martedì 28 aprile 2009

Barberi Squarotti, Comoglio, Vaan


Delle edizioni L'arcolaio ho già parlato in Blanc. Ci ritorno ora per segnalare alcune novità. Anzitutto l'uscita, il 29 aprile, di Gli affanni, gli agi e la speranza, di Giorgio Barberi Squarotti, nome prestigioso che onora l'attività di Gianfranco Fabbri, poeta, editore, ma soprattutto grand'uomo.

Da parte mia, ho collaborato per dare alle stampe due libri. In quanto direttore della collana "laboratorio", ho spinto per l'edizione di Canti onirici di Silvia Comoglio, che porta in prefazione la firma di Marco Furia, importante poeta dell'area anteremiana, il quale riconosce all'autrice "un procedere, un fermarsi, un soffermarsi secondo cadenze intime, profonde: la poetessa intende renderci partecipi dei suoi versi ricorrendo a una specifica persistenza poetica, quasi lo scritto imponesse un'adesione, un consenso, un esserci. [...] Si tratta, in sostanza, di un'attitudine a riconoscersi in dimensioni non artefatte, biologiche, promosse da originali usi idiomatici, efficaci nel dischiudere frontiere erette nei confronti di un mondo inedito eppure affine. [...] A quello del tempo, si accompagna il tema del silenzio. Un silenzio, non nulla, ma campo di energie da cui lo spunto linguistico trae origine, ben rappresentato da quell'ampio spazio bianco da immaginare, al di là dei limiti della pagina, quale illimitato, punteggiato da brevi sequenze di vocaboli. Silenzio di cui la poetessa si serve anche all' interno del verso, non al fine di ottenere esiti di banale suggestione, bensì con l'intento di scandire il ritmo, come se fosse la direttrice di un'orchestra composta dalle sue stesse pronunce e assegnasse, con muti gesti, precisi compiti a ciascuna di esse: niente è qui lasciato al caso. [...] Lungi dal corrompersi in mero abbellimento, in sterile esercizio estetico, il contrappunto sonoro si mostra sempre essenziale virtù, tipica di scritti la cui pur curatissima forma mai va a scapito di assidui trasporti espressivi, validi baluardi contro ogni pericolo di caduta nel calligrafismo".

Il secondo libro è uscito qualche mese fa. Si tratta di Cosmesi di Tonino Vaan. La prefazione è mia. Eccone uno stalcio: "Cosmesi parla di un uomo solo, che cerca calore racimolando brandelli di fatti accaduti, fatti a brandelli dalla vita. Forse lui vorrebbe addomesticare quello spazio cimiteriale, chiuso alla speranza. E perciò ricorda – malgrado il tempo, egli ne è convinto, sia fatto per amputare – con l'entusiasmo di un viaggiatore, uno che tuttavia «parte sempre il giorno prima» per nascondere la ferita, per mescolarsi agli altri mortali senza dare nell'occhio. Poi però, inevitabilmente, quest'uomo vulnerabile il «trauma» lo mostra, lo riproduce dentro quella stanza, scrivendo". [...] E siamo vicini alla porta d'entrata, noi che stiamo fuori dal labirinto. Aprirla, significa perdersi nelle 73 stanze che lo costituiscono, accettando il fatto che il viaggio consiste nel visitare l'ombra e la luce di un'esperienza che non si dipana, ma ha scelto per sé l'intrico, l'antro-rizoma, l'avventura di un discorso magmatico, quasi a tracciare sulla carta la mappa della propria identità frantumata, invisibile da fuori, tenuta nascosta per mancanza di fiducia verso una società che, attraverso la cosmesi, si finge sana. All'ipocrita spazio salottiero, falsamente senza rughe, egli offre il libro dei precipizi, dei luoghi franti, delle impossibili rappacificazioni, un vertiginoso labirinto senza uscite, che pare il viaggio intermedio di un trapassato prima d'incontrare la luce divina. Tuttavia, a differenza del libro tibetano dei morti o dei Vangeli, entrambi scritti per disporre correttamente l'anima ad abbracciare con serenità la morte, il libro di Vaan è un ininterrotto sussurrarci all'orecchio che la nostra morte è un buio definitivo e che, dunque, l'umanità va giocata nell'aldiquà, facendo scelte responsabili, come riferisce la citazione che chiude Cosmesi, non a caso di Andrea Pazienza, maestro nel cantare l'inquieto groviglio terrestre".




da Canti onirici

4.


→: me, amate me in questa poca terra
di ánima lasciata óltre ―
il tronco e la ringhiera,
in albe - nude - della pietra: amate me,
il brivido davanti
al nome già tessuto nell’ultimo bacile,
nel pianto che rese il suolo
lucido di vetro, istánte
mancato - e silenzioso: me
stellina del mio faggio, esilio
di bacio assiderato, senza ombra
né - significato

[ ]




6.


→: me, amate me,
per l’effímero mio tetto, e l’osso
che si spezza - a volo - dentro l’eco,
per l’unghia - ritorta di paura,
e l’álbero che mostro - al confine
con l’ultimo paese, piéde
nudo e già sbarrato, lucore
ricurvo - tutto - nel mio peso

[ ]



11.



..................................come se ti fossi
..................................ancora rannicchiata,

.................................come se dicessi: qui io corro
.................................effimera sui prati





invano, mio píccolo signore,
invano - credi - qui è l’oriente,
il principio - tutto rivelato: la voce, mio signore,
è giostra solo spinta - verso la sua eco,
è il corpo del lume che si affaccia
sull’último filare, ammaliando
quanto non vivremo del límite del bosco,
del témpo che si chiama - límite del bosco ---

---



12.


: → così potremmo ancora amarci,
cóme - soli cardi, là dove ancora è vivo
il corvo - appena stato
sul fuoco - del suo ramo, l’íncubo che dette
forza al bosco nudo, tastando nessuna bocca
nessuna cosa nessuna - nessuna ombra
che indugia di memoria

[ ]



IN LUOGO D'APPENDICE

1.


cauta - verrò nel fiume
che svesto all’infinito, nel cárdine del sogno
gridato fino all’alba, salutando
nel buio il mio fragore, il démone che lascia
luce e ombra - braccáte - nella sabbia

[ ]



da Cosmesi


*

questa stanza arredata per fuggire
mista di metalli fusi ed ossa di cammello
pesante di incensi e vuota
.nei bianchi ha ombre pallide
che delineano luci nascoste.
aperta a nord alle correnti
dalla lunga vertebra dorsale
offre scudo, con i suoi vetri riparo
condensa ai pensieri incerti
riflesso in espansione, freddo ed umile
come tutto il nostro mutare nelle attese


*

“ogni tanto si va a cercare una qualche indigenza ed è probabilmente un modo per recuperare una qualche autenticità“
..............................da “i barbari“ .alessandro baricco

noi… quattro stracci ben messi acquistati dai cinesi …


per settimane con gli stessi vestiti
scaldandoci le mani sul fornello del gas
le passiamo sul collo ancora calde
.da tre giorni l'impianto di riscaldamento è rotto
e una pigrizia ci assale. io porto con me una matita
scrivo cose che non vale la pena fermare.
in fondo non siamo fatti per altro
che non da tramite al forte contrasto
tra l'aria di montagna e le ombre strane della metropoli
.ma non ci ostiniamo però ad attribuire virtù in eccesso
ad una o all'altra parte che là in fondo un’oscura materia
già incurva i fonemi del tempo.
per cui lasciamo stare
.tu ascolti sempre la stessa canzone
per fare tua ogni sua minima vibrazione
io tengo stretta una chiusa da sentirla
piena ed aperta per ore.
arricciando la ciocca sulla fronte a destra
in area temporale, fuori
incrociamo quel richiamo fatto carne
che annebbia, distrae, distoglie
il possibile vigore impassibile nei frangenti
.come se tutto un diverso contenuto
avesse in noi lo stesso suono


*

…giorni e giorni sull’unto del giornale…


qui .dove si paga lo scotto di una lunga corsa
passeremo queste giornate a fare cerchi
sulle frasi più belle di un libro.
restando nel timido sole di un'avventura
fermoimmagine di un bombo sopra un fiore di trifoglio
che potremmo aprire tre libri differenti
.uno sui colori del suo addome peloso
.l'altro sulla terribile fetta di noia da spalmare e in ultimo
la possibilità sua, la tua di trovare un quadrifoglio.
mentre la repubblica titola di un inferno
diecimila volte peggiore del nostro
noi volendo descrivere mille cose
ci fermiamo sui proletari introdotti al mestiere di soldati
che ne muoiono di più una volta tornati a casa che in guerra
dietro un eccesso di ebbrezza formato cocktail
vano e sporco lavoro sempre all'inferno e ritorno
.con la libertà di piangere ma non quella di fermarsi
e dire di una curva l'angolo preso in controsterzo frontale
contro un muro.
e venisse su il big one
tutte le volte che un uomo uccide un uomo
che basterebbero pochi e giusti pensieri e solo quelli
oppure qui, parla il vuoto eccome.
al di là del fatto
che ogni ombra possa avere una breve storia
che il più delle volte non si conosce mai a fondo
la materia del sogno
rimane l'idea di porgere alla luce il corpo, se si nutre
come le foglie, nel cielo opaco dove si spoglia


*

… che spinge nuovamente alla finestra…


con le dita, le unghie danno infezione.
dei quattro lati il nostro cantone è uno
io ci vado con la schiuma da barba sul viso
grattando riduzioni di tempo sulle bolle.
il buco più aperto è a nord
la chiamano finestra
s'affaccia s’una cascata di tricolori
che stanno là
bianco giallo sporco, grigio smog
bella nazionale.
se è un gioco
seguire facile lo sguardo
più difficile è parlare
delle incolmabili differenze che ci dividono.
un vecchio ogni volta pretende di fare
l'ultimo viaggio da solo
quando spegne la radio, seduto su una sedia
sul suo balcone quasi fosse pronto.
che noi guardandolo per un minuto
sudiamo freddo
prendendo tempo, fermi sulla questione
se valga la pena di chiamarlo
oppure no


*

aprire gli occhi
disconoscere un'ora, le sue spine.
noi siamo i soliti, gli scalzi
quelli che all'alba indovinano le stanze
senza guardare.
noi non ci possono essere troppi misteri da svelare
si parte sempre il giorno prima
appuntati sul niente
disposti e pronti a quel passo senza fiato
sul confine più labile dell'aria
che ci solleva.
e se il dovere della mano chiama ad altro
altro poi sfugge
ad un senso di dedizione.
che le risorse innate
poi non scavino quand’è che è stato
il danno subito
.andiamo avanti, così
nessun intento a testimoniare il nostro trauma


venerdì 17 aprile 2009

Eugenio Mortale


Corsetto


Esterina, i sette nani ti minacciano,
e topogigio ride
ché, a poco a poco, su te si schiude.
Ciò incendia i tuoi parenti.
Insomma persa ti vedremo
bella e fumata al vento
becera e densa, violenta.
Poi dal lotto di venere urlerai
adusta piuma che
protesa la ventura stani
e l'incenso in viso l'asse
arcuato sbrani, oh Diana.
Saltano i sette nani e gli unni
t'avvitano il luppolo alle fidate pere;
ecco per me rimbocca
un premio nelle lise sfere.
Un uomo non ti prenda
quell'inclita bocca
perbacco! io pago e siano
per lui cento gonfiabili
megere.

lunedì 13 aprile 2009

Stefania Crozzoletti



Prima vita (Fara 2009) è titolo complessivo ed incipit, e sorprende: non va infatti intesa in quanto primizia, vita come prima scelta, bensì quale conseguenza della resa alla vita ordinaria, ad essere parte, come bene scrive Francesco Tomada in prefazione, "di una struttura sociale molto più grande di lei", sotto il segno dell'integrazione. Eppure, sottotraccia, brulica la spinta a deviare, almeno a livello interiore e ad elaborare strategie di sopravvivenza, usando la leva dell'ironia e dell'autoironia. L'originalità si gioca nell'attrito tra i due livelli e nella capacità di farci sentire che il gioco che ne deriva è lasco, oscillazione in cui stare. La poesia che scrive la Crozzoletti occupa questo spazio, tra ciò che lei è per necessità (madre, moglie, lavoratrice) e ciò che avrebbe potuto essere (punk, ladra, intellettuale). Nessuna delle due dimensione è praticabile senza dolore; per fortuna che nel loro punto di contatto si apre appunto una crepa, un lasco - come nei pedali delle vecchie biciclette - dove il tempo smette di avanzare e tutto può essere ripensato, detto come se fosse per la prima volta. La prima vita è la poesia nata sotto il peso della solita vita e della vita non praticata, è la poesia in quanto pratica insolita dello slancio vitale.






PRIMA VITA

D'accordo mi arrendo:
accetto di vivere
la prima esistenza che viene

proseguo stonata
con l'inutile forza che mi contraddistingue
gratto i muri tanto per fare

meglio che essere
assolutamente contemplativa

guardo le stelle

e non trovo significati
guai ad essere beatamente infelici



REINCARNAZIONE

Ci sarà un'altra vita
per sopportare tutto questo dolore
ci sarà un'altra vita
per portare a termine il mio destino
Un'altra vita
per elevarmi
un'altra vita
per consacrarmi

Nel frattempo
grazie Steve Kilbey
grazie Wim Wenders
grazie
consolante selciato di libri

Ci sarà un'altra vita
per drogarmi
per essere maestosa
e per fottere il mondo
con grande soddisfazione



TRE VITE

Ho avuto tre vite
Una di beata
inconsapevole essenza
slegata dal resto
appartenente a tutto
La stessa vita che ora
vedo nei passi di danza.
di mia figlia

Poi una vita
con dolori che smembrano
il cuore
La durezza del mondo
lo stridore dei passi
voler diventare
voler rimanere
Vietato esistere
per il gusto
E le ansie vomitate
addosso ad amici
di buona volontà
con l'ottimo supporto
di cure artificiali

L'ultimo pezzo di strada
lo percorro cercando
una casa
tra corse, soste e bestemmie
Cinque marce
eternamente in anticipo
Uniche soste previste
per infarti o tumori

La casa è sempre
un isolato più avanti
o si trova in una via
già percorsa



A TU PER TU CON LA POESIA

Allora, anima bella,
giochiamo con le parole
o con i significati?
Uniamo
ondeggianti vorticose
frasi sensuali
spremiamo il verbo
ricamiamo i pronomi
o seguiamo il sentiero in pianura
consegnando al pensiero il suo
ruolo filosofo?
Troviamo un nome
o sondiamo l'essenza?

Mettiamo tutto nel
corpo frullatore
troviamo l'interruttore nella
testa
mescoliamo frasi anima ironia
dolore rabbia comprensione
e dal vulcano facciamo uscire
una piccola perla
che ci faccia sentire
immeritatamente speciali




VECCHIA PAZZA

Vorrei essere stata
una bambina lieve
vorrei diventare
una vecchia pazza

Vorrei una vita in regressione
pensieri morbidi e tondi
che esplodono per diventare
disordinato pulviscolo
danzante
ilare
dispettoso
che solletica il naso di Dio

Uno starnuto cosmico
è il big bang
della mia età matura



FEMMINILE TOMBALE

Dovrei essere tutto
invece non so che essere
una cosa alla volta
La capacità di sovrapporre i ruoli
propria del mondo femminile
in me diventa
calca di apparenti strati leggeri
ammasso di pietre
praticamente una tomba



VERONA, 21-11-2008

Attenzione
alle certezze incrollabili
alle belle case
all'argenteria lucidata
ai prìncipi e alle principesse
alle promesse eterne
ai capelli sempre in ordine

Abbiate cura dei bambini tristi



CAPPOTTO

Oggi ho conosciuto Tizio
indossavo il mio elegante cappotto di lana

non gli ho detto che lo porto da anni

al punto adesso della sinusoide
sorvolo sul passato
non ragguaglio sulle rotte

Vorrei lasciare nell'ignoranza
chi non mi vede da anni:
che dormano tra le pieghe dei calendari
Caio e Sempronio che mi hanno
conosciuta senza occhiali
la faccina stupita da giovane lollobrigida
tutto sommato una bella immagine
di ragazza insicura con moti di ribellione
lasciati a metà

Ci sono lati positivi nelle vite di linee
spezzate si toccano giusto gli estremi
poche le sovrapposizioni
rare le eccezioni

Così posso sempre affermare
che nessuno mi ha mai vista
nel momento di maggior splendore
che è sempre stato prima
e sarà sempre dopo

A tutti mentirò dicendo
che il tempo mi vuole bene
Un amore ricambiato


Stefania Crozzoletti è nata nel 1966 a Isola della Scala (Verona), dove vive. Laureata in Economia e Commercio, si occupa di studi e ricerche economiche. Sue poesie sono state pubblicate nelle antologie della Giulio Perrone Editore Pensieri d'Inchiostro III edizione e La notte. I grandi temi della poesia. La sua raccolta (Non sono un) poeta è stata segnalata nel concorso di Fara Editore Pubblica con noi 2008.

martedì 7 aprile 2009

Abd Assalam Misbah


Blanc ha sempre posto attenzione alle voci del mondo. Specie di quelle con le quali l'occidente borghese fatica a dialogare. Grazie alla disponibilità e la pazienza della traduttrice Asma Gherib, Direttrice della rivista letteraria araba online: Nostalgia نوستالجيا e, nel 2008, docente di lingua e cultura araba presso l’Istituto di Formazione Politica Pedro Arrupe di Palermo (per il dettaglio vedi qui), ho il piacere di presentare alcune poesie d'amore di Abd Assalam Misbah.


Asma mi fa avere la seguente scheda, preziosa per comprendere il clima culturale e sociale in cui è cresciuto il poeta marocchino: "Abd Assalam Misbah nasce il 23 marzo 1947 a Chefchaoun, una piccola città a circa 400 km di Casablanca. Conduce i primi studi presso una scuola coranica, un kuttab, dove si imparava la lettura e la recitazione del Corano, la lingua araba, la matematica ed altre materie. Quando intraprende gli studi superiori, Misbah non riesce a conseguire il diploma di maturità ed interrompe gli studi. Nel 1972, due anni dopo, ricomincia a studiare per partecipare ad un concorso grazie al quale ottiene l’incarico di insegnante.
L’attività didattica dello scrittore inizia presso la scuola Hay mohammadi, oggi chiamata Imam Boukhari, dove rimane per più di sei anni fino quando non viene obbligato a trasferirsi presso la scuola Sidi Moumen, a causa del carattere ribelle dello scrittore e dei conseguenti screzi con il direttore scolastico.
Dopo due anni, comunque, riesce a tornare nel precedente quartiere ma non nel vecchio istituto. Esercita la professione presso la scuola Ibn Bassam.
Nel 1982, a Safi, partecipa e vince il concorso organizzato dai Centri Superiori Regionali dell’Educazione, ottenendo la cattedra per insegnare nelle classi delle scuole medie di Casablanca.
Misbah entra in contatto con il mondo della letteratura molto presto. Le ricerche scientifiche e pedagogiche in fatto di letteratura, arrivate in Marocco tramite l’Egitto, il Libano, la Palestina e la Siria, si rilevano molto importanti nella sensibilizzazione alla lettura «di migrazione» . Opere di scrittori arabi residenti in America ed in Russia, gli scritti delle nuove correnti di pensiero, delle due nuove Scuole letterarie Apollo e il Diwan, ma anche l’opera dei pionieri dell’epoca abbaside, influenzano i gusti dell’autore. A ciò si aggiunge il fatto che Titouan, città natale dell’autore, grazie alla posizione geografica, diventa un punto di contatto con la letteratura straniera; infatti, sin dagli studi liceali legge le opere di Pablo Neruda, Dario Ruben, Antonio Machado, Garcia Lorca, Rafael Alberti e altri ancora, arricchendo il proprio stile e scoprendo nuove forme del testo poetico, lontane da qualsiasi forma tradizionale.
Le sue poesie e differenti scritti letterari vengono pubblicati in diversi quotidiani, riviste marocchine e di altre nazioni. Inoltre, l’opera di Misbah spazia anche nella traduzione; egli ha tradotto un numero non indifferente di opere poetiche, teatrali, narrative appartenenti a scrittori spagnoli, cileni, boliviani, e del Nicaragua.
Di recente, ottiene due premi importanti: il primo dal Giornale «Al-Arab» di Londra e il secondo da «Dār Nu‘mān», premio alla cultura, per avere tradotto due testi teatrali di Garcia Lorca e di Gustavo Becquer.
Le opere pubblicate sono: H,ā’āt mutamarridah (1999), e Testi selezionati dalle poesie del capitano 2004".


Sogno


-1-

Sogno….
Sogno una donna capace
di scendere dalla costellazione dei pesci,
battezzata con l’erba
e con il profumo della terra,
una donna che lancia il suo grido
al volto del mare,
della sua tribù…
e poi si gira verso di me
per coronare con l’amore
e con il calore
la sua femminilità e la sua profezia.



-2-

Sogno…
Sogno una donna capace
di tramutarsi in una nuvola
dentro il mio corpo
e di formarsi come
un quadro dentro
le mie vene e arterie
mentre si sciolgono
i tesori della profezia
e delle parole
dentro il mio cuore.



-3-

Sogno…
Sogno una donna capace
di supportare la mia irruenza,
i miei capricci,
le mie follie
e tutta la pazzia dei poeti
e degli amanti
rimanendo indifferente.



-4-

Sogno…
Sogno una donna capace di
Permettere a quel bambino addormentato
dentro di me di rompere l’idolatria,
le tradizioni,
e i costumi di una donna orientale,
una donna capace di
mandare al diavolo le tradizioni infiltrate
sotto la nostra pelle,
i nostri cuscini,
una donna che capovolge
la storia inculcata
e gli dei degli idoli.



-5-

Sogno…
Sogno una donna capace
di disegnare la costellazione dei pesci
con i colori di un arcobaleno,
e delle lettere…
Una donna che mi fa entrare
nei suoi pascoli
per dividere con me l’alba verde,
il bruno pane
e un po’ di fichi,
una donna che divide
con me il vasto mare,
la lingua tatuata con la poesia,
con i baci e con lo splendore.



-6-

Sogno…
Sogno una donna capace
di rinnovare la passione di giorno,
la pazzia di notte
e di scendere per
due
dieci
mille volte…
dalla costellazione dei pesci
verso quella dell’ariete,
con delicatezza
per mettere sopra di me
il bel vestito reale,
e farmi sedere sul trono
così da governare il regno
degli amanti
e quello dei poeti
sino all’ultimo respiro
e quando sarò
schiacciato dalla ferita verde
e dalla tristezza verde
lei mi accoglierà
come un bambino
appena tornato dai banchi della scuola
e mi darà il suo seno fatto
del profumo della terra,
del sangue dei martiri
e del polso dei poeti…
senza curarsi di nulla.



la versione in arabo la trovate qui

.

giovedì 2 aprile 2009

Gianluigi Cannella



Gianluigi Cannella segue da alcuni anni i miei corsi di poesia presso l'associazione culturale vicentina Artemis. Dall'inzio in pratica. Non per questa ragione la sua poesia merita di essere conosciuta, bensì perché ha raggiunto una maturità certa.
Connotata da numerosi segnali paratestuali (numero assoluto, titolo, data e, talvolta, ora), che la incorniciano sia rispetto ad un inizio creativo di cui si è perduta la memoria e sia in relazione ad un hic et nunc carico di drammaticità, questa poesia procede per sintagmi analogicamente combinati, ma non lasciati all'arbitrio indiscusso dell'inconscio. con esso dialoga infatti l'intenzione morale, la lucidità intellettuale che guarda e seleziona la materia incandescente, così da fissarla ad una temperatura internamente ancora ricca di calore, ma solida in superficie. Come ho scritto nella prefazione al volume "Orizzonte terraqueo", curato dal Laboratorio di Lettura e Scrittura Poetica di Artemis e da Pittori in Acqua, nel 2008, "i versi di Gianluigi Cannella, veri e propri sentieri per viaggiatori che non temono l'ignoto", rinnovano la coscienza, "così che la conoscenza del mondo sia più profonda, meno prigioniera dei luoghi comuni. [...] In essi, infatti, nulla è scontato: né il paesaggio né il soggetto che lo nomina, con ciò tenendo il lettore sul filo del dirupo, là dove conta il pensiero mai pensato e il gesto creatore"



1729 SENTENZA


In direzione delle emozioni l’innocenza di un dio adulto
quello di una fede ipotecata fuori dalle sfere rotonde
che vuole incontrarla solo all’inizio della fine
facendo gossip da luoghi instabili attraverso la crocifissione di natale.

domenica 18 marzo 2007 - h. 01.50



1748 ESISLIO


In esilio per non morire camminare sui vivi
attraversando la libertà su un marciapiede che non sopporta il silenzio
profeta sopravissuto all’estinzione perché vivi uomini diversi
immortali per chi confonde il chi come dove quando
con i perché degli innocenti
con i mai dei colpevoli confusi dalla vista
dal tatto
dall’olfatto per il gusto della morte
nutrita dai corpi rimasti normali anche nei giorni diversi.

giovedì 9 agosto 2007




1759 OSSIGENO

Procurami ossigeno è diventato un mestiere mi assale la morte ascetica
l’avvicinarsi davanti all’entrata della via lattea
di una famiglia sintetica incriminata dal figlio prediletto costringe
l’uomo nella camera iperbarica sventrato dal buio solido.
Depredare la verità dalla parola dove inizia la figura di venere
con giove protettore complice il dio della guerra che si suicida
tra falene palafitte e caverne di vetro narcotizzate
non dormo mai fino alla fine del silenzio.

Domenica 28 ottobre 2007



1803 ARREDAMENTO D’INTERNI


L’edera soffoca più veloce di un cuore a sonagli
dichiarazioni d’intenti di guerra di pozzanghere d’acqua nera
biasimare tanti perdoni interno terra-pieno
ipermercato dove metti i piedi arredamento d’interni
sembrano gli stessi piedi da questa parte del viaggio
non valgo soldi valore di un amore graffiato dagli orologi
dell’ultimo bicchiere di tè aspirato dall’acqua piovana
con la possibilità di annegare se allargo le braccia
per nuotare potrei essere appeso al solaio vecchio
fuori all’aria resto fermo se mi muovo
se non fossi mai tornato mano a mano che il prezzo lievitava
alla borsa dell’anima di notte passo dopo passo
il fuoco affoga l’acqua non si fermano le mani
accavallate sulla lingua nera sporca la pioggia sui piedi nudi.

Mumbai sabato 14 giugno 2008



1787 ANIMA ANALFABETA


Questa sera voglio che mi trovi sveglio come un santone
in un cucchiaio di fame, per un urgenza
per un’attesa insolita rimasta ferma
nella corte moderna del sonno
dove il dio algoritmo e androgino con l’ anima analfabeta
organizza nuclei di scorribande religiose
zero preti, zero due e zero zero, al traguardo
altre sottovoci zero virtù.
Questa mattina voglio che mi ritrovi addormentato sulla guerra
senza fame, reclutando una sedia qualsiasi
per una donna vista una volta per sempre da uno mai incontrato
superando tutti i santi del calendario.
Mi sono svegliato in un bicchiere di acqua vuoto senza sete
immaginando giardini pensili promessi da altri almanacchi senza rito
senza numeri senza parole combattendo una guerra di codici criptati
dove ci siamo promessi di non vivere mai da soli
al di fuori di questa vita.

domenica 20 gennaio 2008 h. 02.37




1790 NOI


Quando non c’è, io
quando, quanto donna
perché sempre conto il tic dei nervi
la voce bassa, io crudo grido che cuoce
parlo silenzio non vedo il tu che tace
animale che posseggo il tuo segreto che ascolti
tu parola.

mercoledì 20 febbraio 2008




1805 DENTRO L’ALBERO BAMBINO


Il sonno se fosse fame aritmetica
prendo il verbo essere senza oscurarlo
non abbaiare e poi sciolto il sapere dei silenzi intatti
silenzio rigido incorruttibile complice del buio
di traverso quanto un amore che mangia l’area quadrata del tempo
lo spazio l’ovale delle forme ambigue e quelle precise
di un altro passato
trangugia un futuro più che da indovinare da costruire
verità virtuale a velocità del silenzio virale
un contratto di luce bianca
con l’amore fregiato di eccesso ordinato con catene di cotone
colare come miele sopra gocce di saliva
dentro un focolare lento all’apice dell’incendio
e dentro l’albero di natale da lacerare vivo
toccare e prendere in mano la corteccia dura
far cadere a terra la linfa senza farsi male
due occhi grossi caduti dalla sedia alta sull’angolo del camino
cancellare le frasi d’amore dalle fotografie ingiallite
tagliare i sostantivi consumati dall’attesa
in una fossa comune, dove sei, quello che cerco
lungo fossati svestiti sulla tavola rotonda dove un posto vale l’altro
è la che si curva la mente rimasta senza racconti
dei vecchi si ha la tenera età del sapere invano
prima di avere voglia di vivere ancora tutto
tutto il resto che suggerisce la terra.


giovedì 21 agosto 2008




1816 AMORE CANE


All’ordine del giorno amore cane arresto il cuore
lo porto nel labirinto osé del cervello, lei l’amore che non è
vado lontano arriva prima l’ombra poi l’oggetto
il soggetto la forma più riconoscibile non si riconosce
sotto una luce accecante non conosco nessun animale
che faccia l’amore guardando negli occhi
ma tu che mi guardi non ti ho detto sì.

lunedì 12 gennaio 2009



Gianluigi Cannella, nato il 30 dicembre 1949 e risiede a Castelgomberto (Vi). Scrive poesie dal 1968 e dedica una breve parentesi alla pittura tra il 1966 e il ’72. Fotoamatore, ha sempre associato la poesia alla fotografia, ritenendoli due «luoghi di ricerca dove posso star bene, ritrovarmi e ritrovare le cose di ieri, vedere meglio le cose di oggi». Frequenta il Laboratorio di poesia condotto da Stefano Guglielmin da otto anni; ciò gli ha «permesso di entrare dentro la poesia e capirla, capire non tanto cosa si vuole dire, ma come dirlo, farla diventare una comunicazione emozionale». Nel 2005, la personale poesia-fotografia Dalla nascita alla vita, racconta le stagioni di un uomo, che sarà presto presentata su Magazine periodico online del forum italiano dei fotografi del sistema reflex, 4/3 photographers di Olimpus. La personale fotografica Bianco Colore, imperniata sul viaggio fatto in Perù nel 2006 e realizzata nel febbraio 2007 presso Palazzo Pisani a Lonigo, è ancora motivo di “ricerca poetica”. Nel 2008 esce nell'antologia Orizzonte terracqueo. Cannella è ancora inedito in volume autonomo.