giovedì 30 novembre 2006

by logos




Nel gennaio 1978, per iniziativa di Fernando Bandini, Silvio Ramat, Cesare Ruffato, Luciano Troisio e Andrea Zanzotto, fu inviato a più di cento poeti italiani, scelti non in ragione di spe­cifiche tendenze, un manoscritto in cui si proponeva di partecipare al seguente esperimento:
«Entro il 30 aprile 1978 ogni poeta farà pervenire ai promo­tori un suo testo poetico in lingua italiana di almeno venti versi e non più lungo di cinquanta versi, in due copie dattiloscritte. Subito dopo detto termine tra tutti i partecipanti saranno scelti circa venti autori, a ciascuno dei quali saranno inviati tutti i venti testi scelti. A nessun poeta saranno comunicati (se non alla fine dell'esperimento) i nomi degli altri partecipanti.Ogni poeta dovrà considerare detti testi come fossero altret­tante minute di poesie di sua produzione, su cui torna a mettere le mani. Apporterà ad essi ogni tipo di correzione, cancellatura, aggiunta, sostituzione o qualsiasi altra modifica ritenga oppor­tuno. Ogni partecipante potrà anche rifiutarsi di prendere in considerazione alcuni componimenti, impegnandosi comunque a rìelaborarne almeno la metà più uno, e a restituire allo stesso indirizzo, entro il 30 settembre 1978, i testi riscritti da lui e rielaborati senza limite di lunghezza».
Gli autori che risposero furono 25: Miccini, Sanesi, Vassalli, Toti, Cimatti, Gaudio, Accrocca, A. Serrao, Ramat, Moriconi, Ruffato, Bettarini, Barberi Squarotti, Troisio, Ramous, Zanzotto, Spaziani, Dego, Ruffilli, Erba, Porta, Insana, Finzi, Scalise, Sacerdoti.
Nel 1979, Lacaita editore diede appunto alle stampe By Logos. Espo-esproprio transpoetico (a cura di Ramat, Ruffato, Troisio)

Ecco un esempio:

testo originale


SPOLETO E DOPO

Le case in ombra un pomeriggio designato
alla incursione fra le case e pergola
medioevale d'ombre
per di là
via della fonte secca fino al largo
innescato al parasole dove l'arte prolunghi
al gioco i motivi di un novecento mercantile
per questa compagnia nata di segno d'aria: l
ui il gesto del predicatore
delle dita
e parlava per noi presso di noi dispersi
su territori di confine ormeggio alle cose minute
un morire pacifico e terrestre,
gli altri
detto il già detto chi cercava ascendenze fra le bifore
la forma la figura,
chi canta felice te che il regno ampio dei venti
provando accordi canta, cantano come se fosse niente
di bocca in bocca
in bocca di chitarra sporta a una Spagna intravista appena
E il sogno? Il sogno in lungo e in largo dove cala
la nebbia del racconto e il suo furore di niente
altrimenti Milano palude fino in fondo, Milano
finta e insieme credibilmente vicina?
Che di rocca in residenza d'ali la nebbia
distolse la giostra dei colombi e alla distanza
geme la carovana bianca dei suicidi
di bocca in bocca
per altra compagnia, chi chiamando per nome
un dio come tutto dovesse cominciare da capo,
chi e me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo i ricordi
patiti, le mani intrise di vapori e gonfie
dei vaticini, anche me: anche stanotte esplodono tralicci
reclinando la testa rugginosa del racconto
non si sa mai nasca dai relitti una storia qualcosa
non si sa mai qualcosa
e qualcosa per dopo


Riscritture:

SPOLETO E DOPO


Una storia qualcosa, dici, non si sa mai
Felice te che empio il regno avventi
fra bocca e bocca di chitarra e suona
la casa in ombra tra la bifora e il prato.

Va predicando il vento a piena vela
la tua morte ormeggiata tra le fragole acerbe,
in lungo e in largo spinge sulla palude
tocchi di nebbia, colombe e chitarre.

E il sogno? Come sempre è nuvolaglia in fuga,
codice scombinato, delirio che si delira.
La fonte secca, Mediolanum, il Medio­-
evo ch'é tuo, un furore di niente.

Chiama il tuo dio. Lui è fuggitivo,
non te. Non si sa mai se dai relitti
nasca qualcosa, carovana timida
di suicidi, ortica, testa rugginosa,
asteroide caduto. O se il vaticinio esploda.


SPOLETO E DOPO


Le case in ombra un pomeriggio
alla incursione fra le case e pergola
medioevale d'ombre
per di là
via della fonte
secca fino al largo innescato al parasole
dove l'arte prolunghi al gioco i motivi
di un novecento mercantile per questa
compagnia nata di segno d'aria: lui il gesto
del predicatore
delle dita
e parlava per noi presso di noi dispersi
su territori di confine ormeggia
alle cose minute un morire
pacifico e terrestre,
gli altri
detto il già detto chi cercava
ascendenza fra le bifore la forma la figura,
chi canta felice
te che il regno ampio dei venti
provando
accordi canta, cantano
come un nulla di bocca
in bocca in bocca di chitarra sporta
a una Spagna intravista come un lampo.
E il sogno? Il sogno lungo dove cala
il racconto e il suo furore di nebbia
altrimenti Milano palude fino in fondo Milano finta
e insieme credibile e vicina.
Che di rocca in residenza
d'ali la nebbia distolse la giostra dei colombi
e alla distanza geme la carovana bianca
dei suicidi di bocca
in bocca per altra compagnia, chi chiamando
per nome un dio come tutto
dovesse cominciare da capo, chi a me
che i tempi ed il desio d'onore fan per diversa gente
ir fuggitivo i ricordi
patiti, le mani intrise di vapori gonfie
dei vaticini, anche me: anche
stanotte esplodano tralicci reclinando
la testa rugginosa del racconto non si sa
mai nasca dai relitti una storia
qualcosa non si sa mai qualcosa
e qualcosa per dopo

mercoledì 29 novembre 2006

Trovaperiodici


Questa non è una testata giornalistica, però, a volte, si comporta come tale. Quando serve. Per esempio in questo caso.
Tramite il "Trovaperiodici", accessibile dal sito dell'USPI (http://www.uspi.it/), è possibile conoscere e collegarsi a quasi tutte le testate periodiche associate all'Unione, divise per contenuti e materie trattate. Consiglio di farci una visitina e magari, per Natale, di abbonarsi ad alcune riviste o di regalare l'abbonamento ad un amico. Poi, se resta qualcosa, di fare un'offerta a "medici senza frontiere" o a qualche altra associazione umanitaria.

Domani torniamo alla poesia. Promesso :-)

lunedì 27 novembre 2006

punto di vista



questa non è una domanda

questa non è una pipa

questo non è il solito post

questo è un pronome dimostrativo

domenica 26 novembre 2006

VeronaPoesia


Tra i moltissimi momenti di VeronaPoesia che si svolgerà tra oggi e il 3 dicembre, segnalo gli incontri con i poeti.

Sabato 2 dicembre 2006:
Sala Montanari ore 18.15
Luoghi del senso
Recital di Maria Angela Bedini, Giulia Niccolai, Camillo Pennati, Michele Ranchetti, Antonio Rossi, Roberto Rossi Precerutti, Enrica Salvaneschi,

domenica 3 dicembre
Società Letteraria Ore 10.30
La mancanza d’essere
Letture poetiche di Giovanni Ariola, Gianfranco Coci, Marcella Corsi, Ariele D’Ambrosio, Stefano Ferrari, Michele Fianco, Miro Gabriele, Oronzo Liuzzi, Eugenio Lucrezi, Stefania Negro, Salvo Nugara, Lina Salvi, Renato Tonozzi, Eros Trevisan, Cesare Vergati

Ore 15.00
La perdita e l’indicibile
letture poetiche di Patrizia Bianchi, Dome Bulfaro, Paola Cattaneo, Adriano De Luna, Antonella Doria, Giusi Drago, Giancarlo Fascendini, Adelio Fusé, Fabia Ghenzovich, Francesca Giraudi, Maria Grazia Martina, Alberto Nocerino, Andrea Rompianesi, Stefano Rossini, Massimo Sannelli

Ore 16.30
I piaceri del testo
Letture poetiche di Giorgio Bonacini, Davide Campi, Mara Cini, Flavio Ermini, Marco Furia, Rosa Pierno, Ranieri Teti

Ore 20.30
La forma dell’attesa
letture poetiche di Domenico Cipriano, Tiziana Colusso, Federico Condello, Elena Corsino, Dino De Mitri, Sonia Gentili, Lino Giarrusso, Anna Laura Longo, Eros Olivotto, Paolo Polvani, Laura Puglia, Jacopo Ricciardi, Luigia Sorrentino, Pietro Spataro, Ezio Zanin

venerdì 24 novembre 2006

Angela Paola Caldelli

Riporto quanto scrive Paola Febbraro a proposito di questa dimenticatissima poetessa: «Di lei non so altro se non quello che lei stessa ha scritto nel risvolto di copertina del suo unico libro, pubblicato nel 1980 in una edizione fuori commercio a cura di Geno Pampaloni, il primo a ‘stimare’ la sua poesia, e poi ristampato nel 1981 dalle ‘edizioni del girasole’ di Ravenna. In una bancarella di libri usati a Piazza Esedra ho trovato una copia di quest’ultima edizione. Questo è quindi il ‘libro di una vita’: letterale. Nell’introduzione Geno Pampaloni narra la storia di questo incontro e le vicissitudini per far pubblicare il libro di Angela Paola Caldelli, che aveva 65 anni quando gli inviò le sue poesie. Molti editori ‘illuminati’ si rifiutarono di pubblicarla solo per il suo ‘misticismo’.

Quando l’ho letto sono ammutolita come ci si ammutolisce davanti a un fuoco. Una lingua italiana che fa tremare i polsi per la sua bellezza. Riporto qui la sua nota autobiografica che credo dica moltissimo sia su di lei che sul valore del libro. E quanta dignità in queste sue parole.

Notizia autobiografica: "Nessun dato di rilievo. Gli studi un abbozzo; allieva di scuola privata, si ammalò in quegli anni, e, negata ad esatti concetti, seppe mai applicarsi; avida di letture, quello che capitava. Desiderandolo tutta la vita, potè dedicarsi a scrivere, a parte frammenti, quando già ne disperava. Estranea ad influssi letterari, le giunse insperato consiglio e sostegno. Prodiga di aiuto; assistenza di molti anni nella malattia della madre. Dall’ascolto della Messa ogni giorno, ciò che conosce dei testi. La famiglia borghese, fedele cattolica. E’ nata a la Spezia nel 1904. Vive abitualmente a Lucca." A.C.»


Poesie da TU m’hai sedotta di Angela Paola Caldelli

Pendici

Sospeso. Non un palpito. O soltanto
fronda saggiando in levità tastiera.
Alternativamente
un’impennata in alto e al cuore d’ombre
lo sciogliersi il dirompere improvviso
il dilagare. Oh selve oh vento oh estate.

“Canterò le tue meraviglie” (salmo 70)


Il firmamento

Mio telaio lassù. Questi miei fili
debole ordito
e cicatrici nodi nella trama
non già non già
lassù da un capo all’altro sera a sera
dalla mia sponda un velo un manto d’oro
tra gli uccelli di fuoco.

“Canterò le tue meraviglie” (salmo 70)


La solitudine

Al mio lido mai navi.
Nessuno giunge
recando i suoi doni.
Verde isola deserta
tra sole e tempeste
sperduta su mari profondi.
Passano navi lontane.
Deserta mai. Romita.

“… cammin di nostra vita” (Dante)


Minimi

Non disprezzo la briciola. Lei me.

“… cammin di nostra vita” (Dante)


L’onda

Sarà sarà ch’io giunga
di spuma le ghirlande
uccello bianco alato
la seta d’un sospiro
in grembo a riva il capo
forza sciogliendo e chiome
sarà ch’io m’abbandoni e Tu m’accolga
da vaste lontananze e oscuri abissi
oh dolce spiaggia io vengo.

“…fuoco divoratore” (Deuteronomio)


Vita con te

Lasciami ancora all’ombra del giardino:
al fulgore s’adeguino germogli

“…fuoco divoratore” (Deuteronomio)

giovedì 23 novembre 2006

Toti Scialoja



Tre poesie tratte da Rapide e lente amnesie (1994), silloge nella quale Scialoja - come scrive Giovanni Raboni in Id., Poesie. 1979-1998, Garzanti 2002 - dà vita ad "una sorta di «largo» o forse di passacaglia, di ciaccona, capace di impastare in un'unica materia sonora al tempo stesso con­cretissima e volatile le buie ceneri dell'esperienza e il pul­viscolo d'oro dell'immaginazione, di far volteggiare insie­me, come se le leggi della fisica terrestre fossero davvero e per sempre sospese, gli opachi automi dell'ossessione e dell'angoscia e i trasparenti vessilli dell'euforia". (immagine: dipinto dell'autore, Senza titolo. Tecnica mista su carta da pacco. cm. 44 x 48)


Giardino
Ada ride quando tocca col dito l'acqua per davvero
ride come per dire che tutto oramai sarà concesso
sull'acqua della fontana passa un necrologio leggero
il diffondersi dell'opaco alla ricerca del riflesso
di un'epoca chiara su cui sono esaurite le indagini.

Trotterellandole intorno manteneva bassa la coda
il setter poggiò le zampe piumose di colpo sul bordo
della vasca toccò col muso l'acqua passata di moda
tutti guardavano l'acqua come fosse già nel ricordo
l'acqua mordeva i rimorsi specchiava persino i glicini.


La velocità della luce

La luce resta in attesa l'estate la rende insistente
anche la voce si espande cerca un luogo che la rimandi
il violetto dura venti passi si trasforma in celeste
l'ombra s'addensa alle spalle nell'orrido degli oleandri
chi si affaccia al belvedere il mare specchia ancora il giorno.

Lottare contro l'oracolo negarlo fino allo stremo
è l'avventura sordida data in sorte alla nostra specie
l'ombra s'addensa alle spalle di fronte il mare va in fumo
perché di notte fa buio? La velocità della luce
è costante ma nessuna galassia vive in eterno.

A voce bassa

Parli così a voce bassa che non mi arriva una parola
non mi arriva una parola di quello che mi dici a voce
talmente bassa che vedo agitarsi le labbra e basta
labbra colore dell'ambra del sangue subito di pece
tanto si addice al silenzio l'esaurirsi di un sottinteso.

Dal moto delle tue labbra io potevo ricostruire
il percorso di un tortuoso discorso gremito di incisi
l'identità è un'irritante convenzione dura a morire
il tempo ci ha cancellati la spugna intrisa ci ha fraintesi
certo parlavi di questo muovendo le labbra in disuso.

martedì 21 novembre 2006

Fabiano Alborghetti



E dove altro credi possibile la mia presenza
se anche la mia terra è contro? Non rimane niente altro
che la cancellazione ripeteva un dirsi presenti

anche senza il luogo. Adesso conta diceva
fai la somma dei rimasti. Sottratti gli urti i lampi
i sacchi senza nome o le cataste di arti e bocche colme

di vuoto avrai la misura del rimanere, l'innominata ampiezza



E' la la poesia che apre L'opposta riva (LietoColle 2006): il poeta si fa portavoce di un migrante, la cui presenza (in Italia) si sostanzia nella "cancellazione", nel non-esserci; invisibilità già cominciata nella terra natia ("la mia terra è contro") e conservata, quale ultima risorsa identitaria, qui, nell'opposta riva, che prende in consegna l'ombra, ciò-che-non-è-mai-stato. E' come se la terra dei vivi fosse già da sempre aldilà, regno delle ombre, traghettate da un terzo mondo morituro ad un occidente fantasma, che le impiega poi per far funzionare quel fuoco eterno, laico e tutto esposto chiamato progresso.

L'identità migrante si gioca dunque nella cancellazione di un soggetto che per noi si costituisce, semplicisticamente, attraverso le sue parti anatomiche e i suoi bagagli (sacchi senza nome, cataste di arti, bocche colme di vuoto): è il tristo paesaggio di un ponte di nave stracolmo, disumano perché fatto di un unico corpo mostruoso (braccia, teste, denti estranei), un corpo plurimo che nasconde ai nostri occhi l'umano, che lo maschera e, così facendo, lo custodisce. In questo senso, "cancellazione" non è soltanto la risultante di un atto di censura violenta da parte delle burocrazie nazionali, ma può diventare una risorsa per chiunque riconosca, in questo denudamento biografico-oggettuale, in questa scarnificazione, "l'innominata ampiezza" dell'umano: soltanto interrogando "la cancellazione" possiamo infatti avvicinare il resto, ciò che rimane d'essenziale, ciò che resiste al mercato, all'omologazione: tolto tutto (il visibile, il catalogabile ecc.) qualcosa ancora chiede udienza: è, appunto, il resto, l'inavvicinabile, il differente in quanto tale, che è l'umanità stessa e che, nei derelitti, quasi affiora, quasi diventa tesoro sopravvissuto al disastro del capitalismo avanzato. Impariamo da loro almeno questo, sembra dirci, qui, Alborghetti.

lunedì 20 novembre 2006

Invito


Oggi vi invito a leggere le poesie di Giovanni Turra Zan, brevemente introdotte da me, uscite su Tellusfolio. Poi, se vi va, di passare per il blog de La distanza immedicata, dove ci sono novità.

sabato 18 novembre 2006

Vittorio Reta


il 22 novembre, ore 18,00, alla libreria Feltrinelli di Bologna, sarà presentato il volume Visas e altre poesie di Vittorio Reta a cura di Cecilia Bello Minciacchi, per la nuova Collana di testi italiani contemporanei diretta da Andrea Cortellessa (Le Lettere edizioni).

Visas, unico suo libro, uscì presso Feltrinelli nel 1976, un anno prima che egli si suicidasse. Era nato a Genova nel 1947. Alcune sue poesie le trovate in Parola plurale (Sossella editore) e in AbsolutePoetry



Anche le montagne si colorano di rosa

anche le montagne s icolorano di rosa dei nodi alla gola
negli angoli di casa tua, tra i muri che si sbrecciano
e i crolli
che lasciano muri alti in cima
senza scale,
una porta sull'aria da dove mi fai vedere il mare,
- quel vecchio stagno, una vasca da bagno - dici
se interrompo i riflessi se cerco di raccorciare l'usura
ti inseguo marcescente con le merci del souk con le montagne di menta per il
tè menthe
(mi scavo i piedi nel fango di questa sporcizia africana)
e mi ricalco nell'immobilità da acquatico pesante, da dopo che mi hai detto
che il tuo animale è il delfino,
che non si può mutare nessuna erlebnis in furore
mi rifaccio in mente cartografìe di curve a punta
metto in disordine le topografie, non prendo niente di vivo
mi parlo da sotto in su, su identità ricostruite, mi strappo



*

Quando rallento i tempi e ti vedo

quando rallento i tempi e ti vedo vorrei coordinare innervazioni di spinte
non spiego le parole e sprofondo fra baratri di consonanti
e faccio una di quelle moltidupli di visioni, come le fai tu
con le barre alla sangue, le evolutive, le parentesi in crick al quadrato
rimetto in piedi una serie di io che vengono giù dal cuore uniti
che si scontrano in viaggi d'inverno per cercarti nelle stradine della medina
con corse ai portali,
se ti ritrovo coincidono anche gli orari delle stazioni de! treni
che dovevano andare via da soli,
che portano a Fez
e mi stendo nelle incertezze.

*

Il cromosoma della violenza è ultra fluorescente invece

il cromosoma della violenza è ultra fluorescente invece
decifrando una nebbia di equinozi nei planetari
muovendomi con la probabilità degli encefalogrammi diventati cine
resisto in agguato mi immagino dietro la pietra lanciata il nostro
embrione
senza respirare, dietro agli occhi un problema di dosaggi
mi programmo il condizionamento della fascia satellite
della molecola della vita
il cromosoma della violenza è un capitolo dell'avventura
che contiene la filosofia dei vaccini
al di là dell'immunizzazione permanente
delle malattie metaboliche, la rivoluzione è

(forse ho già vissuto nel tuo corpo con la testa rivoltata come un polipo)
saboto le urla che si accendono come luminose
intermittenti sulla parola FINE
forse i valori della specie potranno essere accresciuti
si potrà
pensare a commissionarci la fascia
naturale chiamata DNA satellite
lasciare sospeso
il gesto applicato
e perde il suo sangue
la città è qui male illuminata, in disordine,
(ti immagino dimora del fuoco, decifro nel buio i punti grigi l'imboccatura
della tua silhouette)
Perché piangi?
È l'afa dei lacrimogeni, a seconda di come li porta il vento,
accantoni l'infanzia quando occupi una città,
i cromosomi della violenza, come li porta il vento,
i piedi affondano nei tappeti, in un tappeto pelvico strappano
vedi, il tuo gesto alla finestra, che alza un braccio mima un gesto
compiuto prima a 500 m di distanza quando una mano ha raccolto una pietra
perciò hai il volto ricoperto di mappe epiteliali
ti si sono stampate addosso le impronte digitali in una immensa circolarltà

ecco, ora asciugati, senza male le radici
aspetta un poco
una scarica motoria
che faccia rifluire l'eccitazione
prima che venga toccato il punto zero
ecco, vedi, abito questo episodio al punto di non poterlo descrivere
seguendo una curva, piano, di spalle prima che venga toccato il punto zero
molte volte si contrae la muscolatura liscia

l'afa dei lacrimogeni, la biologia di una lacrima,

quel movimento in cui si è trascinati via,
guarda sta per finire
per raddoppiare la parola che ha provocato
guarda, vedi, forse, sanguino.


*

E non avresti affatto voglia di stare coricato
tra parentesi sopra un giornale anche scritto in
caratteri piccoli e devastato così tra una stazione
e l'altra per tutta una notte commerciale
il passaggio in lettiga, ecco sì scorrevo tra due
rotaie le natiche sui caratteri quando si riferiva
no alle espropriazioni di un pezzette minimo del
mondo un tappeto di stoffa di poltrona del
Roma express, intanto non la finiamo più con
la relazione di cadere coricato contro gli infissi
Senza dimenticare quella volta
Subito descrivendo un paesaggio
Prospetticamente parlando a memoria seduto sotto il soffitto
In posizione d’annasto

giovedì 16 novembre 2006

Cercasi autori


Nel vol. 2 della Storia della letteratura italiana contemporanea (Editori Riuniti 2000), a p.936, Giuliano Manacorda elenca alcuni poeti di sicuro interesse. A fianco dei nomi ancora sulla breccia (Cavalli, Insana, Lamarque, Bettarini, Del Serra, Sicari e Frabotta) o comunque che ancora resistono all'oblio, come Daria Menicati e Anna Malfaiera (è un caso che siano tutte femmine?), troviamo autori di cui non sappiamo quasi più nulla. Anche la rete, in questo senso, non ci aiuta. Li elenco, con le brevi note rintracciate sul web, nella speranza di poterli conoscere meglio: benvenga, dunque, chi ha poesie loro da farci leggere.
Jania Sarno: musicologa, etnomusicologa e scrittrice – è nata nel 1958 a Roma, vive a Verona e insegna Storia della Musica ed Estetica musicale presso il Conservatorio di Trento. Ha pubblicato tre libri di poesia: Malopasso (Edizioni del Leone, 1993), Troglòdi e altri (con un saggio introduttivo di Francesco Muzzioli, La poesia nella crisi della tradizione; Roma, Fermenti, 1995, premio ‘Libero de Libero’/sezione inediti 1992) e Residenza infìda (con risvolto di copertina di Giuliano Manacorda; Minturno, Caramanica Editore, 1999). Si è dedicata anche alla traduzione letteraria, curando il volume di Yves Bonnefoy Lo sguardo per iscritto (Firenze, Le Lettere, 2000)

Lea Canducci nata a Cesena, vive a Roma, dove svolge l’attività di scrittrice e di psicologa. Ha pubblicato numerosi volumi di poesia e un saggio su Leopardi. Nel 1982 ricevette il premio di “benemerenza civica” con la seguente motivazione: “Figlia di un valoroso militante antifascista, partecipò, ancora adolescente, a rischiose attività clandestine, seguendo l’esempio paterno. Superò con grande forza d’animo la tragedia della perdita del padre deportato in un campo di sterminio nazista, dedicandosi, dopo la Liberazione, ad una intensa attività socio-culturale. Illustre psicologa e poetessa, ha trasmesso nelle sue opere e nel suo lavoro i perenni valori di libertà e di giustizia sociale su cui si fonda la Repubblica”.

Renzo Ricchi (1936) vive e lavora a Firenze. Consulente editoriale, giornalista. Attualmente è critico letterario della rivista «Nuova Antologia»; cura una rubrica sui poeti italiani contemporanei per la rivista della New York State University at Stony Brook «Gradiva» e collabora con "YIP-Yale Italian Poetry" (Yale University) e con la «Rivista di Studi Italiani» della University of Toronto, nella quale sono apparse fra l'altro diverse sue opere tradotte in lingua inglese. I suoi testi teatrali sono stati pubblicati in volume in Teatro (Ponte alle Grazie, 1993), e La coscienza in scena (Edizioni Polistampa, 1996). Scelte antologiche dalle sue poesie sono state tradotte e pubblicate in Turchia, Jugoslavia, Grecia, Giappone, Slovacchia, Irlanda, Stati Uniti e Ucraina.

Rodolfo di Biasio, poeta e critico letterario di “America oggi”, è nato a Ventosa (Latina), ma risiede a Formia. Nel 1969, assieme a Arnaldo Zambardi e a Alessandro Petruccelli rifonda la rivista “L'Argine Letterario”. Nel Comitato Direttivo ci sono anche Barberi Squarotti, Emerico Giachery, Giuliano Manacorda e Walter Mauro.

martedì 14 novembre 2006

Marina Mariani


ne "L'Unità" dell' 8 maggio 2002, Marina Mariani scrive:


"Per fare le poesie ci vuole molto tempo. Moltissimo tempo. Bisogna perdere tempo: solo se il tempo lo perdi, qualche volta ti ritorna indietro nella forma di una poesia. Qualche volta succede, ma molto spesso no. Perdi tempo e basta. Si può fingere di fare qualcosa, mentre si sa che si sta soltanto perdendo tempo: io m'invento soprattutto che devo mettere ordine, eliminare oggetti inutili, liberare il tavolo; ma lo so che non è vero. Sto solo perdendo tempo. Per fare le poesie c'è bisogno di tempo anche perché le parole che stanno dentro le poesie, e le compongono, devono essere proprio quelle: non è che ne puoi scrivere una a caso, come viene, così ti sbrighi. No, ci vuole proprio quella. E a volte per trovarla passano anni e tu ritrovi una poesia vecchia, che era rimasta incompiuta: e dopo tanti anni la trovi, la parola giusta. Insomma, le poesie sono oggetti di precisione. Quando si scrive una poesia, spesso si vuole dire qualcosa a qualcuno: cosa sia, quello che si vuol dire, in genere non si sa bene. Non sono notizie, ma sono anche notizie. Non sono messaggi privati, però certo la persona che scrive c'entra molto. Quanto ai destinatari, si possono ipotizzare persone contemporanee, ma anche persone vissute anni o magari secoli prima (raramente persone del futuro; il futuro, almeno per me, è troppo misterioso). Per fare le poesie ci vuole coraggio. Perché sai che quello che stai scrivendo, altri l'hanno scritto molto meglio di te. Non stai inventando niente. E allora giochi, cioè affronti il rischio. Il rischio è il nocciolo di ogni poesia. Per fare le poesie bisogna aver ascoltato, e guardato. Io quando posso vado in giro, ficco il naso dappertutto, m'impiccio di cose che non mi riguardano. Ma si può anche ascoltare quando non si sentono voci, e guardare quando è buio. Per fare le poesie ci vuole pazienza. Perché a fare le poesie in genere si è in due, uno dice e l'altro critica. Questo però non so se è vero per tutti i poeti. Secondo me ci sono due tipi di poeti: quelli proprio bravi e quelli così-così. Quelli proprio bravi scrivono da soli, quelli così-così (io per esempio) devono sopportare quell'altra voce, venirci a patti ogni volta. Con pazienza. Le poesie vengono bene quando uno è molto contento, quando è innamoratissimo per esempio, e corrisposto; e vengono anche bene quando si è disperatissimi e l'amore se n'è andato via, o sono accadute cose ancora più brutte. Per quel che ne so io, di solito una poesia nasce dopo, quando a questo stato d'animo o a quell'altro ci ripensiamo su. Ma ci sono poesie bellissime che tutto esprimono tranne questa riflessione: raccontano il fatto come se stesse avvenendo in quel momento, le leggi ed è come se vedessi un film. Sono inutili, le poesie? Sono utili, certamente, a chi le scrive, altrimenti non le scriverebbe. E forse possono ancora essere poco utili a quei tre o quattro lettori che avendole incontrate per puro caso, colgono con simpatia, per disposizione nativa, per rara consonanza, l'ombra del destino di cui sono il frutto: un destino, direi, di libertà forzata. Chi legge la poesia è libero (lui sì) di dare importanza maggiore all'uno o o all'altro dei due termini."


Nata nel 1928, la Mariani gioca con i luoghi comuni per additare una via altra, nella quale il vedere sospenda il giudizio per accogliere la singolarità delle esistenze.


1

il millepiede s'arrampica
lentamente CON TUTTI I SUOI PIEDI

Poi passa qualcuno
e dice:
Guarda... un verme!


2

Siamo in molti attorno alla tavola
con la pretesa di mangiare

quando s'era bambini qualcuno distribuiva
col mestolo le porzioni

adesso la tavola è per tutti e ognuno si serve da sé
ma i più soffrono d'inappetenza

e la pretesa di mangiare è sfida
che fingiamo di lanciare e che nessuno raccoglie

mentre gli sguardi vanno alla finestra, ai vetri alti,
al sole su Monte Mario accecante.


3

Se tu non vieni a consolarmi
non vale piangere - non vale

La mattina del giorno dopo
è una qualunque mattina

E' passata la vita come un temporale
ora non vedo lampi né sento tuoni

non ho pietre magiche né parole fatate

Andrò al mercato, sarò tra tutti
a Ponte Milvo

tocca a me controllare la bilancia
il peso giusto

Quante madri nel mio passato
chissà se si ritrovano se parlano di me
tra i pianeti


4

È vero, sì, sto invecchiando.
Sono passati gli anni, l'uno
dopo l'altro. Uguali.
Ripeto i gesti: li conduco
per mano, i gesti leggeri
e precisi sopra la barca
prima di entrare nel mare.
Il mare è amico mio,
ci conosciamo da tanto
tempo. Questo mare,
questo pezzo di mare, con l'isolotto
dalla parte dove tramonta il sole,
che s'annera quando il sole
tramonta, e bisogna tornarea riva.

Il tempo
- dicono - lo devi far fruttare,
è il tuo capitale. Inventati
qualche cosa di nuovo, adatta
le tue forze al tempo che hai.
Questo mi dicono gli amici.
Molti se ne sono andati
da questa terra, da questo mare.

Io resto. Devo pescare.
Ci vuole tempo. Bisogna non temere
di perdere tempo: il mare
vuole la nostra vita
tutta, ci chiede
di non misurare il tempo.

Non ama gli orologi, il mare.
L'ho capito una volta per tutte
con mio padre, quand'ero un bambino.
E adesso mi guardano i bambini,
di sotto in su, i nipotini,
e vogliono una storia,
e chiedono: racconta! Ma io non so
storie con un inizio ed una fine.

Io sto. Mi porta
la barca: la dirigo appena,
ma più m'affido a lei.
Io non procedo - coi passi, né col pensiero. Guardo,
e tutto intorno cambia
continuamente, impercettibilmente.
Ascolto il ritmo regolare
dell'onda. Nel colore
che varia, nel ritmo regolare,
io sto. Non solo.

venerdì 10 novembre 2006

qualcosa, qualcuno


E' uscito il quinto poesia&blog, su Tellusfolio; si parla del "Rimbaud marchigiano" Davide Nota e del poeta siculo-monzese Sebastiano Aglieco: due viaggi paralleli e necessari.

Su Universopoesia si sta svolgendo una discussione accesissima sulla natura del blog, sulla sua funzione, sui fini o la fine che gli spetta. Tanta carne al fuoco e vecchi rancori mai sopiti.

Se andate in libreria e chiedete qualsiasi libro di Patrizia Vicinelli, vi rispondono picche: di lei non c'è traccia nel mercato.

mercoledì 8 novembre 2006

lettura


Il gentilissimo Roberto Ceccarini, gestore del blog oboesommerso, ha inserito nel suo "progetto lettura" alcune mie poesie tratte da La distanza immedicata. Convinto che la voce dei poeti sia un valore aggiunto, egli mi ha invitato a leggerle. Per ascoltarle bisogna avere installato il Realplayer, la cui versione base e gratuita si può legalmente scaricare qui
Ringrazio anche Anila Resuli co-autrice del sito e Alivento, moderatrice-sostenitrice.

martedì 7 novembre 2006

poesia e profezia


Questo passo di Novalis, tratto dai Frammenti, è il perno attorno a cui ruota buona parte del dibattito novecentesco su che cosa incarni il poeta. Anche i più giovani sventolano questo passaggio, magari inconsapevolmente, quando affermano che la critica sta in subordine all'opera o che, peggio, tutti i critici sono poeti falliti. Liberarsi di questo peso significa liberarsi del concetto stesso di farsi carne del verbo, per abbracciare l'esistenza nella sua irriducibilità all'universale. Io cerco questa strada.


"II sentimento per la poesia ha molto in comune col senso mistico. E il senso per ciò che è proprio, personale, ignoto, misterioso, da rivelare, necessario-casuale. Esso rappresenta l'irrappresentabile, vede l'invisibile, sente il non-sensibile, ecc. La critica della poesia è un assurdo. È già diffìcile distinguere (eppure è la sola distinzione possibile) se qualcosa sia poesia o no. Il poeta è veramente rapito fuori dei sensi; in compenso tutto accade dentro di lui. Egli rappresenta in senso vero e proprio il soggetto-oggetto, anima e mondo. Di qui l'infinità di una buona poesia. Il sentimento per la poesia ha una vicina affinità col senso della profezia e col sentimento religioso, col sentimento dell'infinito in genere. Il poeta ordina, unisce, sceglie, inventa ed è incomprensibile a lui stesso perché accada proprio così e non altrimenti.
Poeta e sacerdote erano in principio una cosa sola, e soltanto più tardi li hanno distinti. Ma il vero poeta è sempre rimasto sacerdote, così come il vero sacerdote è sempre rimasto poeta. E non dovrebbe l'avvenire ricondurre l'antico stato di cose?"

sabato 4 novembre 2006

la poesia della tradizione


Il centesimo post lo dedico a Pasolini, con questa sua poesia tratta da Transumanar e organizzar. Mi sembra in stretta relazione con il post precedente, anche se la generazione è un'altra. Questa è la generazione che ora amministra i Comuni, le Province eccetera e che snobba la poesia, relegandola in cantina.


La poesia della tradizione

Oh generazione sfortunata!
Cosa succederà domani, se tale classe dirigente -
quando furono alle prime armi
non conobbero la poesia della tradizione
ne fecero un'esperienza infelice perché senza
sorriso realistico gli fu inaccessibile
e anche per quel poco che la conobbero, dovevano
dimostrare
di voler conoscerla sì ma con distacco, fuori dal
gioco.
Oh generazione sfortunata!
che nell'inverno del '70 usasti cappotti e scialli
fantasiosi e fosti viziata
chi ti insegnò a non sentirti inferiore -
rimuovesti le tue incertezze divinamente infantili -
chi non è aggressivo è nemico del popolo! Ah!
I libri, i vecchi libri passarono sotto i tuoi occhi
come oggetti di un vecchio nemico
sentisti l'obbligo di non cedere
davanti alla bellezza nata da ingiustizie
dimenticate
fosti in fondo votata ai buoni sentimenti
da cui ti difendevi come dalla bellezza
con l'odio razziale contro la passione;
venisti al mondo, che è grande eppure così
semplice,
e vi trovasti chi rideva della tradizione,
e tu prendesti alla lettera tale ironia fintamente
ribalda,
erigendo barriere giovanili contro la classe
dominante del passato
la gioventù passa presto; oh generazione
sfortunata,
arriverai alla mezza età e poi alla vecchiaia
senza aver goduto ciò che avevi diritto di godere
e che non si gode senza ansia e umiltà
e così capirai di aver servito il mondo
contro cui con zelo «portasti avanti la lotta»:
era esso che voleva gettar discredito sopra la storia
- la sua;
era esso che voleva far piazza pulita del passato
- il suo;
oh generazione sfortunata, e tu obbedisti
disobbedendo!
Era quel mondo a chiedere ai suoi nuovi figli di
aiutarlo
a contraddirsi, per continuare;
vi troverete vecchi senza l'amore per i libri e la vita:
perfetti abitanti di quel mondo rinnovato
attraverso le sue reazioni e repressioni, sì, sì, è
vero,
ma soprattutto attraverso voi, che vi siete ribellati
proprio come esso voleva, Automa in quanto Tutto;
non vi si riempirono gli occhi di lacrime
contro un Battistero con caporioni e garzoni
intenti di stagione in stagione
né lacrime aveste per un'ottava del Cinquecento,
né lacrime (intellettuali, dovute alla pura ragione)
non conosceste o non riconosceste i tabernacoli
degli antenati né le sedi dei padri padroni, dipinte da
- e tutte le altre sublimi cose
non vi farà trasalire (con quelle lacrime brucianti)
il verso di un anonimo poeta simbolista morto
nella lotta di classe vi cullò e vi impedì di piangere:
irrigiditi contro tutto ciò che non sapesse di buoni
sentimenti
e di aggressività disperata
passaste una giovinezza
e, se eravate intellettuali,
non voleste dunque esserlo fino in fondo,
mentre questo era poi fra i tanti il vostro vero
dovere,
e perché compiste questo tradimento?
per amore dell'operaio: ma nessuno chiede a un
operaio
di non essere operaio fino in fondo
gli operai non piansero davanti ai capolavori
ma non perpetrarono tradimenti che portano al
ricatto
e quindi all'infelicità
oh sfortunata generazione
piangerai, ma di lacrime senza vita
perché forse non saprai neanche riandare
a ciò che non avendo avuto non hai neanche
perduto;
povera generazione calvinista come alle origini
della borghesia
fanciullescamente pragmatica, puerilmente attiva
tu hai cercato salvezza nell'organizzazione
(che non può altro produrre che altra
organizzazione)
e hai passato i giorni della gioventù
parlando il linguaggio della democrazia
burocratica
non uscendo mai dalla ripetizione delle formule,
che organizzar significar per verba non si poria,
ma per formule sì,
ti troverai a usare l'autorità paterna in balia del
potere
imparlabile che ti ha voluta contro il potere,
generazione sfortunata!
Io invecchiando vidi le vostre teste piene di dolore
dove vorticava un'idea confusa, un'assoluta
certezza,
una presunzione di eroi destinati a non morire -
oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata
dimano
una meravigliosa vittoria che non esisteva!

giovedì 2 novembre 2006

Vorrei morire giovane


In fondo io sono un uomo che, per professione, parla di vita e di morte agli adolescenti. L'altro giorno ho dato da commentare i seguenti versi di Sofocle, tratti da Edipo a Colono:

Non essere nati, è condizione
che tutte supera; ma poi, una volta apparsi,
tornare al più presto colà donde si venne,
è certo il secondo bene.
Quando giovinezza non più sia accanto
con sue lievi follie,
qual mai affanno va lungi,
qual mai pena non v’è?


Fra tutti, mi ha colpito questo passaggio di una sedicenne assai intelligente e, all'apparenza, felice:
“Io vorrei morire giovane. Vorrei morire in un incidente, in un attimo, in uno schianto, prima che la mia vita diventi un semplice susseguirsi di azioni fatte per abitudine, prima di non riuscire più ad innamorarmi, prima di non riuscire più ad afferrare lo splendore di ciò che è la vita stessa”.

possiamo darle torto?

mercoledì 1 novembre 2006

un inedito di G. Bonacini


Fra i poeti che visitano, con discrezione, questo blog c'è anche Giorgio Bonacini, il quale mi scrive: "Caro Stefano, leggendo sul tuo blog i commenti (belli e malinconici) al tuo intervento intitolato "SCUOLA" mi è venuto il desiderio di dedicare a tutti una poesia che ho scritto un po' di tempo fa pensando a chi scrive poesie, a chi le legge, a chi ne ha timore, a chi non le conosce, a chi non vuole saperne nulla, a chi..."

Ecco la poesia. Chi volesse conoscere meglio Giorgio, rinvio alla sua voce che trovate qui e ad uno studio sulla sua poesia che ho pubblicato qui



Né uccelli né angeli
consideriamo noi stessi
come esseri alati - non solo luce
becco o la capacità di deviare
da un’immaginazione
che fissa i ricordi nella musica
di un’illusione interiore
o nella difficile ala
che non cerchiamo in noi stessi
ma nel perdurare del volo
nella geometria assurda di una linea
d’incanto - allucinante
tra un’ingiustizia e l’altra -
come sanno gli uccelli nel reciproco
mondo - come saprebbero
gli angeli al terrore di esistere.