sabato 31 maggio 2008

poesia e ideologia



In un saggio del 1957, raccolto in Passione e ideologia (Garzanti 1960), Pasolini confronta la poesia di Fortini, i cui temi resistenziali "vengono alla luce attraverso un processo logico e razionale", con quella di Matacotta, ancora legato alla sensibilità analogica e irrazionale della letteratura anteguerra.
La poesia che presento oggi, del "poeta compagno" Giulio Stocchi, sviluppa un ragionamento sarcastico, sfrondato d'ogni abbellimento retorico, intorno alla logica del profitto del sistema capitalistico, che prevarica ogni altra docimologia.
L'occasione, è il discorso fatto dal Presidente della Camera, On. Fini, alla Fiera del libro di Torino dove ha definito "molto più grave" il boicottaggio anti-sionista alla kermesse rispetto al pestaggio veronese, dov'è deceduto Nicola Tommasoli.
Questa poesia, che s'intitola Le bandiere di Fini, diventa bandiera a propria volta, ossia sintesi di una precisa posizione ideologica; e diventa password di riconoscimento per i giusti, di contro ai potenti. Alla logica del capitale, Stocchi contrappone l'evidenza di un umanesimo integrale, del quale la poesia diventa ancella, senza possibilità di ribellione.





Le bandiere di Fini



La testa sfondata
dai calci
del ragazzo
sull’asfalto

vale dunque
meno
di una bandiera
bruciata


Ciò è giusto
è ragionevole


Nell’alto
dei cieli l’aereo
con la stella di davide
infatti

vale di più
della casa
che tra poco
esploderà


Giulio Stocchi è nato nel 1944. Ha studiato filosofia all'università statale di Milano e recitazione all'Accademia dei Filodrammatici.
La sua attività poetica pubblica è iniziata nel 1975. Da allora, e per molti anni, i suoi palcoscenici sono stati le piazze, le fabbriche occupate, le manifestazioni popolari; oggi i teatri, le università: ma sempre caratterizzando la sua poesia per un originalissimo contatto con il pubblico.
Particolarmente attento alle valenze sonore della poesia, Stocchi ha pubblicato diversi dischi: Il dovere di cantare (Premio nazionale della critica discografica), Punto e a capo, La cantata rossa per Tall el Zaatar (con la collaborazione del musicista Gaetano Liguori), recentemente ripubblicato in CD da Arparecords-Radiopopolare, Da sogni e da città sempre con Liguori.
Ha pubblicato presso Einaudi il volume di versi e prosa Compagno poeta. Nel 2003 nonsoloparole.com ha pubblicato in forma cartacea, no-copyrigt, la raccolta In tempo di guerra, che l'autore aveva distribuito in rete, in tutto il mondo, nelle versioni italiana, inglese e spagnola. Ha partecipato con suoi saggi e poesie ai volumi collettivi, Il pensiero inventivo, Milano, Unicopli, 1992 e La vita inventiva, Napoli, ESI, 1998, di cui è co-curatore.

lunedì 26 maggio 2008

Danni Antonello


Introducendo Sei poesie da la vie promise di G. Goffette (Lietocolle 2006), Danni Antonello scrive che «Il poeta è anzitutto una figura morale, nella sua magari totale immoralità, responsabile di ciò che dice al mondo, al quale partecipa e come suo custode e come il peggiore tra i suoi “enfants terribles”, sempre pronto a metterne in discussione le fondamenta». E' con questa chiave complessa che occorre leggere i versi del poeta padovano, anche quelli beatamente populisti - coevi, pare, del neorealismo di un Renzo Nanni o di certo ideologismo fortiniano - di Italia monologo di parola (2005), poemetto voluto dall'Istituto veneziano per la storia della resistenza e della società contemporanea. L'immoralità dell'enfant terrible arde altrove, nel privato impolitico, ma soggiace (e tace) alla voce tutta incarnata della sua pagina, al corpo-scrittura che Danni fa nascere dalle ceneri della Storia, per tenere aperta la strada d'un tempo originario, che biforca incessantemente. Lo si legge chiaramente in Storia moderna (Old World Books, 2007) laddove la voce ordina: «Sperditi, e spandi il polline raro sui resti/ fecondi del pasto dei lupi», riprendendo idealmente il testimone ungarettiano del Porto sepolto: disperdo i miei canti, ci dice il poeta-soldato, scrivendo «lettere piene d'amore» all'inizio del tramonto occidentale.
Le poesie di Antonello vengono a tramonto ormai compiuto, eppure non lo patiscono, scegliendo invece di arginarlo a partire dai valori che l'occidente stesso ha prodotto (l'antifascismo, la scoperta che l'identità è plurale), con un gesto emblematico che ne capovolga i meccanismi: gettare "i sassi del fiume/ fuori dal fiume", ossia agire (e pensare) superando stereotipi, convenzioni infondate, comodità piccolo borghesi.
Problematico rimane il senso di quel capovolgere, nella misura in cui non intende essere un mero capovolgimento del dato, bensì - come lascia intendere storia moderna - facendo tesoro della trasmutazione dei valori nietzscheana, una rigenerazione degli stessi a partire dall'assenza del fondamento, dalla libertà dell'esistenza dal Principio. Italia, con la sua posizione indiscutibile (anche se attenuata nei versi che qui propongo), rischia invece di essere un passo indietro, un invito a rimanere dentro il tramonto dell'occidente, alimentandone le radici violente.



da Storia moderna



Tieni alata la fronte
come quando gettavi i sassi del fiume
fuori dal fiume
ma dietro la mente
ostinata a salvare la nenia
dell'ape operaia
dai ratti da Sparta dalla rauca corrente,
davvero non credevi a niente
le ginocchia spezzate imploranti
che un flauto intonasse
due mezze certezze?



***

Esci, fatti foresta, sterpaglia e bosco di sotto,
battere ramo su fronda: fruscio - infine: foresta.
Sperditi, e spandi il polline raro sui resti
fecondi del pasto dei lupi, nema a temere:
non sarai guardato in gola,
da segreto a segreto potrai conservare
la grazia profonda di foglia, verde, che nasce –
come bianca, non incisa, un'aperta foresta
.................................................che nasce.



***

Lanterna, animula di luce, sull'Acropoli
accendi la terra e il deserto polveroso
che la copre; polvere, fa opaca la pietra
e nessuno l'inciso che porta, polvere:
anomia della terra tornata alla terra –
spoglia di luce sei specchio senza riflesso,
arco senza baleno nel cielo d'un cieco.



***

Sarà che l'alba vuole la solitudine
o l'ira del temporale si porta la salsedine
ma se bruciano le palpebre
sarà qualcosa che io almeno non so
e tu nemmeno che fingi da che parte
tira scirocco.




da Italia

[...]


La data fu fissata. Nel giorno venticinque
del mese d'aprile millenovecentoquarantacinque,
dopo cinque anni di guerra la gente del nord
doveva riunirsi alla libera primavera
d'Italia adolescente ma non più vergine.
Aprile il venticinque le città insorgano,
si imponga la resa, a bandiera pulita
venga accettata la storia, matrigna
inclemente d'un'insorta ammutolita,
moltitudine senza più voce per troppa gioia
impedita dalla stretta del sudario sulla faccia;
tacciono le campane a festa, nel giorno
ventinove per le strade ancora si cade,
pistola in pugno rabbia dentro al costato.
La ritirata è disperata fuga, follia castrata in vendetta:
santa Germania, Germania suicida,
con te hai suicidato Italia, immatura
ma non inconsapevole...

Feretri e camposanti, e crisantemi ancora,
verrà il momento di làbari e lapidi,
per ora si scavi a sotterrare, restano ancora
da seppellire steli e steli dai troppi petali caduti.


[...]

Leggi la catena di nomi sulla colonna,
leggi del sacrificio e non riconosci nemmeno
un volto dei tanti anonimi capri espiatori.
Leggi l'oblio e non riconosci l'infamia omicida
che ordinò la mattanza.
Chi e per chi saprà tradurre gelo e dimenticanza,
chi leggerà dietro quei nomi
le smorfie sbiadite del male?
Non basteranno i monumenti,
né la memoria fragile che dimentica,
quando le madri anch'esse non saranno più
chi custodirà le lettere mai giunte degli ammazzati?
Forse un giardino, dove piantare i semi trovati vivi
nelle loro sdrucite tasche, un giardino da innaffiare
giorno per giorno col latte dolce delle spose lacrime,
posati i fucili, recitati i lamenti, piantati quei semi.



***

Io sono Primo Visentin, e sono molti,
nome di battaglia Masaccio, e sono molti,
comandante della brigata Martiri del Grappa,
morto il 29 aprile 1945 nella finale insurrezione,
medaglia d'oro per la resistenza, come molti
compagni di lotta ucciso in combattimento,
figlio di contadini conosco la fame,
maestro di ribelli e di bambini la poesia, e so,
che la fame uccide
e la poesia deve insegnare
come uccidere la fame.


Danni Antonello è nato nel 1978 e vive a Galiera Veneta. Poeta, traduttore, sceneggiatore, è incluso nell’antologia “Oltre il tempo” curata da Gian Ruggero Manzoni.
Qui un cortometraggio sulla resistenza italiana, che lo vede coinvolto.

venerdì 23 maggio 2008

Paola Febbraro


Tristezza infinita.


"1/04/08
caro stefano grazie degli auguri e incitamento, ti mando con piacere 'questa' scritta dopo tanto tempo di 'bianco'. Non so darle un titolo, viene da una debolezza alla quale quel giorno mi sono abbandonata con 'gentilezza' d'animo e di gesti.
un abbraccio
Paola"



quando la barca va sottile piacere di un nuovo giorno che non si vede dal mattino senz’ombra per trattenere il respiro e non sapere bene quale sia la cosa migliore da fare in questa civiltà futura memoria di nespole e cardi di un paesaggio infantile per scrivere del domani come una volta quando si credevano belle le giornate con lavoro e riposo dal lavoro e stringersi attorno all’isola del domani non più volare nè alto nè basso non capire più tanta ma tanta della poesia scritta da giovani più di te capaci di resistere così si crede soltanto alla cieca come scrivere di piastrelle e caucciù ti rifai senza personaggi senza fili senza lasciarti andare solo per amore che non senti più la voce afona di un sorriso per costruire un poema lungo un giorno che non si vede dal mattino quando tutta la verità veniva solo in superficie a increspare la coscienza della sintonia tra te e le cose attorno come domani farai le valige di un’altra storia e leggere e averne memoria che il mondo non è in pace e se ne soffre oh ricordi di quando bastava un soffio di vento mezza nuvola e un promontorio in calda amicizia che ti ascolta per quello che dai e di forza non ce n’era bisogno che non era tua la parola troppo pesante invece c’era quell’increspatura sorridente che svelava un respiro delle cose come nelle nature morte di morandi viaggiando da amici ad amici con mariangela che fa con le sue mani vasi di argilla tutto tondo con il suo amore mentre altre volte è triste per gli angeli con la bacchetta ora che è inverno i libri da sistemare bene sullo scaffale l’irraggiungibile benessere e ti sei imposta così con tanta grazia nei modi di fare riacquista l’umore antico delle castagne nel bosco e voi venite con molti animali oggi una tristezza nuova dovuta a debolezza fa che sia buona per il pane e per la fortuna di medicinali e biscotti che ti vengono a trovare per farti uscire meglio di così

2 dicembre 2007

lunedì 19 maggio 2008

Chiara De Luca




Già da qualche anno, la poesia di Chiara De Luca gira in Italia e in rete. Quando, nell'aprile 2006, uscì su LiberInVersi un suo florilegio parzialmente edito si parlò, giustamente, di sensibilità narrativa, di attenzione al dettaglio, di religiosità senza dogmi, di distacco ironico e della predisposizione a filtrare la realtà attraverso lo sguardo, tramite quello che Chiara, ne La coda della galassia, indica come il "dramma del vedere / non vedere".

Le poesie che ci presenta qui lasciano finalmente alle spalle la leggerezza della postura, quella lontananza dall'incandescenza emotiva e stilistica che prima legittimava il suo fare, lasciando l'impressione di un dilettantismo voluto, un agire fra i tanti, non primario. Come a dire: la mia prima missione è vivere, tradurre, leggere, correre; la poesia si ritaglia uno spazio tra questi impegni, nulla più. Ora invece qualcosa è cambiato, è maturato: anzitutto, direi, il senso tragico dell'esistenza, che le spurga un canto "feroce", "vorace", intorno al corpo cavernoso della Natura, corpo destinato a "sfiorire", come già nel Leopardi del Cantico del gallo silvestre. E poi, di nuovo, c'è un intenso labor limae, teso alla costruzione di metafore complesse, che rappresentino, appunto, una Natura antropomorfa, gigantesca, entro la quale la soggettività si sfaldi, lampeggi incorporea. La condensazione verbale coniugata all'infinito sottolinea questo aspetto, esaltando la Natura quale forza anonima che sventa le nostre esistenze, che le divarica. Anche Dio, qui, fatica ad imporsi come interlocutore, laddove in precedenza costituiva il lettore sommo, quel misto di orecchio cosmico e di confidente che ora va cercato in terra, fra gli uomini di buona volontà.



dalla raccolta inedita confinando l'inverno


*

La sera desolata si sloga
l’ampia ossatura di raggi
riavvolti in fasce pesanti
srotolate dall’ombra,
venne un tempo incorporeo
il passo feroce d’un canto
– intorno giocava la luce –
braccio di piume che lento
ci comprendeva. Memoria
futura ho serbato di buio
disabita il senso e recide
agli occhi lo sguardo sottile,
sorrisi alle labbra tenute
a fluttuare riaccese dal resto
d’incontri troppo presto mancati.



*


Sentire il moto inverso della vita
comporsi sotto il passo di tallone
è stato un giorno come rivenire,
non nelle pupille ma nel bianco
dell’occhio imprime la fascinazione,
animare dita timide di ombre
segnare volti in pace all’ubriaco
che sugge luce nel deserto dell’attesa
dove dimora è chimera in lontananza,
oasi coincisa col principio del ritorno
senz’aver coperto la distanza.



*


Ci trassero da pozze di penombra
arruolarono gli eserciti del sonno
notte spianata
notte all’orizzonte sconfinata,
marcia fino a disertare l’ombra
evadi dai confini della carne
ed era luce dura catturata
fini intarsi di corallo nell’aureola del vento
nessun indaco d’alba, carminio di tramonto,
attorno alla corolla calva della luna,
dita ossute di vento strette sullo stelo
infinitamente occhi attorno
foglie di palpebra venate
dalle nervature asciutte del silenzio
eco gigantesca della mente bianca.
Estratte una a una dal cielo le radici
a noi stessi appesi volteggiare



*


In un taglio breve di finestra il vento
rimargina le tende si divaricano
i rami sul sangue secco dei mattoni.
Scagliasti l’ascia contro spine inesistenti
sopra un corpo scortecciato dall’ascesi di millenni,
dentro come linfa l’essere scorrendo
dal freddo apprese a sciogliere i capelli
in foglie orfane alitate sulle spalle,
anima annidata in punta ai polpastrelli
non a un qualche Dio, non più d’amore,
ma per esorcizzare lo sfiorire carezzando
il gelo dell’esecutore quando il boia
è l’agnello che cantando forte muore.



*


Adesso le cose non ti dicono più
si può anche tornare a sentire
il canto vorace del fiume
quando piega la schiena la sera.
A impazzire basta il dolore
e le foglie non hanno perdono,
solo sono grate alla mano
che decisa recise lo stelo
riaprendo l’ansia del volo.



*


Sulle strade si gonfiano le reti dell’aurora,
maglie bianche dilatate deviano la luce
guizzante contro i vetri del treno che si apre
sferragliando un tunnel nell’oceano del giorno
quando il buio lento è rifluito tra gli scogli
di nuovo sommersi dalle alghe della notte.
Sulle cime dei monti al cambio della guardia
con la bruma il vento a riprendere il tragitto
all’infinito. E alla vita àncora il respiro.




Chiara De Luca traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo e portoghese. Ha pubblicato con Fara i romanzi La Collezionista (2004) e La mina (stra)vagante (2005), con Perdisa la pièce teatrale Duetti (2007) e con Gedit le traduzioni de La vita promessa di Guy Goffette (2005) e Tra le mani il divino di John Deane (2007). Ha pubblicato le raccolte per custodire l'amore (Bologna 2004) e in parole scarne (Bologna 2005) e poesie su varie riviste tra cui "Poesia" (luglio-agosto 2004, dicembre 2007), "Tellus Folio", "Le Voci della Luna" e nell'antologia La coda della galassia (Fara 2005).La silloge confinando l'inverno è in uscita per Fara. Una raccolta di poesie e un romanzo saranno edite altrove. Collabora con "Poesia", corre 10-12 chilometri al giorno e lavora come traduttrice free lance. Gestisce il sito http://www.chiaradeluca.com/, che ospita le opere di oltre cento poeti italiani e stranieri.

venerdì 9 maggio 2008

Mario Fresa


Scrive Mario Fresa ne Le tentazioni di Marsia, in perfetta sintonia con il pensiero di Tiziano Salari: "Crediamo che la prima cosa di cui si ha bisogno è che la poesia abbia un senso e che quel senso provochi tensioni e lacerazioni in primo luogo nello stesso poeta, e poi nei suoi lettori" (Nuova Frontiera, 2007). Uscire dunque dall'avanguardia ma non dallo sperimentalismo, inteso quale nucleo fecondo in cui esperienza, tecnica, emozione e pensiero si incontrano, diventando stile. Il bene (Edizioni Marocchino Blu, 2007) organizza questa complessità in un unico poemetto di 243 versi, strutturato in differenti lasse dal metro e respiro lunghi, un carme amoroso dove il meriggio antico e l'inquietudine moderna si mescolano nel pharmaco di una scrittura che non sa decidersi a diventare voce. Su questa soglia, il poeta apre sentieri che divergono, capaci, allo stesso tempo, di incandescenza e di ricamo, sfiorando - nella corsa verso il bene - la servitù d'amore provenzale, l'arme pietose e, salendo le rapide contemporanee, "biscotti" forse gozzaniani.
Originale anche la veste grafica: la copertina, in cartoncino di un rosso vivo, custodisce l'immagine di un bassorilievo raffigurante una Menade danzante, "violenza luminosa" e, probabilmente, già perduta.




Qui di colpo si annuncia un altissimo cielo bagnato
di colori: così passandoti vicino le mie vene
fanno moltiplicare, adesso, fontane sconosciute
sulle mani. Le braccia poi risplendono avidissime
di favole sottili e già discendono, vedi, sulla fresca
sostanza delle stelle precipitate ancora sulle dita:
ma sulla soglia della voce si respira
una visione che tenta e che sorride; che inventa e che
ricade; ma dentro un gioco di così dolci impasti noi
ci destiamo e già ci carezziamo.
Dentro quei nuovi flutti si disperde all'improvviso
un sole così gonfio di lame e di sorprese;
ma poi tu guardi al fiume nel riflesso di questo pieno
intendersi che subito rinasce ma non parla di giustizia;
ma custodisce morbide sostanze che inventano una
vincita di farmaci segreti e di timori.
Le leggi del volere riferiscono: gite annunciate
sopra la luce delle parole nuove.

[...]

«Io sfioravo coi gesti dissennati i più fieri annegamenti,
i celesti bisbigli. Tu sei proprio nella guerra di questo
affusolato splendere, sei nel fine ritrarsi
di quelle sacre piume».
Ecco per te un'offerta, un inventario: tocca, stupisci.
Sulla lingua discendono, adesso, laghi e battaglie.
Questa nuova tranquillità che impone fazzoletti
sul cammino, diademi che inventano perfino
una superba luce rinnovata.
Ma dimmi, ascolta: quale ventaglio di sonniferi
concederà la pace a questo vetro di visioni
che ci osserva, che ci ricorda l'arte di separare
il campo delle intese e delle feste,
quella virtù di prendere e lasciare?
Ma intanto un ramo scende e poi sospira
quando scruta quei tuoi passi, quando ti
mostri, quando vieni: e quando poi
ti mostri, il mondo non è
che una richiesta vana di tranelli.
E quando vieni, tutto il paesaggio ascolta.
E quando ascolti, la distanza si smarrisce,
dimenticando risse, martelli di sentenze,
prigioni e ritornelli.
Ora è un legame, dici, così pieno di
sacrificio: e il sacrificio è bianco, e il bianco insegna
l'inquietudine amorosa delle dita fittissime di miele:
e il tuo sorriso che si addormenta e muore;
e ancora l'innamorata impara i più feroci colpi e
ridisegna il dono, la tua memoria
inventa: e il gesto accade come un sussurro accade.

[...]

Così si è stabilito, allora: ascolta me. Ripara.
C'era il fumo che s'inchiodava sul dormiveglia
che mai nessuna gioia sfiora; e impara dunque a
ricadere, attenta: io sarei stato te, se questo è
vero? Ma è proprio la ferita che invece impallidisce,
che poi restringe i visi tutti
amici, quasi nemici. Eppure, attenta: è proprio
il gesto che ha inventato questa fine.
E adesso sulla carta dei miracoli una veglia
già parlava e ricamava porte
mai divise, sere inesperte di guarigione.
E un'altezza pericolosa è questo abbraccio:
anzi è un annuncio di frutti, di virgole
tentate, di curve riflessioni.

E invece, intorno a quella tua figura: solo battaglie;
solo nuvole e corone. La raccolta dei baci riscattava
una vera, una indecisa vocazione
al bene. C'era dunque un ansioso
contraffare le stagioni per durare, per colorare
i firmamenti e il viso.

Ed ecco la distruzione che in me diceva amore:
come la furia disciolta nella corsa; come il sole
penetrato nelle dita; come il sonno distillato
nel respiro. Davvero è nei colori
che il movimento sceglie, sogna distanze.
Non si rimane vivi, dice: non si rimane. Io viva
li ho lasciati nella memoria immensa: e tu, dicevi?
dicevi tu, che adesso? E in questa tua caduta io mi
riparo; e mi divido; e mi trasformo nella tua veste
che dice allora d'imparare; di risanare e di
toccare. Non si rincorre, dunque: si è solo presi da.
Però questo incessante muoversi fa trasformare la tua
insonnia in un tramonto nuovo: ed in sonno nuovo.
Ma se tutto questo è vero, lo specchio
significava, allora, solitudine felice e vera gioia.

Così gli uccelli mischiano le carte della luce
e queste dita poi fioriscono imbrogliando
crudeli precisioni, un'ambiziosa ressa di regali.
E tu non risvegliarti: adesso camminiamo.
Non rivestirti ancora: ma perdonami, rinasci.
Attorno a questo luminoso scialle
sia fatta luce e infanzia.

[...]

Mario Fresa è nato nel 1973. Vive a Salerno. Ha pubblicato due raccolte di versi: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giuseppe Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto) e L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso Città di Bisignano per l’inedito). È autore, insieme con Tiziano Salari, di un saggio in forma dialogica sulla poesia, Il grido del vetraio. dialogo sulla poesia (postfazione di Flavio Ermini, Nuova Frontiera, Salerno 2005), e ha curato, con lo stesso autore, Le tentazioni di Marsia. Quel che resta da fare ai poeti e ai loro critici (Nuova Frontiera, Salerno 2007)
Sue poesie e prose poetiche sono apparse sulle riviste Paragone, Gradiva, Caffè Michelangiolo, Semicerchio, Il Monte Analogo, Le Voci della luna, Specchio della Stampa, Capoverso, Erba d’Arno, L’Ortica, L’area di Broca, Nuova Prosa e La clessidra.
È presente in varie antologie, tra cui Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004).

domenica 4 maggio 2008

Andrea Raos


Le api migratori (edizione Oedipus, 2007) di Andrea Raos (illustrazioni di Mattia Paganelli) è dedicato ai "bambini vuoti", ma anche alla terra che mai riposa, al tempo che rompe dall'interno le forme della vita, che le squarta per naturale vocazione. Le api-assassine sono un prodotto del laboratorio umano, troppo umano, a cui il libro - poema in versi che fa tesoro dell'intera gamma linguistica novecentesca, non disdegnando gli sperimentalismi paronomasici della neoavanguardia – dà voce: spesso a parlare, infatti, è lo sciame migratore, l'io-sciame caosmico, moltitudine orientata ma imprendibile, dualità non ricomponibile che dà forma ad uno spazio-tempo inevitabilmente entropico, destinato alla polvere. Non c'è forza universale in questa weltanshauung, nessun "Amore" che tenga l'unità in eterno, che la conservi per una sostanza superiore: ogni cosa mostra la pelle lesa, la ferita che s'incolla alla medicina secondo il dettato della biologia, della chimica, a quel processo che, illudendoci, chiamiamo "amore", inevitabilmente con la minuscola.
"La vita è oscena" ci dice Raos, citando il Bellum civile di Lucano, oscenità conseguente non soltanto all'impossibilità di accettare eticamente le morti che la vita sparpaglia sulla terra, ma anche per la radice fangosa di osceno, per la sua etimologia, che in Raos diventa impasto di polvere e acqua senza soffio divino. Lo sciame assassino diventa così emblema di una sciagura che è la vita stessa, ma non solo: all'autore preme infatti mantenere un certa corrispondenza entomologica, sottolineata dalle copiose note di lettura poste in appendice, quasi a voler recuperare una tradizione di poeti competenti in ordine alla natura; penso a Lucrezio, ma anche, più vicino a noi e nello specifico entomologico, alle Farfalle di Gozzano.



Fuori dal laboratorio.


La terra esplodeva, ancora una volta. Sono milioni di millenni
in piena, per completa frantumazione
si riversano per terra – esplode, esplosa:
“nella dolcezza, nell’amore,
né la dolcezza né l’amore
stanno – non sopporta più niente,
la vita, non sopporta niente”
“venite, attraversiamo” – traversando
“volo d’animali,
l’immenso il più disteso
non ho mai visto un altro fiume” – con l’amore
come l’acqua, com’è acqua,
colma di leggera, come fuga
a malapena, a stento volo, che non vuole,
che non prende il volo. Sprofondano dentro la terra,
cascate di roccia che la roccia, voragine che dentro la voragine,
da quella stretta che, dentro, alleva,
morso dalla morsa della pietra:
“trasvolando che sento, che cadrò”.
La roccia si solleva, esplode il suolo,
si fa lava, bolle, folle:
è trasvolando che cadendo, sciame dopo sciame,
tutto passa.
Ed ora che passato
passava tutto, intero, per intero,
e su ciò che diventa, si avventa:
l’orso piccolo strappato, che confuso, dalla madre,
alla madre, ombra,
l’orso da poco nato che spaventa
ancora il mondo (che da adulti rende muti senza spaventare, è lì e
basta, è cosa che succede, uccide),
che zampetta e uggiola un po’ debole, un po’ mite – è via
dalla madre
ombra, d’ombra
“ti ho sognata ma eri già morta,
ti ho sognata ma non eri niente, un agitare
di follicoli, estinzioni, di parentesi”
cosa, oh cosa di sangue e di niente, ad annerire ora,
cosa significa restare in vita?
che cosa strazia ora questa
mano, mano che non tiene? questa gola?
capivi che ne usciva suono, nel frastuono,
non perché la vibrazione arriva,
non vedi il battere
e ribattere laringe, strepito –
è il corpo intero che si chiude esplode,
ricontrae, riesplode, nel riaccelerare che il respiro,
per respirare, spira, che i polmoni,
nel vibrare, emettono, riemettere
con tutta la carne che li chiude
mentre, ancora (e come morde, come tremito, che trema)
e nuovamente, intanto,
affollano il nascere i morenti, si affollano, al disnascere, smorenti
- l’orso piccolo, già morto, muore ancora,
cosa nasce?
l’ape pazza che attraversa, il corpo,
cosa non nasce?
sono soli, ora, il vuoto, accerchia l’erba,
verso cui, già piega, verso dove
la terra serba il pianto che le spetta,
cosa nasce e non nasce?
allontana, l’allontanarsi altrove, il numero
di api-sciame, innumerevole –
cosa né nasce né non nasce?
“Non posso, pure, non passare, vero?”



Cammini disegnati di calcare.


Api pensano, ci pensano.
Sciame che divisi, due divide.
“Non sono più gentile, anche più solo?
Se vedo quel neonato fatto a pezzi – come piena, come strazio –
e guarda e dice «non guardare»
la collettiva, mente che né guida
né non guida,
cosa farò di questo vuoto di materia, carta non graffita
e non-memoria, non-niente,
e tutta, questa, quanta pena?
So cosa devo dire. So che dico:
«La terra è scossa da vene invisibili
di materia vuota e di solida
aria. Massa
che fibra per fibra. Le sento
pulsare, che trema, terra mai così solida, mai così ferma
come quando completamente vibra.»”
È sempre così – sciamava, sciame – che urla la vita.
Animali per placche si distraggono,
che rinunciano alle ali.
Esistono
cammini disegnati di calcare,
città sfiorate punto a punto: e non
collegano.
L’estraneo
permane, microscopico:
ogni uomo, che spreco, ogni astro.
C’era l’amore, ma era con l’amore.
C’era l’amore, ma non era altrove.
Dove i giardini pendevano
e l’acqua rallenta – dove sta disarticolata, strappo
e ruga di roccia incisa, divisa – dove l’aria è cancrena
guarda le api passare, guardare:
“Lo diremo gli uni agli altri:
«ti vedo come gli animali, che nella preistoria
erano agitati,
continuare continuare
eppure fascinati dal fuoco»”
Roccia, piaga delle ere.
Niente più riguarda l’uomo.
Api, fascìna, fuoco.


[...]

“Così, quando – disciolta la compagine
del mondo – ora suprema chiuderà i secoli tanti
l’antico ripetendo ancora caos, tutte complodono
stelle mischiate ad altre stelle, ignei al mare
astri crollano, terra non vuole da sé stendere spiagge
e scuoterà il mare – al fratello contraria Febe
andrà e, nell’orbe per obliquo di condurre le sue bighe
…la morte è tragica, ma la vita è oscena…"



Andrea Raos, nato nel 1968, ha esordito con la raccolta Discendere il fiume calmo nel Quinto quaderno italiano diretto da Franco Buffoni (Crocetti, Milano 1996). È presente nel progetto ákusma. Forme della poesia contemporanea, (Metauro, Fossombrone 2000). Ha pubblicato Aspettami, dice. Poesie 1992-2002 (Pieraldo, Roma 2003) e Luna velata (cipM - les Comptoirs de la Nouvelle B.S., Marsiglia 2003). Ha curato l’antologia bilingue di poesia contemporanea italo-giapponese Chijô no utagoe - Il coro temporaneo (Shichôsha, Tokyo 2001). Presente nel VI Quaderno della rivista on line "Poesia da fare" di Biagio Cepollaro. Con Andrea Inglese ha curato Azioni poetiche. Nouveaux poètes italiens, in Action poétique, 177, settembre 2003 e Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità, in "Nuovi Argomenti", dicembre 2005. È membro di Nazione Indiana. Suoi testi sono apparsi sull’antologia Il presente della poesia italiana a cura di Stefano Salvi e Carlo Dentali (LietoColle, 2006). Suona il basso elettrico nella band del poeta francese Eric Suchère, di cui ha tradotto numerosi testi.

sabato 3 maggio 2008

Elia Guglielmin


Ogni tanto fa bene parlare d'altro. Magari della propria famiglia. Allora vi presento mio figlio Elia (è suo l'avatar). Sabato scorso, a Parma, è arrivato secondo ai campionati italiani di karate shotokan kumite (combattimento a mani nude nello stile shotokan). Nella foto è con la sua allenatrice Daniela De Pretto, maestro 6° dan.
Potevo non fargli questa sorpesa?