e votate alla metamorfosi, al farsi e disfarsi continuo del presente – mi pare sia l’azione spettante al poeta e che costituisce, dunque (e ciò è fondamentale), la sua eticità."

mercoledì 3 gennaio 2007

Mara Cini: inediti


Così come Forbice (Anterem, n. 73) si sviluppa in orizzontale, queste quattro poesie sparse scalano in verticale, secondo il passo dell'anatomopatologo o del bibliotecario, intento a catalogare scene minuscole, ad intagliare particolari dal mondo, senza pretesa di salvarne la parte migliore. In questa selva colpita dal fascio dello sguardo e tendenzialmente silenziosa, traspare anche la vita, la propria vita giocata sull'uscio, "su due fronti" ossia il dentro e il fuori, dentro e fuori dalla storia, dentro e fuori dalla possibilità di chiudere il vecchio, di rifondare l'adesso.


quattro poesie sparse

(dopo Forbice – dicembre 2006)


il canto scialle
storia che ha solo un inizio

nella ferita si chiude
e finisce

le ciglia decorano
un rigo di sonno

nell’aria della memoria
primo è il silenzio

incognito e svelato
dall’esodo,
dall’inchino

favola con i corvi
verbi neri nel cielo

maschera di montagna
addio di alberi
buongiorno di ginestre

conchiglie pellegrini
e vongole unghie-di-strega

desiderio di rimanere qui
senza dire

non si sta partendo
sempre sul punto di

tempo su tempo, l’amante
s’ incista e forse lo sa

se è cenere è stato velluto
(pelle del polso quando levi l’orologio)

smania tenuta a bada
volatile, lunatica

dove vuoi riposare non riposi
ostinata che ti mando pensieri



*

gala di gelo, guarda
cosa resta

si può dire inchiostro
si può dire cenere

tagliare e sforbiciare
cosa si vorrebbe

fare, tagliare, tirare
sia fili che lane

non c’è un dire
e non c’è questo non dire

come nei Testi per nulla che si dice
“dico alla testa”

i passi arrivano
senza contatto, senza tradire

i passi
insieme a loro



*

bagliore del nome
deflora l’ingresso

alla porta intralcia
un bastone

(ricorda la nuca, il polso
e il suo secreto)

su due fronti
si fa armistizio
correndo tra l’uno e l’altro
senza fissa dimora

non sasso lanciato
pietrisco
questo adesso



*

porta il giorno
in palmo di mano:
d’inverno il più breve

un ciuffo di iris
si torce a ideogramma,
appassito, in dicembre

il fuori respira silenzio
poi grido di cornacchia
poi brusio d’autostrada
e perfino il fischio di un treno

fuori si trovano cornetti perduti
dal daino giovane, fili elettrici,
fioriture fuori stagione,
stuoino raspato dal gatto Léon

martedì 2 gennaio 2007

Helle Busacca (1915 - 1996)


I quanti del suicidio (S.E.T.I. 1972) è considerata la raccolta poetica più intensa di Helle Busacca, alla quale vanno subito accostate le due opere successive: I quanti del karma (Seledizione 1974) e Niente poesia da Babele (Seledizione 1980). Tutte e tre mettono in scena la scomparsa tragica del fratello Aldo, avvenuta nel 1965.

Nelle Poesie scelte (Ed. Rispostes 2002, a cura di Daniela Monreale), Ernestina Pellegrini scrive, a proposito dei Quanti del suicidio: «Queste 149 poesie sono le cronache apparentemente trasandate, lasciate venire a galla come bolle d'aria, di un delirio di separazione. E' una poesia impura, offuscata da un dolore che si fa forza di una professione di fede materialistica. Si sente sullo sfondo la dichiarazione di Mallarmé di Igitur "Sì lo so non siamo che vane forme della materia"».
(il ritratto della Busacca è opera di A. M. Ortese)



*


E ora, ora comprendo
ciò che intendevi dire quando mi scrivesti
in quella lettera che echeggiò dentro
col timbro funebre di un'esperienza
futura, e dimenticata,

“quando in questo mio esilio
mi ritiro in una camera di albergo
qualunque, stanco, la sera,
allora, credimi, anch'io
sento il bisogno di una carezza”.

Intendo adesso cos'è
una stanza dove nessuno entra,
nessuno che sia qualcuno per te,
che ti contrae le pareti
più e più intorno come la “cassetta
dove ti sei acconciato
”,

e la fatica priva di senso
che serve “solo a comprare con la tua pena
la pena degli altri”,
.................................le lacrime
che sgorgano dalle ciglia come da una sorgente,
dalla sera all'alba
”.


*

E perché dovrei andare in grecia
o a creta o in egitto o a siviglia,
e perché sognerei
gli atolli dalle verdi lagune,

mio fratello non è là.

I suoi occhi infinitamente tristi
infinitamente dolci in cui brilla
quel radioso sorriso,
questo universo senza pupille
non sapeva che cosa farsene.

E la sardegna, sì, paola,
un tempo, è bella, avrei potuto scriverti;
ma ora,
..............ed è questo che vorrei che udissi,
aldo che dormi accorato ancora
di ciò che non avesti,
....................................................non è che limo
e cenere come ogni cosa: bello e gentile,
nulla, se non quel nulla ch'è un cuore d'uomo.



*

Qui, via dezza 24
milano ore undici della sera emisfero nord
europa anno millenovecento
sessantanove di un tale cristo, e cinquemila e rotti
dalla creazione, amebe e tutto, qui, da una casa
che ho pagato in affitto sacrosantamente
dal 1960 in poi
mezzo milione all'anno, un soggionro, due
camere microscopiche, un gabinetto
e una cucina da lilliput, ma un terrazzo
sui tetti e quattro balconi
con le alpi quando si vedono ed il duomo
stile gotico, guglie e statue, ed una madonna
d'oro, che mi ha protetta anzi ci ha protetti
in due, non invidiassimo suo figlio in croce,

da notare che nel sessanta il mio stipendio
era novantamila mensili, e il gas
per il suicidio di aldo, cinque anni dopo, è costato solo
duemila lire, così a occhio,
qui via dezza ventiquattro, che maledetta sia questa casa
e tutto ciò che essa vede
in saecula saeculorum e oltre
...................................................mi si scaccia fuori
perché chi acquista un appartamento
completo di suicidio e fame coi milioni tondi
che io non ho mai, che strano, potuto mettere
insieme, può, tempo sei mesi,
dar la disdetta all'inquilino e affittare poi
a prezzo raddoppiato
.......................................la padrona nuova
“qui abbatteremo un muro qui ne alzeremo
un altro, lei, a sgomberare, per legge, ha tempo
a settembre”, certo è una santa ricca di benedizioni
Dio benedice i suoi coi quattrini: “…e il resto
per soprappiù”.
................................L'ex padrone, altro santo certo,
da me in dieci anni ha avuto cinque milioni
ma oggi piglia mezzo miliardo a vendere
il suo palazzo e io sgomberi con le mie scartoffie e con le scartoffie
di aldo, plasma phisics
...........................................potrei esser povero,
domani; anche malato, senza lavoro,
isolde; che rispondi tu a questo?…

..............................................................Notte,
via dezza 24 milano europa
qui da un civile centro giusto operoso
da un “grande cuore” della razza bianca che è
si sa, la più altruista che il cosmo e Dio conoscano

penombra, ho girato due lampadine
al lampadario nel centro che ha sei calici perché ora
ho il giradischi e ho scoperto che nel buio si ascolta meglio

quattro anni or sono ne giravo tre
perché la luce elettrica costa e già c'era aldo a polarizzarsi
sul viso per tutta la notte la lampada da 150 watts,
ma sempre più spesso malgrado quella imbeveva i mattoni
l'urlo del suo incubo,
......................................no, non fatelo, aiuto AIIUUTOO!

qui europa italia milano emisfero boreale
Galassia-della-Morte, Sistema-dei-Briganti, Pianeta-degli-Assassini!

lunedì 1 gennaio 2007

Poeti 2006


Apro il 2007 con una sintesi del lavoro fatto sinora. Gli autori sono citati in ordine di apparizione (come nei films), segnando in verde quelli che, a memoria, hanno suscitato maggiore entusiasmo.



In circa otto mesi di Blanc de ta nuque e 136 post, abbiamo incontrato 52 poeti italiani:
Lamberto Pignotti, Paolo Albani, Arrigo Lora Totino, Giorgio Guglielmino, Adriano Spatola, Stelio Maria Martini, Valerio Magrelli, Andrea Zanzotto, Marica Larocchi, Osvaldo Coluccino, Alfredo Giuliani, Rocco Brindisi, Cristina Campo, Giulia Niccolai, Danilo Dolci, Salvatore Toma, Mario Benedetti, Ilaria Seclì, Giovanni Santacatterina, Isabella Morra, Antonella Pizzo, Giacomo Bergamini, Magdalo Mussio, Stefano Massari, Giovanni Turra Zan, Victor Cavallo, Eros Alesi, Giuseppe Piccoli, Fernanda Romagnoli, Corrado Costa, Nella Nobili, Angelo Maria Ribellino, Gianni Toti, Patrizia Vicinelli, Giancarlo Albisola, Mario Moroni, Giorgio Bonacini, Pier Paolo Pasolini, Erminia Passannanti, Marina Mariani, Vittorio Reta, Fabiano Alborghetti, Toti Scialoja, Cristina Annino, Edoardo Cacciatore, Gianna Sarra, Edoardo De Filippo, Aida Zoppetti, Camillo Pennati, Chiara Cavagna, Angiola Sacripante, Alessandra Conte.


14 poeti stranieri: Oliviero Girondo, Gottfried Benn, Javier Heraud, Idea Vivariño, Edmond Jabes, Hölderlin, Omar Kayyam, Rachel Corrie, Gary Snyder, Robert Byron, Charles Simic, Nina Corwin, Novalis, Ronald D. Laing


3 articoli tratti da riviste: Clandestino, Abiti-lavoro, Lotta poetica.