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lunedì 10 marzo 2008

Alessandra Palmigiano


La seconda natura (LietoColle 2008) di Alessandra Palmigiano pare nascere da una stanza vuota, che l'autrice ordina con ragione, verso dopo verso. Il passo è controllato perché sembra che la catastrofe sia imminente, anzi, sia già innescata dal principio dei tempi. Si tratta solo di aspettare: alla fine, anche il ferro brucia. Anzi: la catastrofe è sotto gli occhi, in ogni cosa che incontri, basta saper guardare. Con quest'orrida premessa, la "stanza magra" viene riempita, ma sono sempre le cose, la prima natura, a reclamare i posti migliori, ad infilarsi con il loro ingombro domestico, i loro rumori di guerra, con i segni della fine visibile in ogni scorcio. All'irruenza del mondo, la Palmigiano cerca di contrapporre la seconda natura ossia la disciplina della parola e l'architettura del verso, della strofa, della "macchina non biologica" come la chiama Sannelli nell'esergo, "armatura animata e internamente vuota, ma perfetta". La formazione scientifica della poetessa alimenta con metodo questo progetto, tanto che la seconda natura ingabbia, in effetti, la prima, lasciando tuttavia intravedere un margine vuoto, una slabbratura dove – non ora, non qui – la felicità è ancora possibile. Di quest'ultima il libro, nel profondo e pudicamente, ci parla.




Proiettili


Ti chiedo se riesci a immaginare
cosa scrisse Gardini ai familiari
prima di farsi esplodere la testa
Mentre ci pensi ti faccio l’esatta
carezza che ti serve a dirmi: Grazie



*

Quando finisce l'idrogeno
sarà la volta dell'elio
Ed esaurito l'elio toccherà
al carbonio. Così in avanti
fino a bruciare il ferro.


Sleeper

Si tende ad essere poco per volta
nel minimo continuo fra tesa e sopracciglio
nell’inverno dell’estate. Lontano
dalle albe belligeranti, dentro il crogiolo
del ritmo che non cambia il silenzio
Ritrovando il codice della guarigione
attendendo la parola d’ordine
che arrivi la natura, da un’altra parte.



Pattern Recognition

L'apocalisse è la somma di tutte le soglie
generate e varcate sotto la percezione
dove il futuro si incendia sul passato
È la misura del successo, l'ottimismo predicato
ai martiri: il loro inferno è il tuo paradiso
Ed è il discorso delle stanze magre:
nel silenzio delle unghie che crescono
non si trova niente che non vi abbiamo messo
l'oggetto e il suo posto rassicurato
il corollario della assoluta disciplina
della vita reclusa nel crogiolo, la nervatura
dell'intangibilità. E abbiamo ricordato l'armatura
piovere a placche sul corpo dell'eroe
La vestizione segreta, dicevo — declinata in codici
e protocolli della missione svelata tra digiuni
e preghiere, mentre accudiamo al fuoco dell'offesa
la hybris domestica, il laser del supermercato.



In limine

Dietro quest'aria, l'alba che si fa
(come tutte le altre che la chiamano)
ferale nella durezza e nel fosforo
della sua idea di guerra, e solo per poco
ancora si potrà scegliere
di non guardarla, non considerare
la sua necessità, di rimanere
tra gelsomino e stenditoio, intatti.



Mrs & Ms Black


Mia madre ed io e due tazze uguali
con dentro qualcosa che assomiglia
al buonumore di un giorno di guerra
di mani rovinate uguali, ma è lutto
sepolto e rifiorito uguale, e si porta
tra le risate, a celebrare chi siamo.


Alessandra Palmigiano (Catania, 1973). Dal 1996 la sua vita compie oscillazioni di lustri tra Amsterdam e Barcelona. Ha conseguito un dottorato in logica a Barcelona, dove gran parte delle poesie di questa raccolta sono state scritte. Questa raccolta, sua opera prima, è l’evoluzione della silloge omonima apparsa nel 2005 su Atelier n. 40.

giovedì 18 giugno 2015

Ercolani sul "Rilke" di Flavio Ermini


UN LINGUAGGIO ULTERIORE

 […] l’essere si può pensare anche come abbandono. Ciò fa emergere l’esperienza dello smarrimento come valore costitutivo del canto [...]

Ermini 




In un libro di circa dieci anni fa, Il moto apparente del sole. Storia dell’infelicità Flavio Ermini scriveva un trattato poetico-filosofico sull’uomo e sulla parola, sulla magia dell’inizio e l’ineluttabilità della fine, dominato non tanto dal nichilismo della finis quanto dalle strategie che l’“uomo immaginoso” (Leopardi), l’uomo delle “illusioni”, contrappone all’inevitabile e comune mortalità inventando attraverso l’opera artistica i segni originali della sua lotta.

Quel discorso ora si riapre nel nuovo libriccino Rilke e la natura dell’oscurità. Discorso sullo spazio intermedio che ospita i vivi e i morti, AlboVersorio, 2015, breve saggio in cui l’autore scandaglia alcune opere di Rilke, dalle Elegie duinesi a Worpswede, con una particolare concentrazione sulla consapevolezza, centrale nel poeta, di essere-per-la-morte: attento a fissare il punto in cui “la scrittura accetta di celarsi nell’ombra”, nel “gesto incompiuto della scrittura”, Ermini perlustra il tema dell’oscurità rilkiana, che non esige illuminazione ma sottomissione. L’illuminazione sarebbe come un tradimento della notte del linguaggio: sottomettersi a questa notte è un gesto più sovversivo. Non opporsi al destino naturale dell’uomo; trovare la vita necessaria non nella prima nascita, dalla quale siamo lontani, “modello plasmato da mani estranee”, voluta da altri per noi, ma nella seconda nascita, nel nostro vero “inizio”, quando ci inoltriamo nell’indicibile della scrittura e lì lavoriamo con pazienza la nostra morte, entrando in colloquio e non in opposizione con la fine.

“Poeta è chi oltrepassa (colui che deve oltrepassare) la vita” scrive Marina Cvetaeva a Rilke, che proprio su questo tema dell’andare oltre incentra alcune delle pagine più intense del suo Malte. Ermini sottolinea la necessità di un “terzo spazio”, fra vita e morte, dove tutto si compie, dove il visibile viene varcato, dove alla fine è il linguaggio a trovare il suo vuoto e non l’io a soddisfare i suoi desideri. E lo scrittore si trova a essere sentinella e custode di questo passaggio.

Ermini, da sempre, continua a scrivere il suo libro ininterrotto, dove  linguaggio poetico e filosofico, inestricabili l’uno dall’altro, si generano uno dall’altro, in un moto di costante avvicinamento. E qui affiora la verità inseguita dal poeta: “l’essere si può pensare anche come abbandono. Ciò fa emergere l’esperienza dello smarrimento come valore costitutivo del canto”.  Un canto che è ora e qui, frammento del nostro abitare poeticamente la terra anche in assenza di canto, come testimonia la lacerante esperienza dell’ultimo Orfeo contemporaneo, Paul Celan, maestro di oscurità e di dolore.

L’analisi di Ermini dell’oscurità rilkiana, coerente con la sua ricerca di poeta e di critico, non ci guida verso un nulla indifferenziato, da cui la vita è assente, ma verso un nulla da assecondare docilmente, cercando sempre nuovi inizi. Questa docilità, gentile ma inflessibile, non è forse la stessa che ha generato le pagine migliori di Robert Walser? O, per restare a Rilke, è la docilità dello sguardo, quella da cui si fa totalmente pervàdere: «Ma di Cézanne volevo ancora dire: mai si era visto prima quanto la pittura sia da sola in mezzo ai colori, come la si deve lasciare sola, perché quelli si spieghino a vicenda. I loro rapporto reciproco: ecco tutta la pittura». Un rapporto, ma anche una solitudine: su questo contiguità riflette Rilke. E la scrittura, in modo non dissimile, è, e resta, ossessione e pervasione. “Con l’avvento della seconda nascita la scrittura emette un grido liberando insieme la sua passione e la sua fatica”.

Il tema centrale di tutto il libro è l’accettazione della morte e della necessità fondante e mitopoietica della scrittura. Si scrive per continuare a vivere, per lasciare tracce che sconfiggano l’orrore della nuda mortalità, oppure si scrive perché la scrittura è, rilkianamente, la morte al lavoro dentro la lingua e chi scrive non è abbastanza vivo e conosce, più di questo mondo, l’“altra parte” del mondo? Ermini sceglie una via intermedia: scrivere per lasciare sì delle tracce, ma tracce lievi, che non dureranno mai troppo a lungo, perché la strada resta tracciata e non tracciata. L’arte della parola è sempre un orizzonte aperto, un linguaggio vivente, metamorfico, ulteriore, nonostante la certezza della finis terrena.

La penultima pagina dello Zibaldone leopardiano (4525) ci orienta verso le ragioni più segrete del suo pensiero: “Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l’una di non saper nulla, l’altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte”. Trasformare questa certezza, che può sprofondare lo scrittore nell’afasia creativa, in un silenzio fertile, carico di digressioni, domande, aforismi, interrogazioni, parabole, è il progetto utopico e ossessivo di Ermini. Che in quest’ultimo libriccino, dedicato allo spazio intermedio fra i vivi e i morti, raggiunge un acme di illuministica chiarezza. Lo scrittore ha proprio questo compito di traghettatore: di aiutare a colloquiare, dal mondo dei vivi, con filosofi e artisti.



Flavio Ermini, Rilke e la natura dell’oscurità. Discorso sullo spazio intermedio che ospita i vivi e i morti, Alboversorio, Milano 2015.


Incipit del libro


Con la sua scrittura, Rainer Maria Rilke si assume il compito di posare lo sguardo sul lato umbratile dell’anima, al fine di nominarne la natura. Ciò avviene grazie a una nominazione che non pretende luce, bensì sottomissione.
Scrive Rilke nel 1907 all’amata Clara: «Dove persiste oscurità, là è un’oscurità del tipo che non esige illuminazione, ma sottomissione». Così Rilke rifletteva durante il suo pellegrinaggio quasi quotidiano – durato almeno due settimane – al Salon d’Automne, a Parigi, nelle sale che esponevano i lavori di Cezanne.

Proviamo a darci anche noi questo compito, aderendo con il nostro sguardo allo sguardo cui Rilke si affida con la sua scrittura. Noi stessi, dunque, nell’accostarci all’opera di Rilke non richiederemo illuminazione, né seguiremo vie maestre, bensì sentieri obliqui, laterali, in ombra. Probabilmente correremo in tal modo il rischio di smarrirci; di inoltrarci per strade senza uscita, per sentieri che d’un tratto potranno assumere un volto diverso o appariranno ingannevoli oppure minacceranno di scomparire. Correremo forse il rischio di cadere in un pozzo, com’era un tempo accaduto a Talete di Mileto, mentre camminava osservando il cielo stellato.
Accogliendo la “sottomissione” all’oscurità, inevitabilmente passeremo tra terre ignote o non riconoscibili. Per lunghi tratti ci avventureremo in spazi comunemente inaccessibili. Sarà faticoso; ma la vera fatica sarà in fondo accettare di perdersi senza tornare in vista di Itaca.
Va riconosciuto che il pensiero non potrebbe addestrarsi a pensare l’impensabile se, a sua volta, non si educasse alle tenebre. È quindi possibile che ci riservi delle sorprese questo modo non convenzionale di accostarci alla poesia di Rilke. In fondo un mutamento prospettico non può lasciare inalterata l’indagine.

Facendo nostra questa prospettiva, inizieremo da un dato biografico estremo, prossimo alla morte del poeta e segnalato da una data: maggio 1926. Marina Cvetaeva scrive a Rilke: «Poeta è chi oltrepassa (colui che deve oltrepassare) la vita». Ovvero, poeta è colui che nella sua opera apre uno spazio che non è più vita né è più morte, ma una «nuova terza cosa», che entrambe – la vita e la morte – comprende e in pari tempo supera. Ciò che risulta stupefacente, come evidenzia Franco Rella nella sua introduzione alle Elegie duinesi, è che quando Marina Cvetaeva scriveva queste righe ancora non aveva letto i Sonetti a Orfeo e nemmeno le stesse Elegie duinesi; libri che avrebbe ricevuto solo successivamente. Cvetaeva, dunque, leggendo le prime opere di Rilke aveva subito individuato ciò che il poeta avrebbe compiutamente scoperto solo dopo anni di ricerca, quando sarebbe giunto a nominare questa «nuova terza cosa»; quando sarebbe giunto finalmente a respirarne lo spazio, accogliendo in sé lo spazio stesso, quale dimensione interiore dell’aria in movimento; apprendendo che la realtà esteriore si aspetta sempre qualcosa da noi, tanto che – quando noi oltrepassiamo la vita – il nostro dimorare nello spazio ulteriore può trasformarsi in un esistere nella sua essenza. Qui i vivi e i morti, infatti, convivono gli uni di fronte agli altri; si guardano, si osservano, si affrontano, si scontrano.



giovedì 28 gennaio 2010

Elsa Morante: che cos'è la poesia



La copia de Il mondo salvato dai ragazzini (Einaudi 1968), acquistata un paio di anni fa da Valentino Ronchi, giovane poeta e commerciante di rarità poetiche novecentesche, è la ristampa dell'originale, la quale porta una nota introduttiva anonima, ma scritta molto probabilmente dalla Morante. Mi sono accorto che le edizioni successive (la mia è del 1971) mancano di tale avvertenza critica, assai importante per inquadrare la poetica e l'ideologia della poetessa. Per questa ragione la pubblico su Blanc, così che tutti possiamo godere della sua lucidità e lungimiranza, contando in futuro di postare alcune sue poesie davvero sorprendenti.


Nota introduttiva


Sulla funzione della poesia nel mondo, e in particolare nel mondo nostro contemporaneo, Elsa Morante ha esposto le proprie idee in varie occasioni (per esempio, nel 1959 in un suo saggio sul romanzo, nel 1965 nella sua conferenza Pro o contro la bomba atomica, ecc.). A riassumerle in breve, essa considera il poeta come «centro sensibile» del dramma, naturale e storico, degli altri viventi: ma non, ovviamente, in qualità di semplice spettatore, o strumento di registrazione. Attraverso il disordine apparente del dramma, il poeta deve restituire continuamente agli altri la realtà, intesa come il valore sempre vivo e integro che è nascosto nelle cose. Per arrivare a scoprirla e a renderla, deve affrontare «per cosi dire, a occhi aperti» e senza smarrirsi, la vicenda paurosa, davanti alla quale gli altri si accecano e si perdono, arresi al caos. Deve partecipare alla loro esperienza, attraversare la loro stessa angoscia. E simile destino apparenta il poeta-cavia della Morante da una parte al voyant di Rimbaud, e, dall'altra, all'intermediario «che nei miti affronta il drago notturno, per liberare la città atterrita». Nella nostra epoca, il dramma collettivo, storicamente inteso, ha acquistato una evidenza e un'estensione senza precedenti. Oggi, a nessun individuo cosciente sarebbe permesso di non sapere. I mezzi della scienza pratica pongono anche l'uomo più comune, quotidianamente, in presenza di tutta l'innumerevole miseria e strage che affolla il mondo in ogni sua parte. Anche l'uomo più comune oggi ha, davanti ai suoi propri occhi, la prova che tutti i viventi della terra sono suoi uguali nella sostanza e nel dolore. Ma davanti a questo spettacolo, che dovrebbe aprirgli la coscienza, spesso l'individuo e la collettività reagiscono invece, forse per una difesa malaugurata, con la scelta opposta. La scienza stessa, mentre fornisce i mezzi fisici per vedere, offre il sistema per accecarsi. A tutti i mali che da sempre appartengono alla natura, oggi sovrasta l'infezione dell'irrealtà, che è contro natura, e porta necessariamente alla disintegrazione e alla vera morte. Le nostre tribù contemporanee, una dopo l'altra, si fanno suddite e schiave del regno dell'irrealtà. E la funzione dei poeti, che è di aprire la propria e l'altrui coscienza alla realtà, è oggi più che mai difficile (fino all'impossibile) eppure più che mai urgente e necessaria. Nessun poeta, oggi, può ignorare la disperata domanda, anche inconscia, degli altri viventi. Più che mai, la ragione della sua presenza nel mondo è di cercare una risposta per sé e per loro. Il presente libro (che qui si ripropone alla lettura in una edizione più accessibile) vuol essere la rappresentazione di una simile ricerca. In una serie di poesie, poemi e canzoni, una coscienza di poeta, partendo da una esperienza individuale (Addio della Prima Parte), attraverso una esperienza totale che si riconosce anche nel passato millenario e nel futuro confuso (poesie della Seconda Parte, e in particolare il poema, in forma di dramma La serata a Colono) tenta la sua proposta di realtà comune e unica (canzoni della Terza Parte). Si capisce allora perché Elsa Morante definisca il suo libro, fra l'altro, romanzo e autobiografia: non intendendo questi come un séguito di fatti particolari o personali; ma come l'avventura disperata di una coscienza che tende, nel suo processo, a identificarsi con tutti gli altri viventi della terra. Il mondo salvato dai ragazzini, scritto in gran parte nel corso del 1966 e terminato nell'estate del 1967, è uscito in prima edizione nella primavera del 1968. Sono gli anni cruciali del grande movimento giovanile contro le funebri macchinazioni del mondo attuale organizzato: e la corrispondenza delle date non è casuale. Un'analoga rivolta disperata e inarrestabile (che si definisce, secondo i suoi termini reali, «rivolta contro la morte») è alle origini di questo libro e ne disegna il destino: risolvendosi, come suo tema liberatorio (unica possibile risposta alle domande) nell'Allegro della sua terza parte, le «Canzoni popolari», fra le quali si trova la serie di canzoni che da il titolo al volume. Il significato di questo titolo non è davvero frivolo (come ha presunto forse qualche consumatore di passaggio, che non ha letto il libro). Chi siano, in ultima analisi, secondo l'autrice, i ragazzini, è spiegato nella prima delle «Canzoni popolari», la ormai quasi famosa Canzone degli F. P. e degli I. M. Essi si identificano, in sostanza, coi Felici Pochi (F. P.), nei quali consiste il sale della terra, e che saranno sempre, infine, i veri rivoluzionari. Che questi poi oggi si trovino (quando si trovano) in ispecie fra i giovanissimi, è un fatto significativo delle società attuali, le quali non tardano a sopprimere, in varia maniera, il non assimilabile, o a corrompere tutto quello di cui si appropriano. Il rischio, oggi più che mai, è «diventare adulti». E questo spiega non solo l'impegno estremo e urgente di tanti ragazzi; ma anche la «fuga dalla vita» di tanti altri, che si riducono al suicidio e alla droga. Davanti a questo tragico fenomeno collettivo, di cui nella Storia non si ricorda l'uguale, gli adulti di tutto il mondo deplorano, denunciano, si scandalizzano, reprimono; ma se cercassero, piuttosto, di capire, arriverebbero invece a domandarsi se questa fuga disperata non sia dovuta, forse, al fatto, che loro, gli adulti, oggi consegnano ai bambini un mondo inabitabile. Adulti nel linguaggio della Morante va inteso specialmente nel senso di coloro che esercitano il potere («di qualsiasi potere si tratti» - essa ha precisato nella prima edizione di questo libro - «sia esso finanziario, o ideologico, o militare, o famigliare, o di qualsiasi altra forma, origine o pretesto»). E in realtà, secondo la sua opinione, la sostanziale indifferenza degli adulti di fronte alla tragedia giovanile contemporanea, risponde a un loro interesse preciso, anche se in parte inconscio: difatti la fuga dalla vita di tanti probabili avversari del potere conviene troppo al potere stesso perché questo si risolva a combattere il fenomeno con le armi giuste della responsabilità e della conoscenza. L'esercizio del potere è un vizio degradante, che rende ciechi alla realtà (La canzone degli F. P. e degli I. M. ). Gli adulti, dediti a tale vizio, sembra non si accorgano che, oggi, quella che loro edificano con tanto fragore è la fabbrica della morte. E con questa parola la Morante non intende solo la morte fisica, la quale potrebbe rivelarsi, alla fine, nient'altro che uno spettacolo illusorio dei sensi, atti per natura agli inganni; ma la morte reale (quella che oggi, con parziale eufemismo, viene detta alienazione). Alla tragedia propria, da sempre, della sorte umana (coscienza stretta nelle dimensioni dello spazio e del tempo) si aggiunge oggi un rischio collettivo e totale nuovo nella storia: il quale minaccia, prima ancora che la sopravvivenza fisica, le ragioni valide a giustificare questa sopravvivenza. Ora, questo malessere estremo sembra avvertito più naturalmente dai ragazzi, i quali aprono i loro occhi, non ancora viziati dal potere, su un mondo degradato. La poesia di Elsa Morante è, ovviamente, di una terribile attualità. Però, grazie al cielo, l'attualità di libri come questo non si presta a essere consumata all'istante come merce. Secondo l'autrice medesima, i suoi veri lettori saranno quelli che, oggi, non sanno ancora leggere. In quanto ai critici, in genere hanno fatto «orecchi da mercante» come ha scritto Pasolini in una sua lunga critica-poesia dedicata a questo libro. Fra quelli che ne hanno scritto, ne scegliamo qui alcuni, i quali ne hanno dato diverse letture a seconda dei loro diversi punti di riferimento.

Carlo Bo («Corriere della Sera») l'ha riguardato anzitutto come atto di sovvertimento anarchico: «Qualcosa per molti anni deve aver colpito il nervo centrale della sua passione vitale perché oggi la scrittrice senta di dover contravvenire a tutta la condizione dell'uomo [...]. La Morante delle poesie non ha nulla a che fare con quella che è la linea della lirica moderna, anche se saltano immediatamente agli occhi richiami, aperti riferimenti, aperti fino a toccare il margine della provocazione. Ma la contraddizione apparente va spiegata con la globalità dell'operazione che è - vale la pena di ripeterlo - scatenata da uno spirito di profonda anarchia. Non ci sono, e pertanto sembra inutile cercarli, termini che consentano dei recuperi culturali: il suo no cancella tutto il suo passato e nello stesso tempo annulla qualsiasi spazio che non appartenga in qualche modo già al mondo del silenzio. La stessa immagine, la stessa poetica del "ragazzino" dipendono da una frattura con il resto del mondo organizzato, rispettando invece con una sorta di religione l'idea della vita cosi com'è e così come la società fa di tutto per corrompere o ridurre o addirittura spegnere».
Piero Dallamano («Paese Sera») lo ha descritto come un «itinerario di ricerca» verso il sovrasensibile e il centro religioso dell'esistenza: «[...] in certo modo, il libro appare come il taccuino apparentemente disperso in cui si consegnano le tappe di un viaggio e la sua risposta, a livelli diversi. Allucinazioni e deliri già alterano i confini dell'individualità ben precisa; il poeta è uomo e donna, si identifica con Edipo, che ha gli occhi piagati ed è morente (non già nel bosco sereno in cui cantano gli usignoli, presso a Colono, ma in un ospizio di pazzi); gli si spalanca di dentro l'essenza vera dell'universo [...]. L'esistere, il mondo, gli esseri sono come una specie di ruota che ripropone senza tempo le stesse vicende [...]. Il mondo, l'esistere, la morte, il dolore "tutto questo  / in sostanza e verità / non è nient'altro /  che un gioco ". Ovviamente, in questa conclusione, così radicalmente lontana dalle misure che si legano al tempo e alla storia, il lettore deve scoprire quale risonanza, complessità, ampiezza di armonici e di significati contiene questa parola cara ai ragazzini e ai poeti: gioco».
Goffredo Fofi («Quaderni piacentini») si sofferma in particolare sulla terza parte «Canzoni popolari» discutendola soprattutto nella sua possibile funzione di dialogo coi Movimenti giovanili: «In essa» - spiega a proposito della Canzone della Grande Opera e in particolare del suo protagonista, il Pazzariello - «[...] la visione della Morante, decisamente metastorica, è bensì di un metastorico abbastanza diverso da quelli a cui siamo abituati. Innanzitutto perché il Pazzariello si cala in una mitologia concreta, mediterranea [...]». Quindi, dopo aver esaminato i rapporti fra la seconda e la terza parte del libro, «cioè tra la tragedia della conoscenza e una proposta di suo superamento», osserva: «Su questa proposta (terza parte) il libro è un invito a reagire, e il lettore - ragazzine o aspirante F. P. - che voglia concedere alla trascinante simpatia del testo, dovrà pur reintrodurre confronti più concreti, se ritiene possibile accettare il dialogo. E questi non possono condurci che alla Storia. Dunque, anche al progetto. Trascurando ogni assurdo rimprovero di genericità di analisi, il ritegno nei confronti del libro finisce coll'avere alcune motivazioni concomitanti [...]». Ma conclude infine che se poeti del genere (della Morante) «non esistessero mancherebbe alla nostra compiutezza umana e alla limpidezza del nostro progetto qualcosa di difficilmente sostituibile».
Pier Paolo Pasolini ha dedicato al libro due scritti. Uno, è la critica-poesia già citata (uscita in due puntate sulla rivista «Paragone») in cui loda soprattutto l'umorismo della Morante: «[...] l'umorismo come carità, è questa... la Grazia! » e dice, a proposito del personaggio del Pazzariello: «È facile scandalizzare i borghesi. / Meno facile è scandalizzare " Tutti ". / II Pazzariello, lui, scandalizza " Tutti "». E l'altro scritto, è un corsivo uscito nella sua rubrica « II Caos» nel quale Il mondo salvato dai ragazzini è visto essenzialmente nel suo valore politico: «II libro della Morante è addirittura un manifesto politico. Il manifesto politico, potrei dire paradossalmente, di quella nuova sinistra che in Italia pare non poter esistere, crescere [...]. Un manifesto politico scritto con la grazia della favola, con umorismo, con gioia (ecco perché prima dicevo che se c'è una fatalità nel destino di un libro, essa è voluta dall'autore: la Morante infatti non ha voluto sapere che grazia, umorismo, gioia sono sentimenti e strumenti stilistici, oggi, incomprensibili). Ed è dunque arduo per un lettore e un critico comprendere come, invece, il fondo di questo libro sia atrocemente funebre, e contenga tutte le ossessioni del mondo moderno: l'atomica, la morale dei consumi e il profondo desiderio di autodistruzione, non più come flatus vo-cis o luoghi comuni, ma come elementi assolutamente originali e vissuti personalmente, dentro un sistema linguistico così comunicativo da scandalizzare».

martedì 28 febbraio 2012

Giovanna Frene




A proposito dell'opera di Giovanna Frene, in Senza riparo ne avevo rilevato l'elemento lugubre, non teatralizzato come invece accade nella Valduga: «Stato apparente (LietoColle, 2004) – scrivevo – è infatti un canzoniere centrato sulla morte, sulla nuda immobilità del corpo morto, e sul desiderio di essere assorbiti nel grande nulla. Così anche in Datità (Manni, 2001), opera dominata dal sentimento di caducità e dall'idea che il tempo sia una “evanescente fluidità chiamata tritacarne”, cui contrapporre, romanticamente, l'arte. In Spostamento (LietoColle, 2000), sorta di meditazione cimiteriale dove il dato e la persona quasi scompaiono, è la poesia stessa a farsi sepolcro, “cassa” che resiste al tempo, diventando emblema della morte in quanto enigma, ossia sostanza che, resistendo alla nominazione univoca, porta in sé i caratteri del non-umano, dell'estraneità imprendibile».

L'ultimo suo libro, il noto, il nuovo. Appunti postumi sulla natura del potere e della storia (Transeuropa, 2011) parte proprio da qui, dalla cassa, che diventa “sepolcro che parla per interposta persona” del tritacarne, la cui essenza figurare ha il duplice volto della crudeltà nazista e del tacito consenso dei civili tedeschi alla Shoah. Alla meditazione sulla morte dal punto di vista della morte, come in Spostamento, Frene passa dunque alla nominazione della storia, al suo crudele esercizio del potere visto dall’estraneità del sepolcro, da una posizione postuma che s’incarna nel libro, in questo libro, reliquiario di una salvezza non più comunicabile per via diretta, con la lingua dei vivi, ma solo tramite l’odore delle macerie, del frammento e l’enigmaticità propria alle lapidi.

Dando la parola al sepolcro, l’io lirico si tira da parte, per poi ricomparire nelle note finali, come da consuetudine zanzottiana (poeta amatissimo e conterraneo), per spiegare gli eventi contestuali, citando libri e fatti, accumulando prove sulla tragicità della storia. Durante la sua assenza, qualcosa accade: il libro stesso, che si dipana con l’oltranza lapidaria o enigmatica del verso, la compostezza epigrafica del racconto (sostenuto da alcune dense fotografie di Laura Callegaro), la rigidità mortuaria dello stile, il freddo che permea ogni cosa, per scelta anzitutto sintattico grammaticale e dunque metodologica (e qui soccorre “Marco Giovenale, miglior fabbro, senza il quale questo libro mai sarebbe esistito” come ci ricorda il preambolo alle note), ma anche – sottotraccia, forse troppo – con la verità sulla natura del male, che è ontologica e immanente insieme, destino e scelta, in un intreccio che non ci libera ma ci chiama all’assunzione di responsabilità di erigere un consorzio umano che, leopardianamente, riorganizzi il proprio spazio politico, a partire dalla lucida cognizione del dolore.

Siamo di fronte ad una poesia del pessimismo radicale eppure, nel contempo, della tenue speranza; il nuovo è infatti il noto, essendo, il divenire, pensato quale eterno ritorno della ripetizione, senza differenza, ma in ciò è comunque possibile leggere una debole via d’uscita: individuale, tramite l’immersione senza resto nel tempo della caducità (per esempio la corsa del maratoneta, l’attimo del suo passare leggero sulla terra, i piedi che corrono  “senza desideri”), ma soprattutto, appunto, rifondandoci come animali politici non ingenui. Che la natura sia indifferente alla “piccola macelleria simulata”, alla storia-carneficina, ci deve spingere infatti non al lamento romantico, bensì ad assumere criticamente la distanza dal male per un allineamento inedito cultura-natura, che inizi l’umanità ad una storia finalmente differente, nella quale la ferinità umana, insopprimibile, dialoghi con la ragionevolezza del fare, con la piega, la curva, il morbido del confronto tra mortali, fuggendo la rigida razionalità, quel culto laico che ha prodotto la scienza dello sterminio. Un pensiero critico verso il capitalismo e la tecnocrazia, il suo, ma anche nei confronti tanto di una soluzione violentemente storica quanto miticamente naturale delle miserie umane, un pensiero a cui preme anzitutto definire i propri oggetti: il male, appunto, nelle sue pratiche e la crudeltà che ci costituisce antropologicamente: “ecce homo, o meglio: ecce homo homini lupus. / mostrato per lo sbranare, non per il compatire”.

Molto precise le due letture di Paolo Zublena e Silvia De March, la prima sostenuta dalla posizione imprescindibile di Hanna Arendt, "che oscillò tra l'interpretazione di un male radicale al di là di ogni possibile comprensione, che si realizza nel momento in cui tutti gli uomini diventano allo stesso modo superflui (nelle Origini del totalitarismo) e quella di un male prodotto dall'assenza di un pensiero individuale, autonomo (nella Banalità del male)"; la seconda, quella della trevigiana De March, orientata all'analisi stilistica, che riconosce alla scrittura della Frene un tentativo mimetico di inscenare "un'effrazione dissacrante e corrosiva della vita pubblica e privata", ma anche un'indole espressionista finalizzata alla traduzione sensibile del male, alla sua resa materica.



Colpa e simulazione


È un carnefice chiunque contribuisce consapevolmente [...], in modo tangibile, alla morte o eliminazione di altri, o a fare del male ad altri nel quadro di un programma di annientamento [...] D. GOLDHAGEN


l'ordine delle forze, l'idea inevasa del bene, invisibile, è sotto
gli occhi di tutti, raggiunge il suo scopo, il banchetto integro:

il corpo è sacro, saturo, è fatto: figliastro di intenzioni;
il cibo/è un potere diverso, ma sempre-cibo nel sempre-banchetto:

forza, o carne di potere, o tutto-potere, o vita che deriva dalla vita;
da ciò deriva la simulazione, la nostra vera imposta fine:

come è messo in atto, da chi è messo in atto, solo così non è "come se";
non è detto di no quando potuto, non è detto di no neppure volendo:

seppure comando, eppure volontà, a priori
natura


**

La grande giustificazione


dopo che è avvenuto: il sepolcro che parla per interposta persona con "egli" come
referente e soggetto, è vuoto, che è vuoto dopo che è avvenuto
non si sa che dopo, come "per natura" definisce il non-casuale, umano,
e deciso, prima, che è avvenuto neppure    

è certo: certo è solo non il detto, ma il sentito dire, non il fatto,
ma il fatto fare, o il subìto senza testa, l'agito, tutte le forme del passivo
in sequenza non fanno un attimo, ma di nuovo un vuoto, la soglia dell'attesa, l'ora
perpetua della fine, che avverrà

il "come" sta al gioco come: si diventa nazisti par un long, immense et raisonné dérèglement ecc. ecc.

sempre sparse le sue idee, e universali, mai di fatto natura
prima



 Su Nazione Indiana altre poesie.

Giovanna Frene (Asolo 1968) ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Immagine di voce (Facchin 1999), Spostamento - Poemetto per la memoria (LietoColle 2000, Premio Montano 2002), Datità (con postfazione di Zanzotto, Manni 2001), Stato apparente (LietoColle 2004), Sara Laughs (D'If 2007, Premio Mazzacurati-Russo, 2006),  il noto, il nuovo (Transeuropa 2011). È inclusa in varie antologìe italiane - fra cui Parola Plurale, (Sossella 2005) e Poeti degli Anni Zero (a cura di di V. Ostuni, «L'Illuminista»,n.30, 2010) - e straniere.


venerdì 27 dicembre 2013

Stefania Bortoli








Il titolo di quest’opera prima, fermamente voluta da Stefania Bortoli, rinvia alla matrice simbolista e ungarettiana della sua ispirazione. Voci d’assenza (Editrice Artistica Bassano, 2012), infatti, c’introduce in una dimensione in cui il dialogo tra visibile e invisibile, tra mondo sensibile (la voce) e metafisica (l’assenza), riguarda la possibilità di partecipare all’assoluto, ma nella sua declinazione terrestre, biografica, ungarettiana, appunto. Sia la poesia d’esordio, oscillando tra “intermittenze” e “interminabile” quali condizioni del vivere e del conoscere, e sia la citazione dantesca, rinforzano tale ipotesi, sino a costituire le chiavi con le quali leggere quanto viene dopo: un sacro cipresso che non protegge più il nido, una ferita nel mese più crudele, una lama che lacera in cuore. Ora il naufragio s’è risolto, pare suggerirci l’autrice, sentendo la necessità di ripercorrerne la rotta, il “viaggio di ritorno”, trasfigurandolo, complicandolo di memorie più antiche, di letture che nel frattempo hanno arricchito la portata universale di quell’esperienza lasciata non detta nella  sua piaga, ma straordinariamente ricomposta nelle due poesie che chiudono la sezione, A rossa apertura sangue della vita e Vera neve annoda nidi, belle per la loro capacità di uscire dalla cronaca e fissare, quasi in astratto, l’attimo in cui l’assenza diventa risorsa, anche se, non necessariamente, felicità. Il viaggio ha reso possibile la metamorfosi alla viaggiatrice, l’ha iniziata alla conoscenza. Ecco allora che essa si cimenta nell’haiku, la difficile arte del sapiente, nella quale rapidità del gesto e grandezza della visione coincidono. Troviamo ancora malinconia ed inquietudine in questi lampi, ma vissuti in una dimensione non più passiva, bensì fatti rientrare in un ordine superiore, che li giustifica perché in armonico contrasto con la bellezza della natura, con la pazienza del ciliegio, con la vastità della primavera. Se in principio la natura faceva solo da sfondo al dolore personale, ora l’io canta nella penombra di un grande albero amico, che fa sentire tutti partecipi della medesima energia vitale.

La seconda sezione, Altrove, si apre con alcune poesie di viaggio, una memoria che si ricongiunge con le poesie iniziali, che ci riporta in una dimensione di sofferenza: è “uno sguardo indietro”, per recuperare i fili lasciati sospesi e ricomporli infine negli haiku che chiudono, e sintetizzano, quelle uscite in terre nuove, laggiù, compiute per rifondare l’ordinario, ma prezioso, quaggiù. Che è ricco di presenze, come ci ricorda la sezione successiva, tutte familiari, umane ma anche animali, come Lou, la gatta viaggiatrice, attraverso la quale Stefania ha modo di citare la grande poesia provenzale e Dante (con la sua “lingua del sì”), ma anche la sorella Chiara, le cui parole danzano nel testo, trasmettendo gaiezza e voglia di lottare, di muovere serenamente “verso il mare”, approdo di un libro nel quale l’invisibile sfuma via via in uno spazio concreto, finalmente abitabile, dove ricucire l’origine d’ogni esilio, il legame con la propria madre, fedeli entrambi alla vita e alla Terra, genitrice d’ogni possibilità e destino.




Dalla prima sezione   Viaggio di ritorno

                                           Nascere è cadere nel corpo. 
                                           Marina Cvetaeva



Intermittenze del tempo

sospensioni in ascolto

nel silenzio bianco

diventano percorso
singolare nella prossimità

dell’interminabile



**

A rossa apertura sangue della vita
vocale porpora scarlatta
balbettio di suoni che fecondi l’esistenza
se la prosodia materna è aperta morbida.

Trasformi l’assenza se i tuoi ciottoli di fiume
giocano con le tue piccole mani
risuona la parola nuda
né troppo vicina né troppo lontana l’amata presenza.

Singolare e plurale la mancanza
a mano a mano libera la paura dell’assenza
scoprendo l’invenzione e l’incontro con/diviso.



**

Vera neve annoda nidi
se la terra scura veste l’inverno.
Solo i merli cantano i crepuscoli
se i sentieri seminano sogni
avranno ritorno.
Eccomi oltre i giorni
più non sono.
E tu forse sapevi che l’attesa dell’angelo
scavando l’ombra liscia la pietra.



Dalla terza sezione   Presenze

Percorrono l’altro sentiero
radici fuori dal tempo
la morte annunciata
è presente nell’addio
nell’abbraccio agli alberi.
Eravate natura
legati come l’albero alla terra
          noce, pioppo,tiglio, quercia,
deserta sconfinata sola sulla collina
          morèr mare
maredè maredè
Nello specchio vedo solo
il mio ultimo volto
morèr mare…
                   maredèmaredè.




Notte di capodanno

Nell’intervallo tra memoria e desiderio
camminiamo senza indugio
tra la neve gli alberi
fino al giardino la prima neve
annuncia l’infanzia
le bianche rose senza perché.
Carezza le mani la gioia intera
piumaggio di magnolia
questa notte di poesia.




Chanson de Lou

Il tuo corpo nero aveva odore di campagna
ma gli umani ti vollero viaggiatrice.
Dai Pirenei alle azzurre stanze
dove si parlava a passo di danza
lingua d’oc d’oil
non mancava la lingua del sì.
Uno deux trois, natura felina
sognavi balzi parigini
cieli audaci occhi profondi
sui tetti era la notte pupille d’agata.

Una notte di settembre
Chiara disse - andiamo -
porta con te il filo d’allegria
l’elastico dorso vibra
          anche nel sonno
ordisce la trama
dipanando la matassa.

La storia nel verso appare
cercando falene
falce di luna rossa
il tuo ultimo autunno fedele alle foglie
          e alle stagioni.
Quieta osservi il fruscio del merlo,
mutano i fili d’erba, sei vivo prato
insieme ai petali rosa del primo ciliegio.



Haiku


Luna d’inverno.
Il silenzio lima le betulle
la volpe attraversa la neve



Qualcuno ha bussato?
Il battito del tuo cuore
in cerca della mia poesia



Fiume carsico
l’acqua scorre sotto
nella profondità la mia inquietudine



Nel tempio di Borobudur
gli anni vanno errando
cammino nel mio mandala



La metamorfosi della vista...
al mattino il mio sguardo scrive
sui volti di pietra di Bayon



Tempio di Angkor Wat –
ascolta, mi perdo nel tempo
sento la presenza del mistero



Immagine orientale:
canta il pescatore di fiori di loto
immerso nel fango nel lago rosa



Lapsus...un raggio di sole
come un arcobaleno
in un labirinto



Nella memoria del corpo
la scrittura interiore
decifra la profondità del mare





Stefania Bortoli è nata a Thiene (VI). Si è laureata in Pedagogia con una tesi di Estetica e Psicoanalisi.
È stata segnalata alla Premio Lorenzo Montano, edizioni XXI, XXIV, per la sezione “Una poesia inedita” e nell’edizione XXV, per la sezione “Una raccolta inedita”.
Sue poesie sono presenti sul giornale on-line Tellusfolio e nel libro Orizzonte terraqueo, a cura del Laboratorio di Lettura e Scrittura poetica di Artemis.
Il libro Voci d’assenza (ed. Editrice Artistica Bassano, 2012,) è stato segnalato con Menzione di merito alla XVII edizione del Premio Nazionale di Poesia Achille Marazza - Opera prima.
Insegna lettere al Liceo Artistico di Nove e vive a Pove del Grappa.