martedì 14 luglio 2009

Senza riparo. Poesia e finitezza



Blanc de ta nuque va in ferie sino a fine agosto. Prima però informo gli amici che, ai primi di settembre, uscirà il mio nuovo saggio dal titolo Senza riparo. Poesia e finitezza (a cura di G. Fantato, La Vita Felice, Milano, p.248). Augurandovi un'ottima estate, posto l'indice, nella speranza che il libro possa interessarvi.


Nota introduttiva

Parte prima
POESIA E FINITEZZA

I. Poesia e presente

1. A che cosa serve la poesia
2. Quale lingua, quale esperienza
3. Il dis-appunto della poesia
4. A che cosa pensa la poesia
5. «Perché scrivi?»


II. Lettere dalla finitezza (dialogando con Tiziano Salari)

1. Esilio e infanzia in Pascoli e Pavese
2. Bellezza e verità dopo Baudelaire

III. La scrittura sorgiva dei poeti di "Anterem"


IV. Poesia, pubblico e il secondo Novecento italiano


V. Convergenze tematiche della poesia italiana oggi


Parte seconda
SUL CANONE

I. Canone e finitezza

1. Letteratura, storicità, ontologia
2. L’eversione della finitezza ed il canone fisiologico
3. Canone fisiologico e storiografia letteraria
4. La critica e il valore di verità dell’opera


II. Canone e singolarità: due esempi

1. Gnosticismo ed ebraismo nel Canone di Harold Bloom
2. Il canone generazionale di Gertrude Stein


III. L'Intramontabile. In margine ad un saggio di G. Marano

IV. Blanc de ta nuque

Marina Mariani, Luciano Troisio, Adam Vaccaro, Fabrizio Bianchi, Gabriella Musetti, Lucetta Frisa, Luigi Cannillo, Gennaro Grieco, Antonella Pizzo, Tiziana Colusso, Luisa Pianzola, Paolo Donini, Nicola Ponzio, Lucianna Argentino, Pier Maria Galli, Francesco Tomada, Alessandro Ghignoli, Vincenzo Della Mea, Andrea Raos, Silvia Zoico, Silvia Comoglio, Fabiano Alborghetti, Silvia Monti, Paolo Fichera, Alessandra Palmigiano, Mario Fresa, Francesca Pellegrino, Stefano Salvi, Francesca Matteoni, Chiara De Luca, Lorenzo Carlucci, Danni Antonello, Alessandra Conte, Matteo Fantuzzi


Parte terza
LETTURE

Cristina Annino: la felicità è una gobba armonia
Gabriela Fantato: le metamorfosi dell’acqua e della terra
Anna Maria Farabbi: l'ancestrale canta nella mollica
Paola F. Febbraro: se la carne s’invola nel lavorìo del mondo
Mariangela Gualtieri: scorticate parole ad un Dio assente
Graziella Isgrò: fatica e logica dello stacco


Note in margine a cinque poeti contemporanei:
Aglieco, Cogo, Bonsante, Franzin, Marotta


Appunti
Anania, Calandrone, Curcetti, Giovenale, Massari, Pepe, Rendo, Sannelli

Avvertenza

Notizia

Indice dei nomi

Iindice generale

sabato 11 luglio 2009

Stefano Leoni



La poesia di Stefano Leoni ama la luce, pensata quale sostanza dell'essere, potenza onnipervasiva nella quale il tempo si dipana, facendocela conoscere attraverso gli elementi che sostano in esso e che, in Frane e frammenti (Lietocolle 2008), paiono sul punto di svanire, inghiottiti appunto dalla luce. La realtà diventa vibrazione, la certezza, possibilità; condizioni d'una raggiunta saggezza, ma che inquietano e alle quali il poeta contrappone, particolarmente negli inediti, la forza dello spigolo, della "soffice carne", dell'amore concreto, quasi che l'esistenza rivendicasse un riconoscimento certo, in un mondo diventato interpretazione. Stefano Leoni mi sembra un poeta dalla voce sicura, che ama il passo della tradizione metrica alta, vicina all'endecasillabo, e non disdegna né il lessico tecnico né quello letterario, amalgamandoli in un superiore equilibrio, ricco di spunti filosofici.



da frane e frammenti

Si sgrana il cielo a piccole preghiere
per tutte queste basse bocche aperte.
Come si conta il tempo? Dall’istante
del nulla a grandi passi, rivolgendo
il capo a un dietro che si fa d’inezia,
o nel galoppo di luce che c’infrange?
Parlano i volti in squarci senza spazio
poi l’ora implode e ci serra la gola.
Come quando eravamo l’universo.


**

Ti ho forse incontrata, luce.
Non posso averti vista né tu
avermi toccato, sei parallela
dentro - contemporanea.
Ti collochi nei tempi, osservatrice,
vegli le libertà, di sguardo,
illimitatamente. Mentre io
so solo costruirti nel respiro,
come toccare un sogno
che nel sonno può, vero.


**

Di te rimane anche questo pezzo
di terra di pianura, nostra pianura
e madre che ci diede il nome.
Un piccolo frammento, poche zolle
ammutolite anch’esse al tuo svanire.
C’è profumo di vino e verderame
e qualche sparsa pianta di albicocca,
un fico e la tua voce che mi suggeriva
di assaggiarne il frutto con la goccia.
Io cammino, lungo i confini incerti
che il vicino di anno in anno erode
a poco a poco, e cammino negli occhi,
nei riflessi, come un cane a cercare
qualche impronta, o l’ odore.
La terra, credo, assorbe e accoglie -
mentre la benna abbatte questa vigna
e il mostro sferragliante la tritura -
la mia disordinata insofferenza
agli inutili altari. Nelle giovani foglie
tutti i passi, le voci.



inediti


**

Ho carne addosso
anche se la luce mi piega
allo specchio le ossa
Ho carne addosso viva.
Adesso parlami del tempo
di quante estati e delle piogge
non temo le gocce a bagnarmi le spalle
e non ho avuto timore di lei
del bottone scivolato dall’asola
femmina luna piena e stelle
rimbalzi di luce negli occhi-
Ho carne irrorata addosso
non sono solo cornice e tela
ma pasta di colori e traccia di pennello
e passo attraverso le ore
di segno e di grumi lucenti
Ho soffice carne addosso
e un’abitudine al respiro,
così mi resta dentro il tuo sorriso
alla distanza piccola di un bacio,
così prendo le mani al vento
e ancora mi sconfino.
Non temo le carezze uguali,
il desiderio d’amore non chiede
da quale strada il passo
e come sbalza il mistero sul confine
Ho carne dolce addosso
e illumina le buche, parla a Dio,
se torna farò gran festa
e sarò ventre sarò carezze
lungo le coste sarò mare
e carne nuda addosso.


**

Amarti obliquamente, come guidare
lungo una provinciale che passa sotto
la secante, dove le auto sfrecciano
tagliando le nostre traiettorie, di sfioro.



**

Siamo in un luogo pallido,
si sentono i vuoti scarsi d’aria,
i minuti come tronfie amebe
inglobano una lingua scaduta:
tutte macchine fotografiche,
elettronica rielaborazione del presente
dove il particolare si ricostruisce
byte dopo byte forzando.
Perfetta imperfezione, ossimoro
così caro ai topi da laboratorio
mentre la mano del ricercatore
inietta pezzetti d’altro dna
a variare la specie.
Nessuno è così sciocco, si pensa,
da involvere in un lento dimenticare
ma così vero – senti? ormai non traduco
che poche parole, sufficienti –
Sufficiente. Una terra di nuovo piatta
oltre la quale dal bordo si paventa
un vuoto cosmico come una caduta,
nemmeno un caronte qualsiasi
a dare l’impressione di giudizio
ma ogni cosa lecita nel piccolo.
Lingua scheggiata, appuntito
segno sottile che straccia il foglio,
abituata alla molestia, al sacrificio.
Tempo pentito di una conoscenza
ingovernabile, il salvatore
- come un profeta – protegge il gregge
con semplicità invalidante,
circolando nelle giovani vene
e nelle giovani bocche, perdute.
Una trappola di onde elettromagnetiche,
fa girare la testa, confusa,
sussurro che convince e diseduca,
un germe ostile: poco, colmo di figure,
come un cartone per bambini.
Ho un biglietto di treno
e non so leggere la destinazione,
appoggiato sul tavolo diviene
un corollario e un monito: non andare,
resta, ti cullerò con parole di una canzoncina,
un ritornello, facile,
ciò che fa schermo alla paura, poche frasi
e ogni sera ne toglieremo alcune
e sarai sempre più sereno.
Fotografie, canzoncine, Terra piatta.
Una lingua asciutta e disfatta.




Stefano Leoni è nato nel 1961 a Forlì, città dove vive. È laureato in Economia. E’ cofondatore della Associazione Culturale Poliedrica di Forlì. Ha allestito diverse mostre di poesie in immagine fondendo fotografia e poesia. Nel 2005 pubblica la sua prima raccolta Ipotesi sottili (ed. Il Ponte Vecchio, Cesena). Finalista al premio "Renata Canepa" di Torino 2006 ,è tra i vincitori del premio Arcobaleno della Vita – Città di Lendinara 2008.

domenica 5 luglio 2009

Graziano Polese


L'amore fraterno ha reso possibile che queste poesie siano in rete da qualche giorno. l'amore di una famiglia che ha perduto un figlio, suicida. Un figlio che dava il meglio di sé scrivendo, forse. Se non il meglio, il pensiero più lucido. Nessuna colpa per nessuno. Semmai un accadere che non sta in nessuna spiegazione, che smentisce ogni tentativo di ricostruzione causale. "Ci vuole umiltà, non orgoglio" per farlo, scriveva Pavese poche ore prima di morire, lasciando poi questo biglietto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate pettegolezzi.” L'autoironia non basta per salvarci, però rende meno doloroso il tempo a chi resta.
Le poesie di Graziano Polese - che si possono leggere  qui nel blog aperto da Daniele, suo fratello maggiore - sono gridate da uno spirito adolescenziale, un "fanciullino" già corrotto dal gelo della modernità, che non sottomette il talento alla ragione, ma nemmeno alla musica: si muove talvolta incerto, come un uccello fra le vie spigolose di una città troppo stretta, e talaltra sicuro, consapevole del proprio oggetto e della miseria che lo avvolge.



Ghiaccio e fuoco

Fa freddo in questa città, o in questa casa
che chiami giovinezza
fredde parole, freddo suono, fredde persone, freddo parlare

è freddo e nessuno se ne accorge,
carta frusciante fredda, fredde vetrine,
compro freddamente il capotto per tener lontano il freddo

e freddamente trovo una donna che non ama il freddo
anche lei tenta di proteggersi…ooops
il cappotto era per proteggermi dalla donna o dal freddo?

…In napoletano qualcuno direbbe:

“Mttite e criatur o sol pcchè anna sapè aro fa fridd e a ro fa chiù calor”

TRADUZIONE:

METTETE I BAMBINI AL SOLE PERCHÉ DEVONO SAPERE DOVE FA FREDDO E DOVE FA PIU' CALDO

Per parlare poi dei freddi treni ammassati
che si scontrano per un freddo sbaglio

non credo che la città sia fredda
non credo alle stupide dicerie che contrastano con la bellezza
di dipinti e chiese, e di storia millenaria,

ma mi chiedo, perché il mondo sappia di voi dovete gridare
altrimenti nessuno si volterà
niente nasce per caso

e niente muore per caso
un comandamento a ogni passo
una legge che sa di condanna, ma……SOPRAVVIVERE…

che rassomigli a un grido
che faccia voltare le stelle del cielo.


luce e gravità

Strani giorni, in cui si cresce
agli angoli delle strade, si rimane esterrefatti
dalla potenza dei fiori, e degli insetti saltellanti che attorno a essi girano
non c’è condizione, o posto, in cui rifugiarsi, e il potere dall’alto ride
assumendo la forma di meteorequando lo spazio non ha gravità apparente.

Conosco scarpe consumate, per riuscire a capire il perché di foglie
tanto fracassose o disubbidienti, che alle tre di notte
allarmate da troppi sentimenti, fuggono parlando dell’Inferno

o di strade che si sdoppiano.

Giorni di guerra essenziale;
giorni di morte, di assoluta circostanza;

dopo tanto sfiancante camminare, vedo dei sorrisi
rari come stelle alpine,

di colpo mi ricordo il mio, di sorriso,
forse questa generazione, ha dimenticato delle cose,
cose come l’onore, il dolore, o l’essere al mondo,

è una sorta di torpore, e di sballati vincoli che non saziano di quella fame
per poi prepararsi al botto
la nuova poesia, o la nuova morte, è questa;

svincolato dalle mani di un chirurgo troppo fiorito
giro per tutta la città, guardo il sole, sopra i palazzi,
guardo i prati curati, e dimentico labbra nere, e tatuaggi dipinti;

l’innocenza è parte integrante della colpevolezza!

così di giorno e di notte, combatto anch’io una segreta guerra, in nuove vesti,
lasciando il niente alle spalle
e alle cicatrici dell’essenza non penso.

Penso piuttosto all’enigma che in te vedo,
e la sottile domanda che ti fai ogni giorno;

la luce del sole esiste anche per me,
mentre le scarpe si consumano.


Musa

Disperazione è il mio grido, ora lo so
non ti conoscevo, o credevo a un’ immagine
Condizione: rincoglionimento totale

disperazione, o disperazione, quanto mi sei mancata!
Credevo a me, a me, e a me
l’infinito Me

non ascoltavo voci
Il lato oscuro dell’amore
io non ti ho cercata nel mio abisso, non avevo soldi da spendere

O disperazione… quante sere siamo stati a letto insieme!
Ora so dell’intrigo
e dell’annata d’oro
ora so di te e della maschera di cera costosa, eh?
È questo giorno, un giorno come il Sole
solo come il Sole

non mi piace parlare di me
non mi piace parlare di me
non mi piace parlare di me

non al supermercato…


Discorso

Ehm…
…e sapete, ho visto i vostri marciapiedi puliti
a lavarli erano le lacrime di madri troppo discrete
che credono a un mondo diverso ogni volta che il loro figlio abbassa la testa tra quattro mura
…e ho visto i marciapiedi del sud zozzi, difficile non rimanerne unti
sotto c’erano lastricati romani e spesso si ha paura solo a nominarli,
lì ci sono madri che urlano e piangono tirandosi i capelli, nessuno se ne accorge…

forse le rivoltelle allo stomaco alleviano il peso
di famiglie troppo discrete…il dolore non è tanto per la bara e i fiori…
ma quella maledetta stanza vuota: lo chiamavi amico, ora lo chiami morto…

…e sapete, ho una storia da raccontare per quanto mi riguarda,

ho visto una rosa su quei marciapiedi, il lavoro è molto meticoloso
staccare i petali con un ago volta per volta
e infine tranciarle la testa e lasciarla lì, sotto un cielo, quello degli angeli

mia madre ha conservato la rosa e l’ago destinato
gli dava acqua quando si contorceva, e poi ha lasciato che i petali diventassero forti,
mentre correva ottocento chilometri via

e allora l’ago si mise a correre come un pazzo in Cadillac,
mutando e assumendo cruna, l’inseguiva in sartoria dove lei lavorava, gli raccontava i suoi perché
e la madre capiva, assieme al padre operaio, schegge di ferro nelle forti mani…
forse erano dell’ago

quando la madre capiva l’ago, c’era qualche lacrima sul raso, che lei teneva nascosta ai capi,
ma i capi vedevano la polvere di diamante che impreziosiva la sorte,
capiti i perché, l’ago rimase a farle compagnia,

la rosa tra le mani di un angelo ora luccica
i suoi occhi come zirconi attenti
e non spenti

…e sapete, a volte, solo a volte, la vita è meravigliosa
chiedi il perché, quando ti regalano una rosa…



Graziano Polese, nato a Benevento il 22 Gennaio 1979, consegue il diploma di perito elettronico nel 1999 ; il suo approccio alla poesia comincia in giovane età influenzato dalle letture beat che accompagnano la sua adolescenza. Studia per qualche anno recitazione a Benevento.Ama il fumetto, di cui colleziona rarità. All’età di 22 anni è costretto a causa delle sue condizioni di salute a trasferirsi a Padova, dove ha l’occasione di presentare per la prima volta le sue poesie e i suoi scritti. Pubblica nel 2006 “Poesie dell’attimo” (Ibiskos). Intanto deve fare i conti con un nuovo peggioramento del suo stato di salute. Nel giorno del suo ventinovesimo compleanno, Graziano decide di porre fine alla sua vita.