mercoledì 4 aprile 2007

Gëzim Hajdari


Terzo incontro con la poesia albanese (a Cura di Anila Resuli)


Gëzim Hajdari è nato nel 1957 a Lushnje (Albania), si è laureato in Lettere Albanesi a Elbasan e in Lettere Moderne alla Sapienza di Roma. Nel 1990, dopo ben cinque anni di censura, pubblica la sua prima raccolta di poesie dal titolo Antologia della pioggia, edita dalla casa editrice N. Frasheri, con sede a Tirana. Anche il suo secondo libro Il diario del bosco subisce la stessa sorte da parte dei “censori”, ma questa volta non verrà mai pubblicato. Nel 1991 fonda con altri intellettuali il giornale “Il momento della parola” di cui diventa vice direttore. Nello stesso tempo collabora al giornale nazionale “Republika” e insegna letteratura nel liceo scientifico della sua città. Nel 1992 è costretto a lasciare il proprio paese. Da quell’anno vive come esule in Italia, nella città di Frosinone. Attualmente è considerato tra i migliori poeti viventi. Ha vinto diversi premi di poesia, tra cui il prestigioso “Premio Montale” per la poesia inedita. Le sue poesie sono tradotte in greco e in inglese. Hajdari scrive sia in albanese che in italiano, rinnovando un’antica tradizione di poeti (da Seneca fino a Keats, Nabokov, Yeats, Celan) che hanno scritto nella lingua del paese ospitante. Temi ricorrenti nella sua poetica sono la solitudine (condizione esistenziale quasi catartica), il viaggio (come esule, ma anche come essere umano) ed elementi naturali come la pietra, la terra, il cielo.
Tra le opere, oltre quella citata, ricordiamo: Muzungu. Diario in nero, Poema dell'esilio-Poema e mërgimit, Spine nere, Stigmate - Vrage

Da Stigmate/Vragë

*
Quanto siamo poveri

io in Italia vivo alla giornata

tu in Lushnje non riesci a bere un caffè nero

la nostra colpa: amiamo la terra

la nostra condanna: vivere soli divisi dall'acqua buia


ritornerò in autunno come Costantino

mentre sulle colline natali tu già hai raccolto l'origano

da portare nella mia stanza ancora sgombra

ora vivo al posto di me stesso

lontano da un paese che divora i propri figli


*

Ho girato su e giù per le strade di Roma

per vendere il mio Corpo Presente

è l'ultimo giorno dell'anno santo

come posso giungere a festeggiare con te dopo otto inverni

in Occidente

il viaggio costa venti volte il prezzo del mio libro di poesie

e nei tuoi occhi la mia assenza diventa più profonda

sulle tue labbra secche il mio nome è pronunciato più spesso

alti sono i muri d'acqua che ci dividono

e sotto le loro ombre cresce spaventata la nostra vita


*

I tuoi poeti cantano ai tiranni
perché i tiranni li affascinano
non sono uomini liberi i tuoi poeti
i tuoi poeti non vogliono morire da poeti
con umiltà di cane accanto ai propri tiranni
cercano di dividere il grande Vuoto con confini
e brindare sotto le ombre delle bandiere
i tuoi poeti non hanno sete d’amore
ma d’acquavite
chiusi nei piccoli cieli
lasciano che si laceri la Parola



*

Fiume tu devi raccontare che sono stato anch’io come
il grano del campo la rosa canina del bosco oscuro
ho vissuto come te sempre con addosso la roba umida
affamato di esistenza incantato dal girasole
in un secolo in cui la gente
camminava guardando per terra
ho trascorso da solo sere di pioggia tagliente
dietro vetri bagnati
con il pensiero di creare con il coltello di ieri
un’altra patria di pietra
nel mio corpo tremante dell’est



*

E’ scritto che non avrò mai un punto fermo
né una porta da varcare sera e mattina
né una soglia dove poggiarmi con la mia follia
quanto ho sognato che qualcuno mi svegliasse di buon’ora
mi accompagnasse con lo sguardo alla partenza
e mi aspettasse con impazienza al rientro dall’immenso
mai un dolce sussurro all’orecchio
da piccolo mio padre mi mordeva la testa
quando perdevo una pecora al pascolo
dormivo nel pagliaio la notte
chi veglierà su di me un giorno in mezzo
alla stanza sgombra
chi mi butterà un pugno di terra fresca
chi scriverà sulla mia pietra grezza due parole semplici
chi dirà per me una preghiera dopo l’addio
con me sempre in sibilo del vento dei viaggi
e l’insicurezza dell’indomani
perché sono nato? perché sono vissuto? perché ho cantato?
i miei laggiù se ne fregano dei miei libri
da me aspettano solo belle macchine e milioni!
brutta sorte la mia, terribile la pena:
fuori da te e dalla tua lingua



La poesia di Gëzim Hajdari nasce come poesia dell’esilio: tutta la condizione umana ruota intorno alle radici in un miscuglio forte di metafore e simboli. Non vi è felicità o consolazione in questa condizione, ma rabbia fitta e densa che parte già dalla terra natale con la persecuzione del poeta stesso come Intellettuale nella propria terra, e Intellettuale in esilio, come portare della cruda verità sulla “condizione” dei poeti/intellettuali in patria. La poesia quindi denuncia un’insoddisfazione, un peso gravoso che accompagna il poeta durante ogni pensiero della giornata, sulla vita, sulle cose e sulle persone che frequenta ogni giorno. I volti quindi diventano delle richieste di risposte, delle domande continue su quello che l’esilio lo portò a lasciare. Anche l’amata è vista come il confine tra patria ed esilio: la sorte è una pena, un’attesa continua di qualcosa che mai verrà restituito. Come poeta si sente di denunciare il vero, come uomo si lascia sgretolare i nervi, i sentimenti e il cuore in un abisso di “non-speranza”. Nemmeno l’amore quindi può consolare. Persino la morte sembra un ulteriore esilio dove nessuno sarà presente, dove la propria gente nemmeno riconoscerà il poeta, l’uomo stesso. Naturale quindi il porsi la domanda “perché sono nato?”: il negare l’esistenza stessa è quindi meglio che vivere senza esistere nel cuore di chi l’ha visto crescere, la propria terra.

24 commenti:

  1. Un poeta di grande valore, classicamente impostato, ma capace di minare il verso con accensioni di fuochi sotterranei, invisibili, che perturbano la scrittura facendone il ricettacolo di una molteplicità mai statica di sensi. La sua poesia sa farsi, da sempre, memoria vivente di ogni esilio.

    Ho avuto il piacere di conoscerlo molti anni fa, a Frosinone, in compagnia di quella gran persona che risponde al nome di Alfonso Cardamone. Colgo l'occasione, qualora passasse di qua, di salutarlo con grande affetto e ringraziarlo ancora delle belle traduzioni che fece di alcuni miei testi su Republika.

    Un grazie ad Anila e Stefano per questa bella proposta.

    Francesco Marotta

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  2. grazie a te per queste osservazioni. Non so se passerà di qui, bisognerebbe sentire che cosa ne pensa Anila.

    ciao
    gugl

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  3. mi fa piacere questo poeta accolga tante belle parole.
    purtroppo io non ho mai avuto il piacere di conoscerlo nè di persona, nè tramite questo strano mondo di internet.
    visto che francesco ha avuto modo di conoscerlo potrebbe benissimo lui portarlo da queste parti, se ha ancora contatti con lui.
    no stefano?

    un sorriso,
    a.

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  4. Carissimi, la mia conoscenza di Gezim risale a dieci-dodici anni fa, ed è legata ad incontri che ruotavano intorno alla rivista Dismisura. Lui era stato accolto in Italia da alcuni redattori ed artisti della zona di Ceprano-Frosinone. Finita quell'esperienza non ho avuto modo di risentirlo; l'ultima volta l'ho visto alla premiazione del Montale. L'indirizzo e il recapito che mi lasciò, quando mi fece avere una copia di Republika, di cui sopra, è inutilizzabile da anni. Vedo se mi è possibile contattare qualcuno che può, a sua volta, raggiungerlo.

    Sarebbe un vero piacere averlo qui, perché si tratta, al di là di tutto, di una gran persona, umile, coltissima e disponibile.

    fm

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  5. sì, sarebbe proprio un evento.

    gugl

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  6. Francesco parla di poesia "classicamente impostata", non so se possa corrispondere a ciò che è parsa a me: ovvero proveniente da un altro tempo (oltre che da un altro spazio).

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  7. secondo me, è lo spazio ad essere pluritemporale. anche la poesia italiana partecipa di questa oscillazione: ce ne accorgiamo quando diciamo: questo poeta è comunicativo, oppure: questa scrittura è montaliana eccetera.

    gugl

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  8. Se uno legge "Antologia della pioggia" e, soprattutto, "Ombra di cane" o "Sassi contro vento" - le sue primissime opere poetiche, quelle che conosco meglio - la sensazione di "straniamento" è fortissima: un vocabolario ridotto e affilatissimo, quasi a delimitare un territorio "altro" di sacralità irriducibile, una sorta di cuneo terroso piantato nel "cuore di tenebra" della storia.

    In "Corpo presente" o "Stigmate", invece, l'assidua frequentazione e la lezione derivata dallo studio della tradizione italiana, si sono amalgamate, fino a inglobarlo, con il canto delle radici e la propensione al dire "popolare" che ne contrassegnavano gli inizi.

    Alcuni componimenti, ad esempio, rimandano echi petrarchesci, a ben individuarli: non nel senso di riproposizione di metri e strutture date, ma in una sorta di attenzione al "particolare", alla parola levigata come una pietra, che si fa struttura formale precisa, anche nei rimandi e nelle reiterazioni, che è un po' un tratto peculiare della sua scrittura. Ma lì affondiamo, certamente, in una tradizione arcaica, di matrice contadina, che fa dell'oralità la sua sostanza più profonda e il suo medium privilegiato.

    fm

    p.s.

    Ho fatto un paio di tentativi, purtroppo a vuoto. Riprovo domani da qualche altra parte.

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  9. anche "poema dell'esilio" ha un linguaggio molto diverso da quello della raccolta "stigmate".
    un linguaggio che poco ho amato nel leggerlo a dire il vero, ma riconosco la provenienza di esso e della sua forma, l'impronta di una lingua diversa qual'è l'albanese e la sua "tradizione" nell'affermarsi.

    saluti a tutti

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  10. un poeta interessante che si porta con sé il fascino dll'esilio.
    mi piace!!

    ps già da prima di seneca ci fu chi scrisse nella linga ospite: ovidio in esilio dal mar nero scrisse anche nella lingua locale. e che dire di Livio Andronico! probabilmente un erudito saprebbe fare esempi ancora più antichi... perché perdo tempo con queste sottigliezze? per evidenziare come da sempre gli scrittori abbiano la necessità di scrivere e di farsi capire, anche in esilio tra genti barbare!
    ciao!

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  11. specialmente in esilio. buona giornata antonella

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  12. Alessandro dici una cosa interessante, che porta al centro la funzione comunicativa (comunitaria, anzi) della poesia. Credo che questa sia la sfida per la poesia a venire: o diventa comunitaria oppure sbiadisce nei magazzini. Come dice inoltre Francesco, c'è in tutto questo una radice contadina, che racconta, per dirla con Gualteri, il dolore terrestre degli uomini. La terra è bassa, dicono i contadini, e - diciamo noi - lì ci abita la poesia che può incontrare gli uomini (salvarli è una parola che non oso più pronunciare).

    un saluto anche ad Antonella e ad Anila, due "A", ossia il principio fattosi ventre poggiante su due gambe bene piantate per terra: è infatti dal principio femminile che cominciano i nomi e dunque la vita.

    gugl

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  13. come sei filosofo a volte stefano :-)

    a.

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  14. solo "a volte" eh! :-)

    gugl

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  15. Vorrei sapere se le poesie qui postate sono tradotte dall'albanese o invece sono state scritte direttamente in italiano.
    Deve essere durissima per una persona come lui vivere da esule con tutto il mostruoso bagaglio del passato opprimente e la nuova patria di adozione così pregna di razzismo a tutti i livelli. Doppio strappo: straniero in patria e ancora più straniero nella terra ospitante. E' questa doppia lacerazione che sento in queste poesie.
    pepe

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  16. le poesie sono state scritte dal poeta in italiano. nessuna traduzione quindi ha influenzato la sua poesia.

    ciao,
    anila

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  17. c'è un filo fermo, di disincanto. Fisso, coem fosse l'asse di rotazione del proprio universo. Penso a quell'"acqua buia" ... e mi resta, insistente, dentro ...

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  18. l'acqua buia, in effetti, ha una forza arcana, come di matrice dalla quale dovremmo sottrarrci per essere comunità.

    gugl

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  19. UTOPIA LAICA NEL PERIODO PASQUALE

    ciao stefano, queste poesie di Gëzim Hajdari,albanese, mi hanno fatto desiderare condividere questi pensieri che mi assillano:

    toglierei i beni ai ricchi, confischerei case e terre in eccedenza per darli ai poveri. vorrei vedere tutti possedere lo stesso e nessuno dovere sentirsi povero. vorrei che i supermercati fossero gestiti da un ente statale che distribuisse tutto gratis ai bisognosi. e che la collettività condividesse con lo stato queste spese. vorrei che le famiglie indigenti ricevessero casa gratuitamente e sovvenzioni per ciascun figlio in modo da non sentirsi disperati e vorrei che tutto il ciclo dell'istruzione, fino all'università postgraduate, fosse a carico dello stato. così l'esercizio delle arti.

    vorrei che lo stato affidasse 1 bambino profugo per ciascuna famiglia, e se ne facesse economicamente carico, in modo da risolvere il problema degli orfani del terzo mondo e delle aree colpite da cataclisma o guerra, così da eliminare le parole "povero", "orfano", "profugo": sono condizioni, non solo parole terribili, e il nostro solo scopo e dovere come 'umanità gettata' dovrebbe essere quello di eliminare tali mali, non solo il buco dell'ozono, che oggi per i politici è argomento che copre la noncuranza grave che si ha verso altri tipi di urgenze.

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  20. opps, ero io. ermi

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  21. cara Erminia, nobili propositi e condivisibili, da socialismo utopistico purtroppo. l'uomo è troppo umano per fare tutto questo bene, secondo me.

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  22. luca paci7/4/07 09:41

    poesia vigorosa ed umanissima quella di Gezim. Ho veramente apprezzato molto. Grazie per la scelta.
    Ciao stefano!

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  23. ciao Luca.

    ricordo agli amici, che Luca ha aperto qui
    http://guardafili.wordpress.com/

    gugl

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  24. Gezim Hajdari. Con i suoi versi,
    busa in ogni finestra , ogni porta, del nostro tempo.
    La sua parola e lui, e noi , e tutti. La sua poesia e "tempo"
    che aspetta a dire qualcosa a noi a tutti...

    ciao ( pershendetje)

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