giovedì 26 novembre 2009

Annino legge Lucetta Frisa



Capita di rado che Cristina Annino scriva sulla poesia d'altri. Quando la fa, è davvero un fatto eccezionale, che merita di essere conosciuto. Non è un caso, tuttavia, che essa scriva, apposta per Blanc de ta nuque, su Lucetta Frisa, giacché è ben chiara una sorellanza poetica fra loro due, sotto almeno tre aspetti: entrambe pensano alla poesia quale "direzione rigorosamente orizzontale, lungo un’asse che però non schiaccia differenze temporali e spaziali, non azzera asperità, gerarchie, valori"; entrambe scrivono della casa quale luogo in cui la selva convive con il giardino; ed infine, sia per Annino che per Frisa, l'estasi del sentimento tende a zero per lasciare spazio al rigore della ragione, che sempre tracima, come il dio nietzscheano.



DENTRO AL CANYON DI LUCETTA FRISA
(di Cristina Annino)


Le più belle pagine del libro (e ce ne sono tante) di Lucetta Frisa, Ritorno alla Spiaggia, edito da La Vita Felice, Milano, con una presentazione ampia e molto interessante di Gabriela Fantato, sono, a mio giudizio, i 123 versi del poemetto Un’isola, pagg. 33 –37 dove mi sembra si raggiunga, oserei dire “senza sensi di colpa”, l’autentica naturalezza dell’emotività di Frisa. Avverto persino l’idea di una felice caduta di colore, quasi che da questo si passi, in virtù di un ipotetico taglio di montaggio, a una proiezione narrativa in bianco e nero da film di gran classe.
L’abilità registica di Frisa la si capisce fin dall’inizio della lettura del testo, lei tesse, dispone, aggiusta (e se è vero che sia così per chiunque narri, il buon poeta rende più evidente ciò che desidera lo sia) persone, sentimenti e oggetti o quant’altro, dentro un filo espositivo, più che profondo. Riorganizza cioè molti elementi con modalità diversa da quella cui la poesia ci ha finora abituato: non in profondità, ma in una direzione rigorosamente orizzontale, lungo un’asse che però non schiaccia differenze temporali e spaziali, non azzera asperità, gerarchie, valori. E’ in questo senso che la sua nuova profondità – se in tale termine vogliamo impropriamente racchiudere il significato di qualità alta di un testo - Lucetta la raggiunge proprio nei punti di narrazione in cui prende le distanze diciamo dal sentimento forte. Insomma, essa non necessita, a mio giudizio, di un pathos profondo, fatto da mille teste (allorché il pensiero concettuale mima quello mitico), per creare animo. Frisa, a mio avviso, con tale orizzontalità coglie meglio quel paradigma dell’esperienza e della comunicazione passato-contemporaneità che si potrebbe nominare con la parola Complessità. Per questo, tale emozione necessita di elementi decorativi, in senso alto, e di un’accuratezza che striderebbe, dato il tema trattato nel libro, con un taglio di pura fisicità che a primo avviso potrebbe erroneamente sembrare più pertinente.

Ora questo processo di scarnificazione prevede, come resa poetica, un’affilata percezione di sé. Mi viene in mente, leggendo le pagine appunto 33-37, la regia cinematografica di Antonioni che in un equilibrio asciutto sostiene il peso di quintali di esistenza, o altri film dove il colore persino danneggerebbe la compressione di passaggi emotivi ormai talmente assestati, che un’ immissione di coloratura sarebbe inutile. Non si può pensare di rendere più suggestivo il Gran Canyon con la presenza di echi.

Per dimostrare quanto dico, riporto la pag. 20, e oltre del poemetto poesia, dove si legge : (… ...) che giunga/ un nuovo disordine dall’aldilà/ una nuova tradizione di baccante e anacoreta/ -lezioni d’assoluto rimescolate in lingua animale/ (….) tutti i miei fantasmi folli che danzano/ brividi sussurri musiche/ tra orrori colori strofe incantesimi un’orgia/ e cassetti a brandelli. (…)

Sono parole senza dubbio forti, ma sembrano gridate sott’acqua, la loro potenza è solamente lessicale, di tradizione cioè. Non costruiscono (neanche per l’autrice che chiede alla poesia, e non so quanto convintamente, un modo diverso di scrittura: se così sembra che esista) un’alternativa in cui poter andare ad abitare, emozionalmente intendo, In poeti di minor levatura, si potrebbe parlare di equivoco di materia trattata, ma non è il caso di Frisa che “sbalza” in modo evidentemente necessario un tono di colore su un altro, per dar rilievo, io intendo, alla nitida tinta argento che è propriamente sua. Si può notare infatti la forza autentica e maggiore dei versi di Polvere, pagg.18-19.

La scarnificazione di cui parlavo, che niente ha a che vedere con un qualsiasi sentimento religioso (per lo meno dichiarato) qui genera ogni parola, con niente di disordinato o fuori equilibrio, pur entrando Frisa in quel sentimento o ricordo profondo che sta all’origine dell’intero libro. Scarnificazione non come “riduzione-dopo” , insisto, bensì quale forza del proprio essere che spolvera, toglie, cioè essenzializza, dentro la metafora e fuori da essa quel che neppure sembra efficace a un suo reale modus vivendi. Come dire, volente o no, ci dà l’idea di uno sforzo di azzerare, per quanto le sia possibile, il passato per giungere a qualcosa di assolutamente autonomo, in cui, aggiungo, la scrittura non supera mai la propria semantica. Pur raffigurando il senso della perdita e anche della piccolezza umana, i suoi versi assumono un’aura di bellezza che elimina l’estasi tout court del sentimento e sfiora la sintesi della ragione. Cioè spezza le due facce della stessa medaglia, perché spazza via il concetto di possibilità illimitata presente nella sovraesposizione di tanta poesia iconografica, estetizzante, quale ingenuo o calcolato godimento di tutte le possibilità dell’intelletto.

Mi piacerebbe approfondire la polvere frisiana, che non è certo il pulviscolo che si genera ovunque e dovunque su qualunque cosa. A me sembra l’espressione, tradotta in limiti umani, di sedimentazioni geologiche che all’autrice danno una sorta di conforto, quale forza interiore di anonimato e durata. Questo spiegherebbe l’affanno di toglierla di mezzo e, allo stesso modo, di “sentirla” scendere di notte a comprimere gli strati del suo canyon-casa e contro la quale lei non può che agirci dentro nell’atto di toglierla, inglobando ella stessa, per ingoiamento, un senso di tempo lunghissimo. Desiderio, insisto, di eternità e perdita di memoria personale. Giacché l’eternità non si attua che così, con un’immersione, in questo caso tellurica, per annegamento del tempo personale.

 

Un’isola


..............................................Ischia, luglio 2001.


La notte sbarcare sull’isola è prendersi le mani
per tenersi in equilibrio il porto dondola al buio
sotto le raffiche l’occhio acuto di Donatella la risata
di René le voci forti e nuove e l’ala di Mercurio
ci spinge avanti eccovi sani e salvi stasera non si vede niente
è tutto allagato non c’è luce attenti dove mettete i piedi.

Le terrazze si sporgono sul mare e la stanza
è una tana fresca
d’ora in poi tutto ci attende
siamo sospesi
in una cartolina da spedire a nessuno.

Entra nell’acqua come la prima volta
se sei giovane o vecchia non importa forse
certe cose possono ancora sorprenderti:
un gatto giallo sulla spiaggia e le sue fusa
i piedi di Marco che dormono seguendo il sole
gli orrori del castello Aragonese
le suore che contemplano i cadaveri
e un mare dionisiaco a strapiombo.
Vedo questo luogo per la prima volta
e sarà anche l’ultima. D’ora in poi
non c’è più tempo per ritornare.
Non c’è più tempo devo
isolare lo sguardo in un unico punto arrotolare
il lunghissimo filo che mi ha portato fin qui
in una veloce matassa
si confonde il film gli spezzoni le scene tagliate
le sequenze da riordinare o disperdere.
Qui su quest’isola nessun canto addormenta
la viaggiatrice che dormiva prima di raggiungerla
ora è tornata al mare
le narici sentono il sale
e lei ha fretta.

Siamo caduti fuori centro, amici,
per questa settimana di vacanza
o siamo per caso
al centro di noi stessi
pronti alla consunzione
e al naufragio.

Osserva il profilo del monte Epomeo
è lo stesso profilo all’alba
il profilo di tutto quanto abbiamo visto
se conoscere un luogo è essere quel luogo
e se il nostro senso di un luogo singolo
è quel che sappiamo dell’universo
dimenticare
è la nostra sapienza.

Improvviso l’angolo di una terrazza
il brusìo di voci e bicchieri
il vaso dipinto nel museo
il vecchio don Felìpe
le luci della pasticceria Calise:
quante nuove parole dovremo aggiungere
all’energia dei sogni?
Per la strada incontriamo i pìcari
le miserie girano dietro l’angolo
hanno pulito tutto con l’azzurro e la calce
eppure non recitiamo al Truman Show.

Non sai vedere la storia mentre cammina
ci vai insieme da sonnambula
per svegliarti quando è passata a un soffio da te
e chiacchierare dopo
della sua inafferrabile sostanza con ironia
e farne un fantasma da salotto.

Il mare
si riflette sopra e sotto
tanti specchi nella nostra stanza specchi
nella pasticceria
tra questi specchi il mio pensiero rimbalza
si è fatto piccolo e innocuo – un moscerino
che vola via dalla scena e lascia
un grande vuoto ustorio.

Il mare
intorno al mio corpo in festa
mi riconduce in un’altra isola
dove so che andrò a morire
perché da sempre ho abitato lì.

Qual’è il segreto? Mantenere il segreto?
E la bellezza è movimento o isola?
E la parola di che cosa parla?

Prendi il tuo corpo e làncialo lontano
pesce o alga o altra creatura marina
ti guardano mentre sai
di conquistare una salute difficile:
guarire o annegare.

Una scossa invisibile
che avvertono solo gli uccelli marini e i pesci
unisce la costa all’isola
e ai loro mutamenti.
Oh la bellezza
nessuna macchia
siamo belli e chiari anche noi
accecati da lei
che ci punge le pupille
con un bruscolo nero.

Abbiamo superato le notti
vegliandoci pelle a pelle
per non sparirci dagli occhi
tornando di giorno alla fermezza del mare
a patire il suo canto a non fare
né ombra né luce sulla spiaggia.

Per vedere la costa bisogna
prendere il largo e poi voltarsi in tempo
prima che l’isola fugga.
Per conoscere altre isole
viaggiamo tra i promontori
le visioni ruotano e una differenza c’è
se un orizzonte solo non ci basta.
Qualcuno ha ricordato Apollo
la sua testa sul mare che affiora
mascherata per parlare alla notte.
Se vedi Ischia nella tua stanza
mentre la scrivi ora
non è come tornare da lei non è
sentirsi più felici o rimpiangerla
è un’altra cosa ancora e ti sorprende, confèssalo.

In un certo attimo dicono che tra sera e notte
si vedano di colpo tutte le isole
tutti gli arcipelaghi e le sponde della terra
ma senza luci e velature
una massa informe dietro l’orizzonte
o davanti.


da Gioia piccola

[...]

(polvere)

Volevo scrivere un poema sulla polvere come un'immensa spolveratura
mi avrebbe lasciato più quieta forse un po' meno ansiosa ma quando
si parte dal grande non si raggiunge nulla neppure
una sillaba bisbigliata.
Cominciamo dall'inizio: io, la casa e la polvere - tutti i giorni.
Non ho mai capito se spolverare sia evocare
condurre ieri qui davanti a me come un immutabile cristallo
togliere via i miei secoli farmi dimenticata eternamente.
Sempre ho immaginato la polvere scendere di notte
sopra il naso dei mobili su tutta la pelle della casa scendere
al buio così non si può mandarla indietro.
Forse spolverare è un atto duplice come quando si nasce
e si comincia subito a svegliarsi o a dormire
secondo i punti di vista.
Anche la gatta lecca i suoi gattini appena nati.
Appena nati si comincia subito a fare pulizia
di grembi precedenti gusci vuoti minuti vecchi
e non si smette più di trafficare -
rallentando o accelerando
lo spolverìo.
Chi usa grandi armi per combattere
chi solo penna e stracci
sognando il deserto e il monastero
in un vento senza polvere.
Ma poi lei
non scende più
non soffoca
resta distesa lì –
.......noi e lei
.......si resta lì insieme.


(poesia)

Ti prego poesia
fratturami il quotidiano in polvere
fanne luce che io regni:
toccando l'aria qua e là
........sillabe consonanti
........metafore stregonerie
arrivano servi alati e
........tutto risplende
........casa e foglio e io
più non precipito
resto con te a fare giochi.
Aiutami
detergi lacrime
accarezza
fammi impazzire dolce.
Se la tua aria è nuova – se così sembra –
ai malati di sogni che non sanno muovere potenze
crollare dominazioni con le mani e immaginano
mondi e mondi di commozioni e giustizie
che giunga nelle ossa
come una tenerezza di natura.
Io ordino solo parole a parole
...........- tutto il mio arredamento –
nel disordine che esalta la tristezza ottusa
...........che giunga
un nuovo disordine dall'aldilà
una nuova tradizione di baccante e anacoreta
..........- lezioni d'assoluto rimescolate in lingua animale
carezzevole molto
per chi se ne va.
Devo spegnere o accendere per l'ultima volta
tutti i miei fantasmi folli che danzano
brividi sussurri musiche
tra orrori colori strofe incantesimi un'orgia
e cassetti a brandelli
Vieni via con noi lascia tutto
che questa poesia risusciti il non vissuto
e la cenere sui miei passi
sia solista e coro.
(Dove abito io?
Dove si posa la mia testa
e il mio scheletro ora dove va?)
Insegnami tutto daccapo.

[...]

dalla sezione Ritorno alla spiaggia


Spiaggia dell’Ariana

...........................Gaeta, settembre 2002


Dicono i mistici
che più siamo vuoti più ci rischiara la luce.
Sul morbido fondo del mare
il guizzo di piccoli pesci
muove solari triangoli
nell’acqua bassa.
Scatto una foto ai miei piedi e ai pesci
e alla mia ombra che entrerà nell’intreccio.
Essere vuoti
è il passaggio nella camera oscura?

Non so se questa pace me l’hai data tu o il tempo
oppure tu in accordo col tempo o il tempo con te
proprio come accade
in un’idea molto antica di armonia.

Non vogliamo leggere il cammino degli astri
ma i pensieri affacciati
sul fondocielo dei bicchieri.
Una folla infantile che saluta
prende il profilo sfatto delle nuvole
poche e bianchissime.
Sentiamo tutto lontano andato via
oggi, in un mezzogiorno di settembre
dentro un globo di vetro fermi
e fuori la neve cade sempre
o si alzano gli spruzzi delle onde.

La luce soffice del dormiveglia
è una penombra che ci sfuoca.
Si è cercato umilmente
il senso oscuro
seguendo sempre un’idea di luce.

Se è l’ultima pagina la leggeremo insieme
penso a uno dei quadri che ci piacciono
con luci di striscio, barocche, la lucerna
sui libri e pochi oggetti intorno.
Non abbiamo più fretta: tutto è qui.
Poco a poco ce ne siamo accorti
accostando sogni e matite
come sotto il banco a scuola
non delusi - non ancora troppo -
dalle nostre illusioni.

L’alluce proprio sul filo della schiuma
tocca il regno del mare, l’infinito è
proprio in quel punto d’alluce
che rabbrividisce si ritira indugia
entra.

L’anteprima dolce della morte
è il viaggio attraverso il sonno
di noi due distesi sulla sabbia
l’uno nelle braccia dell’altro.
Negli antichi sarcofagi gli sposi
stanno affrontando il nulla
tenendosi per mano.
Non è triste, anzi, ridendo
incrociamo carezze sulle braccia.

Sono tranquilla troppo tranquilla.
Vorrei due cuori identici
uno morto l’altro vivo
per affrontare il reale
con passione e indifferenza
parallele.

La luce apre il mare
lo richiude il buio
ed è lo stesso mare siamo
le stesse persone
più indifferenti o turbate
dai trucchi diurninotturni.

Nel controluce
ci guardiamo con gli occhi socchiusi
come per scattare una foto:
nessuno in giro
neppure il mare
vogliamo esserci solo noi
noi senza il pensiero della fotografia
(se la luce è alle spalle
se è la più densa del tramonto
se il tuo sorriso di adesso
è quello da ricordare.)

Chiudo le palpebre per entrare
in me improvvisamente notturna
non domandarmi dove sto andando
sono luoghi di troppo buio -
ma forse in qualcosa a metà
sollevato e laterale
come quando ci parliamo noi due
sentendoci stretti, vicini.

Per la prima volta ho sognato mia madre.
Aveva il prendisole bianco
le ho detto fai qualche passo
verso di me voglio fotografarti.
Nell’attimo dello scatto
tu mi hai svegliato.

Sulla spiaggia non leggi
nella borsa gli asciugamani
i libri chiusi le ciabatte ferme
le sigarette che non hai fumato:
dormi.
Infine ti sei concesso
solo a te e a quest’ora meridiana
senza démoni tremito e parole.
Nessuna terra in vista, nessuna nuvola o nave.


qui la biografia. 

domenica 22 novembre 2009

Gabriela Fantato




Gabriela Fantato, in Codice terrestre (La Vita Felice, 2008), "rimette parzialmente in gioco le certezze acquisite nei libri precedenti, rimescolando «linee e acqua» per una nuova alleanza delle forze intramondane, in cui ribadire la radice robusta del legame familiare e amicale, nella consapevolezza che ogni cosa, in terra, è mortale. Ciò è particolarmente chiaro nel legame amoroso, mai così intensamente indagato, vissuto all'insegna del taglio che «rifiorisce», a patto che gli amanti sappiano tenacemente riconoscersi vivi: «ritorniamo nell'angolo ogni sera», recita ostinazione, adunando sconfitta e battaglia rituale nell'agone domestico, ma aprendo nel contempo alla fiducia nella ciclicità naturale, alla morte con rinascita cui allude l'arcano maggiore, indagato in Enigma (2000) e implicitamente richiamato, qui, nella quartina finale: «Nelle mani un'ostinazione/ come la falce nel grano./ Ripetiamo il gesto antico che taglia/ e rifiorisce». Tutto il paragrafo sull'amore coniugale ripete invero la funzione del «taglio», del separare. Ecco infatti i «coltelli», il «solco», la «linea», le «rotaie», i «binari», la «crepa», i «morsi» e l'«alba», infine, «che beviamo/ e ci segue e ci apre come solchi» (Le notti): somiglianza, quest'ultima, che tiene insieme la scissione ma anche l'accoglienza, l'incisione e la maternità (solco in quanto aratura), per un nuovo cominciamento tutto terrestre. Altra parola chiave del libro è «bianco», che riveste di tristezza Milano (Una geometria, forse, III) e illumina il fare domestico della madre, il cui sguardo, pascolianamente, posa sul bianco delle ossa (Era il bianco); bianco che è il colore del lutto (Galileo che chiede: «Se sono destinato al bianco,/ dimmi, dove posso annegare in pace?») e dello spaesamento, come nella «ninna nanna» senza luna (Nascite imperfette), ma anche il tono con il quale «sentire/ la gioia che manca» (Canto per Galileo, I), sino al «bianco ostinato» inciso «a puntasecca» nella «fatica del paesaggio» della poesia che chiude il volume. Come nei libri precedenti, l'infanzia e l'adolescenza sono un serbatoio inesauribile, tra desiderio e spavento, raccontate a lacerti decisi e spigolosi, capaci ancora di ferire, pur avendo a cuscino la memoria del padre e le parole della madre, che tuttavia in questo libro perdono la centralità che avevano negli inediti del Tempo dovuto (2005). Se infatti in quello, il poemetto dedicato al padre si compone di 10 liriche, qui Al tuo delta si riduce ad una sola poesia (la IV del libro antologico, con tagli e riorganizzazione metrica dei versi), ed è inserita in una sezione in cui il maggiore spazio spetta allo zio Silvio, fratello della madre, disperso nella guerra d'africa nel 1942. Anche gli amici prendono maggior rilievo, anticipando quella «fedeltà ai pochi» della poesia conclusiva i quali, come scrive Milo De Angelis nella prefazione, «hanno assunto i tratti di una necessità a lungo confermata, i lineamenti di un destino».
Altri temi ricorrenti, e in sintonia con l'intero percorso della Fantato, sono la città, corpo inospitale, attraversato da «cunicoli e ombre» (Città in sotterranea), e la casa, che non protegge abbastanza la sua ospite quando si sente vulnerabile («Luce, c'è tanta luce oggi./ Entra in casa, viene a cercarmi»), o che custodisce i segreti della propria genealogia, tramandati di generazione in generazione, come quelli sulla morte dello zio Silvio; o, ancora, nella quale si consuma la partita dell'amore: una casa, questa, che ha «tane» abitate da «insetti e baci», da «azzardi e carezze» (l'azzardo). Casa, città, amicizia, affetti familiari e amore coniugale, memoria storica e memoria personale costituiscono dunque lo scheletro, tutto terrestre, del libro, ne sono il codice, la chiave con cui leggere la biografia della Fantato, poeta e intellettuale, donna della Milano cementizia, che ama tuttavia riconoscersi nella la metafora della palude, della «terra mobile/ con le radici aperte sino al mare» (Una geometria, forse, II), a sottolineare la propria origine terracquea, arginata esistenzialmente da una caparbia intelligenza e, artisticamente, dal rigore formale, dal continuo lavorio sullo stile. Interessante sarebbe, in questo senso, un’analisi delle numerose varianti contenute ne il tempo dovuto, rispetto alle edizioni originali e, ancora di più, verificare l'edizione degli inediti pubblicati in via definitiva nel Codice terrestre. A proposito della prima questione, riferisco, solo a titolo esemplare, il lavoro di lima dell’ultimo addio (in Moltitudine) che, nella versione conclusiva, ha perduto quattro versi interi, un sintagma, una congiunzione avversativa, modificando altresì la scansione strofica e l’uso della parentesi, il tutto, mi pare, al fine di togliere l’eccessivo espressionismo («schiacciato il pudore, al soffitto») oppure messo in atto per migliorare la continuità sintattica, in una pulizia del canto che si vuole denso ed essenziale, ma non ermetico, talvolta sorretto dall’enjambement (magistrale in tal senso il passaggio ne al naviglio grande, dove «un’onda che arrivi a quest’acqua salvata» diventa «un’onda che arrivi a quest’acqua/ salvata», operazione che, ripetuta nei versi successivi, acquista un'idea del ritmo cara a Caproni), talaltra governato da una musica in sordina, che lascia alle parole i loro spigoli, le loro anse, quasi isolandole alla maniera del Sereni maturo. Per quanto riguarda il Codice terrestre rispetto agli inediti, il lavoro è stato ancor più minuzioso, nella cancellazione di interi periodi e nel riordino degli a-capo: in generale, il precedente verso lungo ha dimezzato il metro, acquistando in tensione, sostenuta da un venire meno di alcuni nessi logici, lasciati impliciti per maggior fiducia nell'intelligenza del lettore. Anche la cura lessicale è giovata. Si veda per esempio la sostituzione di «rosicchiano» con «mordono» della poesia d'apertura, così che il verbo, attraverso l'agglutinazione "ord", si armonizzi non solo con «ricordi», tre versi sotto, ma dia anche ritmo più sostenuto alla quartina, attraverso l'allitterazione in "d": dall'originale «I figli sempre rosicchiano le dita/ ai padri per sentire dove/ iniziò il viaggio – perché, ricordi,/ dicevo anch'io perché? –», si passa infatti a «I figli mordono ancora/ le dita ai padri per sentire/ dove inizia il viaggio./ Perché, ricordi, dicevo anch'io/ – perché?». Inoltre, a caricare ulteriormente di tensione il concetto, per l'effetto fonosimbolico dello spostamento d'accento tonico dalle "e" alle "o", si noti la sostituzione di «sempre» con «ancora» (che va a sostenere «mordono», allitterando in "or", là dove «sempre» anticipava le "i" di «rosicchiano» e «dita»). Infine, la scelta di coniugare al presente il verbo («inizia») anziché al passato remoto («iniziò») lega grammaticalmente meglio l'azione dei figli (sostenuta dall'avverbio di tempo «ancora») e contribuisce a dare l'impressione che l'inizio di cui si parla sia costantemente attivo nel presente e, appunto perciò, il morso sia percepibile". (in Senza riparo, pp.165 - 168)





Rispetto alla versione definitiva, che qui riporto, vi invito a confrontare le varianti postate in Epitaffi, il blog di Bianca Madeccia.



Una geometria, forse


I


I figli mordono ancora
le dita ai padri per sentire
dove inizia il viaggio.
Perché, ricordi, dicevo anch'io
- perché? nell'età prima che nomina
e divide.

Ancora non si sazia la fame e il giorno
è senza nome.
Tento di ricongiungermi
spalla e braccio come i sassi alla terra,
rinasco ramo e radice.
Resurrezione
nel poco che conosco.

Non che io sappia lo sbocciare esatto
della viola, non l'ordine dell'estate
dentro la morte secca dell'inverno.
Tento una geometria,
linee e acqua.



II.

La terra è tutta solchi – una marcia.
Un mettersi a sognare
dove i pioppi sono una palude vasta,
con dentro l’Adriatico
e un’adolescenza negli zigomi.

I sentieri invece non ricordano
il sollevarsi e cadere
in una fotografia.
Non sanno la geometria della fatica
– l’orizzonte è questa insufficienza,
una faglia
dall’altra parte dello sguardo
e la memoria si fa spavento.

Resta una terra mobile
con le radici aperte sino al mare
anche la notte,
sino al gelso nel cortile di mia madre.

Il debito è nelle spalle,
precisione di un ritorno
e sembra tutto chiaro
nel cadere.



III.

Luce – c’è tanta luce oggi.
Entra in casa, viene a cercarmi
dove la corteccia cerebrale è
sale e acqua.
Un ramo in attesa con tutto il corpo.

L’edera si arrampica nell’autunno
bianco di Milano, mi cerca gli occhi.
Alcuni rami sono spogli
dove la pioggia è più tenace
nel togliere e dare – la vita,
una scena a testa bassa
punto su punto.

Verso terra le foglie si aggrappano
come facevo anch’io
prima che il giorno fosse rabbia sottile
hanno il colore della gioia.
Un rosso sfacciato e breve.

Domani non saranno più qui,
perché si compie l’anno in questo ottobre,
con una dolcezza che fa male
e consola.



dalla sez. Un bacio dopo l'ultimo


(l’arrivo)

Seguo i metri – uno su uno,
sino al colpo, sino all’abbraccio.
Vengo da te che mi strappi e sei
la mia stanchezza.

Forse è vero, sarei la tua terra,
– un solco per la mietitura.
La città sale dentro le lenzuola,
il racconto è sirene
e allarme.
Solo l’inondazione di rughe
e figli placa il cielo, questo bianco.

Mi distendo nell'incavo dell’estate,
paziente alla resa.
Insisto la richiesta, salto alle radici.
Tu respirami
pesce d’oceano – ricorda la bocca.



(invocazione)

Tienimi quel battere tre volte
alla casa – mi riconosci?
allora scrivilo nel conto delle tue verità,
scrivilo vicinissimo al cervello,
rosso, solo rosso senza nome.
Regalami l'innocenza
i sandali dell’infanzia, il passo dove
l’acqua è un bordo della pelle.
Ti darò la solitudine liscia
dei miei tre anni senza vento
dove vederti
e perderti.

Dammi il bianco dell’inverno,
inventa la gioia a consolare
l’arsura.



(ostinazione)

Ci affrontiamo in giocattoli di latta,
grandi come le mani.
Ritorniamo nell’angolo ogni sera,
proprio come un’aquila va al nido con il cibo,
come marzo apre la forma dell’estate.
Cancella tutti i mesi che vengono,
dici, non vuoi il calendario.

Stiamo qui, legati
al sorriso di una madre
dentro la cucina immobile
di minestre e legno
– i coltelli non sono armi,
sono solo il taglio nella carne.

Nelle mani un’ostinazione
come la falce nel grano.
Ripetiamo il gesto antico che taglia
e rifiorisce




Posto infine alcune poesie tratte dalla silloge vincitrice del premio Gozzano 2009 e dedicate al padre, venuto a mancare recentemente. La silloge documenta e, al tempo stesso, eterna, sia la distanza immedicabile che la morte tiene aperta tra due esseri amorevoli e sia la loro meraviglia per come la vita, in questa vicinanza dolorosa, rinforzi il proprio seme.



A DISTANZE MINIME



I.

Le mani sulla tua mattina,
la maglia ruvida al contatto
delle dita.
Chiedi un massaggio contro
il male dei muscoli, il brusio.
Contro l’impotenza.
Ancora, mi dici – ancora
e offri la schiena.
Invento un ritmo, una danza.

Le dita sulla tua schiena
– senza sosta,
un massaggio, una ninna-nanna
nel buio che sarà.

Forse è solo mio questo
incantesimo - farmi minuscola
e salire dentro la gola,
oltre lo sterno, sino all’inizio
del danno nei tessuti.

Ti distendo – un panno
ben messo nel cassetto,
cosa tra le cose.




III.

E’ così punto-linea-punto
così sussurra la materia,
un alfabeto di cellule
dove scorre il brusio del sangue
e si fa vita.
Lo vedi, non so leggere
la lingua muta del polmone
dove si gonfia la notte
e diventa giorno poi ancora
notte e così vivi, così passano gli anni
sino al giorno che non sarà
mai più.


E’ così il dolore
un prato bruciato.
La musica si fa tana di ogni silenzio.
Sottile, troppo sottile è il passo,
posso solo stare qui a guardarti
come fosse per caso.
Ti tengo l’alba vicina al letto.



VI.

Te ne sei andato come chi deve
con i giorni dentro l’orizzonte.
Nel comando, dicevi, è sempre
esatto il passo del plotone.
Era quello il filo delle tue costellazioni.

Te ne sei andato nella domenica
sbagliata al calendario.
Sei dove non c’è più paura
e il sonno è senza voce, senza
quel tremare.

Te ne sei andato con l’obbedienza
della pietra scesa a picco sul fondo.
La mano agitata nella stanza dove
non potevi avere che una sedia
e gli occhiali dentro la paura.

E’ stata veloce la fuga nell’inverno
di Milano e senza neppure
il mare per dire – dove andiamo…



Sempre in Epitaffi  la biografia.

mercoledì 18 novembre 2009

Poecast e altra poesia in rete



Una settimana fa, dovendo fare una relazione al Premio Montano su "Poesia e rete", ho visionato uno per uno i links di Poecast, rilevando quanto segue:


Siti di poesia gestiti da 1 autore

Blanc de ta nuque (Guglielmin)
COMPITU RE VIVI (Aglieco)
CorriereBlog - Poesia (Rossani)
Dedalus (Mugnaini)
Epitaffi (Bianca Madeccia, con video)
Erodiade (Passannanti)
Il mare a destra (Gezzi)
Imperfetta ellisse (Cerrai)
Lastampa.it - Poesia
Nello scantinato, l'alveare (Toini)
Nuova provincia (Veronesi)
Oboe sommerso (archivio sino al 1/09)
Oboe sommerso (Ceccarini, anche sonoro)
Oltre il tempo (Manzoni, rinvio al nuovo blog)
PaginaZero (Fichera)
Poesia da fare (Cepollaro)
Poeti e poetastri (Perroni)
Radiolondra (Margiotta)
Rebstein (Marotta)
Tagli di scavo (Salvi)
Tra nebbia e fango (Cerquiglini)
UniversoPoesia (Fantuzzi)
Vertigine (Astremo)


Siti di poesia dove prevale l'informazione sulla propria attività

Carta sporca (Davide Nota)
Cepollaroarte (Cepollaro)
enzo/blog (Della Mea)
Franco Buffoni
Ivancrico
La cugina Argia (Babino)
La stanza cinese (Orgiazzi, ultimo 7/08)
Mare del poema (Sinicco)
Mario Benedetti (chiuso ufficialmente il 2/09)
Musicaos (Pagano)
Officine Letterarie Ansuini
Sequenze (anonimo)
Slow-forward (Giovenale)


Siti di poesia Cancellati / mai partiti / sospesi:

Arpa Eolica (Aglieco)
Microcritica (mai partito)
Radici delle isole
Radici delle isole
Scritture in attesa
Davoli vostri
land
land‡
L'Attenzione
LiberInVersi (sospeso)
Delle poetiche e dei casi limite (Orgiazzi, ultima nel 5/2007)



Siti che appartengono a Riviste e/o ad editori

Anterem (rivista ed Editore)
AtelierBlog (rivista ed editore)
Cartesensibili (editore, Ponte del Sale)
Clepsydra (editore e-book)
Farapoesia (Fara)
Furioso bene (Kolibris)
La costruzione del verso e altre cose (l'arcolaio)
La gru (rivista)
La gru - blog
land magazine (ultimo 6/09)
Lietoblog (editore, lietoColle)



Siti collettivi

AbsolutePoetry
GAMMM
nabanassar
Il primo amore
Italianistica online
Rizoma

Viadellebelledonne
La poesia e lo spirito
Nazione Indiana
ZeroPoetry (rari aggiornamenti)


Sito-finestra

Poesia Internet (workshop Bazzano, 2007)


Siti stravaganti

Fuoricasa.Poesia (in giapponese, varia, ex Massari)
Dissidenze (sito di partypoker, ex Marano)


Per quanto riguarda le riviste, in un breve giro di consultazione usando Google, ho trovato:

riviste in rete con poesie e/o critica

Anterem: ricco di informazioni, recensioni, saggi brevi, foto, audio
Testuale: numeri consultabili. dal 2006 scaricabili in pdf
L'area di Broca: scaricabile in pdf
Semicerchio: indice cartaceo + recensioni, ma meno di quelle indicate
Fili d'Aquilone: molti saggi sulla poesia, indici e copertine
Poiein: recensioni, traduzioni, video, ricco elenco autori ecc.
Tellusfolio: rubrica di poesia
Vico Acitillo 124: ricco di rubriche e di autori
Pagine: in rete numeri fino a un anno fa
LietoColle: informa intorno alle proprie edizioni + L'Ulisse
Diario di poesia: elenco libri e autori del 900 (anche contemporanei)
Italia libri: recensioni (anche narrativa e poesia canoniche). lista autori.
Smerilliana: 4 numeri. Autori italiani e stranieri. Ultimo n. uscì nel 2004
Riviste letterarie (elenco riviste con ind. mail e nota sulla specializzazione)


Riviste con sonoro

Edizioni Il Labirinto: videoclip con poeti contemporanei [con gli editoriali di Arsenale (1984-87)]
Voci della Poesia. Fonoscaffale di poesia contemporanea
Fucine Mute n.87 (uscì nel 2006) interviste, letture eccetera
RadioTre Farhenheit ottimo archivio


Riviste solo indici o quasi

Poesia: solo indici e copertine
Atelier: indice ed editoriale
ClanDestino: indice e editoriale
Caffè Michelangelo: indice e editoriale
La Clessidra: indice e copertine
Hebenon: link relativi alle varie attività editoriali della rivista + qualche poesia
Incroci: indice numeri
La Mosca di Milano: copertine a partire dalla collaborazione con La Vita Felice

Non solo poesia

Adiacenze: (Milanocosa, con blog)
La Gru: scaricabile in e-book
Bollettario (Sanguineti, Cavalera): dall' 1/90 (link Scuola Normale di Pisa)
Farepoesia: (ed. Farapoesia) inizia il cartaceo in questi giorni.


Storiche:

Stazione di posta (in rete il sommario di tutti numeri, 1984-2000)
Prato pagano (1980-87).

domenica 15 novembre 2009

Cristina Annino, Magnificat, poesie 1969 - 2009


dipinto di C. Annino




Non è perché faccio parte del comitato scientifico di Puntoacapo editrice che posto uno dietro l'altro due gioielli della collana Format; il fatto è che Cristina Annino è una poetessa da leggere assolutamente e che Blanc, nel suo piccolo, ha sempre appoggiato, facendola tra l'altro conoscere a molti lettori giovani del web. Oltretutto il volume Magnificat, poesie 1969 - 2009, curato da Luca Benassi, contiene una mia "prefazione", che riporto parzialmente in questo spazio. Non prima tuttavia di aver postato alcuni passaggi della "nota del curatore", utilissima a comprendere il contenuto del libro.
Riguardo alle poesie, rinvio ai links presenti sulla colonna di destra di Blanc.


"Il presente testo antologizza l’intera produzione edita di Cristina Annino,dall’esordio fiorentino di Non me lo dire, non posso crederci, del 1969, fino all’ultimo Casa d’Aquila del 2008. Alla selezione dei testi si è aggiunto il Magnificat, una cospicua sezione di inediti che per numero di poesie, compattezza e unitarietà del percorso di scrittura, costituisce un vero e proprio libro nel libro. L’idea originaria di pubblicare l’ultima fatica inedita della poetessa si è dunque coniugata con l’esigenza, sentita da più parti, di fare il punto su una produzione quasi quarantennale e rendere nuovamente disponibili, al pubblico come agli addetti ai lavori, testi pubblicati in edizioni ormai introvabili. [...]
Si è corredato la presente pubblicazione con una antologia della critica e di lettere inedite alla poetessa di Luigi Baldacci, Franco Fortini, Giovanni Raboni, Vittorio Sereni. L’ultima bibliografia disponibile era quella pubblicata su Kamen’ rivista di poesia e filosofia (anno X, n. 18) del giugno 2001. Si è provveduto a stilare una bibliografia aggiornata tenendo conto degli interventi critici successivi alla pubblicazione di Gemello Carnivoro (2002) e Casa d’Aquila (2008), e facendo il punto sulle pubblicazioni in antologia, rivista e web, ambiti non presi in considerazione nel numero di Kamen’ citato". (Luca Benassi)

 

"Non me lo dire, non posso crederci uscì nel dicembre 1969, quale frutto maturo di un intreccio di eventi e amicizie che ebbero il loro doppio fulcro in Firenze e in Eugenio Miccini, primo mentore di Cristina Fratini (suo ortonimo), che la convinse a partecipare ai lavori del Gruppo ’70, malgrado ella non ne condividesse
gli aspetti programmatici. Se Miccini, Ori e Pignotti dialogavano infatti con il linguaggio mass-mediale, elaborando una teoria critica intorno ai codici verbali e visivi che fosse conflittuale con la società tardo capitalistica, sfruttandone tuttavia le risorse semantiche ed iconiche, la Annino ha sempre attinto al proprio talento naturale, nelle pieghe di un vissuto portato alla luce con la vanga o la piuma, strappato alle viscere o inciso sulla pelle, con l’occhio disincantato e la mano ferma, indifferente al dibattito letterario, alle pratiche della militanza e ai compromessi con il potere editoriale. Forse per tutte queste ragioni abbiamo atteso per troppo tempo un libro che tenesse insieme, in forma antologica, la sua intera Opera. Finalmente Magnificat colma questa lacuna, dovuta in parte al carattere meravigliosamente volubile dell’autrice, che la spinse a rinunciare alla carriera letteraria, per rifugiarsi in due storie matrimoniali travagliate: dalla prima, ereditò il cognome (fu infatti sposata, tra il ’70 e l’80, con lo studioso di diritto internazionale Antonio Annino, con il quale si trasferì a Roma, dove tuttora risiede); dal secondo, Saverio Massaro, generale presso il ministero della difesa, plurilaureato e poliglotta, trasse spunto per scrivere Gemello carnivoro, dove appare come “Giano bifronte”, “Bogart”, “signor coso”, elemento insomma perturbante, onnipervasivo ma ferocemente amato, scomparso nel 2000. In effetti, uomini importanti l’hanno sempre accompagnata. Miccini non si limitò a pubblicarle il primo libro (26 poesie dove già sono presenti l’identità maschile dell’io lirico, l’elencazione che interseca il privato con il pubblico, il gusto per il ritratto, l’improvviso scarto ironico, l’assertività, l’interlocuzione,l’enfasi lessicale); negli anni Ottanta, egli la coinvolse in tournée europee assieme ad altri protagonisti della poesia visiva, fra i quali Sarenco; ebbe così modo di conoscere Jan François Bory, Alain Arias-Misson, Joseph Beuys, il linguista Josè Prieto e Julien Blaine (a questi ultimi due dedicherà più di una poesia in Madrid). Già a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta aveva frequentato Luigi Baldacci, che sempre ne apprezzò l’opera, tanto da scrivere una prefazione a Il cane dei miracoli, prima che questi diventasse libro con una pregevole nota di Gaetano Salveti, commissionata direttamente dall’editore Bastogi.
A convincere Miccini fu, a suo dire, il fatto che l’Annino non insisteva su “un’eroica, quanto patetica apologia di se stessa”, bensì calcava le tracce di una poesia “impersonale”, rivolta all’esterno non per le urgenze di un improbabile realismo, quanto per evidenziare l’impossibilità stessa della lirica in una civiltà menzoniera e onnivora. Progetto, tuttavia, che mi pare estraneo all’autrice, la quale ha sempre anteposto le spinte anarchiche della vita agli altarini dell’arte e della politica. Non a caso Madrid, il suo libro più felicemente ingovernabile, nacque da una serie di soggiorni in Spagna, bruciati alla ricerca dell’emozione totalizzante e dell’altrove, tra il 1980 e il 1987, ossia tra la fine del primo matrimonio e, quasi, l’inizio del secondo. La Spagna, tuttavia, e la lingua iberica l’avevano invasa da tempo: laureata sul poeta peruviano Cesare Vallejo, andò in Spagna per la prima volta nel 1969, studiando a Madrid, leggendo alla “Cattedra poetica” presso le Università di Salamanca e di Siviglia. Dopo l’uscita de L’udito cronico, conseguenza dell’interessamento – mai venuto meno – di Walter Siti e di Franco Fortini, Einaudi le chiese di trovare in loco poeti da tradurre, ma alla fine, sempre per la sciupata grazia con cui Cristina vive il suo tempo e, a suo dire, per la“follia” degli spagnoli, non se ne fece nulla. Dopo quasi quindici anni di silenzio, un gallerista di Faenza, su sollecitazione
di Miccini, le pubblicò un ristretto numero di copie patinate di Gemello carnivoro; la ristampa, l’unica ancora in circolazione, la fece l’autrice a proprie spese. Gli amici stretti si fecero subito avanti: ecco Elio Pagliarani, Alberto Cappi e ovviamente Miccini, che nella postfazione tenta ancora amorevolmente di piegare
la poesia metamorfica dell’Annino ad esigenze tecnologiche proprie al Gruppo ’70, riconoscendole tuttavia un estro difficilmente imbrigliabile, da alchimista che agisce con le forze arcane per ricavarne un’originale “idea del mondo”. Operazione che ha ravvisato anche l’artista Ronaldo Fiesoli, proponendole di partecipare a Macrolotto, tiratura in 35 copie di un’opera grafico-poetica, quale memoria critica della costruzione a Prato, alla fine egli anni Novanta, di un’enorme area industriale tutta gestita da privati. Le poesie, che poi confluiranno in Casa d’aquila, hanno per tema la città quale cosmo in cui brulicano tensioni ed affezioni, e personaggi abitati come palazzi da bisogni e “vento nero”. [...]"

Ulteriori approfondimenti della poetica di Cristina Annino, li trovate nel mio Senza Riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009)

martedì 10 novembre 2009

Alberto Cappi, Poesie 1973 - 2006



L'uscita di un'antologia personale, definitiva per la sopraggiunta dipartita dell'autore, è qualcosa di più che un resoconto dettagliato di un lavoro, ma dà l'opportunità di riflettere sul valore complessivo dell'Opera. Nell'attesa che la critica, nelle sedi opportune, s'impegni in tale impresa, dirò qualcosa di preliminare intorno a Poesie 1973 – 2006 (a cura di Mauro Ferrari, puntoacapo editrice, 2009) di Alberto Cappi.

La mia impressione, leggendo passo passo le 12 sezioni che sostanziano il libro, da Alfabeto a La bontà animale, è che Cappi si sia attardato forse troppo nella ricerca neoavanguardistica di stampo strutturalista, sperimentando le possibilità della parola e dei sintagmi con gran rigore, ma come un soldato chiuso nella sua stanza che, assieme a pochi altri arroccati nel fortino, non abbia visto la guerra finire, la qualità dei tempi mutare, l'orizzonte allargarsi verso una nuova relazione fra poesia e pubblico, fra società, ormai completamente indifferente alla problematizzazione delle proprie strutture formali, e l'istanza comunitaria di un popolo (quello della poesia, per quanto ridotto) che intende resistere al proprio annullamento mediatico e politico, anche attraverso una parola poetica di nuovo capace di nominare il mondo degli affetti e dei fenomeni. E' infatti vero che Cappi, come scrive Ottavio Rossani, nel BlogCorriere del 1/09/08, "si è imposto come il cultore della estrema manipolazione della parola, con ardite combinazioni, inverosimili concertazioni, disarticolazioni e ricostruzioni. Un lavoro di scavi, rotture, ricomposizioni: una scrittura unica e carismatica, al di là del significato, che alla fine comunque emerge in un magma espressivo ribollente e mai definito", e tuttavia, appunto, tali esperimenti, se negli anni Sessanta - primi Settanta potevano trovare ragione in una lotta al sistema attraverso la messa in crisi dei suoi codici, successivamente hanno rischiato di diventare maniera, esercizio, applicazione di un pensiero già dato (In Cappi, l'aveva già sottolineato nel 1981 Mario Lunetta, in Poesia italiana oggi (Newton Compton), tale debito faceva riferimento "agli anagrammi di De Saussure", ai "prelievi effettuati da Agosti, al concetto di anafonia di Barilli, di anatema di Baudrillard, alle relazioni inconscio-linguaggio suggerite da Clark, all'analisi dei giochi enigmistici verbali del folclore attuata da Jakobson, alla rilettura di Starobinski, non che alle nostre cantilene, nenie, filastrocche"). Certo il taglio che Cappi incide nel tessuto comunicativo e il timbro delle sue soluzioni alchemiche non mancano di originalità e di rinvii alla tradizione (per esempio, sarebbero da approfondire sia il suo legame con Pascoli e sia il dialogo con il divino, non lontano dalla sensibilità ungarettiana), tuttavia il suo percorso, d'acchito, sembra arenarsi per troppo tempo in questo coloratissimo ma pur sempre immobile acquitrino, laddove i migliori poeti della fine degli anni Settanta sentirono la necessità di passare oltre, di uscire dal laboratorio, per incontrare finalmente gli uomini. Non più dunque una verifica del potenziale linguistico, bensì uno stare nell'aperto del mondo, resistendo all'annullamento antropologico prodotto dalla società dello spettacolo, attraverso un attrito semantico ed etico, dove il biografico ha riacquistato importanza.

Il cambio di rotta avviene a partire da Piccoli dei (1993), ma giunge a maturità soltanto nel 2004 con La casa del custode e con il libro successivo (assente dall'antologia per ovvie ragioni editoriali), dal titolo Il modello del mondo (Marietti 1820), uscito nel 2008. La svolta, riconosciuta anche da Rossani e Rondoni, trova a mio avviso in Quaderno mantovano (1999) il suo perno sostanziale, laddove le relazioni amicali vengono in primo piano, rimanendo una costante sino alla fine. L'intimità, che i testi per gli amici espongono, non diventa mai oscena, sintetizzando piuttosto i frammenti di un discorso esistenziale fra due mortali, dove frasi opere ed omissioni si combinano nel testo per mettere il punto della situazione dialogica, così da ripartire poi di nuovo in privato, fuori dal riflettori. Credo che si debba cominciare da questa rete d'affetti per ripensare l'Opera di Alberto Cappi, che ha la sua cifra complessiva nella sfiducia nel mondo e nell'uso rituale dell'alfabeto, oltre che nell'idea che poesia sia un "arso dono" che la storia, matrigna, rifiuta, così che non resti al poeta altra via che "affondare poco a poco in nessun loco,/ smemorare, per astuzia o erranza,/ e poi smembrare, dividere, giocare". Se la ragione profonda, anche del suo gioco strutturalista, riposa in tale drammaticità (e non è, dunque, maniera come sembra in superficie), allora la persistente adesione di Cappi ad un modo del poetico storicamente determinato rivela tutta la sua pregnanza e, perciò, trova giustificata coerenza. Questa ragione ideologica non basta tuttavia a fondare il valore della sua Opera; uno studio serio in tal senso, che volesse togliere il sospetto di epigonismo alla sua ricerca, dovrebbe infatti verificare il contributo che egli ha dato alla poesia italiana contemporanea nello sperimentare il limiti del tessuto linguistico e sintattico, mentre, per quanto riguarda le poesie della svolta, occorrerebbe misurare quanto d'ineludibile rimane, a partire dal connubio che egli istituisce – nei suoi testi migliori – fra sperimentalismo fonematico-versale e linguaggio quotidiano, il cui effetto è un'asimmetria stratificata, spesso mimetica all'instabilità del tempo presente, talvolta capace di portarci nel cuore della verità del tempo tout court, della cura che il tempo è quando lo sappiamo ascoltare. Forse riposa in quest'ultima acquisizione il punto più memorabile della sua poesia, e con questo metro dovremmo misurare tutta la faticosa ascesa (più di trent'anni) che egli ha compiuto per raggiungerlo.



da PER VERSIONI

VACANZE


g

nibbio lume
nebbia piuma
pioggia fune
sfuma
g di linua
l'anolo del tuono



p

lisca rena
mana tana
nassa luna
sfama
p di coro
l'ugola del esce




L'aria

l'aria
la gara
la dolce finzione
il ventre
la riga
la divisione
mentre
l'arida ruga
l'azione
aggira il
simbolo rete
ruoto l'arena
l'arnia
la sete
l'antrodilete
sintomalendo
il tomo
la ria
moke l'arma
del fono



Gerundio

generando la nottola e il topo
germinando la trappola e il gene
la notte il genere errando
la mina l'atropo e il tropo



Infinito

scovare l'immagine e il dono
le mani nel cavo scolpire
scavare la voce nel nodo
il colpo dell'ira nel covo



Imperfetto

teneva testo e la tela
palmo l'orca addentava
tesseva tèndine l'ora
arco il lampo attendeva



Inverbale

rattratto il sonno e la trama
il sogno la tana rapito
ritratto il suono e la tara
il trauma la sosta tarpato



da PICCOLI DEI



dio dell'acqua

dio delle acque e della
pioggia lucente dio
delle splendenti iridi e
della liquida elle
o dio che avanzi dal lontano
pesce dei silenzi
dalla tana nella rete
che imbriglia il tuono
piuma del cielo
occhio acquitrino
rapace vino
lenza e gelo
dio del battello e dell'uomo
scampo e ristagno
dardo di nebbia
serpeggia
ricurvo l'amo
dio dei nostri padri
padus nomen flumen
delle rane e del rame
pane
della tarda rena vegetale
verde alabarda e vento
bardo o osso
che suona nel tempo
pube animale
specchio di nube
che è pecora azzurra
o sole
cruda argilla
seme
lampo
culla
stampo
nulla
del nostro dono
dio del perdono



da QUADERNO MANTOVANO


a Rino Lappi

Guarda — mi dice Italo Lanfredini — qui
i pittori ferraresi gli hanno dato esca;
guarda: traspare Degas, e, vedi?, la parete
è di Van Gogh; dai, rincorri Morandi, Semeghini,
la sottile dolcezza depisiana, la meraviglia
cruda dechirichiana.
Io sono ancora qui, Rino, decenne caduto
da una bici che mai ha vinto gare, lì, nella
tua bottega, scura come ti si dipingeva,
scorbutica, con quel magro fare che toglieva
una "p" e tra i lupi in solitudine portava.
In abitudine la Cartoleria Carreri: c'era
la gioia nel pensiero. Gino Baratta, navigatore
insonne di pagine astrali; Centis che a Londra
andò davvero; Bugni con i suoi ghiribizzi
musicali d'ironia.
Sulla via il tuo Po ha, a volte, il colore
del mosto, quasi omerico mare; la neve visita
da vicino vicoli felliniani; filini d'alberi
annunciano nel tino i cangiamenti della natura;
il bosco va e viene lungo il fiume; un bianco
balocca sotto l'orologio; adagio, gli interni
impallidiscono di vertigine; i fiori s'innamorano
della loro origine vegetale.
Siamo ancora lì, sulla tua scala natale,
gradata, istoriata, portata alla soffitta
dove la vita, la morte, la sconfitta,
hanno arte e pace.



Ad Alberto Spagna

Vorrei vederti una di queste sere
con la sorella dal nome di campana,
Dianella Spaglia, e sapere
che la grappa si accende ancora
negli occhi blu della ragazza
che tra i tavoli guazzava, gazza
d'osteria, quotidiana litania,
e noi che nella notte desta, in vespa,
a ripercorrere il destino o il tino
di una botte di cantina nella china
stellata della valle: la luger
apre falle e leva il fuoco. Ehi,
ti ricordi il prima e il dopo?
Dio benedica la memoria, Alberto,
benedetta sia la nostra storia



da QUATTRO CANTI


primo canto della neve

quando venne la neve
la neve portò bianchi glicini
e dolci tortore di farina
quando venne la brina
anima candida luce di luna
quando candì il giorno intorno
e l’oro si fece solo sole
quando la notte si annodò
e nodo e nido furono uno
quando il violino suonò le note
della terra bruna e del mare
quando ritmando e poetando
siamo tornati ad amare



secondo canto del vento

dove venne il vento
il vento seminò sibilanti serpi
sui sentieri del sonno e del sogno
dove venne l’uomo e disse
sia detta aurora la prima
ora del tempo
benedetto sia il mattino
dove bambino colsi
alle cose il senso



da VISITAZIONI


*

ascolta lo scalpiccio delle stelle
clip.......... clip............. clip
che cosa abbandoni mio sole
nel buio dei millenni
per catacombe e ombre
in cunicoli di nubi
senza luce o ratio o voce
in filamenti d'arso agosto
nei lamenti
d'agra tessitura duro costo?



Per Aldo Dosoli, bancario e amico

ma che cos'è la morte Aldo?
una sosta alle porte della banca
un passaggio dallo stanco vivo
dell'esistenza all'essere senza
attivo tenendo in conto il
tremendo del canto, il saldo



da LA CASA DEL CUSTODE



La casa è il libro, il custode è il poeta. A partire dalla casa si dipana un'erranza, la scrittura. Le si accorpa la storia. Sulla pagina viaggiano i tempi, l'esilio, la guerra, le luci nucleari, le schegge dei terrorismi, i lacerti d'umanesimo in resti, le utopie di massa, i silenzi del dopo, il dopo delle spente fedi. Le voci che qua e là tendono le corde sono del testo, del Dio, degli umani, degli eventi che indicano un fato. Alla casa, infine, torna la vita: la consegna che il segno fa della memoria.



Sacrificio degli dei

Gli Dei vanno e vengono in questa casa.
Uno dice: "Sia la notte un accordo di sogni";
uno narra della distanza tra illusione e
l'antica tenera suzione di alfabeti; tra
le mura delle stanze altro incede
cucendo il tempo al tallone di una calza
da cui fugge sempre un alluce istoriato
di dolori, di fuochi, di timide esclusioni.
Di tanto in tanto dalla luna del camino
si alza una favilla di parola, fiaba
cruda, accesa, lasciata allo splendore.
Che ore sono queste che ci dan
no il dardo da scagliare verso il cielo? Chi
davvero ci conduce al tardo divenire di
presenze, assenze, tribolanze, rare e
care di smottamenti d'essere,
farine o polveri, slavine dulcamare
di malattia, di domestica stige,
di materna effigie? Un Dio canta il
proprio passo di lontananza: abitare
senza il mondo, nel fondo dell'idea,
affondare poco a poco in nessun loco,
smemorare, per astuzia o erranza,
e poi smembrare, dividere, giocare.


Risalita del demone

Salendo dal pozzo il demone scrollò la rugiada,
affilò lame all'ortica: "Fosse insetto, formica
questa gente, sarebbe purificanza il fuoco". Dopo,
levigando le corna sulla selce dell'aurora e
stelline sprizzando e spremendo per offesa,
temendo l'improvvisa resa degli intenti, rise: "
Ci vuoi tanto poco a sedurre l'uomo; è come
camminare il ciclo in consonanza al tuono,
sul carro del temporale, in girelli d'infanzia".
Nella sua danza un solco tracciava sul terreno,
un aprile meno crudele del fato, un dato
tolto alla leggenda, una lava astrale
d'invenzioni, istinti, ghiacci, solleoni,
trepidanza di bilance senza pesi e mesi e
mesi d'intolleranze. "Lo so, mio Dio,
sei qui in agguato, la tua vampa mi spaventa,
mi offende la tua luce. Disparirò in un suono,
un gorgo d'impazienza, un ghigno d'impotenza".



da LA BONTA' ANIMALE



a Cesare Cancellieri

è così Cesare che appena ieri si
sfilava sul bordo del marciapiede
un filo scucito dalla maglia rossa
ci diede sogno e volontà di amare
fa che ora si possa non cancellare
la memoria, l'uscita dalla storia.



a Giacomo Bergamini

avevi ragione: la malattia del verbo
è nervo sconosciuto ti invita a bere
alle spalle della vita; avevi torto:
la nostra notte non è fuoco, è buio
urto sorto poco a poco nel solco di
paura e d'illusione: abbiamo avuto.



Alberto Cappi, 1940- 2009. E' stato poeta, saggista, traduttore.
Per la poesia: Passo Passo (Firenze, 1965); Alfabeto (1973); 7 (1976); Mapa (1980); Per Versioni (1984); Casa delle Forme (1992); Piccoli dei (1994); Il Sereno Untore (1997). Quaderno Mantovano (1999), Quattro canti (2000), Visitazioni (2001), Libro di terra (2003), La casa del custode (2004), La bontà animale (2006), Il modello del mondo (2008).

Per la saggistica: Il Testo e il Viaggio (1977); Materiali per un frammento (1989); Linguistica e semiologia (1994); Materiali per una voce (1995); In atto di poesia (1997); Materiali per un'arca (1998); Il luogo del verso (1998); Il passo di Euridice (1999). Libro di poche pagine (2002)

E' stato redattore delle riviste "Anterem", "Quaderno", "Steve", "Testuale", "Tracce" e ha collaborato con "Poesia", "Testo a fronte", "La Clessidra", "Il Verri", "Hebenon", le americane "Gradiva" e "Differentia", la venezuelana "Zona Franca" e la spagnola "Serta".

giovedì 5 novembre 2009

Restyling Blanc



Facendo tesoro dei consigli emersi nei due precedenti post, e chiudendo la trilogia relativa al tema poesia e blog, ho fatto un restyling di Blanc de ta nuque, così che la sua consultazione sia più facile ed efficace.

Sul lato destro della pagina d'apertura, il lettore può infatti trovare una prima parte, più vanitosa, ma necessaria a inquadrare la fonte, e una seconda, invece, ricca di informazioni utili sul mondo della poesia. Ecco il dettaglio:



1) sintetiche informazioni sul gestore del blog e un rinvio a Senza riparo, l'altro mio blog;

2) le copertine degli ultimi miei libri;

3) il link al mio curriculum;

4) una mia foto recente (scattata da mia moglie in Devon quest'estate. Così come del Devon è l'altopiano che si vede nel titolo);

***

5) l'elenco aggiornato dei poeti italiani ospitati in Blanc dalla sua apertura;

6) i lettori fissi ossia i bloggers che hanno deciso di stanziare iconograficamente qui;

7) la dichiarazione che Blanc non è una testata  giornalistica e nemmeno opera per fini di lucro;

8) l'elenco delle etichette, organizzate per argomenti, dove è possibile ricavare tutto ciò che ho pubblicato in questi 3 anni e mezzo;

9) l'archivio blog (utile a vedere l'indice degli ulimi post e a farsi un'idea del lavoro fatto)



Andando in fondo alla pagina, trovate invece 2 contatori, nei quali viene registrato il movimento del traffico virtuale nello snodo Blanc.

lunedì 2 novembre 2009

Poesia e Blog (a proposito di una controversia)



Il saggio che presento uscì, leggermente tagliato, con il titolo Canone vs. Blog, negli Atti della Fiera dell'editoria di poesia, a cura di C. Daglio, M. Ferrari (La Clessidra, Novi Ligure 2007, pp.59-60); lo ripubblico sia per continuare la riflessione del post precedente e sia per entrare nella discussione aperta da Gilda Policastro (Il Manifesto) e Carla Benedetti (Primo amore). Si tenga conto che nel mio saggio si pone l'accento esclusivamente sui blog di poesia.




1. Lo sfondo

Questo saggio nasce dalle ceneri di un gossip letterario, nato su autorevoli quotidiani nell’agosto 2006, per l’intrattenimento marinaro dei lettori annoiati sotto gli ombrelloni. La questione è nota (ma forse già dimenticata); così la riassume, a caldo, Claudio di Scalzo su Tellusfolio: «Tutto parte da un’intervista, registrata da Florinda Fusco, dove Nanni Balestrini afferma che “Per fortuna c’è Internet che permette di far circolare ovunque, e rapidamente ed economicamente, le poesie di tutti”. Prosegue rilevando il magma che compare sul web, la pazienza che ci vuole per trovare gli autori validi ma anche la possibilità di dialogo con chi scrive usando siti personali e blog e mail e così via. [...] Successivamente Paolo di Stefano, sul Corriere della Sera [...] ha chiesto l’opinione sulla questione al poeta Giuseppe Conte che orficamente ha tagliato la testa al ragionamento di Balestrini ravvisando nei poeti da web degli “esibizionisti” conditi con “materiale inerte”. [...] Da queste lamentele di individui ben nutriti e allattati dall’editoria prende il via Umberto Eco su L'Espresso (17 agosto, 2006: "Dove mandare i poeti") [...] il quale afferma – chiosando i conti di Conte sulla residua nobiltà di Madama Poesia – che il corpo della meschina sul web è composto da dilettanti senza arte né parte e che neppure può essere selezionata non esistendo la severità di riviste di settore atte a farlo – come un tempo la gloriosa Fiera letteraria – e dunque che forse è il caso di non dare troppo spazio a questo oceano nelle stanze della cultura».


2. La questione

Sul tavolo, dunque, una questione complessa, giacché coinvolge la neoalfabetizzazione informatica, l’utilizzo di internet quale via per l’apprendimento e l’aggiornamento continui, l’identificazione generica di poesia lirica e interiorità, il proliferare incontrollato della poesia in rete. Proliferare che spesso ignora tradizione e convenzioni fornite dalla società letteraria, la quale perde così d’autorevolezza e dunque di potere sulle magnifiche sorti e progressive della poesia. Ma non di questo si vuol discutere qui: non della necessità di controllare la poesia in rete; non del sarcasmo dei poeti e dei critici laureati (e neanche dei disarmanti limoni poetici che si possono leggere navigando); e nemmeno si intende verificare per quale singolare sorte, la poesia (epica, didascalica, satirica, burlesca, epigrammatica eccetera) sia diventata (quasi esclusivamente), nella modernità, poesia lirica. Qui piuttosto si cercherà di informare intorno al fenomeno poesia italiana nei blog e di interrogarsi sulla relazione fra il canone tout court e alcuni poeti particolarmente seguiti in rete.



3. Blog di poesia

Come molti sanno, il termine anglosassone «blog» deriva dalla contrazione di «web» con «log» (quest’ultimo rinvia alla forma-diario, il logbook, appunto). Si tratta di una pagina infinitamente lunga, fornita spesso gratuitamente da un hosting (Splinder, Blogger, Wordpress, Blogitalia etc.) nella quale ciascuno può inserire, oltre a collegamenti con altri siti (links), testi, foto e, se tecnicamente esperto, audio e video. La particolarità del blog, a differenza dei siti genericamente intesi, sta nella possibilità data a chiunque di commentare il testo pubblicato, con tutti i rischi e i vantaggi che ciò comporta: sabotaggi linguistici da un lato, occasione di incontro e confronto dall’altro.

Pare che – in generale – ci siano più di 60 milioni di blog nel mondo e che, negli ultimi 12 mesi, siano state pubblicate circa 5 milioni di poesie (non sempre inedite, e talvolta le stesse in differenti siti). In Italia, sono almeno 1000 i blog che mettono la poesia in primo piano.1 Per dare le giuste proporzioni al fenomeno, è necessario tuttavia riprendere un dato riferito da Vincenzo della Mea al Workshop “Internet e poesia” di Bazzano (28 aprile 2007): analizzato il traffico del maggio 2006 in otto blog qualificati, risulta che, su un totale di 2761 commenti, ben 2256 sono opera di soli 37 soggetti. Vero d’altro canto che i puri lettori sono molti in rete; nel mio blog, per esempio, commenta meno del 15% dell’utenza giornaliera, che si aggira sul centinaio di unità (dei passaggi senza commento, almeno la metà sono fatti da navigatori occasionali o capitati accidentalmente nel blog). Quei 15 utenti, assidui frequentatori di Blanc de ta nuque, fanno invece parte di un gruppo abbastanza omogeneo di soggetti attivi nei maggiori blog poetici, che probabilmente non supera il centinaio di persone, dall’età media superiore ai trenta, di cultura medio-alta e equamente spartite fra maschi e femmine.

Per quasi tutti questi navigatori, un sicuro punto di riferimento lo forniscono AbsolutePoeGATOR (che assembla anche blog internazionali e legati alla narrativa) e PoEcast, un sito aggregatore specializzato nella poesia, nato nel luglio 2006 e ideato da Vincenzo Della Mea (poeta e ricercatore informatico presso l’Università di Udine - facoltà di Medicina e Chirurgia), che va progressivamente infoltendo gli indirizzi di riviste on line e soprattutto blog (nel complesso, al maggio 2007, una quarantina). Senza entrare nel dettaglio, fra questi possiamo trovare il grande vivaio della poesia lineare del XXI secolo, ma anche accese discussioni di poetica, di critica e di letteratura comparata; in alcuni blog è possibile ascoltare la voce dei poeti (poco esiste, invece, riguardo alla poesia performativa), in altri esaminare pagine ormai introvabili del cartaceo (per esempio articoli di riviste degli anni settanta-ottanta) o leggere poeti che, per diverse ragioni, non sono riusciti a rimanere a galla nell’editoria cartacea. Ma la vera novità rispetto agli spazi tradizionali è, come detto, il dialogo sostenuto nei commenti, un dialogo nel quale, come scrive lo psicoanalista Marco Longo a proposito delle dinamiche di gruppo in rete, «si assiste al costituirsi di una "scena", in cui ben presto si riconoscono gli attori principali, le comparse, il coro, il pubblico (lurkers); oppure si assiste alla "messa in scena" di aspetti della personalità dei singoli partecipanti, cosa evidentemente di volta in volta favorita dal particolare contesto dinamico che si viene a creare in ogni gruppo mediatico».2 Tenendo conto dei dati sinora espressi, possiamo dunque concludere che in Italia, negli ultimi due anni, si è formata una blogsfera poetica molto vivace, composta di 30-35 blog militanti e frequentata assiduamente da un centinaio di persone, alle quali si devono aggiungere altri 80 - 100 lettori occasionali altrettanto competenti, ma che raramente commentano.


4. Canone e blog

Entro questa cornice, ho voluto verificare quali autori fossero più spesso postati, recensiti, commentati, così da individuare una possibile corrispondenza con il canone contemporaneo, inteso quale rosa di nomi eccellenti imposti/proposti dalla società letteraria a cui è stata riconosciuta autorità.3 A tal fine, ho contattato 27 bloggers interni all’aggregatore di PoEcast, chiedendo loro di indicarmi gli autori viventi sui quali, tra il febbraio 2006 e il febbraio 2007, hanno scritto in rete e/o sul cartaceo con maggior convinzione. Hanno risposto in diciassette,4 fornendomi un ventaglio di 189 nomi: fra questi, ci sono autori canonizzati dai grandi editori (A. Anedda, P.L. Bacchini, F. Buffoni, A. Ceni, M. De Angelis, G. D’Elia, L. Erba, V. Magrelli, G. Majorino, E. Pagliarani, G. Pontiggia, A. Riccardi, A. Zanzotto); nomi presenti in antologie di piccoli editori e/o “militanti”5 (C. Annino, M.G. Calandrone, B. Cepollaro, F. Davoli, P. Di Palmo, F. Ermini, G. Fantato, A. M. Farabbi, M. Ferrari, N. Gambula, M. Giovenale, E. Grasso, M. Gualtieri, R. Lo Russo, G. R. Manzoni, G. Mesa, M.P. Quintavalla, R. Teti, I. Travi), e giovani autori noti ormai al pubblico della poesia tout court (T. Cera Rusco, M. Desiati, P. Fichera, M. Fantuzzi, F. Fusco, F. Matteoni, D. Nota, A. Ponso, M. Sannelli, F. Santi, F. Serragnoli, S. Ventroni, M. Zattoni).

Moltissimi di questi tuttavia non frequentano la rete o lo fanno saltuariamente; circostanza che, nella blogsfera, diventa discriminante: se infatti verifichiamo chi ha ricevuto almeno 3 voti, a rimanere a galla sono soltanto Milo De Angelis e Massimo Sannelli (blogger esso stesso), accompagnati da autori meno noti altrove, ma attivissimi in rete ossia interni a quel centinaio di lettori-commentatori prima indicati. Oltre al mio nome (scelta prevedibile perché nata nell’alveo di un’amicizia che ha mosso, fra l’altro, questa ricerca) sono stati indicati: L. Ariano, C. Babino, F. Centofanti, F. Cerrai, V. della Mea, G. Pepe, D. Raimondi, C. Sinicco, S. Aglieco, F. Alborghetti, G. Fabbri, F. Marotta, S. Massari, A. Padua e A. Pizzo.

La prevedibile non corrispondenza fra Canoni ufficiali e poeti premiati dai blog, offre lo spunto ad alcune considerazioni di merito, a cominciare da quella riguardante la differente natura dei due sistemi. Il criterio d’eccellenza determina infatti l’indole selettiva ed elitaria del canone, mentre i blog, essenzialmente inclusivi e senza proprietà, sono spazi colonizzabili dal basso, attraverso la libera iniziativa e la cooptazione amicale (l’organizzazione delle antologie segue invece regole più complesse, legate al do ut des editoriale, accademico e ideologico, oltre che a scelte d’appartenenza poetica). Anche le finalità sono differenti: non sarebbe difficile dimostrare come le società del capitalismo avanzato, attraverso il canone nazionale dominante, si sforzino di consegnare un’immagine affidabile di sé ai posteri e cerchino in esso un rispecchiamento che sia tendenzialmente edificante, appunto perché gerarchizzato e ordinato,6 mentre i blog sono un arcipelago che agisce orizzontalmente e si espande per via centrifuga, un arcipelago anarchico che rivendica autorevolezza senza chiedere deleghe alla società letteraria, la quale, dal canto suo, non ha interesse ad intervenire nella questione perché ritiene il cartaceo una tappa più prestigiosa del virtuale e sa che questo è il sentire anche della maggior parte degli internauti. Per questa ragione, fra l’altro, gli autori canonici non muovono un dito per essere inclusi nei blog, con ciò amplificando la sensazione che questo spazio libero ed autogestito si stia sempre più rivelando incapace di interagire con le istituzioni territoriali (che hanno un ruolo evidente nella selezione autorevole), mentre la spinta alla verticalizzazione, alla gerarchia meritocratica – nella misura in cui consente di far emergere i valori in campo – pare appunto un esigenza degli stessi poeti in rete.7 Questi differenti aspetti mantengono dunque separati i due ambiti, quello che persegue il modello di tradizione autorevole e la spartizione dei potere attraverso l’emblema letterario, e la blogsfera, che sponsorizza se stessa e i propri autori, in una circuitazione autoreferenziale assai frustrante. Un aiuto, in questo senso, potrebbero darlo le grandi case editrici, se gestissero, ciascuna per proprio conto, uno spazio virtuale, che facesse da interfaccia tra il libro e il dattiloscritto, tra il riconoscimento pubblico di valore e il laboratorio di autori in fieri. Ciò consentirebbe maggiore visibilità ai poeti stimati in rete perché obbligherebbe gli editori a frequentare i blog, così da poter selezionare un ventaglio maggiore di autori appetibili. L’autorevolezza e, paradossalmente, la visibilità sono infatti gli anelli deboli della blogsfera, se, come pare, i blog catalogati da PoEcast e da AbsolutePoegator sono qualificati soltanto per l’utenza internauta e se, come detto, questa non arriva complessivamente alle 200 unità, laddove il pubblico della poesia in cartaceo è perlomeno dieci volte tanto. Vero del resto che gli autori premiati nei blog non stanno a guardare, avendo ognuno pubblicato più di un libro (anche grazie alla piccola editoria di qualità, che promuove autori spesso formatisi nelle palestre-blog) e collaborando attivamente con le riviste in cartaceo.8 È proprio a questi due livelli che le obiezioni avanzate da Conte e Eco s’indeboliscono. L’esibizionismo lamentato dal poeta ligure, infatti, che pure esiste in rete, viene smentito dalla qualità dei libri pubblicati e dalla personalità degli autori citati, che bene emerge nei blog; così come la mancanza di una “Fiera letteraria”, che orienti i lettori, viene in parte superata dall’autorevolezza degli aggregatori e dal tam tam messo in moto dai meetings recentemente svolti.9 Qualcuno potrebbe rimarcare il divario tra l’eccellenza dei nomi che parteciparono alla Fiera e il parziale anonimato dei poeti e dei critici che alimentano la discussione e l’arte nei blog. Difficile contestare; tuttavia si leggano alcune intense discussioni avvenute in Poesia da fare o in Absolutepoetry o in LiberInVersi e la distanza s’accorcerà, ne sono sicuro.10


1. Alcuni di questi sono collettivi ossia gestiti in multiproprietà. Il caso più significativo è Volobliquo (http://volobliquo.splinder.com/ ) che conta, al momento, 2155 iscritti.

2. Marco Longo, Gruppi di formazione e psicoterapia di gruppo on-line: qualche ipotesi di studio e di possibile applicazione, Articolo presentato al Convegno World Psychiatric Association “Mass-media e salute mentale” svoltosi a Firenze il 4 - 5 Ottobre 2001. Di non facile gestione, il dialogo tra i bloggers richiederebbe comunque la condivisione di un codice etico, che ne regolasse le modalità (così come ha fatto il CyberJournalist.net, elaborando il Code of ethic della Society of Professional Journalists americana, a proposito della gestione delle informazioni nei blog).

3. Come infatti scrive Massimo Onofri, sono due i criteri che sostanziano il canone a partire dal Romanticismo: «un criterio di eccellenza ... che permette l’inclusione di un autore piuttosto che quella di un altro; l’autorità di chi quegli autori include». Id, Il canone letterario, Laterza, Bari 2001, p.17.

4. E precisamente: LiberInVersi, UniversoPoesia, La cugina Argia, La poesia e lo spirito, Carte sporche, La casa del serpente, Erodiade, Vocativo, Sguardo di Transito, Imperfetta ellisse, Georgiamada, Dissidenze, slowforward, Radici delle isole, Oboe sommerso, la costruzione del verso, /enzo/blog/ (a questi va aggiunto i dati relativi al mio blog, Blanc de ta nuque).

5. Per quanto riguarda le antologie dei grandi editori, ho esaminato: M. Cucchi – S. Giovanardi, Poeti italiani del Secondo Novecento, Mondatori, MI 1996; E. Testa, Dopo la lirica. Poeti italiani 1960 – 2000, Einaudi, TO 2005; N. Lorenzini (a cura di), Poesia del novecento italiano. Dal secondo dopoguerra ad oggi, Carocci, Roma 2003; D. Piccini, La poesia italiana dal 1960 ad oggi, Rizzoli, MI 2005. Fra le “antologie militanti”, intendendo quelle che propongono una sorta di anticanone o comunque un canone ricco di novità, troviamo anche quella di un grosso editore (F. Loi – D. Rondoni, Il pensiero dominante. Antologia della poesia italiana 1970-2000, Garzanti, MI 2001), che ha scelto il criterio della poesia che abbia in seno “una domanda dilagante di ascolto” (p.19) e così inserendo coraggiosamente autori altrimenti esclusi dalla rosa. Ho inoltre consultato: AA.VV. Akusma forme della poesia contemporanea, Metauro, Fossombrone 2000; C. Vitiello Antologia della poesia italiana contemporanea (1980 – 2001), tullio pironti, Napoli 2003; G. Fantato (a cura di), Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei (1970-2004), Bocca editore, MI 2004; AA.VV., Parola plurale, luca sossella, Roma 2005, L.Cannillo, G. Fantato (a cura di), La biblioteca delle voci. Interviste a 25 poeti italiani, Joker, Novi Ligure 2006.

6. La questione è complessa. Mi permetto perciò di rinviare il lettore al mio saggio “Canone e finitezza”, pubblicato nella rivista on line “nabanassar” nel novembre 2005; (Ora in Stefano Guglielmin, Senza riparo. Poesia e finitezza, La Vita Felice, MI 2009)

7. Interessante quanto emerso al BlogMeeting di Monfalcone, il 23 marzo scorso, in cui il tema dell’autorevolezza è uscito con forza. Dice Giulio Mozzi: «E’ vero che chi va in rete con auctoritas costruita altrove la mantiene. La costituzione di autorevolezza esclusivamente in rete è avvenuta in diversi ambiti tra i più disparati (per lo più tecnici) ma non per la letteratura. [...] Come si fa a costruire autorevolezza in rete, allora? E’ questione di scienza delle comunicazioni e di marketing. Il fare attività di selezione è senz’altro un primo imprescindibile punto: il fare da filtro». Dal verbale redatto da Massimo Orgiazzi, leggibile nel n.7 della rivista on line “L’Attenzione” http://lattenzione.com/2007/03/30/absolute-blogmeeting/#comment-1106.

8. Queste secondo aspetto è particolarmente evidente nella nuova pagina di “Schede – Poesia” de “L’Indice”, le quali più della metà sono firmate da autori che operano in rete. Nel numero di Maggio 2007, per esempio, su 7 recensioni, 6 sono scritte da internauti: troviamo infatti, oltre alla mia, quella di Giampiero Marano della rivista on line “Dissidenze”, di Gianfranco Fabbri del blog La costruzione del verso, di Luigi Nacci del blog AbsolutePoetry, di Simona Niccolai del blog Santasubito e assidua lettrice in rete, così come lo è Lorenzo Carlucci, particolarmente attivo in la poesia e lo spirito.

9. Sul rapporto fra poesia e blog si sono mosse per prime Macerata (luglio 2006) e Foggia (dicembre 2006), seguite quest’anno da Monfalcone, (marzo 2007) e Bazzano (aprile 2007). Relazioni e foto di quest’ultimo evento si trovano qui: http://poesiainternet.splinder.com/

10. Si legga, per esempio, la discussione serissima (eppure tipicamente bloggeriana, con qualche deriva e, talvolta, l’aspro conflitto tra i discenti) sviluppatasi attorno ad una provocazione di Luigi Nacci sull’intoccabilità autoriale di Milo De Angelis http://lellovoce.altervista.org/spip.php?article941