giovedì 26 febbraio 2009

Davide Rondoni



Risposta concreta alla vanità dell'agire umano predicata dal Quelet, Apocalisse amore (Mondadori 2008) vi contrappone l'intensità, la resistenza alla deriva propria degli affetti familiari e l'esemplare semplicità dagli umili di tutte le latitudini, quegli invalides già cantati in precedenza e che hanno in "Alzheimer, madre" il proprio emblema. Qui, famiglia e caducità s'incontrano, così come l'invocazione al deus absconditus, cui spetta il compito di districarci dalla solitudine del mondo e di bagnarci nell'acqua della smemoratezza benigna: "perdiamola tutti/ la memoria del male// se ne vada come una canzone dalle labbra/ e dalle pianure bianche dei nomi".
In questo libro, amore è la rivelazione (apokalyptein, rivelare), l'apocalisse giovannea, che si mette alla luce quale ammonimento e speranza, amore che è, anzitutto, pazienza (San Paolo, prima lettera ai corinzi), invocata dallo stesso autore e coniugata nella dimensione dell'esperienza quotidiana, accessibile a tutti: "Dammi la pazienza/ dei bar tabaccheria fuori dal centro// dei mucchi di materiale, assi, vecchie/ travi lasciate accanto alla ferrovia". Ed è proprio quest'ultima cifra ad incantare, questo spazio abitato che metaforizza il sentire, che ne fa le veci, arricchendolo, così che ciascuno lo possa ripetere, perpetuare, come nella similitudine che segue, dove l'intera condizione umana si riflette, nella propria folle corsa senza teleologia: "e ride/ il cielo, corre via come un matto/ tra le sedie sparse dei bar". Anche l'inquietudine del metro riflette l'attesa della rivelazione finale, da una posizione che scatta da un'insicurezza tutta terrestre, che diventa tuttavia postazione privilegiata, avamposto: Rondoni pare infatti si muova sul bordo alto della muraglia montaliana, tra i cocci taglienti di bottiglia, quale vedetta che vuole farsi annuncio per la comunità, che intende dantescamente rivelare, se Dio vuole, quanto ha visto e imparato nel suo viaggio tutto umano, fra le ombre: "dammi lo sguardo deviato/ e divorante della notte sui crinali", quello sguardo che rompe il velo di Maya, che trae forza dall'abisso incarnato nelle periferie urbane.



Il cuore degli uomini è un abisso, anche

il tuo che ora indolente
dal petto come dai vetri rotti
di un auto
si alza e si rovescia a guardarmi,

un grande occhio
pieno di fuochi...


Bartolomeo

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull'alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
...................Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansie di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l'età
matura, non il mio invecchiamento -
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.


Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all'unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…



*

Dove sei Romagna per perdersi,
aprire i cancelli del petto

leggere le costellazioni con il viso affondato
nell'odore aspro di falciatura –

dove la paura di niente
butta uno sull'altro gli amori.

Dove sei, fila dei tralicci
nel sole rosso che cala

..........................si sala
la schiena a mezz'aria
nelle cabine dei camion
e nelle gru dove resta l'uomo sospeso a fine
turno contro l'aria di fuoco e non
scenderebbe - viene sera,
..........................ripida, acquatica
balli alticci, inviti di occhi
furenti, notte tu-tum e poi lenti
pallori di via Adriatica
................................campi le saline
radioline mentre farsi la barba o rare
bombe d'autoradio
gemendo svaniscono all'alba –

Dov'è la parlata dolce, da stazione,

e i posteggi nell'erba, lei
che non aveva segreti
..................la notte sul canale
disegnato da Leonardo
e perso tra i canneti, le altre
sempre le altre colline, le carte
da gioco sciupate, il tatto
cieco, febbrile dei solitari
...........................- e ride
il ciclo, corre via come un matto
tra le sedie sparse dei bar


*

Addosso vienimi, non lasciare
spazio, che l'aria il cielo o cosa
sento fare pasto di me se

non ti stringi, non spezzi con linee
strane il disegno delle braccia, il bavero
il torso

se non disponi con il tuo il mio corpo
ai nuovi assalti del giorno

ferma le piastre del respiro
ho qualcosa di troppo antico nel petto,
radunami da tutte le città del mio volto

sono solo ombra che brucia
se la tua non mi viene
subito addosso.


*

Poi una mattina la rivedo
appoggiata di schiena ad un'auto in sosta

quasi rovesciata guarda il ciclo bianco, parla
e non ha voce

ha la giacca aperta degli ubriachi,
le scende di molto da un lato

come se quella mattina non ci fosse
da fare altro che stare buttati
sulla fila di auto
e cianciare al cielo, dare il petto
magro

dire agli angeli o a chi:
venitemi a prendere, io ero dei vostri



Alzheimer, madre

Era lei il sole mite
le girava tutto intorno, noi

ci spargevamo,
...............il bel quartiere il mondo,
ma era lei

in fondo alle stanze
cuore d'oro e catena, e ora
vederla aver bisogno di tutto, cadere
le luci dalla mente,
......................- l'hai vista passare, ti ha
riconosciuto?

come fare a imparare la scena
dove siamo finiti

è proprio lei la mamma l'angelo
con occhi incomprensibili
che annuncia: non
vi sarà più tempo.

Ora artigliaci Dio
tienici nel tuo
alzheimer d'amore,
perdiamola tutti
la memoria del male

se ne vada come una canzone dalle labbra
e dalle pianure bianche dei nomi


*

Ho sentito il nome al tavolo.
Parlava forte un tizio
pantaloni bassi in vita -
..............e lei, candelabri
persi negli occhi

han riso molto
di qualcosa. No, poca luce
nel locale,
.......o troppo in ombra il volto

ma la voce un attimo ha detto:
Gesù. E si è fermato
il sorso,
il nome tra i bicchieri.

È su tavoli di questo genere
che ha iniziato a correre, confuso nel suo splendore
tra le mani, le fiaccole, le carte.

- - Tu che sognando disegni le linee dei golfi
e muovi le ombre su Marte, e reggi
il petto degli uccelli in volo

non andartene
dalle sere dove i corpi bevono
e si scambiano pensieri nelle tenebre,

non restare Dio così da solo





Davide Rondoni, nato a Forlì nel 1964, ha pubblicato diversi volumi di poesia tra cui "Il bar del tempo" (Guanda 1999) "Non sei morto, amore" (I quaderni del Battello Ebbro, 2001) "Avrebbe amato chiunque" (Ed. Guanda 2003).Suoi saggi e interventi sono raccolti in "Non una vita soltanto" (Marietti, 2002).Ha fondato il Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna e dirige la rivista "clanDestino".Autore di testi teatrali e di trasmissioni televisive di letteratura, ha tradotto Rimbaud, Baudelaire, Pèguy e curato una versione dei Salmi (Marietti, 1999).Ha firmato insieme a Franco Loi un'antologia della poesia italiana contemporanea, "Il pensiero dominante" (Garzanti, 2001). Il suo sito internet è: http://www.daviderondoni.it/

domenica 22 febbraio 2009

Linee d'ombra


La linea d'ombra, l'ultimo importante racconto di Joseph Conrad, ci descrive il travaglio che ciascuno di noi deve compiere per crescere, per essere capace di decisione; lo stesso motivo spinse l'Alighieri ad attraversare la «selva oscura» e l'intero imbuto del male, così come portò San Paolo all'inferno, Enea e Ulisse nell'Ade: l'ombra, qui, è crogiolo alchemico in cui necessariamente sprofondare, per rinascere soggetti capaci di incamminarsi verso una meta salvifica, luminosa, dove fondare città e famiglia. Eppure, di perpetuo, nell'esperienza non incontriamo che l'eliotiana terra desolata («quali radici s'abbarbicano, quali rami crescono / su queste macerie?»), in cui il confine radioso si sposta, irraggiungibile. La linea d'ombra sembra così non finire mai: inghiotte i nostri passi, irretisce i nostri sguardi, ci lascia nello stallo della nave del conradiano capitano Kent, o nella Fortezza Bastiani del romanzo Il deserto dei tartari di Dino Buzzati, ad aspettare l'occasione buona che ci immoli, che dia senso a questo tempo tedioso, senza uscite. Anche Giovanni Drogo vive infatti nell'ombra della storia, appostato dietro alla pietra che dovrebbe delimitare la civilizzazione, fare da argine alla barbarie. Supererà la linea quando avrà chiaro il senso del proprio destino, che non consisteva nell'oro abbagliante degli onori militari, bensì nel morire solo e malato, lontano dal fronte, in quella luce orribile che muta l'illusione d'essere comunità, in certezza di non avere fratelli. La stessa luce pervade le coscienze de La montagna incantata, di Thomas Mann, che additano il mondo come un luogo di tenebre o, per dirla con Benjamin, «un pianeta che ingrigisce nell'attesa di una catastrofe», mentre la storia delle «umane sorti e progressive», già da tempo era diventata «malattia storica», che disprezza il presente ombroso in nome di un passato monumentale e inesorabilmente perduto. D'altro canto, come immaginare i giardini spensierati d'Europa alla luce di due guerre piene d'ossa? Come non vedere i fiori del male e la perdita d'ogni aureola persino nell'angelo-bambino di Paul Klee, emblema dell'innocenza che non avrà mai più luogo, in un Novecento che ha ridotto l'uomo alla dimensione tecnologica, mortificandone le vive ombre dell'istinto e della passione? Per questa ragione, la letteratura e l'arte in genere sono diventate incomprensibili ad occhi non abituati alle tenebre, ad occhi addestrati all'ordine della mensola e del neon, ai grandi boulevards rettilinei, dove mercato e superficie segnano il cammino degli uomini moderni, nati dal cristallino cogito cartesiano e sprofondati, infine, nella melma dei genocidi contemporanei. In mezzo, le sagome nere dell'Espressionismo tedesco, Cent'anni di solitudine di Manuel Garcia Marquez, dove niente si muove davvero, e, fra i tanti, Ombre, di Ernst H. Gombrich, racconto sulla pittura moderna attraverso i modi in cui l'ombra, l'impalpabile, ha preso dimora sulla tela, sino a quel nulla nerissimo che è il silenzio di John Cage, sorta d'estenuante linea d'ombra che lega alla sedia l'ascoltatore per 4' e 33", in attesa che il pianista, finalmente, prosegua il discorso interrotto dalla dodecafonia e dalla musica seriale. Invece non accade niente, un niente snervante, che sospende la continuità con il passato, con il futuro, amplificando l'ansia che ci pervadeva già prima di entrare nella sala del concerto. E tuttavia, ci dicono tutte queste linee d'ombra, non c'è approfondimento se non passiamo per il loro spazio inabitato, inabitabile. E qui, approfondimento non ha nulla a che fare con crescita e sviluppo: esso piuttosto rinvia al foglio bianco dello scrittore, a quel luogo foriero d'angoscia, in cui ci si semina ogni volta da capo, senza protezioni e garanzie, quel foglio il cui biancore è l'incandescenza dell'ombra, che ci riporta al primo giorno della creazione e ci espone alla massima responsabilità, senza requiem. In fondo, la vita autentica non è altrimenti che questo: una scrittura nello spazio-tempo con il corpo e la parola, con l'agire che lascia un segno, a partire dal riconoscimento che si muore soli, come il Drogo di Buzzati, ma si vive fianco a fianco con altri esseri in cerca di verità, di quella luce che solo l'ombra possiede.

martedì 17 febbraio 2009

Giovanni Fierro



Grazie alla lungimiranza di Alessandro Ramberti, le sue Edizioni Fara hanno prodotto e stampato l'antologia Dall'Adige all'Isonzo. Poeti a Nord-Est (vedi il link). Io ho presentato Giovanni Fierro e lui ha presentato me. Ecco le mie impressioni:




Attraverso l'allegoria del fiume Judrio, che è «corrente limpidezza/ impeto flusso luccichio profondità», ma anche quieta «pozza d'acqua», Giovanni Fierro organizza autobiografia e morale, in un dettato piano eppure attentissimo ai respiri del lettore, che deve capire e gioire insieme alla voce narrante, partecipare alle verità che essa gli dona. Fra queste, la certezza che uomo sia colui che sceglie d'uscire dal torbido naturale per rinascere nella trasparenza di un'identità fluida e senza crepe, «sincera», appunto, come vuole la lirica il presente.
L'intera raccolta è attraversata da questa tensione verso il bene, che è tutto terrestre, consistendo nell'attrito esercitato dai viventi scendendo verso «il mare», in quel futuro ineluttabile e sempre imminente, che obbedisce alla legge entropica: «Si muove di sola andata» recita piccolo fiume, declinando, nella metafora dell'acqua di fonte che diventa rivo, la necessità di scegliere il meglio che siamo sin dall'inizio e non giù a valle, in prossimità della foce, quando il timore della morte ci assale.
La vita è penuria, «saliva, lacrime, sudore/ sputo, seme o sangue» e dunque, attraversarla senza mascheramenti, nella limpidezza virile della decisione, chiede coraggio, che è fondamento dell'uomo etico fierriano, in parallelo alla forza che muove il fiume, allorché incide la terra ed impone «la sua trasparenza» agli uomini, educandoli.
Sincerità e dettato ci ricordano l'onesta opera del poeta sabiano, se non fosse che gli eccessi metrici e le ossessioni irrisolte del triestino, qui mutano in gravitas e saggezza, non mancando tuttavia un sottofondo drammatico, un'inquietudine esistenziale che, come scrive Mario Benedetti in quarta di copertina a lasciami così (sottomondo, 2004), lo avvicinano al concittadino Carlo Michelstaedter. Altra affinità con l'autore di La persuasione e la retorica, mi sembra quella che vorrebbe la compenetrazione fra agire e pensare, in entrambi modernamente avvertita come impossibile. Da Michelstaedter, invece, Fierro prende le distanze rispetto alla posizione nei confronti della natura: se nel primo, domina l'idea che tutto sia ineluttabilmente governato dal vuoto, cui contrapporre una sorta di titanismo leopardiano, in Fierro c'è la convinzione che ci sia un ordine a muovere il cosmo, una necessità non estranea all'idea del Tao quale verità ultima e materna cui possiamo sintonizzarci attraverso l'eticità. E forse non è un caso che anche nei due originari maestri taoisti, Lao tzu e Chuang-tzu, questa energia onnipervadente sia resa nella metafora dello scorrere dell'acqua. Da uomo occidentale figlio di Voltaire, che crede nell'equivalenza "essere uguale azione", egli tuttavia rigetta la possibilità di nuotare in quell'acqua cosmica abbandonandosi alle sue spire, assecondandole con sguardo vigile, come nel Wu wei taoista; appunto per l'impossibile coincidenza fra pensiero e azione nel letto del tempo caduco, Fierro invoca il discernimento umano, la responsabilità individuale, così che il mondo dei mortali edifichi la salvezza in terra, cercando un dialogo fecondo con la natura, nutrice e maestra. Ne fa parola già in lasciami così: «Bisognerebbe assomigliare alle pozzanghere/ esistere solo in caso di profondità// imparare dal legno/ che alla lama da taglio si oppone/ con l'intensità della fibra».
Due parole, infine, sulla scelta, meditata, del fiume: Judrio ha la particolarità d'essere linea di confine tra Italia e Slovenia e poi tra la provincia di Udine e quella di Gorizia; come quel suo scorrere separa le due rive e, nel contempo, le tiene in prossimità, segnando un'ideale crocevia fra i popoli, così la poesia di Fierro fa felicemente convivere natura e cultura, passione e ragione, occidente e oriente, in palese contrasto con la vocazione padanocentrica del nord-est e vicina invece all'interculturalità di Alpe-Adria, del gruppo goriziano "Sottomondo" (di cui Giovanni è fondatore) e alle esperienze friulane di Absolute poetry.






Acque di acqua




(sottofiume)

Il silenzio del fiume è sott’acqua
la sua corrente è calligrafia
costruisce parole
le si possono leggere
nel segno continuo
che il suo scorrere lascia
nella terra scavata

come ogni storia raccontata si ferma
dove trova quiete

il mare è l’ultima pagina del suo libro
la sua bocca chiusa
la sua dissolvenza

il suo cielo.




(identità)

Anche il tessuto del mio corpo è
l’intreccio fitto di filamenti di acqua

così se parlo di accadueo
dico, sempre, qualcosa di me

è il momento di quando scelgo, ogni volta
con che cosa tengo assieme il mondo

saliva, lacrime, sudore
sputo, seme o sangue.




(la lode)

Il fiume scava
e la sua acqua si fa attraversare

come coraggio
si impone

la sua trasparenza.










(piccolo fiume)

Si muove di sola andata
inumidito di un’acqua che si rompe
contro i primi sassi

improvviso luccichio.





(l’ospite)

Penso il tempo asciutto
di un volo rimandato di merlo

la terra si misura con la parola
che la contiene e la sbriciola
ostia del mondo

guardo quest’acqua
scegliere di stare con l’acqua
e niente altro.

I miei occhi bagnati
dopo il bacio
ti portano fortuna.




(presenza)

Il fiume è come memoria
verbo ostinato
si lascia coniugare solo ad indicativo presente

bisognosi di terra
fiume e memoria scrivono un solco che rimane
una incisione
una volontà

poi è necessità che mostrano

sfociano sottopelle
soffiano dentro un orizzonte.




(scelta)

La saliva che tengo sulla lingua

se è amore
è l’unguento per il bacio

se è rabbia
è il pidocchio per lo sputo.




(nel tempo)

La nudità dell’acqua non è solo
nella sua limpidezza mostrata
ma anche il suono che emette quando scorre

è sempre un rumore

dice, guardami, io sono un attrito
di tempo e di sete.



[...]




Giovanni Fierro è nato a Gorizia nel 1968. I suoi testi sono stati pubblicati nelle raccolte Frantumi (2002) e Prepletanja – Intrecci (2003), entrambe edite da Sottomondo. È curatore della rivista «Habel». Del dicembre 2004 è la sua prima raccolta poetica, Lasciami così (edita da Sottomondo, Gorizia), la cui prima edizione di 300 copie è stata esaurita. Nel novembre del 2005 il libro è stato ristampato in altre 300 copie, ora in via di esaurimento.


giovedì 12 febbraio 2009

Amelia Rosselli scrive a Gorbaciov


Fira occupava due stanze, ed era di già un privilegio per una persona singola, nell’appartamento che condivideva con altri due inquilini, Misha Didenko e la signora Maria Sergevna, che invece ne avevano una sola. Io m’ero accampato nel soggiorno, mentre Amelia dormiva con Fira nell’altra camera.

La signora Maria era una vecchietta minuta, tranquilla, ma acuta osservatrice. Voleva bene al mondo, nonostante fosse rimasta sola, dopo la morte di tutti i suoi parenti e il padre vittima delle persecuzioni staliniane. Amelia si intratteneva spesso con lei in cucina; le piaceva tanto, si divertiva a constatare quel gran spreco di gas e di acqua calda. Non costava nulla. E le piacque molto anche la stanza da letto della signora Maria, che era favolosa, come se il tempo si fosse fermato. Mobilio, icone, tutto lindo e antico. Al contrario la stanza di Misha, grande amante dell’alcool, alla russa, era un efficientissimo laboratorio dove egli faceva di tutto, dal portapane cesellato allo sviluppo delle foto, in un caos inimmaginabile, tra mozziconi di sigarette e bottiglie vuote. Amelia non è mai entrata in quella stanza, ma anche Misha è stato un altro bellissimo arcangelo, gentilissimo, pieno di spirito e di intelligenza. Fece molte foto ad Amelia in casa, ed anche a me, che poi sviluppava immediatamente nella sua stanza laboratorio. Ma non ha mai fatto foto di noi insieme. Ora me ne dispiace, ma in fondo ne comprendo la ragione. Noi veramente non ci pensavamo, talmente eravamo presi in quella nostra unione familiare con Amelia.
Fira ci accudiva maternamente, riuscendo a conciliare il tutto con il suo lavoro di ingegnere; telefonava, si muoveva per gli uffici, prendeva contatti, per finalmente farci ricevere dal Primo Segretario del Presidium del Soviet Supremo dell’Urss, vicinissimo al Cremlino. Amelia era fiduciosa, nonostante la complessità della situazione. Ma in genere prendevano sul serio la sua richiesta, la stavano ad ascoltare. Ed era contenta già solo di questo. Aveva preparato due lettere con la sua richiesta d’asilo, con paziente resoconto della sua tragica vicenda familiare e delle persecuzioni che subiva in Italia, soprattutto da parte dei servizi segreti americani, per via satellitare. Lei veramente desiderava vivere in Russia, forse a Mosca; non vedeva altre possibilità di essere protetta. Una di queste lettere fu consegnata da lei stessa al segretario del Presidium, l’altra, diretta a Gorbaciov, alla torre Kutafia del Cremlino, subito dopo. Qui, dopo che il segretario ci aveva licenziati, ci trovammo ad attendere il nostro turno in fila tra gente del popolo e si respirava una certa aria di effettività, come se ogni cosa potesse avvenire davvero. Forse l’aria così devota di quel magico luogo, le tante piccole chiese sparse come scrigni dorati, e ora riaperte, la campana sbrecciata ai bordi, la più antica, la più grande, messa lì quasi negligentemente in uno spiazzo tra i viottoli. Eravamo come consolati da quel popolo. E’ vero, riuscimmo a farci ricevere dal Primo Segretario, ma non so quanto fosse stato consapevole della situazione di Amelia, anche se a suo modo aveva avuto un certo tatto, ma sempre dal di dentro di una formalità burocratica. E Amelia pur sentendosi abbastanza a suo agio nello spiegare, questa volta in inglese, di nuovo le urgenti ragioni della sua richiesta di asilo politico, fu davvero pazientissima. E quando alla fine il segretario esternando la sua giusta meraviglia per una richiesta mai prima pervenuta da alcuno al suo ufficio, alzò il muro di fatto della legge, per cui in Russia non si dava e non era mai stato dato asilo politico, Amelia non si deluse né si diede per vinta; e anzi fu solo di fronte al dato di fatto della legge che si passò a valutare altre possibilità più concrete. Incominciarono a parlare, lei e il segretario, di una probabile residenza, una dacia, un villaggio nella campagna attorno Mosca, che lì può significare anche centinaia di chilometri di distanza, e dei mezzi di sussistenza di Amelia; suoi beni mobili e immobili, probabili pensioni di Stato, o altro tipo di sussidi. Tutte cose che poi si sarebbero dovuto precisare con cura presso il Consolato Russo in Italia di via Nomentana, dove di fatto il Primo Segretario ci avrebbe rimandato. Ma anch’egli consigliava comunque ad Amelia di inoltrare la lettera con la richiesta di asilo politico a Gorbaciov . Ma anche di un’altra possibilità si era intanto parlato, e cioè che Amelia potesse sposarsi con un russo per averne la cittadinanza. Alla fine tra Consolato in Italia e Gorbaciov, dacie e villaggi, lo Stato Sovietico veniva a levitare e si intrecciava talmente con una probabile situazione nuziale , che Amelia quasi in un soprappensiero s’aprì in una risata, non senza un po’ d’ironia, esclamando: “Ma al dunque, non dovrò mica sposare lo Stato!”.

Qualcosa cadeva al di fuori, e qualcosa si rafforzava al di dentro. Solo un momento di nervosismo. Nella folla della metro, l’unica volta che la prendemmo, Amelia s’affaticava molto, aveva forti dolori alle gambe, ed io e Fira un po’ ce ne dimenticavamo, andavamo troppo lesti per quelle scale di marmo. Lei ci sgridò, non avevamo compreso lo sforzo che faceva in quei sotterranei.

La lettera a Gorbaciov non ebbe mai risposta. Pure al ritorno in Italia per Amelia ci fu un periodo di remissione dai mali e dagli attacchi satellitari da parte della Cia, come se la nostra missione avesse comunque ottenuto un risultato, anche se parziale e momentaneo. Portavamo con noi la pace di quella casa, la bontà di quelle persone che ci avevano accolto. Il ricordo delle loro piccole attenzioni, come quei gelati meravigliosi, i Borodino, che Venera Keselova, una sorella di Fira, ci portava, da Novgorod. O la frutta profumatissima di Anatoli, il marito di Fira, da Xerson in Ucraina; o il pane genuino che Misha Bauch, affascinante ragazzo amico di Youri, ci portava da Minsk. Fira stessa non ci aveva fatto mancare nulla; una varietà straordinaria di altri pani, torte, yogurt, e naturalmente champagne russo e caviale, anche troppo.

Di allora anche Misha, Anatoli, la signora Maria, la sorella di Fira, non ci sono più, e Amelia. Come foglie portate dal vento, quest’oasi che s’apriva, che la stessa legge invece di già aveva riconosciuto inviolabile, da sempre. Come da sempre è la sapienza di Amelia, il suo andare. Sarà follia solo per gli sterili borghesi e i sempiterni burocrati. Ma Amelia nel suo tralappiare di giorno in giorno contemplava di già la legge, attuandola. La sua Musa, questo luogo dove violenza e rapina non possono essere, è l’antico battistrada che ha percorso: “Romolo ordinò un luogo il quale egli chiamò asilo, cioè luogo di rifugio, ove gran moltitudine di popolo si radunò, inizio secolo XIV, Livio”. Ed io sono contento se questo suo desiderio, questa sua necessità, di vivere in Russia, grazie al concorso di tanti amici, si sia potuto realizzare. Anche per così poco, ed io con lei.


Gino Scartaghiande

lunedì 9 febbraio 2009

Amelia Rosselli in URSS


Amelia Rosselli e Gino Scartaghiande, nel settembre 1988, fecero un viaggio in URSS. Amelia aveva qualcosa da chiedere a Gorbaciov. Gino ne fece questo poetico reportage, mai uscito in versione integrale. Ne pubblico qui la prima parte, a cominciare dalla nota che egli ha concluso di scrivere esattamente 3 ore fa. La seconda uscirà giovedì.


(nota)

Questa breve memoria del viaggio di Amelia in Russia mi fu affettuosamente richiesta da Aldo Rosselli e l’ho approntata nell’estate del 2003. Gliene sono infinitamente riconoscente, non ovviamente per il valore in sé di tanta piccola cosa, ma perché da solo non l’avrei mai neppure scritta, tanto il toccare ogni nodo dell’opera e del vissuto di Amelia è per me cosa vastissima, quasi paralizzante.
Nella pubblicazione che se ne fece sul n. 13/14 del “Caffè illustrato” nell’autunno di quello stesso anno, con titolo redazionale Viaggio in Urss con lettera a Gorbaciov, la memoria subì alcuni tagli che lì per lì mi offesero un po’, ma poi li accettai volentieri per una certa freschezza giornalistica che il testo ne riceveva. Avendovi però riscontrato anche più di un refuso, almeno quattro, che in qualche luogo rendevano la lettura incomprensibile, ed essendovi qualche altra notizia su di Amelia nelle parti censurate, mi sono deciso a ripubblicare il tutto, ripristinando l’originale.


Il fiume di Mosca che nomino di sfuggita nel testo è naturalmente la Moscova, ma io senza accorgermene pensavo alla Neva - e così poi ho scritto - che invece è il fiume di San Pietroburgo, e piuttosto di tanta nostra memoria letteraria. Solo dopo qualche anno mi si è palesata la svista, ma non ho potuto più ovviare all’errore, talmente essa mi era diventata non solo una incoercibile licenza, ma soprattutto una chiave di lettura irrinunciabile per il fenomeno di tutto quel viaggio, ritrovandomi eo ipso perfettamente d’accordo con quella regola di Husserl che dice che qualora il dato reale contrasti con il fenomeno - che come si sa è cosa del tutto irreale, non di questo mondo - è il primo che bisogna si adegui al secondo. D’altronde tutto si è svolto come se un’unica lectio husserliano-rosselliana - tra le Ideen del filosofo moravo, e la parola platonicamente intesa come idea degli Spazi metrici di Amelia - fosse venuta a costituire, essa stessa, l’unità, la santità geografica di questo asilo politico-regionale che aveva attratto irrinunciabilmente Amelia nel suo viaggio ad Est. Una sola fenomenologia al dunque, nel contempo oggettiva e intersoggettiva, di cui, nella sua pura e amorosissima intenzionalità, Amelia aveva saputo riacquistare e rivelare a noi il dono di una effettiva presenza.

In apertura, nel primo periodo, la forma neologistica traudita è derivata dall’aggiunta al verbo udire del prefisso tra sia con valore diversificante (trans, oltre) sia con quello di superlativo (stra). Ma non vi è forse del tutto estranea l’idea di trauma, ferita, perforazione. Per cui la parola, e secondo un metodo del tutto rosselliano, conterrebbe l’insieme di più idee: un udire diverso e più vero, una ferita dolorosa dentro di noi.

Sempre in apertura, nel terzo periodo, la costruzione è ad sensum; è sottointesa la forma verbale ci fu, ci furono, (ci fu un senso di confessione da parte di Amelia, una mia tensione ecc.).




L’asilo politico di Amelia Rosselli in Russia


Come raggiungemmo questo luogo inviolabile è difficile dirlo. Amelia ricercava al di sopra di ogni causa quella che aveva ucciso suo padre e suo zio, e, traudita, quel più che probabile grido di Rachele che piange i suoi figli e non vuole essere consolata. Una strage degli innocenti dove tra il volontario e l’involontario agisce una stessa causa alienante, dispersa in una geopolitica che abbraccia tutto l’universo, ma rintracciabile puntualmente in uomini e cose. Non mai potrò esserne certo, ma una sera nel traffico di Mosca mentre accompagnati da Fira andavamo a cena con ospiti elegantissimi, Victor Krassov e sua moglie Restida, nel primo ristorante privato che s’era aperto nell’Unione, o forse fu in un altro percorso in taxi durante quel viaggio, un impercettibile senso di confessione da parte di Amelia, una mia tensione, in un coro già di arcangeli, come se insieme stessimo ricercando il luogo dell’assassinio dei nostri padri e dei nostri figli. E vincemmo certamente, trovammo l’asilo, e niente da allora è mutato, come se il tempo scorresse al di sotto e noi al di sopra di ogni causa, che più non vigeva in quell’altezza raggiunta di Mosca.

A parte questa comunicazione urgente, per me del tutto inaspettata più ancora che allucinata, ce ne fu una seconda ed ultima, affatto tranquilla, razionale, da parte di Amelia. Eravamo nel cuore della casa, la stanza salotto di Fira, che s’affacciava quasi dentro lo splendido parco Gorkij, il settecentesco Neskuchni Sad, ovvero “giardino allegro” al centro di Mosca. Mattinata forse, o pomeriggio, pronti per uscire. Io mi ero così estremizzato in un compunto rigore, e lei calma, placida, quasi arrendevole, mi argomentava che sì anche i cani, gli animali tutti, hanno un’anima.

Eravamo partiti verso le sei del mattino, il 20 settembre 1988, da via del Corallo. Un conoscente di Amelia, mai più rivisto, un bravo, silenzioso popolano, presumibilmente del quartiere, di una certa età, con una vecchiotta e simpatica auto, fu l’ultima presenza misterica, quasi pompeiana, che ci accompagnò a Fiumicino. Qui tutto divenne ancora più quieto, bianco, nel cuore di un airone, o di una gru, coi due angeli assistenti, Vanna Frunzio e Lucio Moser della flotta aerea sovietica. Amelia era visibilmente contenta, e serena. Ci affacciamo un attimo su Lubiana, e dopo ancora qualche ora eravamo a Mosca. Ci sentivamo bene. Tutto il lavoro di preparazione degli anni precedenti, le pazienti richieste al Consolato Russo di via Nomentana, l’attesa degli inviti da Mosca, tutto era andato bene. Amelia aveva sofferto indicibilmente per le persecuzioni satellitari della CIA, e aveva individuato nell’Unione Sovietica una zona immune dalla loro influenza. Fu una vera e propria fuga da Lipari, come in altri tempi suo padre Carlo da altre influenze nefaste. All’aereoporto “Sheremetevo” venne ad accoglierci Fira Rodkin, la madre di Youri, con uno stupendo mazzo di rose per Amelia. Di origine uralica, del Sud, un po’ mediterranea ed orientale, la nostra affettuosa e bellissima ospite. Facemmo base nel suo appartamentino al 24 del Leninskprospekt, interno 5. Dava, come dicevo, proprio su quel parco regale, non molto distante dal Cremlino e dalla Neva. Era già quasi autunno, con gli alberi rosseggianti e il cielo azzurro, nel parco passeggiavamo tra vasche e fontane ed altre presenze musive. Si stava in quell’oasi di pace gorbacioviana che ben presto, nell’agosto del ‘91, si sarebbe interrotta con l’assalto al Palazzo del Governo. In città tutto costava niente, anche se ci stupivamo dei negozi così sforniti, o che improvvisamente si riempivano di un qualche specifico prodotto, e solo quello. Era ancora il sistema non capitalista, si respirava come un’aria di cinquantanni fa. Una coperta, un piumino, un lenzuolo di cotone, una barra di resina di pino, erano diversi; e così poveri, più umani; ne eravamo affascinati. Certo una volta, in un vagone della metro, Amelia notò la stanchezza dei volti, e la tristezza: ed è pur vero che la sontuosità di quel sottosuolo così esageratamente maiolicato e dorato contrastava follemente con il mondo in superficie dove tutto era un po’ scassatello o scalcinato, come in un Sud dell’Italia amplificato, e alla fine ti estenua, ti mortifica. Ma pure in quello squilibrio tra grandeur e miseria il rapporto tra uomini e cose aveva ancora una sua concreta salute, dopo ormai la nostra catastrofe capitalista, il suo irredimibile protestantesimo. Amelia, con la sua essenziale e aristocratica sobrietà, gioiva di queste cose ancora umane, le piacevano molto.

sabato 7 febbraio 2009

pensieri laterali







Intanto che sistemo i numeri per il prossimo post, un testo che uscirà per la prima volta in versione integrale e che riguarda una grande poetessa novecentesca, scritto da un poeta contemporaneo di sicuro valore, posto tre simpatici esempi di pensiero laterale, amico dei poeti.



domenica 1 febbraio 2009

Guglielmo Aprile



Se Il dio che vaga col vento (Format 2008) mescola racconto didascalico e allegoria, riprendendo eventi naturali, storici e mitici per renderli esemplari, Nessun mattino sarà mai l'ultimo (Zone, 2008), facendo un passo ulteriore, trasforma questi quadri variegati in sapienza. Entrambi i libri si fondono sul medesimo assunto: la natura è un organismo attraversato dall'energia cosmica, che possiamo panteisticamente chiamare "Dio". Egli infatti "è questa trama segreta, perfetta/ dietro il travaglio della materia che muta" (Ciò che chiamammo Dio...). Il secondo libro, in particolare, è un ode al creato/creante, al divenire perpetuo. Forse un riferimento remoto potrebbe essere il logos spermatikos degli stoici, la ragione seminale che rigenera il tutto senza tregua. Logos che qui tende a cristianizzarsi ("Cristo/ risorge ogni alba"), ma non perde la valenza cosmogonica e la totale distanza dal potere, dalla pietra che fonda lo Stato, come capita invece nel cattolicesimo. La religione di Guglielmo Aprile, che ha nel cognome la rinascita vissuta come gioia, sta in esatta contrapposizione al mese crudele eliotiano e al pessimismo cosmico leopardiano, che, nel ciclo della materia, legge la non necessità di ogni specie, laddove Nessun mattino sarà mai l'ultimo coglie, in questo, l'ebbrezza dionisiaca che sostanzia la vita, fuori da ogni schema. Come San Francesco e Whitman, la gioia di vivere gli deriva dal riconoscersi parte di un flusso che non ha bisogno d'essere compreso bensì amato incondizionatamente; a differenza di questi due poeti, tuttavia, che si spendono nel voler essere la voce di un popolo (cristiano, il primo; americano, il secondo), Aprile patisce un sentimento di solitudine ("non ho amico che il vento,/ non ho più simili tra gli uomini", Patria naturale), che lo avvicina, per questo verso, a Leopardi, anche se, il suo, è privo di quella drammaticità romantica del recanatese. Stilisticamente, l'adesione al flusso vitale trova nell'enjambement la sua figura, che sloga e diversifica l'accadere, in un viaggio verso il futuro che è, già sempre, metamorfosi, ciclicità, non estranea al paganesimo, come ben evidenzia "profezia etiopica", in Il dio che vaga col vento.
Trovo che la recente fortuna critica di Guglielmo Aprile, finalista in alcuni premi letterari di valore, sia meritata, essendo egli il più degno erede della sacra barbarie vitalistica di Giuseppe Conte. Ciò malgrado alcuni recentissimi inediti evidenzino un languore nuovo, raccontato di sguincio nell'ultima raccolta, ma con chiara preveggenza ("I nostri antenati vivevano sempre all'aperto/ tutto il giorno a contatto/ con il sole, la terra, l'aria/ pregna di sale, di pioggia, di pollini./ Noi, invece, reclusi/ di abiti su misura e case di cemento,/ noi non sappiamo più sciogliere/ il nostro respiro nel soffio/ che domina le acque..."), quasi che il poeta, finalmente e tristemente moderno, avvertisse lo stesso sentimento di inutilità che pervase i romantici e che Schiller attribuì al poeta sentimentale.


da Nessun mattino sarà mai l'ultimo


Figli dell'universo

Quale fu l'impulso, la decisione
originaria, la mano che comandò
al pianeta appena creato di compiere
il suo primo giro? Quale urgenza
implacabile, quale sete tenace
affonda nel suolo la radice
avida d'acqua, e rovescia i temporali
sulla pianura? E chi o cosa ordina all'onda
di coprire un'altra onda, al maschio
bramoso la femmina: a quale scopo questa
necessità furiosa di perpetrarsi
del sangue e dei fiori, dei salmoni che salgono a ritroso
i torrenti in Alaska, e quindi muoiono?
E la forza che genera un solo filo d'erba
guida anche famiglie di soli
in viaggio per le distanze celesti,
e come plasmò sulla giovane terra
laghi e foreste e profili di continenti
così ha dettato all'uomo i suoi poemi e i suoi imperi;
e la stessa rosa di fiamme
pulsa e non dorme mai
nelle ampie maree e nel ventre del vulcano,
nell'occhio del diamante, nella galassia vorticante
e nelle tue domande.


Pianeta sacro

Ogni singola vita non è che una nota
dell'unica sinfonia che risuona
nel cavo di una conchiglia, nelle basse
frequenze percepite dai radiotelescopi
e nei richiami che le orche si scambiano
misurando in banchi, anno dopo anno,
le acque dei due emisferi, per andare
ad amarsi al largo delle coste
del Labrador o della Terra del Fuoco:
una semplice virgola del poema impresso
nelle serene architetture degli astri
e nel cristallo del diamante
sepolto e plasmato da ere di rocce e lave,

e noi, noi che danziamo e moriamo
sulla terra, siamo fratelli di alberi e nuvole
e di tutto ciò che scorre nel tempo,
siamo eredi dell'immenso pianeta sacro
e gli apparteniamo, tutti, il sangue
tuo, come quello del vento, non è che un'onda
nella risacca delle stagioni, dei germogli
..........................................e dei rami morti,
e tesse ciascun minuscolo filo d'erba
di un prato ai confini tra Cassiopea e la Via Lattea
nel quale il Dio bambino gioca
e riapre gli occhi ad ogni alba.


Ciò che chiamammo Dio...

È questa trama segreta, perfetta
dietro il travaglio della materia che muta:
è il suo ritmo profondo, impercettibile
come i canti dei capidogli al largo
o i moti di acque e terre emerse
sul pianeta, che obbediscono a tempi
pazienti, millenari: è l'abbraccio che lega
tra loro tutti gli esseri e li governa,
dal tordo che tra le foglie ricama
il suo nido, all'incendio che dissipa
la supernova, dalle lave che fendono
i fondali, al battere delle ali di un'ape;
seguono ellissi i pianeti e le lune
fisse, infallibili, come le migrazioni
dei grandi uccelli da un oceano all'altro,
o lo sperma che sa come cercare
il suo ovulo; un solo dogma decide
del gonfiarsi della marea e dei polmoni ritmanti,
procedono verso una stessa foce
il sangue dell'uomo e quello dei fiumi,
le trote in banchi a riprodursi sui monti
e il volo dei pollini per i campi:
una e sterminata, immensa è
l'energia-madre che ricrea, fa esistere
istante dopo istante il cosmo e noi.


Patria naturale

Non ho amico che il vento,
non ho più simili tra gli uomini,
non appartengo più a loro
ma al vento che flagella
i fianchi frastagliati dell'oceano,
straniero e in esilio dalle loro
città e repubbliche, parlo la lingua
ruvida delle onde poliglotte
che in un loro violento, oscuro braille
incidono un oracolo in attesa
da milioni di anni di essere
prima o poi da qualcuno
decifrato: qualcuno o forse io
che non più tra la razza
di chi bestemmia la pioggia e la terra, di chi adora
il piombo e il catrame riconosco
la mia cittadinanza, ma nel popolo più puro
degli uccelli e dei fiori, connazionale
io di vulcani e stelle, sangue
di conchiglie e di nebulose, io eleggo a mia patria
naturale il dominio
dell'erba e delle nuvole, le acque e i curvi cieli.


Stretti al suo abbraccio il pianeta ci porta

Non andranno perduti i resti del pettirosso
che infradiciano nella brughiera, ma
assorbiti dagli instancabili umori
dell'aria e del suolo, rinasceranno
convertiti, giunta ancora l'estate,
nel diadema di foglie che incorona i rami,
nei semi di cui un'altra nidiata
farà scorta, in attesa del nuovo gelo;

non lo scoiattolo inghiottito dal serpente,
né i piccoli della pernice
sorpresi e stanati da un puma tra i cespugli,
non il coyote assiderato tra le felci di cenere
mentre sotto la neve raspava
licheni e una carcassa di porcospino,
né la trota che muore appena ha deposto le uova

infrangeranno mai l'orbita
che il sangue batte tra la notte e l'alba,
e che l'azzurro pianeta schiumante e instancabile azzarda
attraverso gli anni-luce vuoti e pulsanti di stelle;

e ogni essere che dalla terra deriva
torna alla terra, e in essa perpetua il suo battito.


Una memoria, nel sangue, mi dura

Quanto di me è più barbaro e selvatico,
è più antico dell’uomo e del suo inganno,
delle maschere che l’alveare gli ha imposto,
ha il suo letargo nel sangue profondo,
tana latrante di orsi, selva di agguati e liane carnivore,
ha radici buie, sorde, ostinate
che scalano a ritroso
boschi sottomarini, fiumi ipogei che scorrono
da prima che nascessi, e si risveglia

con l’odore acre, pungente del biancospino
al confine dell’estate, dai calici
in cui si raccoglie, ad un tempo,
la mistica dei grandi cieli
e l’attrattiva, la memoria della terra,
l’inneggiante vertigine delle stratosfere
e il richiamo per l’elemento
primo, originario: le tracce di una mia discendenza
da acque, semi, letame e
pianeti.
................E l’orsa è un vascello fatato
In viaggio verso i porti di una patria
Perduta, e l’altalena delle onde
dondola il mio sangue, si culla incessante
tra l’oblio e il ricordo, l’esilio e il ritorno.


Ricomincia, da se stesso si rigenera

Non una sola piuma perduta in volo dal più fragile
dei naviganti dell’aria, i teneri fratelli del cielo,
gli uccelli, né il piccolo dell’orsa nato morto
(per riscaldarlo la madre spreca inutili carezze
con la zampa armata di artigli), né la tartaruga
che termina la sua corsa prima della battigia,
né il grano di senape che secca
sul terreno arido – niente – di ciò che attinga
le proprie linfe dalle radici della terra,
dalle mammelle
dell’acqua e del sole, niente di ciò che scorra
e si consumi, e consumandosi ancora scorra
andrà perduto, né io né te svaniremo
come le orme lasciate da due amanti su una spiaggia
di notte: nessun interrogativo
che si alzi dalle labbra della pioggia e del vento
pone fine al suo volto nei nidi spettrali scavati
nelle caverne dell’annientamento, nelle paludi
della dissoluzione.

E sempre macchie di muffa invaderanno
le mura di una chiesa in rovina, o le pareti
di una scogliera, sempre, e nulla potrà impedirlo.




Inediti


Vecchio mulino


Non teme inverno il passero, sa come
setacciare la terra
tenera e scura, arata
di fresco, e l’aria, in cerca della scia
di una compagna, delle ultime
more appassenti, di un angolo
che conceda al suo volo stanco
asilo (anche nel fitto dei rovi
scheletrici si sente come a casa
e sta sicuro), ora che nebbie ammassano
sulla pianura intirizzita, e brividi
denudano le siepi che da anni
nessuno pota più, intorno a remote
masserie.
Il cielo si fa indaco,
la sera attutisce il ricordo
della città, come l’intonaco
friabile, che cade
senza rumore su mucchi di fieno
dai muri vecchi
di questo mulino in rovina, che offrono
ancora un nido, un riparo
dal gelo e dall’oscurità avanzanti
pure a chi per ventura
solitario di qui una sera passi.



Nella debole luce


Arrugginiscono le foglie
sulle siepi smagrite, una crudele
emorragia fa scempio
del loro manto che fu verde, appena
due mesi fa. Eppure è così dolce

arrendersi a questo languore
lento, che assopisce i mattini
e fa pallido il cielo e vitrei i rami:
è come una carezza
questa debole luce in cui un altro anno
sprofonda e si dissolve; tu passeggi

e ormai esangui gli ultimi alberi
ti accolgono, quasi ti avessero
atteso tanto a lungo, per mostrarti
il carminio della loro ferita
e trovarne conforto, quella pena
segreta che li consuma e che tu
scopri anche la tua.



Guglielmo Aprile è nato a Na­poli nel 1978. Ha pubblicato le raccolte Ciò che Lazzaro vide (Campanotto 2004), II dio che vaga col vento (Format/La Clessidra, 2008) e Nessun mattino sarà mai l'ultimo (Zone, 2008). Suoi testi sono apparsi nell'antologia Da Napoli verso (Kairos 2007). Ha pubblicato saggi, recensioni e poesie sulle riviste "Zeta", "Poeti e poesia", "Le acque di Kermes", "pagine". Ha collaborato come cronista al quotidiano "II Mattino" di Napo­li. Attualmente abita e lavora a Verona.