lunedì 28 settembre 2009

Beno Fignon (in memoria)


DENTRO LE RAGIONI DELLA VITA

Un ricordo delle parole di Beno Fignon
(di Sebastiano Aglieco)


I poeti sono creature fatte di carne e parole. Come tutte le creature anelano a lasciare qualcosa di sé. Se non sono figli, sono parole tirate su come figli. Il corpo vero di ogni poeta è la sua autobiografia. Ma i poeti non vivono solo di parole. Queste sono esperienze concentrate, portano con sé, e raffreddano, qualche senso della vita.

Sono sempre più convinto che i poeti debbano essere creature “civili”, nel senso che non possano sottrarsi al compito di creare parole in contatto/affronto col mondo - specchio del mondo - e che questo lavoro non possa che produrre una bellezza spuria, non una bellezza assoluta.

Questa varietà esperienziale, sicuramente presente in Beno, si sintetizza in un’immagine che egli stesso cita in un’intervista rilasciata a Pietro Pancamo: «da ragazzo, più che lanciare grosse pietre nel fiume, amavo scagliare pugni di sassolini. Anziché quindi provocare note da bassotuba, ottenevo un arpeggio».

Pierluigi Guardigli, in un lucido ricordo dell’opera di Beno, paragona il poeta a una farfalla che volteggia intorno alla luce, cercando disperatamente di afferrarla. Questa luce, che è la poesia, è stata cercata nei termini di una complessità dentro le ragioni della vita tutta. Nell’idea, tutta francescana, di nominare Dio a partire dalle cose umili e vili, Beno probabilmente è cosciente dei limiti della parola a poter sintetizzare, da sola, la complessità musicale di tutte le cose. Laddove la parola non è sufficiente, ogni poeta dovrebbe accettare di vivere più intensamente e immergersi in quel “di più” che, secondo Beno, Dio ci offre per sfida e per conoscenza. Dio è occasione di incontro/scontro: «se lo prendo a sassate vuole dire che lo voglio sempre a portata di mano». Scrivere è, per lui, anche una forma di preghiera civile, di affermazione perentoria delle ragioni di un cristianesimo militante.

Parlare di Beno poeta è dunque riduttivo. La linea sghemba che attraversa i suoi scritti, può essere compresa solo nel desiderio di fermare ciò che, sul filo dell’orizzonte della vita, brilla e si muove incessantemente, rinunciando all’illusione di poter veramente comprendere ma solo testimoniare. Così, se nella pratica della fotografia Beno segnala il rischio dell’accumulo - mai disgiunto, tuttavia, dalla gioia della condivisione - l’aiku e l’aforisma sono occasioni di ricerca della misura, della sintesi; sintetizzano un pensiero/cuore che non è poesia in senso stretto ma sopra e sotto il rigo musicale; illuminazione, proprio nel senso della sfida della durata - brevissima - della percezione; sono forme che si fanno carico di un eccesso di energia da esprimere.

Io credo che Beno ci chieda una collocazione della sua opera, intesa come opera dell’umano che comprende anche la parola. Laddove occorre rinunciare alla Bellezza, ci viene incontro l’urgenza dell’abitare le ragioni inalienabili dell’essere, dell’abitare il mondo, perché «ogni minima buona azione vale la più bella poesia». O ancora: «Ognitanto dalla sua poesia si stacca una vita / ognitanto dalla sua vita si stacca una poesia». Versi di Jahier, che sicuramente Beno accoglierebbe a commento delle sue intenzioni poetiche.


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Mi scrive Fabrizio Bianchi:

"Caro Stefano,
ti allego un po' di materiali. Prima di tutto la foto che più 'gira' su internet, che mi ha mandato Fabiano Alborghetti (ne ha anche altre fatte da lui sempre alle letture di Quintocortile, qualche anno fa, ma non sono
in digitale e andrebbero stampate da negativo e poi passate allo scanner). Mi sembrerebbe doveroso indicarne l'autore, visto che nessuno lo fa. Poi troverai anche due belle foto fatte da Beno in una delle forre in cui il Cellina si inabissa sottoterra per risbucare poi più a valle. Era un bravo fotografo con alle spalle libri fotografici e mostre importanti: in particolare la sua passione per Montereale e la valle del Cellina lo rendeva unico per la bellezza estetica e documentativa dei suoi lavori in zona. Poi ti allego un brano tratto da un suo libro di prose, che riguarda proprio il senso della montagna, quando (e oggi sempre più spesso) si dimostra ostile anche nel quotidiano, nelle piccole contrarietà. E ancora uno dei suoi invii stagionali agli amici di aforismi (un'altra sua specialità), da cui puoi trarne alcuni significativi".


Un ricordo di Adam Vaccaro:

Beno Fignon ci ha lasciati il 6 settembre scorso e faccio fatica ancora crederlo. La sua scomparsa è stata uno shock, anche per chi era a conoscenza del suo calvario di questi ultimi anni. Da miscredente, non ci credo, perché lo sento ancora presente. E lo dico prima di tutto a lui, così intensamente e autenticamente credente, col quale era però possibile un colloquio, un confronto, perché non era rinserrato nei dogmi come in un fortino arrogante e cretino: il suo forte era al tempo stesso incrollabile e pieno di feritoie e dubbi umani, coltivati insieme alle certezze con amore e intelligenza. (In Milanocosa il seguito del testo)






Ecco gli aforismi cui fa cenno Fabrizio Bianchi, nella email. A seguire, il racconto Il viaggio (in “Andreis. unica polis”, edizioni Rubbettino):

Milano, marzo 2008


Cari amici, i crocus di primavera hanno invaso le cime e le valli. Fiammelle non fatue compulse dagli inferi. Come il Risorto, tassello finale della Creazione, della cui eventuale mancata realizzazione avremmo giustamente incolpato il Padreterno, tacciandolo di dilettantismo.


Buona Pasqua. Oltre la siepe non c'è il buio, ma un'erba più verde e relativi de profundis crocus.


3936 – Guardando la TV vediamo profilarsi la fine (la speravamo un po' più fine).

3937 – Assuefazioni. In fatto di conoscenza e spiritualità, il digiuno elabora la non fame.

3938 – Cronaca nera. La curiosità per la fine batte quella per la vita 9-1.

3939 – 8.000 anni prima di Cristo c'erano le mura di Gerico. 150 anni fa c'erano i Pellerossa. Fra 100 anni non ci saranno né l'Antartide, né Venezia. Come passa il tempo!

3940 - La verità si rivela nell'ospitalità che le si accorda.

3941 – A Dio va bene anche l'etsi Deus non daretur, purché a darsi siano gli uomini.

3942 – Il mondo è infelice quel tanto che è necessario e felice quel tanto che serve.

3943 – Si scambia per autonomia la non comunicazione e per comunicazione la non autonomia.

3944 – Come mai, se ognuno fa del suo meglio, il mondo ne esce sempre del suo peggio?

3945 – Abolita la schiavitù che umiliava tutti, oggi siamo allo spaesamento che non esalta nessuno.

3946 – Olimpiadi 2008. Olimpiadi 1936.
Pechino rima con Berlino.

3947 – Caso Moro. La politica è l'arte del possibile, salvo diventare l'impossibile quando essa si identifica con la verità e la moralità.

3948 – Impariamo a discernere quali gesti di tenerezza mascherano la disperazione.

3949 – Molti credenti sono veramente interessati alla persona e alla verità di Cristo, e angelicamente disinteressati del mondo. Bombe intelligenti.

3950 – Arcani spirituali. I fiori edibili non profumano. Quelli profumatissimi hanno il velenosissimo.

3951 – L'ultima primavera dirà l'ultima parola in prossimità della verità ultima.

3952 – Qualche verità (o la verità) appannata avvolge l'uomo un po' graziandolo, un po' ingarbugliandolo. L'intenzione comunque sarebbe di salvandolo.

3953 – Se Cristo a trent'anni ha rivoluzionato tutto, gli ottantenni che prendono il suo posto possono sonnecchiare.

3954 – Mi chiedi se Christus vincit et imperat. Cosa posso dirti, amico, se lui continua a presentarsi crocefisso?

3955 – Il riscatto terreno non è terra terra. Bisognerà ricordarlo ai terrestri ultraterreni.

3956 – Il liberismo è in fase crescente finché sarà una luna piena. “È successo un pieno!”, esclameranno poi gli angeli sporgendosi dalle nuvole.

3957 – Se uno vuoi ammirare, te non ammainare.
Per ammaestrare, Icaro deve ammarare.
Anche leggi amare dicono d'amare.
Il mondo di molto candore ammantare.

3958 – Eccesso di conoscenza. Eccesso di domanda. Eccesso di insipienza. Solo le prime due sono causa di suicidio.

3959 – Giovani d'oggi. Gli adulti sono riusciti ad abbassargli tutto, anche il cavallo dei pantaloni.

3960 – Il mondo, per quanto straordinario, non si rende abitabile da sé (Pierangelo Sequeri).

3961 – Lo stato di grazia non è lo scoglio a cui aggrapparsi, ma la Fossa delle Marianne e la vetta del Monte Bianco da frequentare.

3962 – Mai un delitto a rovescio, tipo: donna rapisce uomo e lo costringe a sorriderle per una intera settimana.

3963 – Per le persone che vivono nell'ombra per poca autostima o per quelle che vivono di ombre, non sottovalutare il fatto che tu potresti essere una finestrella.

3964 - Libertà e bellezza. Due fiori carnivori e pneumovori. Se tu preferisci il fuoco, sono ancora loro.

3965 – Per fortuna l'anima è un anticorpo.

3966 – Dal “troppo comodo!”, come rimprovero, siamo passati al nefasto comodo troppo. Bisognerà arrivare a un accomodamento, visto che la vita ci è data in comodato.

3967 – Giovanilismo. Il tempo mentale condiziona anche il fisico. Fra le due adolescenti che mi vengono incontro individuo la mamma in quella che fuma. Ma non è detto.

3968 – Il creazionismo è un ottimo primo piatto. L'evoluzionismo è un indispensabile secondo di capra e cavoli.

3969 – La vita, a un certo punto della vita, esclama: “Giochiamo alla morte”, e, per un po' (fino all'inizio dell'eternità) fa sul serio.

3970 – L'Umanità. Sciame compatto che ondeggia, sbanda, si abbassa, si rilancia, si rannuvola, si apre come rosa dagli anarchici pungiglioni, perde il suo tempo, incollata infine alla terra dal suo miele.

3971 – Rivelazioni nella metropoli. Le scale del metró, benché di granito, si rivelano addolcite dai mille soffici passi.

3972 – Se penso al pensiero unico, mi vengono i pensieri.

3973 – Nascere in provetta forse significa nascere in prova, per poter recedere dall'eventuale precarietà.

3974 – Nicaragua. Un cane legato e lasciato morire di fame come opera d'arte. Si accettano domande o prolusioni sul tema: “Censura e libertà”.

3975 – Un brano letterario ostico, una frase musicale impegnativa, se ripresi dopo una pausa, si sciolgono. Non è diverso per l'affinamento dello spirito.

3976 – Uomini politici e politica del Terzo Millennio. Pack alla deriva. Sconvolti pinguini. Orsi bianchi.

3977 – Quando l'uomo aveva le pezze al culo, dalla economia, che ora gliele ha tolte, veniva preso di meno per il culo.

3978 – Presentato un disegno di legge che prevede per ogni ventenne la partenza con una caravella dal porto dell'io con ritorno in zattera.

3979 – La buona qualità della politica di Berlusconi è andata in prescrizione.

3980 – Joseph Ratzinger e il vangelo apocrifo secondo Ciofanni.


Il viaggio

La vecchia strada l’hanno dimenticata, trascurata, abbandonata. La strada che portava al sole della pianura, che stendeva tappeti ai carri trainati dalle donne. La strada che ci promuoveva, nell’imbuto delle rocce, in voluttuari viaggiatori. Ricchi di una inusitata considerazione senza più trafelamenti.


L’ho raggiunta da nord, dal fiume Molassa, nella mia terra friulana. In auto. L’auto racchiude un cielo extra territoriale, espelle i ricordi, le radici, le ragioni. Vive dell’oggi, velocemente, in fuga, senza meta. La diga vecchia ha un nuovo ponte affinché la parola non inciampi, una nuova galleria per penetrare nuovi significati. Ma dopo il primo sfiatatoio del canale ci imbattiamo nella chiave dello strano silenzio delle montagne, quasi minaccioso. La chiamano frana, ma si tratta delle avanguardie ostili di un amore tradito. Chi pone fine alla storia, la natura o l’uomo? La natura che non riconosce l’uomo o viceversa?

“ È finita”, mi sento dire dalla montagna, facendomi sentire defraudato e umiliato. “Torna indietro! Vattene!”. “Sono stato costretto a partire”, replico. Nessuna risposta. I carpini abbarbicati alle rocce e sulle gravine mi scimmiottano nel loro rabbioso ondeggiare per un vento alleato improvviso. Fatico a girare l’auto. Rossore dell’umiliazione e rossore dello sforzo. Congestione, panico, sconfitta. Dunque sono un diventato un estraneo. E con occhi di estraneo vi guardo, rocce, crode, piante, vette, nuvole, acque… Potreste colpirmi con un masso, abbattermi, annegarmi. Selvaggi, rozzi, truci, non sapete discutere, avete una sola nota, un sibilo e i rutti delle caverne, le pernacchie dei gorghi e pisciate da quel cielo sempre gonfio in testa ai vostri stessi fantasmi, in antri umidi e inospitali, siete il Calvario, lo Stige, l’inferno, vendicativi e barbari, fuori fuori dalle vostre gallerie, dalle vertigini, non mi avete rivelato mai nulla, diavoli, matrigne, streghe e spiritelli maligni, le ruote le potete sgambettare per un attimo, ma mi allontanerò, vi lascerò alle spalle, via via…

Ecco lo spiazzo dove, bambino, scrutavo la presenza delle fragole. Scendo. Hanno allargato la strada, hanno distrutto le piantine. Non allungare la mano, il tuo desiderio è solo il guizzo della serpe.

Beno Fignon






Ricordo che il 6 ottobre alle ore 18,00, ad un mese dalla morte di Beno Fignon, Gli amici di Milanocosa, La Mosca di Milano, la Casa della Poesia al Trotter, la Libreria Popolare Tadino, l'Associazione Bibliolavoro, l'Associazione Comunità e Lavoro Salotto Caracci, la Libreria eQuilibri celebreranno una serata commemorativa presso la Sede Cisl Milano Via Tadino 23 – MILANO (MM1 Venezia-Lima).
 
Alcuni siti dove trovare sue poesie Progetto BabeleHaiku furlans, Il Cerchio Azzurro milanocosa 
 
Beno Fignon era nato a Montereale Valcellina nel 1940 e vissuto a Milano dal 1957. Ha pubblicato parecchi libri di poesia, dai primi in friulano e in italiano (Isla de Pasqua, Dialet, Li’ castelanis, Erosmetro) agli ultimi della maturità: Sine glossa (1993) e Il sole insiste (2005). Alla sua Valcellina (Friuli) ha dedicato sia scritti in prosa che non poche memorabili foto. Di rilievo sono scritti saggistici o di recupero della memoria collettiva dei lavoratori: Mille e un respiro (2003) e Lei domani sciopera, dedicati agli anni di lavoro e di impegno sindacale alla Dalmine. Nell’arco dei suoi interessi, non ultimo, quello della fisarmonica, per lui “la fisa”, compagna costante del suo cammino.


Grazie a tutti gli amici che hanno permesso questo ricordo (gugl)

mercoledì 23 settembre 2009

Giulia Dalaj Comenduni (inediti)


Di lei avevo parlato con entusiasmo un paio d'anni fa (vedi qui), lamentando la difficoltà di trovare sue poesie recenti. Ora Giulia Dalaj Comenduni mi ha scritto, spedendomi, "in via eccezionale", alcuni testi inediti scritti tra l'85 e il 95. Mi dice: "Sono testi concentrati come la salsa del pomodoro, alcuni taglienti, altri venati di autoironia e giochi di parole. Ora mi si è allargato il respiro, però il vizio di giocare con le parole mi è rimasto". A differenza di quanto scriveva Maurizio Cucchi nel numero 38 di "Poesia" (marzo 1991), rilevando la "spigolosità" e la "grazia" della poesia di Giulia Dalaj Comenduni, attraversata da "un'emozione che affonda nel buio e nel risucchio dell'origine, tra gioco e amore, in una fisicità - e in un suo dissolversi nel tempo - registrata tra il diaristico e il fiabesco", le poesie che qui presento mi sembrano abbandonare il dialogo tragico con l'abisso per stargli vicino con più serenità, pur esorcizzandolo attraverso il canto rituale. Matrice di quest'ultimo non è tuttavia il sacro, bensì l'afflato retorico-stilistico partorito dalla linea giocosa della poesia italiana, non ultimi, direi, Toti Scialoja e Aida Zoppetti (ma si veda "Rosa ermosa" con il mascherato rinvio al canto caproniano "Litania": "Genova mia città intera / Genova polveriera / Genova di ferro e aria, / mia lavagna, arenaria."). Non mancano echi della tradizione barocca, che d'altro canto informa tutto lo sperimentalismo novecentesco. Sarebbe semmai da capire sino a che punto la poetessa di Vigevano sperimenti per militanza o per vocazione, se insomma i suoi modi abbiano radice nella testa o nella pancia. Propenderei per la seconda via.



SCHEGGE, POESIE o AFORISMI POETICI


Gli dèi ci guardano
e noi al cinema

-
Morire,
finire d’occupare la forma originale

-
Foglia secca voglia di terra

-

L’amore ci continua e la Parola

-
Tutta qui la sinergia,
dare voce alla grafia

-

Non ho fatto niente
poco più d’un verso
eternamente
con la gola all’universo

-

Sono schiva verso sera
ma un bel verso mi ravviva,
mi fa fiera

-

Vidi l’esercito delle tue abitudini,
le piccole fortezze

-

Solitudine mia altitudine

-

Possibile, soffrire l’indicibile?

-

Scena di pioggia, lucore
che s’irraggia appena.
Acqua si poggia in vena,
sulla mia foggia scema

-

Era di luglio la serata afosa
e la tua mano generosa
– quella mano da sudario
serrata sulla rosa –
un’onda mi pareva
ricomporsi tutta tonda
all’estuario d’una prosa

-

Ci piace perdurare come il mito
cucire e ricucire all’infinito

-

Un giglio è la tua bocca
il nascondiglio.
Sì che vorrei del giglio
la bocca ingravidata
al mio sbadiglio

-

Al fiore tu chiedi d’esser colto?

-

Non sono invecchiata
mi sono ibernata
diceva l’amata

-

Nello spicchio del seno
ho serbato una traccia,
la tua bocca al veleno,
non da meno le braccia.
ma l’amore, la morte
dicevi (io tremo!)
è lo specchio, la breccia,
quest’arte che ami,
la faccia degli avi,
la nicchia dell’uomo,
quest’orto da schiavi

a riposo le dita
nell’ultima vita

-

Rosa, ermosa che della sposa
non hai la fede, rosa cosa.
Il tuo bel nome è Rosa.
Rosa che graffia,
rosone di tutte le chiese,
Boccadirosa la genovese.
Rosanna.

Rosa gallica,
Santa Rosa antelucana,
rosa mariana di fulva sottana.
Rosa mistica.

Rosa odorosa come la vulva
Di Mariarosa, la voluttuosa.
Rosa corrosa.

Rosa impudica. L’amata
da Saffo, la rosa antica.
Vola nell’aria Rosaria.

Rosalba, rosa albina,
rosa di macchia, rosa
canina. Rosalia.

Regina di fiori,
spine e discrepanza,
tu vivi il fuori
io l’interno d’una stanza.
Rosa bifora.

Rosa estatica,
rosa dei venti,
rosa fetida
che disorienti.
Rosamunda.

Sinforosa, Rosetta, Annarosa…
La rosa è il Nome.



GIOCO DEI LUOGHI COMUNI



Pescetti volanti ricordo
archetti, violini, bambini,
fischietti, ragnetti, palloni,
cannoni, bagliori, travasi,
i vasi, le foglie leggere,
le chiese, le case, i Santi,
la pace, l’erbetta nei campi,
i pianti del gatto alle lune,
il vecchio balocco, la fune,
i titti nel vetro rotondo,
gli amici nel mondo, le risa,
la bisa, l’aliante spezzato,
un cuore straziato, le bocche,
le cocche, le brocche di vino,
camicie di lino, l’amore,
le ore sui fogli, i ritagli,
nel legno sei piccoli tarli,
due segni, un lampo negli occhi,
i fiocchi, le pulci, i pidocchi,
i tacchi, tre lacci nel petto,
la vita fuggita dal tetto,
le dita, le gioie, le noie,
i baci, le cene, saluti,
le vene, gli amanti perduti.
I libri comprati.
I versi premiati.
I riccioli sparsi.
I mostri dispersi.
I Diversi.



Giulia Dalaj Comenduni nata a Milano nel 1955. Nel suo Spazio/Teatro "Tartalepre" in Vigevano, promuove artisti di tutte le discipline.

sabato 19 settembre 2009

Journal of Italian Translation


E' scaricabile in Pdf il volume III, n.2 (autunno 2008) del Journal of Italian Translation diretto da Luigi Bonaffini ed edito a New York. Rivista semestrale che esiste dal 2006, ha il merito di tradurre non soltanto poeti italiani contemporanei, sia in lingua e sia in dialetto, ma anche di proporre testi del canone consolidato. Per esempio, in questo numero si possono leggere Dante, Guinizzelli, Cavalcanti, Cecco Angiolieri e  Michelangelo Buonarroti, del quale riporto un paio di testi. Interessante anche due proposte di traduzione in merito a L'onda di Gabrele D'Annunzio. Ringrazio il prof. Bonaffini per aver inserito alcune mie poesie tratte da La distanza immedicata.



5


I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
coma fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ‘l ventre appicca sotto ‘l mento.
La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e ‘l petto fo d’arpia,
e ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.
E’ lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ‘ passi senza gli occhi muovo invano.
Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’arco sorïano.
Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.
La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ‘l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.



5


I’ve developed a goitre in this chagrin,
as if I had, like cats in Lombardy,
drunk dirty water in large quantity
which makes the stomach bulge up to the chin.
Beard to the stars, and a nape that I pin
upon the back, a harpy’s breast—that’s me;
and, dripping still, the brush, as you can see,
has made my face a floor stained out and in.
Into the belly have entered my hips,
and with the seat I counterpoise the hunch,
and, as I cannot look, in vain I go.
In front, my skin is taut and almost flips,
but in the back the wrinkles make a bunch,
and I am bent like an Assyrian bow.
That is why, bent and smirched
even my thought emerges from my head:
shooting a crooked harquebus is bad.
Defend my painting dead,
Giovanni, and my honor which grows fainter:
this place is bad; besides, I am no painter.


102


O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn’ opra sempr’ al fin assalta;
ben vede e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onor’ ha l’intelletto intero.
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;
ché l’umid’ ombra ogni quiet’ appalta,
e dall’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti, ov’ire spero.
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni fatica,
e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio.



102


O night, O time of sweetness, although black,
you give at last to all man’s actions peace.
Who sings your praises, well he knows and sees,
and he who greets you feels no inner lack.
You cut and break all weary thoughts, which back
to us are sent by humid shade and breeze,
and from the lowest pit you lift with ease
of dream my longings to the highest peak,
and where I crave to go. O shadow of death,
halting all aches that rend both soul and heart,
O last and gentle solace of man’s woes,
you heal our ailing flesh, restore our breath,
dry out our tears, lay all our toils apart,
and from the just you steal despair away.


trad.Joseph Tusiani

lunedì 14 settembre 2009

Francesca Ruth Brandes

L'operazione stilistica cui piega la materia poetica Francesca Ruth Brandes consiste nell'avvicinare il silenzio, che è un tutto pieno di tensioni indicibili, tramite un verso che nasca da esso e in esso muoia. Un verso breve, denso ma non ridondante, preciso nel fissare l'immagine, che pare sospesa nel vuoto, come un lampo in un cielo scuro. Tema centrale della sua poesia è il viaggio, maturo già in Piccole benedizioni (il prato, 2006), che si apre con l'esilio «a notte cupa» dei nonni da Venezia, verso est. La storia dell'ebraismo è pregna di partenze e notti cupe. Notti che qui spingono da sotto, gridano plurali, come del resto allude il suo primo libro, Canto a più grida (Centro Internazionale della Grafica di Venezia, 2005), scritto per uscire da un profondo esilio interiore, per convertire il dolore in gioia, in parola ancora gravida di speranza. E così fa il suo ultimo lavoro, Trasporto (LietoColle 2009), il cui titolo allude, ancora, al viaggio, ma soprattutto all'abbandono all'altro, alla «passività dell'amore» in cui, come scrive Maria Zambrano citata in esergo, «la realtà si fa incontro». Trasporto è la volontà di lasciare andare il carico penoso accumulato vivendo, per abbracciare «il futuro della domanda», quell'interrogare continuo sul senso del nostro essere qui che appartiene alla cultura occidentale e a quella ebraica in modo particolare. Si pensi a Edmond Jabes e a Gershom Scholem che si spesero, tra l'altro, anche per il pacifismo, ulteriore elemento cardine della poesia di Francesca Ruth Brandes. Scelta che viene dalla volontà di dimenticare («Generato dalla dimenticanza / il più bello / dei nostri sorrisi»), dal farsi silenzio della storia personale, un silenzio-terra benedetta dal quale germoglia una parola luminosa, che addita progetto e determinazione.




VIAGGI

Che il trasporto
metta nei nervi il calore

rollare secco

che faccia leggeri
il piacere e l'azzardo
l'umile fatto

sospetto veleno
amaro

verde campo
ora si fa scura la terra
all'allungare delle ombre



PER MARIA ZAMBRANO

E il silenzio
il silenzio che si fa
è come un vaso

dicono le tue ali
di umida terra
minerale vermicola.

A noi
il bruciore bianco
dello spasimo
e più luce di prima.



PASSING BY

Non consolazioni
voglio
ma furori incandescenti
inferni vivibili

né cristallino
rigido distacco
ma insensata scelta
rischio dinamico
guaio

E il trascorrere
ubriaca i nervi
una condanna per ognuno
ti racconto.

Non consolazioni
voglio
ma prendermi a cuore
la discesa.



SAN TROVASO

Generato dalla dimenticanza
il più bello
dei nostri sorrisi
di luce allagata
la peggiore delle tempeste

al suono sul bilico
ci diamo
in un giorno d'argento.

Fa freddo a San Trovaso
e par di toccare
lo sguardo
vicino nuovo nuovo
a me che sbircio la
tua vita
si trasportano i fuochi
talvolta.



LA MATTANZA

Ima o ima
dammi un senso
santo
dai un senso al male
a tutto ch'è troppo

Ima
per le braccia
di Raja
un senso

un senso
per lo sguardo
di bestia che fugge.

E poi che piova.



HOPE

Io sono il viaggio

Hope

e si vive nascendo
offrendo il fianco
alle soste
agli intoppi di via.

Io sono il viaggio
e tu il ripensamento
il pensiero
l'attesa l'abbaglio
della tua carne d'arte

l'Angelus Novus
di Barbara

statica innocenza attonita.

C'è una ragione
nel tuo stare
un empito di volontà
l'essere ugualmente
che calma ogni affanno
dell'andare

Guai a cercarti
sarebbe idolatria


***
Questa raccolta è come un cerchio, che parte col rollare di un treno e si chiude nel riconoscimento di una necessità statica. Una pausa, uno stacco pensato, l'accettare la vita come un'onda che ti sommerge. Per questo, forse, ho citato il messaggio folgorante di Maria Zambrano: la passività come chiave per assorbire l'amore e compenetrarsi con esso. Solo che il mio andare, l'essere che trascorre nascendo (sempre e sempre, come tela di Penelope diseguale e dalle infinite sorprese) e, soprattutto, la voce che racconta le scintille, i deragliamenti, l'invettiva e la tenerezza, tutto questo è ciò che viene prima. Prima che si aprano le braccia al mistero (e a me - ribelle e sventata - poco si addice). Meglio, prima che lo s'intraveda come fulmine, meraviglioso e terribile.




Francesca Ruth Brandes vive ed opera tra Venezia e Verona. Saggista, curatrice e critica d'arte, ha scritto e condotto per RadioRai programmi di attualità culturale. Si è spesso occupata di tematiche ebraiche. Ha pubblicato, fra gli altri, per i tipi di Marsilio Itinerari ebraici del Veneto, oltre a testi per il teatro e cataloghi monografici. È collaboratrice del Centro Internazionale della Grafica di Venezia, dell'Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia, del Gruppo di ricerca visuale Verifica 8+1 di Venezia-Mestre. Tra le pubblicazioni si possono ricordare: L'altra storia, Eidos, 1995; La casa dei viventi. L'antico Beth Chaim di San Nicolò del Lido, Venezia, Atiesse, 1997; L'ultima farfalla a Terezin, testo teatrale, 1998; Pacovska. Magica Kveta, Padova, 1999; Albedo. L'acqua della luna, Roma-Spello, 2002; Tobia Ravà. Memoria del futuro, Verona, 2003; Nagual o del non-visto, Castelfranco Veneto, 2004; La parte per il tutto in Pensare e insegnare Auschwitz, Milano, Franco Angeli, 2004; Canto a più grida, Venezia, 2005; Piccole benedizioni, Padova, 2006; Tikkun, Milano, 2008; Virgiliana, Mantova, 2008.

giovedì 10 settembre 2009

Giacomo Leronni


Segnalo con un certo ingiustificabile ritardo questo bel libro di Giacomo Leronni. Uscito nel 2008 presso Manni editore, Polvere del bene è opera prima di un autore maturo, il cui valore è stato riconosciuto da poeti autorevoli (Magrelli e Rondoni, per esempio). Sulla scorta degli autori prediletti, in particolare Luzi, del quale riprende un certo gusto per la metafora ermetica oltre che lo stupore interrogante verso il mistero del creato, Leronni scava nella nebbia del reale, scoperchiandone la forza simbolica, l'intreccio di segnali provenienti dall'abisso, che la parola armonizza, ma non mortifica. Il suo impegno sta dunque nel costruire immagini vitali, esemplari nel mostrare il legame profondo tra l'uomo e questa oscurità, avvertita leopardianamente come estranea alla felicità dei mortali. Non a caso, un altro poeta verso cui Leronni si sente sodale è Cesare Viviani, cui riprende, mi pare, l'idea di una natura inavvicinabile propria di Una comunità degli animi e la convinzione che bene e male siano entità metafisiche guastate dalla presunzione umana.


*

Ci sono atti assorbiti
dalla polvere. E atti
intessuti al loro fuoco
gesti che crescono
appagato essere.
Infine noi
nella vampa di parole malferme
gabbati alle soglie dell'intesa.
La notte regge la sua missione
senza urlare
noi, spossati
nel budello della memoria
rischiamo di annegare.


*

Fate piano, non toccate
il nervo della casa
la malattia che riposa
dopo il suo dovere. È tardi,
al giorno oppongo
la coltre delle abitudini:
ritorni fra pioggia e fiamma
che poi s'infiggono nel silenzio.

Lasciate stare, il vero viaggio
è la pausa farneticante
fra ago e carne, l'istante
dei desideri desti
dei sapori intangibili.
Fate piano
cos'è questo frastuono d'idee
che s'insinua nelle pieghe
già ammansite del corpo,
cos'è questo insistere vano
e a chi giova se il tempo
non ascolta alcuna voce
che lo commuova?


*

La sera è un incaglio
un uncino su cui mi apposto.
Scruto il bosco, la brezza mi dipana.
Può starci chiunque, mi accuccio
poi lascio che mi colga
la falce del silenzio.

La sera è un intaglio
la mente vi ripone il sale.
Giungono a frotte i compagni:
ci si stringe
e con il canto del nome ciascuno
depone il suo bagaglio.
È notte.
L'ansia della luce è tale
che tutti periamo nell'abbaglio.


*

Sto andando verso te o verso
altre membra, deformi
sotto il peso della notte?
Declina il cielo:
l'ombra funge da campagna
e tu la sorseggi. Sei ancora
fra creature d'aria
contesa dalla luce.

Sto andando verso te o indietro
nella polvere d'impacci
che stillano dal passato?
Puntuale, la mestizia:
il suo codice nel labirinto.
Come vorrei dormire
stordirmi perduto fra voci e sguardi
invano dirti, quasi vaneggiare
la felicità che sei non sa
per cosa appare.


*

Immerso nel mio latte, polvere
ignorata dalla fanfara
detergo una pace ritrosa.
Congedata la ronda del rigore
acconcio i gesti della lievità:
sfoltisco il pensiero
l'alba è la mia donna.

Arreso al mio latte
grano della falsità
domo la tentazione dello zelo.
Il respiro si distende: ecco
il sollievo dell'ombra
il suo fedele decoro. In me
il silenzio apre la sua corte:
turbato lo rivelo come
chi non ha merito, chi non ha sorte.


*

Nella polvere del bene
quando splende la morte rigorosa
ti ritiri con un soffio, affili
l'alba della parola.
Il bene sminuzzato, il dolore
rigano l'oscurità:
eccone l'impronta
su foglie di morbo e lucentezza.

Nella penombra del bene
quando il corpo tergiversa
e cede la fitta del pensiero
giungi all'osso della comunione.
La voce ricalca il desiderio
che hai visto vivere, temere:
una bellezza esiste
gli amici garantiscono per te.



Giacomo Leronni è nato il 22 luglio 1963 a Gioia del Colle (BA), dove vive. Laureato in lingue e letterature straniere presso l'Università di Bari, è insegnante di lingua francese presso la Scuola Media "R. Resta" di Turi (BA). Ha pubblicato nelle maggiori riviste di poesia italiana ed ha vinto numerosi premi letterari.

lunedì 7 settembre 2009

Senza riparo



Uscirà il 10 settembre, e sarà disponibile in tutte le librerie italiane, il mio libro di saggi Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, Milano. Foto copertina di Silvano Chiappin). Inserito nella collana "Sguardi", contiene un prezioso risvolto di copertina firmato da Gabriela Fantato, che ringrazio pubblicamente per aver creduto in questo lavoro. Eccolo:
"Senza riparo è un libro di rigore e passione: libro coraggioso di ricerca e pensiero, "onesto" in senso sabiano, alimentato da profonda necessità interiore e volontà di ascolto. È evidente la grande lucidità che lo attraversa, sorretta da una profonda conoscenza della poesia contemporanea e delle discussioni in atto sul "fare poesia" e sul canone, ma anche ricco di intuizioni critiche sul lavoro di alcuni poeti e poetesse scelti da Guglielmin a partire da una costante lettura dei testi, oltre che dall'esperienza del blog da lui ideato. A questi autori e autrici in alcuni casi è dedicato un articolato saggio, altrove leggiamo invece solo spunti, acute osservazioni relativamente all'ultimo libro pubblicato da un autore ma, comunque, si ha sempre la sensazione che in queste pagine la parola dell'autore interroghi e insieme scavi in profondità la potenza della poesia. Guglielmin sa far dialogare passato e presente; poesia e filosofìa; estetica ed etica: "parola in azione" questa, parola rizomatica, indagatrice inesausta e attiva nel grande arcipelago della poesia contemporanea e nel tessere collegamenti tra i vari poeti e con il clima culturale complessivo del '900. Per Guglielmin la parola di poesia è radicata nell'umana finitezza, nel nostro essere un corpo gettato al mondo, esposto al dolore e alla fine, ma anche alla gioia e all'incontro con l'altro. Centrale è l'ipotesi che il con-esserci sia coessenziale all'esserci: proprio perché l'esserci appartiene a una storia collettiva che lo ha mutilato, riducendolo all'identico, ora l'identità è vissuta narcisisticamente, come chiusura e rispecchiamento. La parola poetica, dunque, per Guglielmin è non solo conoscenza del mondo aperta, complessa e stratificata, ma anche atto di responsabilità rispetto all'esistenza, poiché mette in dialogo con la propria radice nascosta, con l'enigma del venire alla luce, tanto del singolo uomo quanto della comunità degli umani. Poesia come terra fertile, dunque, sulla quale scommettere un destino, su cui costruire la possibilità di risvegliarsi dal disincanto del mondo, assumendo totalmente la perdita del centro in un orizzonte in cui il soggetto, e ancor più il poeta, si scorga solo parzialmente capace di orientarsi nel reale, godendo e insieme patendo il suo essere comunità. In questo sta la "scommessa" di questo libro e della poesia stessa".

mercoledì 2 settembre 2009

Giorgio Barberi Squarotti


Giorgio Barberi Squarotti scrive poesia da cinquant'anni, forse sempre con il medesimo intento: cogliere  l'attimo in cui l'opacità del tempo storico è vinta dalla luce del tempo mitico, il cui emblema è la "fanciulla nuda", figura evanescente, sospesa tra desiderio e benedizione. Gli affanni, gli agi e la speranza (L'arcolaio, 2009, postfazione di Augusto De Molo) è un libro che non tradisce questa prospettiva, ed è, come i precedenti, fortemente segnato da un immaginario visivo, tanto che ogni poesia pare una tela del manierismo cinquecentesco, dove il paesaggio italiano, con le sue piazze e i suoi cesti di frutta, oltre che il gusto per il dettaglio prezioso, preparano l'epifania della fanciulla, bionda o bruna, nordica o mediterranea, comunque allegoria dell'innocenza e della fondazione aurorale.
L'endecasillabo regola il passo ad un registro alto cui il poeta rompe la lucentezza striandolo con lessemi gergali; il più sorprendente, se riferito ad una dea, è "tettine", che la rende amabile, quasi mortale, senza però toglierle lo splendore olimpico, in grazia, appunto, dell'eleganza del dettato.


Sul balcone

Sul balcone è rimasto salvo solo
un geranio rosato al suo ritorno
dopo le settimane d'altre stelle
esanime e la luna troppo accesa
sopra i canali incerti e il soffio, forse,
di un fiume in mezzo a monasteri e chiese
e i fremiti di canne e di campane.
Un po' piegata, nuda nel candore
veemente del mattino, le tettine
dolcemente tremanti, la poca acqua
versava impietosita e molto erronea
sulla terra brulla, ma più ancora
sull'indorato seno e sui capezzoli
induriti, fino alle cosce subito
nervose. Sui capelli, aridamente
le cadde un petalo dal cielo, e giunsero
allora merli e passeri e colombi
a beccarle per allusione e gioco
la pelle desiderata; ed appena
qualche piccolo segno rosso, dopo,
le rimaneva, come un dono ironico
o un avvertimento del suo tempo
che si è fatto troppo breve, e allora
non si allontani dalla tanta luce
della sua nudità della ringhiera,
che la fa rabbrividire e ridere.

Torino, 19 giugno 2003



Dalla pietra

Dal candore perfetto della pura
e ilare pietra nevicata uscì
una ragazza bruna, lentamente
inventandosi il vento per potersi
scuotere i brevi capelli per lieve
ammirazione e gioco; e discendeva
alla festosità cupa ed ironica
del violaceo mare, infintamente
imbarazzata e al tempo stesso fiera
per la perfetta nudità del cielo
e le tettine appena ricoperte
dalla striscia blu. Sempre più correndo,
rapida scese la spiaggia fino
alle onde irrigidite e decorate
dalle alghe serpentine e da meduse
raffinate, le sorse accanto l'ala
di una barchetta azzurra, la salì
agile, mentre dal largo erano arrivati
gonfi venti arrossati ed anelanti,
e trionfanti e buffi la portarono
fino al bar di fiori e di cristalli, dove
il burbero il padre la presenterà
agli altri dei, e la inciterà a danzare
tutta la notte e, dopo, con l'Aurora
dalle dita rosate.

Torino, 12 settembre 2003


Da qualche parte, un bar

Nel bar (ma dove? Era Verona, prima
del fremito dell'Adige, fra tre
pioppi un po' fragorosi, un tavolino
di ferro e, sopra, dubbioso un bicchiere
d'acqua con una breve foglia d'oro
e, accanto, lucida una mela rossa,
o lungo il mare di Viareggio ancora
popolato di nuvole allargate
e candite, nel fluttuare di veli
verdini e gialli e appena il segno nero
rigidamente dritto, che nasconde
oppure acuisce le continue immagini
del timore, o una delle tante piazze
di paese nel culmine di linee
di vendemmie perpetue, caffè vecchi
e slavati coi nomi delle sante
o degli eroi del padrone beffardo
che si avvicina al viaggiatore, offre
biscotti generosi, il vino negro
e le carte del gioco, chiede dove
si possa andare in questo travolgente
punto d'ottobre, e quando il campanile
inevitabile compare e ferma
il tempo d'angeli goffi e colombi
spaventati, si guarda intorno, accenna
vagamente alle ante da serrare
e alla luce che si fermerà,
e altro non c'è più che un vento contorto,
e i rami che si spogliano, la moto
che rapida si aggira e silenziosa
appare sollevarsi nella danza
del nulla della sera): prima o dopo
lentamente da un'icona uscivano,
pallide, due ragazze, bionde entrambe,
e una rimase in piedi, l'altra un poco
illanguidita si appoggiò al tavolo
lucido e spesso, ed infilò la mano
sotto la gonna dell'amica, ed era
anch'ella attenta a accarezzare l'altro
corpo suasivo, e a poco a poco forme
e carne si arrestarono, si fecero
segni figure immagini, e alla fine
il quadro fu compiuto, in fretta giunsero
quattro operai a caricarlo sopra
un carro e, intorno, batteva le mani
ridicolmente plaudendo un esperto
vestito di rosso.

Torino, 16 ottobre 2003


Sant'Agata, in festa

Per la festa fastosa della santa
vergine e martire della città
nel marzo illuminato dalle arance
ancora, e bianco di ciliegi e meli,
furono scelte quattro schiave, appena
puberi, subito spogliate nude,
dorato il corpo in modo che splendesse
nel sole e nella pioggia, come fosse
il giorno stabilito, con dolcezza
legati e polsi e malleoli magri,
perché ferme rimanessero e docili,
quando i più nerboruti portatori
del carro di trionfo e devozione
le avrebbero di corsa trasportate
fra le strade e i palazzi, fra la folla
che applaude e grida, e i ragazzini corrono
intorno, loro gettando con forza
un po' crudele rametti di ulivo
e coni di gelati e sanguinanti
bacche di rose, e invano le ragazze
cercano di difendersi, agitandosi
e protestando con le voci acerbe,
e cresce in loro la paura e, insieme,
la vergogna, perché, nell'ondeggiare
a sfida della lunga processione
e rapinosa, donne coi vestiti
eleganti e uomini sorridenti
e cattivi si piegano con cura
minuziosa, avvicinano i polsi
ornati da lustrini e da diamanti
minimi e da perline, ai volti un poco
piangenti, alle tettine che, pudiche,
so offrono per il moto sgangherato
del carro, poi il ventre liscio e il pube
depilato, e un po' gonfia la fessura,
mentre sono costrette a accompagnare
l'agitarsi del corpo: è la domenica
oziosa e divertita, poi la gente,
concluso lo spettacolo, si avvia
verso la cattedrale o verso l'Etna
nevicato e verdissimo, o a ascoltare
sulla piaggia l'eco dolce del mare.

Torino, 6 dicembre 2003


Narciso

Non Narciso si specchiava nel fonte
segreto delle fonde acque, fra i salici
incurvati e i neri ilici, in ginocchio,
con gli occhi inquetamente spalancati
nel fremito di brezza e insetto e uccello
o cane timoroso, ma la vergine
così candida e nuda: contemplava
se stessa, fissamente, sempre più
affannata, per cogliere se mai
aggallasse dal buio un serpe verde,
ironico maestro, o un pesce enorme,
spalancata la gola rossa, i denti
triangolari: e non vedeva nulla,
se non il suo volto che si faceva
un po' più triste, e il tremito, nel vivo
specchio, delle mammelle, per il volgersi
del tempo. Cadde una foglia gialla,
che infranse, ahi!, l'immagine del corpo,
e il ciclo venne ottenebrato, innumeri
nuvole lo sporcarono, fu freddo,
il vento dispogliò alberi ed erbe,
e la ragazza non era più che il segno
fragile, sempre più lieve ove tanto
a lungo visse ad ammirare, doppia,
la sua luce d'aurora.

Torino, 28 dicembre 2003


Le due americane a Roma

Le due americane uguali ma una
bionda, l'altra bruna, impetuosamente
uscirono dalla porta delle nuvole
tenebrose, nella piazza deserta,
e ancora sole e pioggia combattevano,
dubbiosa la battaglia delle tonde
gocce e dei raggi feritori, rapidi.
Erano nude, e in mano l'una
aveva un grappoletto di lamponi,
l'altra di olive: d'improvviso in corsa
scattarono fra le auto e le edicole
e le quattro fontane gorgoglianti,
le oltrepassarono, e furono in breve
fino ai pini aspri, ai platani, ai cespugli
biancheggianti di prunalbi e di cupe
rose, e lì si celarono, ridendo,
e si udivano saluti e schiocchi ilari,
ironici belati, il suono mesto
di una fistola, zoccoli di capri
o fauni, e melodioso, infine, il canto
che scende dal crepuscolo.

Roma, 5 maggio 2007

Giorgio Bàrberi Squarotti è nato a Torino nel 1929 dove risiede. Si è laureato con Giovanni Getto discutendo una tesi sullo stile di Giordano Bruno. È docente di Letteratura italiana presso l'Università della sua città, direttore del Gran Dizionario della Lingua Italiana. Opere poetiche: La voce roca, Scheiwiller, Milano 1960; La declamazione onesta, Rizzoli, Milano 1965; Notizie dalla vita, Bastogi, Livorno 1977; Il marinaio del Mar Nero, Origine, Luxembourg 1978; Da Gerico, Guida, Napoli 1984; Dalla bocca della balena, Genesi Editrice, Torino 1986; In un altro regno, Genesi Editrice, Torino 1990; La scena del mondo, Genesi Editrice, Torino 1994; Il terzo giorno, Pironti, Napoli 1999.