lunedì 28 giugno 2010

Poesia Europea Contemporanea


Stanno uscendo i vincitori del PREMIO MONTANO, tra i più importanti premi di poesia del panorama nazionale, organizzato dalla rivista Anterem. Festeggio lo splendido esito e il ventennale della mia stima verso tutti coloro che la animano, postando una delle prime recensioni che scrissi sulla loro attività. Uscì nel 2001 nel n.182 de “L’Immaginazione”.


Esce in questi giorni, a cura di Agostino Contò e di Flavio Ermini, Poesia Europea Contemporanea, una prima sistemazione - fortemente anteremiana – di quelle scritture che meglio sono riuscite ad incarnare, pur nelle differenti inclinazioni, l’aprirsi di “quel punto inesteso in cui – come ribadisce Ermini nella intensa presentazione - voce e silenzio” si coappartengono. L’ambizione è grande – eppure esemplare nella acribia che la contraddistingue - giacché mira a riconoscere altri fratelli nell’erranza, altri nodi sparsi per l’Europa in cui la poesia viva nel bianco della “passione per la verità”, nell’incadescenza di un dire che riconosce al vero altro statuto da quello del giudizio sintetico a posteriori e della mera utilità.

“Dopo che tutto si è denunciato come nulla” scrive infatti Ermini in Verso l’inizio – l’antologia poetica uscita nel 2000 dalle fucine di Anterem, che inaugura il discorso sul “punto inatteso” – occorre “farsi carico della morte di Dio” in quel modo solidale alla finitezza, che già aveva visitato il demone leopardiano nella Ginestra; soltanto che, nel progetto del poeta veronese, nessuna “guerra comune” viene dichiarata, giacché non si tratta di resistere alla nientificazione dell’essere, bensì – al contrario - di attraversarla, diventandone i messaggeri: un’erranza, appunto, che si apre con “passione” all’origine, nel senso che le si rimette amorevolmente e con un trasporto destinale, pur nella consapevolezza del rischio che ogni abbandono al “chaos” comporta.

Si tratta, invero, di una storia familiare a tutto il Novecento ed i curatori dell’Antologia lo sanno bene. Per questo, e per un affetto da sempre evidente nei confronti di Lorenzo Montano (si pensi alle quindici edizioni del Premio omonimo di poesia curate da “Anterem” e al “Centro di documentazione sulla Poesia Contemporanea” che porta il suo nome, gestito dallo stesso Curtò per conto della Biblioteca Civica scaligera), il fondatore della “Ronda” apre la rassegna quale “poeta europeo”, vagantivo per vocazione e per necessità, straniero anzitutto alla cultura del dominio ed al provincialismo di certo poetare di regime, che ancora oggi fiorisce nella salotteria buona delle capitali. Volutamente lontani da questo clamore, e amici, invece, di tutti quei poeti che hanno tentato, come scrive Clemens-Carl Hart nella premessa, “di esplorare il no man’s land, il deserto dell’evento e dall’evento”, i curatori della Poesia Europea Contemporanea hanno avvicinato uomini e donne di deriva, per i quali l’ombra, il rovescio, il molteplice, l’assente, il non-detto, il simulacro non sono mai stati luoghi dello scarto, della rimanenza, bensì l’aprirsi stesso di un dire immedicabile, insostituibile e necessario. Un dire che, in questa occasione, è stato attraversato da altri poeti, che hanno ricomposto in lingua italiana l’effimero equilibrio che ogni lingua istituisce tra suono e senso, tra la cadenza e il mondo che in essa trova giaciglio o rovo.

Il libro, infine, che contiene anche alcune pagine critico-biografiche su Lionello Fiumi, poeta veronese d’adozione, quasi coetaneo di Montano (nacquero infatti entrambi l’ultimo decennio del XIX secolo), non vuole comunque essere un contenitore esaustivo dell’intera costellazione delle “poetiche delle origini” in terra europea, bensì – mi sembra – un’ennesima occasione per riflettere sul senso della scrittura contemporanea, a partire dalla convinzione che, da qualche tempo, non esiste luogo che salvi se non quello in cui già da sempre siamo, quella zolla di terra caduca e senza altrove dalla quale gridiamo o sussurriamo il desiderio di conciliare l’inevitabile infondatezza con la necessità di collocarci stabilmente: i testi di B. Simeone, Cr. Wolf, Y. Bonnefoy, S. Kirsch, S. Martini – per citare i nomi più noti – lo stanno a dimostrare.




Qui è possibile leggere interamente il libro

2 commenti:

  1. E' ad Agostino Contò(Guglielmin, nel testo è venuto dentro un tal "Curtò"...) che frulla in testa un fitto chiocciare da torchio, da videoscrittura, e non ricorda cosa può pensare cosa può mai aver pensato,anche nel corso di svariati colloqui personali, della necessità di scrivere: Tout que s'exprimant, in palinsesto leggibile solo con la lampada di Wood, perché quando il calamo grigna il gioco va a finire, rinasce per altre strade.
    V.S.Gaudio

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