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martedì 3 maggio 2016

Blanc de ta nuque volume 2. INDICE


Uscirà nelle prossime settimane il 
volume 2 di Blanc de ta nuque 
(Dot.com Press Edizioni) 
Sono circa 310 pagine: un lavoro impegnativo, come sa bene chi frequenta questo luogo. 


Indice


Titubanze                                                                                            
Anonimo Saputello Qualsiasi                                                                        
Blanc de ta nuque, volume primo                                                                 

POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA (un punto di vista)                                                                                                                                    
David Maria Turoldo (p.), Gianni Toti (),  Giannino Di Lieto (),  Camillo Pennati (), Augusto Blotto (), Nanni Balestrini (), Matteo Bonsante (), Luciano Troisio (), Anna Maria Carpi (), Adam Vaccaro (), Cristina Annino (), Cristina Bove (), Alessandro Ricci (), Annamaria Ferramosca (), Leopoldo Attolico (), Marisa Righetti (), Francesco Dalessandro (), Sergio Marinelli (), Fabia Ghenzovich (), Chandra Livia Candiani (), Gianmario Lucini (), Valeria Rossella (),  Agostino Contò (), Laura Caccia (), Beppe Salvia (), Rosa Salvia (), Mario Benedetti (), Giorgio Bonacini (), Alessandro Fo (), Enrico Testa (), Paola Febbraro (), Daniela Raimondi (), Corrado Bagnoli (), Roberto Bertoldo (), Caterina Davinio (), Alessandro Ceni (), Gian Ruggero Manzoni (), Margherita Rimi (), Riccardo Martelli (), Ranieri Teti (), Gian Mario Villalta (), Fulvio Segato (), Villa Dominica Balbinot (), Lina Salvi (), Luisa Pianzola (), Raffaele Marone (), Stefania Bortoli (), Stefano Dal Bianco (), Alba Donati (), Mauro Caselli (), Nicola Ponzio (),Luigia Sorrentino (), Alessandro Assiri (), Loredana Semantica (), Roberto Ranieri (), Alessandra Paganardi (), Roberto Cogo (), Cristina Alziati (), Rita Pacilio (), Laura Liberale (), Beppe Ratti (), Marco Bellini (), Francesca Ruth Brandes (), Nadia Agustoni (), Paolo Pistoletti (), Raffaele Castelli Cornacchia (), Mia Lecomte (), Francesco Tomada (), Alessandro Polcrì (), Giovanni Borriero (), Nino Iacovella (), Giovanna Frene (), Marco Giovenale (), Silvia Comoglio (), Fernando Lena (), Maria Grazia Insinga (), Renata Morresi (), William Stabile (), Federico Scaramuccia (), Giuseppe Cornacchia (), Francesca Matteoni (), Daniele Poletti (), Annelisa Addolorato (), Cristiano Poletti (), Nader Ghazvinizadeh (), Alessandra Carnaroli (), Veronica Tinnirello (), Fabrizio Pittalis (), Mariasole Ariot (), Nicola Furri (), Gabriele Gabbia (), Franca Mancinelli (), Guido Cupani (), Laura Di Corcia (), Ambra Simeone (), Saverio Bafaro (), Luca Rizzatello (), Alessandra Cava (), Giulia Rusconi (), Andrea Lorenzoni (), Giusi Montali (), Francesco Terzago (), Francesco Maria Tipaldi (), Matteo Bianchi (), Roberta Sireno (), Bernardo Pacini (), Luca Buonaguidi (), Giuseppe Nibali ()


DUE ANTOLOGIE                                                                                     

Ottaviano Targioni Tozzetti Antologia della poesia italiana                                   
Matteo Fantuzzi (a cura di) La generazione entrante.                                             


SULLA POESIA E SULL’EDITORIA ITALIANA                                            
Sui libri di cui taccio
Serve leggere ai poeti?
Ma  scherziamo?
L’arte, l’artista e l’archetipo del doppio
Sulla crisi dell’editoria italiana
Buongiorno editori!
I giovani poeti e i concorsi di poesia
I “commenti” nei poeblog
Per i posteri e per i poster (oralità e scrittura)
Sulla poesia del Friuli Venezia Giulia
Europen Poetry Tournament (terza edizione)
Note su una poesia di Silvano Martini
Su Cristina Annino (dopo aver letto Linguaglossa)
Klaus Kinski poeta                                                                                        


SAGGISTICA (recensioni a)                                                                                       

Tiziano Salari, Essere e abitare. Da New York a Parigi
Enio Sartori, Tra bosco e non bosco
Flavio Ermini, Il  secondo bene
Marco Ercolani, Lucetta Frisa, Il muro dove volano gli uccelli
Daniele Maria Pegorari, Il fazzoletto di Desdemona                                                


SOCIETA’                                                                                         

Modernità e lotta armata
Mameli
Ricordare lo sterminio attraverso la poesia di G.Vit e D. Santoro
Per una scuola nuova: l'esempio di don Milani
Sulla volgarità italiana                                                                                   


LETTERE DAL FRONTE                                                                         

Croce e delizia
Cari tutti
Omaggio ad Alfredo de Palchi                                                                                                                                                               

INTERVISTA                                                                                              
        
Nota
Scheda bio-bibliografica

[in copertina Katherine, di Nicoletta Ceccoli]


[Nei prossimi giorni indicherò le modalità di acquisto. Grazie in anticipo]




mercoledì 6 maggio 2015

Modernità e lotta armata


La modernità si strutturò attraverso tre rivoluzioni: inglese, americana e francese. Sotto questo profilo, sono intrinseche alla modernità diveniente una teoria e una pratica della lotta armata quali soluzioni decisive di una crisi di sistema sotto il segno della discontinuità. Il fascismo, per esempio, risolve con la violenza istituzionalizzata la crisi della rappresentanza liberale dopo la prima guerra mondiale; la lotta partigiana, capovolgendone gli assunti valoriali, impone un modello liberale dove la democrazia garantisce, meglio che nel fascismo, il libero sviluppo del capitale, la libera circolazione delle merci e una migliore distribuzione del reddito, tali da rendere possibile una nuova società, che ha al centro la spinta verso l’uguaglianza dei diritti ma anche della possibilità di consumare beni. Non che il partigiano Johnny avesse questo progetto, ma involontariamente gli ha spianato la strada.

In controcanto, da Marx a Bordiga, da Lenin a Gramsci una teoria della lotta armata di stampo anti-capitalista non è mai venuta meno, indirizzata a un gruppo ben preciso della società; gruppo che, in Italia, ha occupato le fabbriche, è morto in trincea, è salito in montagna contro il nazifascismo, ha scioperato negli anni democristiani, ha preso posizione contro il terrorismo degli anni settanta, ha sostenuto il PIL pagando le tasse e che ora, disgustato della classe dirigente – specialmente nel nord-Italia, e in compagnia del ceto impiegatizio – elabora una lotta armata reazionaria, fatta augurando il naufragio ai migranti e sparando ai ladri di biciclette, ma anche desiderando l’olocausto dei politici tutti, un gran fuoco liberatorio, che rivela molto delle radici magiche che animano le loro coscienze. Dal progetto che vedeva la coscienza di classe quale condizione fondante della lotta, i soggetti rivoluzionari sono diventati figure spaventate, chiuse nei loro fortini identitari e di proprietà. Una ragione ce l’hanno: di fatto, in Italia la scollatura fra classe dirigente e cittadini operosi è chiara; una crisi che la maggioranza passiva del popolo italiano vorrebbe risolta non più in termini di nuovo ceto dirigente, come fu nel passato (autoritario nel fascismo, democratico nella Resistenza), ma in nome degli onesti contro i disonesti: una categoria impolitica, e quindi inadeguata, che però ideologicamente funziona, come ha ben capito il presidente del consiglio Renzi, che ora la cavalca con un populismo venato di autoritarismo post-ideologico. Chiaro che l’antagonismo fra onesti e disonesti non riuscirà mai a diventare frontale, ossia a incarnare la fisiologia conflittuale del moderno, perché le due categorie non sono che semplificazioni sociologiche, oltre che modi d’essere del medesimo homo economicus, che agisce per difendere la stessa coperta corta dei nemici. In questo gioco di ruoli, spesso l’onesto è tale per paura o per mancanza d’occasione. A dividerli è un margine sottile, osmotico, inadeguato a fondare un conflitto dove il tempo del guadagno dovrebbe essere sacrificato al tempo della lotta. Rimangono allora la rabbia e la frustrazione da sfogare al bar e in famiglia. Una violenza privata, fisica e verbale, che si scarica sui più deboli: figli, donne, emarginati.

Non è tuttavia pensabile nemmeno un conflitto di classe che dia un nuovo assetto al reale, sia perché “classe” è un concetto utile ma non sufficiente a comprendere la complessità socio-economica di un tessuto sociale e sia perché, semmai un ente come il proletariato fosse storicamente quantificabile, descrivibile senza ambiguità, storicamente la classe operaia non si è mai emancipata in quanto soggetto rivoluzionario, nemmeno dopo la mondializzazione del capitalismo; anzi, nel terzo mondo sta vivendo uno sfruttamento mai prima realizzato e in occidente è in gran parte omologata al sistema valoriale dominante. Per non dire degli effetti storici delle cosiddette rivoluzioni “proletarie”: non c’è Stato comunista che non abbia piegato le singolarità a un progetto dove le uniche a potersi pensare nella pienezza dell’esistenza (ma come dei privilegiati sotto assedio) sono state le gerarchie dell’apparato; a tutti gli altri è spettato il sacrificio di sé e l’obbedienza, nel nome della rivoluzione da conservare. Una teologia del valore (la rivoluzione) tiranna rispetto alle singolarità (che qui non significa individui borghesi dominati dall’avidità di possesso, bensì esistenze co-appartenenti al tessuto relazionale, enti essenzialmente sociali e dialogici). Oltretutto, nel presente italiano non c’è una progetto rivoluzionario in corso di questo tipo. C’è piuttosto un’attesa, un agire culturale per una transizione rivoluzionaria, dialetticamente convinti che, come scrive “n+1”, la rivista della sinistra internazionalista italiana, il comunismo sia un processo già in atto, un’antitesi in formazione, che darà infine vita allo scontro decisivo per la vittoria sul capitalismo. Nel frattempo, la sua preoccupazione non è organizzare la classe operaia, ma, al contrario, evitare qualsiasi “forma organizzativa finora espressa dalle società classiste” (partito, sindacato, movimento ecc.). Una preoccupazione formale, appunto, in attesa della catastrofe rivoluzionaria, basata sulla fiducia che il capitalismo la stia preparando e che al partito spetti la guida conclusiva del processo. Al momento, dunque, la lotta armata della sinistra rivoluzionaria non costituisce una forza reale in gioco per la realizzazione della discontinuità storica. Non è prevista.

E l’antagonismo anarchico? La pratica dell’attentato, del sabotaggio, della destabilizzazione permanente con attacchi mirati a obiettivi sensibili, attraversa gli ultimi due secoli, ma nei momenti del cambiamento decisivo (prima e seconda guerra mondiale, guerra di Spagna, fascismo, Resistenza) l’anarchico ha dovuto diventare partecipativo, collaborando con gli altri partiti a cacciare il vecchio per fondare il nuovo. Un nuovo, dal suo punto di vista, sempre inadeguato perché, nella modernità, agito entro il paradigma della legalità di Stato, del contratto sociale, e quindi dall’anarchico vissuto come costrittivo, a-libertario e ingiusto, come nemico da combattere.

L’interessante di questa posizione consiste nel fatto che è l’unica forma di lotta armata presente in Occidente; l’altra lotta, questa volta per l’autoconservazione, la combatte la classe dominante delle singole nazioni, con un ideologismo esasperato e con i ricatti contro la forza-lavoro. Questo significa che oggi in occidente – se si esclude il terrorismo integralista islamico, ma che ha i connotati premoderni di guerra di religione e di conflitto tribale – ci sono due forme di lotta politica, una armata contro i beni e i simboli del capitalismo (banche, grandi infrastrutture ecc.), l’altra, agita dal grande Capitale, giocata nel ricatto e nel controllo delle coscienze (vero, per esempio, che la teatralizzazione mass-mediatica dei fatti incendiari recenti, probabilmente facilitati dalle forze dell’ordine, ha catalizzato il dissenso verso i contestatori violenti anche di chi vive un disagio sociale pari al loro). E questo non è un fatto straordinario, bensì, appunto, appartiene alla fisiologia del moderno, che pensa al cambiamento come la risultante di un conflitto, dove chi vince decide le regole del gioco in nome della legalità. Ciò è vero anche per le posizioni riformiste, che spostano il conflitto fisico nello spazio simbolico del Parlamento (simbolico non sempre, come abbiamo visto soprattutto nella seconda repubblica) o con manifestazioni di piazza pacifiche, secondo il principio, moderno, del ‘contesto ma rispetto le regole comuni perché credo nella democrazia’.  

Se l’antagonismo anarchico è inefficace a rifondare il presente con un nuovo paradigma, proprio per la sua natura utopica, costantemente insoddisfatta dell’ordine costituito, il riformismo agisce su tempi lunghi, fuori dai ritmi e dai bisogni del biologico, e quindi funziona in tempo di pace (per esempio nell’età giolittiana o con De Gasperi), ma non durante la fase acuta della crisi di un sistema, dove le spinte centripete dovute ai bisogni insoddisfatti cercano un catalizzatore che le coalizzi contro il nemico tiranno (così successe quando l’ancien regime fu scardinato dalla rivoluzione del 1789 e nella Resistenza).

Entro questo scenario, di conflitto reale ma improduttivo, dove l’ideologismo spinto del Capitale sposta il nemico sui soggetti deboli (migranti, antagonisti, nomadi, emarginati) facendone dei capri espiatori da dare in pasto agli onesti (e ai disonesti, che li sfruttano in diversi modi), e il movimentismo pacifista, ecologista ecc., riconoscendo i confini entro cui gli è consentito di muoversi, non minaccia gli interessi del Capitale (al massimo lo convince a riconvertire la produzione in beni “sostenibili”), mi pare ci siano almeno due questioni da approfondire. La prima è che manca una teoria della lotta armata sganciata dai paradigmi precedenti (fascista, comunista e anarchico), una lotta che, entro le dinamiche del capitalismo avanzato, ridefinisca i soggetti in causa e i fini per i quali combattere, una teoria capace di una parola d’ordine efficace nell’immediato, in grado di chiudere temporaneamente il conflitto fra le parti, ma che riprodurrebbe le dinamiche violente e parzialmente incontrollabili delle precedenti rivoluzioni moderne.

La seconda questione, che mi interessa di più, è: se la modernità è giunta alla fine, è possibile anche pensare a una teoria del cambiamento radicale che non preveda un conflitto armato? Una teoria che ridiscuta le categorie politico-economiche e lo stesso processo storico non più in termini dialettici o di inevitabile progresso? Una teoria che adotti la complessità pluridisciplinare come elemento per ripensare il capitalismo, non più inteso come destino ineluttabile o necessario passaggio a una società senza classi? Di questo sento la mancanza oggi: di un pensiero politico e di una filosofia della storia che felicemente mi spiazzino, capaci di portarci fuori dal modello conflittuale, di portarci fuori dal moderno, insomma, dalla visione e dalla pratica della violenza progettuale quale risoluzione delle crisi politico-economiche. L’alternativa è il perdurare di un capitalismo che si erge a principio ontologico a cui si contrappone una lotta violenta ormai esangue o una resistenza pacifista, di massa ed eterogenea, lodevole nelle intenzioni e unita contro il nemico, ma in disaccordo rispetto alla progettualità politica, per l’eterogeneità socio-economica della base (vedi le divisioni interne a “Podemos”, il secondo partito spagnolo, nato dalle ceneri degli indignados). E intanto, fuori dal malato recinto occidentale, il terzo mondo preme per adottare la modernità quale riscatto dalla miseria (con il grandissimo problema delle limitate risorse disponibili) o, peggio, in area integralista, per sconfiggerla attraverso la guerra santa, che ci vorrebbe in uno stato di sudditanza totale e senza memoria, in obbedienza a un ordine metafisico custodito da sacerdoti talebani, medioevali nella concezione politica e disumani rispetto ai saperi che la contemporaneità ci ha messo a disposizione.


domenica 21 aprile 2013

Il j'accuse di Gianmario Lucini sul pasticciaccio parlamentare



Gianmario Lucini, sull'elezione del dodicesimo Presidente della Repubblica:


Io accuso
- il Partito delle Cinque Stelle per aver preteso di candidare alla carica di Presidente della Repubblica, persone che neppure lo sapevano, con una prassi consultiva inventata e fantasiosa, senza discutere con nessuno l’opportunità del metodo adottato né la pertinenza degli strumenti e la loro coerenza rispetto all’obiettivo. La democrazia è trasparenza (e non soltanto, ma anche competenza).
- il capo del suddetto P5S, sordo a qualsiasi tentativo di dialogo, in cui unico scopo è stato fare i giochini e gli sgambetti da scolaretto mentre l’Italia sta andando alla malora. La democrazia è responsabilità, non una play-station.
- ancora il suddetto, per aver con ostinazione evitato il confronto con gli altri eletti e rappresentanti del Popolo, ingiuriandoli e sbeffeggiandoli, salvo poi avere la pretesa che costoro accogliessero le sue proposte come una verità metafisica e indiscutibile perché sancita da qualche migliaio di votanti. La democrazia è rispetto per l’avversario e confronto, non è lo slogan che recita: “chi non è con me è contro di me”.
- ancora il suddetto, perché teorizza come nuovo modello di democrazia il cosiddetto web, che è di gran lunga lo strumento che offre le più scadenti garanzie di democraticità (come peraltro è stato ampiamente dimostrato in questa occasione), almeno in questa fase storica e tenuto conto del gradi di informatizzazione delgi italiani e della loro pratica nell’usare correttamente l’informatica e nel difendersi dai messaggi subliminali che essa nasconde. Le regole si cambiano trovando un accordo con l’avversario, non con i colpi di mano e neppure con la fantapolitica.
- Stefano Rodotà, che è caduto nella grossolana trappola di coloro che vogliono agire dettando regole che non sono sancite da Leggi e Costituzione (l’elezione del Capo dello Stato avviene, per legge, sulla scorta di una proposta che scaturisce da una contrattazione interna ai partiti e non da 10.000 webcogitantes che si divertono al PC). Esiste democrazia soltanto se ci sono regole condivise, non le regole di chi sbraita di più.
- La destra italiana, che non è capace di presentare di sé un volto pulito da ogni equivoco e un pensiero coerente con il bene di tutto il Paese. La democrazia è il vantaggio di tutti e non di pochi più uguali degli altri.
- la destra italiana, che ha manovrato proponendosi come forza di governo, dopo il disastro economico imputabile alla sua mancanza di iniziative e al suo altissimo grado di litigiosità interna. La democrazia è alternanza, non ammucchiata.
- La sinistra del PD per aver dato prova di una impressionante mancanza di cultura, sostituendola con il traccheggio, il tatticismo, il navigare a vista. La democrazia è limpidezza di linea e comportamenti e non una manovra per vincere a tutti i costi.
- i franchi tiratori del PD, perché hanno preferito dare ascolto alla grancassa massmediatica e non alla Costituzione che prevede prassi e passaggi non riconoscibili nel metodo, pur da altri proposto, che essi hanno appoggiato. La democrazia è coerenza, non calcolo opportunistico.
- Il Centro, perché proponendosi come ago della bilancia, in realtà invoca il cambiamento perché nulla cambi realmente. La democrazia è dire la verità, non far finta di dirla.
-         gli italiani tutti, perché si comportano come una folla e non come un popolo. La folla non è mai democratica, specialmente quando vuol marciare su Roma.
-         me stesso di pervicacia, perché ancora mi cruccio per questa democrazia da Bar Sport.

giovedì 7 marzo 2013

Ma quante cose buone, madama fascista...



Il fascismo ha fatto anche cose buone. Di sicuro, come sempre in un sistema dove gli interessi di parte sono in gioco. Tuttavia, chi sostiene questo in modo acritico, dovrebbe rispondere anche di quanto segue:

Squadrismo

E' il termine con cui si indica un fenomeno caratteristico del fascismo, consistente nella militanza all'interno di squadre d'azione fasciste fra il 1919 e il 1924. gli squadristi delle campagne distrussero, usando la violenza, le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra, leghe bracciantili e cooperative, a tutto vantaggio dei proprietari terrieri, degli affittuari e anche dei commercianti che soffrivano la concorrenza delle cooperative rosse. Gli squadristi si avvicinavano a bordo di camion aperti (generalmente i BL 18  in dotazione all'Esercito) cantando inni e mostrando le armi ed i manganelli, quindi assalivano l'avversario praticando una sistematica devastazione: venivano colpite le sedi ed i luoghi di aggregazione dei partiti (principalmente il partito socialista), le Camere del Lavoro, le sedi di cooperative e leghe rosse. Queste venivano danneggiate o, spesso, completamente devastate, le suppellettili e le pubblicazioni propagandistiche bruciate nella pubblica piazza, gli esponenti o i militanti delle fazioni avverse bastonati e costretti a bere olio di ricino. Tali azioni di norma davano luogo a scontri fisici o con bastoni, spesso però, specialmente nelle fasi più calde del conflitto, diventava frequente l'uso di armi da fuoco e persino da guerra, terminando le azioni con feriti e morti sia tra le diverse fazioni in campo che tra le forze dell'ordine.


Delitto di Spartaco Lavagnini

Fu un militante socialista, precursore della "svolta" comunista, ucciso dagli squadristi fascisti il 27 febbraio 1921.


Delitto di Don Giovanni Minzoni  

E' stato un religioso e un antifascista italiano. La sera del 23 agosto 1923,  venne ucciso con una bastonata alla nuca in un agguato teso da alcuni squadristi facenti capo a Italo Balbo.


Gran consiglio del fascismo 

Massimo organismo direttivo del Partito nazionale fascista, istituito nel 1923. In seguito allo sviluppo del regime fascista assunse un rilievo sempre maggiore, sancito dalla l. 2693/1928, con cui esso, direttamente dipendente dal capo del governo, estese le competenze anche in materia di prerogative della corona, divenendo organo di massima rilevanza costituzionale. Il suo ruolo istituzionale fu confermato dalla riforma del 1929, che stabiliva il controllo del partito da parte dello Stato; quest’ultimo imponeva al partito uno statuto proposto dal capo del governo, cui spettava anche la nomina delle cariche dirigenti. L’ultima riunione del G. (24-25 luglio 1943), con l’approvazione dell’ordine del giorno presentato da D. Grandi, segnò la caduta di Mussolini 

Delitto di Giacomo Matteotti

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò alla Camera un duro discorso contro il governo, accusandolo direttamente di essere il responsabile dei soprusi che avevano accompagnato tutto il periodo elettorale finanche il giorno delle elezioni. Un discorso che animò il Parlamento e che si concluse con una diretta e inequivocabile richiesta: “Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”.
Qualche giorno dopo, il 10 giugno 1924, l’onorevole Matteotti fu picchiato e rapito dai fascisti all’uscita della sua abitazione di Roma e poi ucciso; il suo cadavere venne ritrovato solo diverse settimane dopo. [...] Mussolini chiuse questo caotico periodo con il celeberrimo discorso tenuto alla Camera dei deputati il 3 gennaio 1925, con il quale si assunse “la responsabilità politica, morale e storica” di quanto era avvenuto in Italia negli ultimi mesi, discorso che è ritenuto dagli storici l’atto costitutivo del fascismo come regime autoritario.

Leggi "fascistissime"

 Si comincia con la legge n. 2263 del 24 dicembre 1925 che definiva le attribuzioni e le prerogative del Presidente del Consiglio dei ministri il cui nome mutava in Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato. La successiva legge n. 100 del 31 gennaio 1926, dette facoltà al potere esecutivo di emanare norme giuridiche, senza efficaci garanzie d'intervento da parte delle assemblee legislative. Pochi giorni dopo, il 31 dicembre 1925, entrò in vigore la legge sulla Stampa, la quale disponeva che i giornali potevano essere diretti, scritti e stampati solo se avevano un responsabile riconosciuto dal prefetto, quindi dal governo. Erano assolutamente vietate la diffusione e circolazione di qualsivoglia altro tipo di giornale considerato illegale. In conclusione, la legge 3 aprile 1926 proibì lo sciopero e stabilì che soltanto i sindacati "legalmente riconosciuti", quelli fascisti (ormai detenenti il monopolio della rappresentanza sindacale dopo la conclusione del Patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925 fra la Confindustria e le corporazioni fasciste) potevano stipulare contratti collettivi. In sintesi, le leggi completate ufficialmente nel 1928, stabilivano di fatto e non di diritto che:

  1. il Partito Fascista era l'unico partito ammesso;
  2. il capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al re d'Italia e non più al parlamento, la cui funzione era così ridotta a semplice luogo di riflessione e ratifica degli atti adottati dal potere esecutivo;
  3. il Gran Consiglio del fascismo, presieduto da Mussolini e composto da vari notabili del regime, era l'organo supremo del Partito Fascista e quindi, dello Stato;
  4. tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia;
  5. gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti; erano proibiti, inoltre, scioperi e serrate;
  6. le autorità di nomina governativa sostituivano le amministrazioni comunali e provinciali elettive abolite per legge;
  7. tutta la stampa doveva essere sottoposta a controllo, ed eventualmente censurata se aveva contenuti anti-nazionalistici e/o di critica verso il governo.
Va ricordato infine che, nel 1926, fu istituito il Tribunale per la sicurezza dello Stato, che aveva il compito di ammonire o di condannare le persone politicamente pericolose per l’ordine pubblico e la sicurezza del regime. Con la stessa legge che creava  la succitata istituzione, fu ripristinata la pena di morte  per chi attentava alla vita del Re o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per altri reati contro lo Stato.Il Tribunale emise 4596 condanne per reati politici. 3898 erano operai e contadini.


Delitto di Piero Gobetti

Fondò e diresse "Energie Nove", "La rivoluzione Liberale" e "Il Baretti". Fu anche il primo editore di Eugenio Montale. Mori a 25 anni, nel 1926, in seguito alle violenze fasciste.



Delitto di Giovanni Amendola:


Al programma giolittiano, che intendeva sfruttare l'illegalismo fascista in fase elettorale per decimare i deputati socialisti e popolari, Amendola contrappose più volte il programma di far entrare nella legalità il fascismo, legandone i deputati, direttamente o indirettamente, al governo. Per questo, fino a dopo la discussione parlamentare della riforma elettorale Acerbo nel luglio 1923, anche l'A. fece sempre buona accoglienza alle dichiarazioni di legalitarismo che Mussolini andava alternando all'illegalismo e alla violenza. Fu nettamente ostile alla marcia su Roma. Il delitto Matteotti lo indusse, insieme con le altre opposizioni eccettuata la comunista, a ritirarsi dalla Camera e a dar vita al cosiddetto "Aventino", del quale fu l'animatore politico. Concepì l'Aventino come sede della legalità, contrapposta al governo e alla Camera, considerati illegali; e si oppose sia ai vari tentativi, caldeggiati da repubblicani e garibaldini della "Italia Libera", di insurrezione armata, sia ad alleare l'opposizione aventiniana a quella comunista. Nell'aprile 1925 si fece iniziatore presso B. Croce, in risposta al manifesto Gentile, del manifesto degli intellettuali antifascisti, che fu pubblicato sul Mondo del 10 maggio.
Intanto l'A. subiva una seconda aggressione a Roma, in via dei Serpenti, il 5 apr. 1925, poi un'altra ancora, ben più grave, il 25 luglio, sulla strada fra Montecatini e Pistoia. Ammalatosi in seguito alle percosse, si recò a due riprese in Francia. Sempre malandato in salute, rientrò in Italia dove, ai primi di dicembre, sciolse di fatto l'Unione nazionale. Alla fine dell'anno tornò a curarsi in Francia. La morte, provocata dai postumi dell'aggressione di Montecatini, lo colse in una clinica nei pressi di Cannes il 7 apr. 1926.


Il confino

Fu lo strumento più utilizzato dal regime fascista, a partire dal 1926, per contrastare la nascita di un’opposizione politica organizzata. Fino al 1943 furono attive in Italia ben 262 colonie di confino, situate prevalentemente nel Mezzogiorno, e 13.000 circa furono i cittadini sottoposti a questa misura restrittiva, il 90% dei quali per ragioni di natura politica.


Lista unica elettorale

Con la legge 17 maggio 1928 n. 1029 ed il Testo Unico 2 settembre 1928, n. 1993, fu introdotto un nuovo sistema elettorale di tipo plebiscitario, come già allora lo si definì. La nuova legge elettorale prevedeva un Collegio unico nazionale chiamato a votare o a respingere una lista precostituita di 400 deputati, lista formata dal Gran Consiglio del Fascismo a partire da una rosa di 850 candidati proposti dalle confederazioni corporative nazionali, 200 candidati proposti da associazioni ed enti culturali ed assistenziali ed ulteriori candidati scelti dal Gran Consiglio stesso. Gli elettori potevano esprimersi con un "sì" o un "no" sul complesso della lista, esprimendo il proprio voto su schede recanti l'emblema del fascio littorio. Nel caso in cui la lista non fosse stata approvata dal corpo elettorale, era previsto che la consultazione si ripetesse con il concorso di liste concorrenti, presentate da associazioni ed organizzazioni che avessero almeno 5.000 soci elettori. La lista che avesse ottenuto il maggior numero dei voti, avrebbe avuto tutti i propri candidati eletti. Nel corso degli anni '30 anche gli ultimi residui della concezione liberaldemocratica della rappresentanza politica furono cancellati e, con la legge istitutiva della Camera dei fasci e delle corporazioni (legge 19 gennaio 1939, n. 129), l'organo legislativo cessò di essere eletto.

Guerra chimica

Con il termine guerra d'Etiopia o seconda guerra italo-etiopica (talvolta nota anche come guerra d'Abissinia o campagna d'Etiopia) ci si riferisce alla guerra condotta dal Regno d'Italia  contro lo Stato sovrano d'Etiopia, a partire dal 3 ottobre 1935. La guerra si concluse, dopo sette mesi di combattimenti caratterizzati anche dall'impiego di armi chimiche da parte italiana. La guerra finì il 9 maggio 1936


Asse Roma-Berlino.

Accordo stipulato tra Germania e Italia il 24 ottobre 1936, sanciva il primo concreto avvicinamento tra i due paesi, divisi in precedenza dalla questione austriaca e dalla collocazione rispettiva nel quadro delle potenze europee. L'Asse era stato preparato dall'appoggio diplomatico che la Germania aveva offerto all'Italia impegnata nella guerra coloniale con l'Etiopia (ottobre 1935-maggio 1936) e nella reazione alle sanzioni. Le prime conseguenze dell'accordo furono la partecipazione di Italia e Germania alla guerra civile spagnola, in appoggio alle forze franchiste, e l'adesione dell'Italia al patto anticomintern (autunno 1937). Nel maggio 1939, avvenuto l'Anschluss (Annessione dell'Austria), dopo la conferenza di Monaco e l'occupazione italiana dell'Albania, egli si decise a firmare il cosiddetto Patto d'acciaio con Hitler. Nello specifico le parti erano obbligate a fornire reciproco aiuto politico e diplomatico in caso di situazioni internazionali che mettevano a rischio i propri "interessi vitali". Questo aiuto sarebbe stato esteso al piano militare qualora si fosse scatenata una guerra; i due Paesi si impegnavano, inoltre, a consultarsi permanentemente sulle questioni internazionali e, in caso di guerra, a non firmare eventuali trattati di pace separatamente; la durata del trattato era inizialmente fissata in dieci anni.

Delitto fratelli Carlo e Nello Rosselli
Attivisti  dell'antifascismo e fondatori del partito "Giustizia e Libertà", vissero a lungo in esilio a Parigi e furono uccisi in Francia nel 1937 da formazioni locali di estrema destra, molto probabilmente su ordine proveniente dai vertici del fascismo.

Leggi razziali
Serie di decreti emanati tra il 1938 e il 1939 dove si estromettevano gli ebrei dalla scuola, dal mondo dal lavoro, dalle ordinarie relazioni civili, per la difesa della purezza della razza italiana. Durante la Repubblica Sociale Italiana, circa 7000 ebrei morirono nei campi di sterminio dopo essere stati consegnati ai nazisti dai repubblichini. (Solo il 16 ottobre 1944, a Roma, ne furono deportati a Auschwitz 1023)
  

venerdì 9 novembre 2012

A proposito dell'Inno nazionale



L'inno di Mameli è un canto ispirato al bisogno di libertà dallo straniero. Mameli infatti fu un irredentista, che collaborò con i milanesi durante la guerra contro gli austro-ungarici e fu con Garibaldi e Mazzini per liberare Roma dai francesi e dall'assolutismo di papa Pio IX.

Divenne inno nazionale provvisorio nel 1946, per volontà del ministro della guerra Cipriano Facchinetti. Tale provvisorietà è tuttora in atto, non essendo ancora inserito, nell'articolo 12 della Costituzione repubblicana, un rigo che lo confermi in via definitiva. La consuetudine, tuttavia, aveva deciso da un pezzo la sua funzione: quell'inno, musicato da Michele Novaro, già si cantava nei momenti più patriottici del Risorgimento, sino alla Resistenza ossia in circostanze di guerra o, perlomeno, di organizzazione ideologica delle coscienze in funzione unitaria. Infatti il canto, composto nel 1847, è fortemente bellicoso, così come voleva il romanticismo politico del XIX secolo.

Speravo che fossimo usciti dall'idea che la guerra fosse la linea conduttrice della nostra storia. Speravo che la vittoria fosse sulle ingiustizie sociali ed economiche, non espressione di un dominio coloniale (perché questo fu la vittoria romana sui cartaginesi) e sulla volontà di umiliare gli sconfitti (tagliare la chioma, ha questa funzione). Speravo che la lingua dell'Italia nuova fosse autenticamente umile e sincera, manzoniana al limite; non certo pomposa e retorica come quella del povero Mameli, giovane dell'aristocrazia sarda: piacerà forse perché tanto simile al politichese? Non sarà che il Risorgimento sta ancora patteggiando il potere con l'aristocrazia contemporanea,  non tanto di sangue, ma di toga (da intendersi non in senso giuridico, ma corporativo)? Probabilmente i governanti di oggi leggono "per Dio" non come un'esclamazione di un giovane entusiasta, ma quale complemento di fine: si vuole forse la guerra santa, la vittoria non tanto su un nemico terrestre, ma sul male ontologico?

Forse è il caso che, chi ha deciso l'obbligo d'insegnare l'inno a scuola, definisca meglio l'antagonista. E poi: davvero vuole che insegniamo l'integralismo religioso, il colonialismo, la retorica, l'odio verso gli sconfitti?

Non credo che la classe dirigente sia consapevole di tutto questo. Se lo fosse sarebbe diabolica; semplicemente usa la leva del sentimento patriottico perché è la via più facile per trovare l'unità nazionale, dopo che si è mostrata totalmente in difesa e dei grandi capitali finanziari e della Chiesa nostrana. Qui è davvero diabolica, ma io non gli proclamo la guerra santa. Sono un democratico pacifista e credo nella libertà di parola e nella necessità di informazione. Anche di insubordinazione, se necessario.




INNO di MAMELI


Fratelli d'Italia
L'Italia s'è desta,
Dell'elmo di Scipio
S'è cinta la testa.
Dov'è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un'unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l'ora suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l'Unione, e l'amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Dall'Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn'uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d'Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d'ogni squilla
I Vespri suonò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò.

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l'Aquila d'Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d'Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.
Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L'Italia chiamò


venerdì 15 aprile 2011

Due uomini, per fortuna


una risposta di Vittorio Arrigoni a Roberto Saviano

Questo capita quando si parla per sentito dire. Eppure la nostra vita di bianchi occidentali è tutta un sentito dire, tranne quando qualcosa ci minaccia; l'etica comincia lì, nel pericolo che ci rende soli e dunque obbligati a scegliere per salvarci. Così Saviano può avere torto, ma ciò non toglie nulla alla sua forza testimoniale, all'umanità che lo costituisce in quanto soggetto che ha scelto. E questo vale anche per Arrigoni.

Due uomini, per fortuna.

mercoledì 17 giugno 2009

io non respingo



Respingimenti, clandestino, Lampedusa, sicurezza, le parole usate per "informarci" e disegnare lo sfondo sul quale far crescere razzismo e xenofobia. Accoglienza, conoscenza, tutela, rispetto sono le parole che dovrebbero riguardare "persone vere, veri bisogni”.


L’Italia attualmente ospita circa 38 mila rifugiati, risultando il paese europeo con il minor numero (la Germania ne ha 600 mila, la Francia 150 mila e la Gran Bretagna 300 mila).
Nel 2008 hanno chiesto asilo in Italia 31.097 persone, circa la metà ha ottenuto il riconoscimento di una protezione (solo il 15 per cento è entrato dalla frontiera di Lampedusa). I maggiori Paesi di provenienza sono Somalia, Nigeria, Iraq, Afganistan, Eritrea, Costa d’Avorio.


qui alcune informazioni utili per la celebrazione del 20 giugno, giornata del Rifugiato.

martedì 27 gennaio 2009

Ricordando i Giusti


Gabriella Rabottini in "Patria indipendente" (rivista dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) del 21 gennaio 2007, ha scritto, a proposito della resistenza interna nella Germania nazista: "Già nell’autunno del 1933 l’emigrazione antinazista denunciò la presenza di 45 campi di concentramento e la deportazione di 40.000 persone. [...] Una forma di resistenza non trascurabile, ma molto dibattuta, riguarda le due confessioni cristiane tedesche da cui uscirono nobili figure di antinazisti. Una delle poche pubbliche denunce contro gli arresti, le persecuzioni arbitrarie e le uccisioni di invalidi venne dalla voce del vescovo van Galen di Muenster, uno dei vescovi invitati a Roma da Pio XI per redigere l’enciclica Mit brennender
Sorge
, nella quale si condannava il regime nazionalsocialista. Al vescovo Wurm, della regione del Wuerttemberg, dobbiamo vibranti denunce dello sterminio degli ebrei, mentre il pastore Dietrich Bonhoefer [...] prese vari contatti con la resistenza ma fu poi arrestato, internato e impiccato nel 1945 nel campo di concentramento di Flossenburg. [...] Tra il 1933 e il 1939 l’opposizione antinazista si proponeva innanzitutto di rovesciare il regime, con lo scoppio della guerra l’obiettivo più concreto divenne quello di fare uscire il Paese dal conflitto; in questo periodo registriamo più di 300 gruppi di opposizione che agivano clandestinamente attraverso la distribuzione di stampe, volantini e impedendo con atti di sabotaggio il normale funzionamento della macchina nazista.
[...] Il movimento Freies Deutschland (Germania Libera) fu costituito nell’estate del 1943
per iniziativa di emigrati politici e intellettuali in Unione Sovietica, in collaborazione con prigionieri della Wehrmacht, con l’obiettivo dell’incitamento alla ribellione per rovesciare il governo nazista. Il Comitato fu affiancato dalla lega degli ufficiali tedeschi presieduta dal generale von Seydlitz alla quale aderì anche l’ex comandante della VI armata di Stalingrado, maresciallo Paulus, cosa che ebbe una non trascurabile eco in Germania. L’attività del Comitato Freies Deutschland si avvalse della diffusione di materiale propagandistico e di trasmissioni radiofoniche. Il movimento clandestino che mantenne più continuità fu quello legato al partito comunista, che influenzò indubbiamente il più importante gruppo antinazista anteriore allo scoppio della guerra, il gruppo Schulze-Boysen-Harnack, noto anche come Rote Kapelle (Orchestra Rossa), come fu definito dalla polizia nazista. Nel 1936 l’ufficiale d’aviazione Harro Schulze-Boysen raccolse attorno sé, a Berlino, persone di diversa provenienza politica, fra
cui alcuni comunisti; nel 1939 il gruppo si fuse con quello organizzato da Arvid Harnack, funzionario del ministero dell’economia. La posizione sociale dei due principali esponenti permise al gruppo di raggiungere diversi ambienti della capitale del Reich, legando assieme intellettuali,
alti funzionari dell’amministrazione e nuclei operai, costituendo così una larga rete di contatti e di propaganda nel resto del Paese. A loro viene attribuita a diffusione del periodico landestino Innere Front (Fronte Interno). L’attività fu di propaganda e di solidarietà con i perseguitati politici e razziali, ma anche di appoggio attivo alla resistenza nei territori occupati; il gruppo riuscì a stabilire un contatto radio con l’URSS. Nel 1942 più di 60 condanne a morte chiusero la vicenda della Rote Kapelle. [...] L’organizzazione operaia guidata da Georg Lechleiter, con base a Mannheim, sede di importanti industrie belliche, diffuse la propaganda antinazista attraverso il giornale illegale Der Vorbote (Il Presagio); i suoi principali esponenti furono giustiziati il 15
settembre 1942. Uno dei gruppi più combattivi operava ad Amburgo, città di tradizione proletaria, guidato dagli operai Baestlein, Jacob e Abshagen, usciti tutti e tre dal campo di concentramento di Sachsenhausen; oltre all’attività di propaganda il gruppo tentò di costituire un apparato militare: l’organizzazione era in contatto con la Rote Kapelle e con un altro gruppo berlinese guidato da Anton Saefkow, che aveva raccolto nella sua organizzazione i superstiti del gruppo di Uhrig [altro operaio del fronte interno assassinato]. L’intero gruppo
fu annientato, i tre principali esponenti furono giustiziati il 18 settembre del 1944 mentre altre centinaia di condanne testimoniano l’estensione della rete clandestina da essi creata. Un gruppo singolare fu quello composto da giovani ebrei, che raccoglieva anche molti lavoratori delle
fabbriche Siemens, guidato dal costruttore Herbert Baum; nel 1942 organizzò addirittura un attentato appiccando il fuoco a un padiglione di propaganda antisovietica: il gruppo fu distrutto, Baum morì sotto tortura e altri 22 componenti furono giustiziati. Una pagina a parte meritano i giovani del gruppo della Rosa Bianca, “Die weisse Rose” di Monaco, riuniti attorno alla figura del prof. Kurt Huber. Spinti più che da convinzioni politiche da uno sdegno profondo di fronte al nazismo e alle sue colpe nei confronti dei tedeschi e del mondo intero, agirono creando e distribuendo volantini in molte città della Germania, in cui incoraggiavano la popolazione a ribellarsi attraverso la resistenza civile [...] Il gruppo era in contatto con Falk Harnack, fratello di Arvid, e con il pastore Bonhoefer per la creazione di un coordinamento dei vari gruppi resistenziali. [...] La Rosa Bianca terminò tragicamente la sua storia. Il 22 febbraio 1943 i fratelli Hans (24 anni) e Sophie (21 anni) Scholl vennero decapitati insieme al compagno Cristoph Probst (23 anni) e qualche mese dopo la stessa sorte toccò al prof. Huber e ad altri studenti dello stesso
gruppo. Dopo la condanna a morte dei fratelli Scholl fu emanato un provvedimento per cui i parenti dei condannati dovevano essere arrestati e condotti in campo di concentramento. La rete cospirativa più vasta fu quella legata al complotto del 20 luglio 1944, nella quale confluirono uomini della Wehrmacht, esponenti confessionali, conservatori, socialdemocratici, civili e nobili, come quelli legati al circolo di Kreisau, nato intorno alla figura del conte Helmut von Moltke. Fra gli esponenti più in vista dell’organizzazione troviamo Ludwig Beck, ex capo
di stato maggiore dell’esercito, il conservatore Karl Goerdeler, ex borgomastro di Lipsia, che nei piani dei cospiratori sarebbe divenuto il futuro cancelliere del Paese, e il colonnello von Stauffenberg, che eseguì personalmente l’attentato al Führer depositando una bomba nella sala riunioni del suo quartier generale. L’attentato fallì e Hitler sopravvisse. Stauffenberg fu fucilato insieme ad altri suoi complici, Beck si suicidò e la dittatura e il terrorismo conobbero un ulteriore inasprimento: le vittime della sanguinosa repressione ammontarono a qualche migliaio (persino il più popolare condottiero dell’esercito nazista, il maresciallo Rommel, fu costretto al suicidio). Fra i singoli che esercitarono un’opposizione al regime nazifascista ricordiamo il falegname Georg Elser, che nel novembre del 1939 cercò di realizzare un attentato contro Hitler con lo scopo di fermare la guerra ed affermare la pace in Europa; fu fucilato a Dachau pochi giorni prima della fine della guerra, il 9 aprile 1945. Un episodio poco noto relativo alla resistenza civile è quello delle donne della Rosenstrasse: nel febbraio del 1943 i nazisti catturarono a Berlino circa 1.700 ebrei, molti dei quali erano sposati con donne tedesche, e li rinchiusero in un edificio situato appunto sulla Rosenstrasse; le mogli e le figlie di questi uomini protestarono giorno e notte, nel rigido inverno berlinese, di fronte all’edificio finché dopo una settimana i prigionieri furono rilasciati. Questi sono solo alcuni dei gruppi di opposizione al nazionalsocialismo
in Germania. Non ci è dato sapere con precisione quanti furono gli oppositori al regime nazionalsocialista che perirono o furono condannati; sappiamo che i tedeschi imprigionati e deportati sono stati non meno di un milione, qualcuno parla di 800.000 oppositori morti".

giovedì 8 gennaio 2009

"Abbiamo colpito Hamas"?


Hamas (acronimo di Darakat al-Muqāwwama al-Islāmiyya "Movimento di Resistenza Islamico"), si installò nella Striscia di Gaza nel giugno del 2007 sconfiggendo al-Fath, il partito del presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (costituita nel 1994, quale mediazione fra gli interessi dell'OLP e di Israele).

La Striscia di Gaza è una piccola regione costiera, lunga 40 km e larga 10 km, densamente popolata: circa 1.400.000 abitanti di etnia arabo palestinese. Israele l'ha occupata nel giugno 1967 durante la guerra dei sei giorni. L'occupazione militare è durata fino al 1994. Tuttavia, secondo gli accordi di Oslo, Israele mantiene il controllo dello spazio aereo, le acque territoriali, l'accesso off-shore marittimo, l'anagrafe della popolazione, l'ingresso degli stranieri, le importazioni e le esportazioni, nonché il sistema fiscale. Una barriera di metallo costruita dagli Israeliani divide Israele dalla striscia di Gaza; inoltre vi è una zona tampone di altri 300 metri dalla parte della Striscia sempre controllata dall’esercito israeliano. Da giugno 2007 tutti i valichi sono chiusi. Ciò ha condizionato il flusso di scorte alimentari, medicinali e altri necessità come il carburante, materiali di costruzione e materie prime per i vari settori economici. Ci sono inoltre state severe restrizioni della circolazione delle persone ed in conseguenza di questa paralisi almeno il 73 % delle famiglie nella striscia di Gaza vive sotto il limite di povertà e la disoccupazione è al 55%, ulteriormente aggravata dal fatto che il governo di Hamas non ha potuto neanche più pagare gli stipendi agli impiegati pubblici. Da quando infatti Hamas ha vinto le elezioni ed è andato al governo sono stati congelati gli aiuti umanitari internazionali e Israele si è rifiutato di continuare a versare all’Autorità palestinese i proventi delle tasse riscosse per conto dell’autorità stessa.


In seguito a queste condizioni esistenziali proibitive, iniziò una nuova fase del conflitto tra Hamas ed Israele. Da parte palestinese, coni tiri di mortaio e il lancio di razzi Qassam (azionati da una miscela solida di zucchero e una di fertilizzante ampiamente disponibile: il nitrato di potassio. La testata è piena di tritolo e di un altro comune fertilizzante, il nitrato di urea) contro installazioni e città israeliane; da parte israeliana, con l'embargo, missioni di guerra e cosiddetti assassinii mirati contro esponenti palestinesi giudicati particolarmente pericolosi per la sua sicurezza.


Il primo marzo 2008, l'esercito dello Stato di Israele, con l'operazione inverno caldo, invase direttamente l'area con forze blindate ed aeree. Morti accertati: 112 palestinesi e 3 israeliani; feriti: più di 150 palestinesi e 7 israeliani.


Nell'ambito di una tregua di sei mesi, mediata nel giugno 2008 dall'Egitto, Hamas accettò di porre fine al lancio dei razzi in cambio di un alleggerimento del blocco da parte di Israele. La tregua è terminata il 19 dicembre, con la ripresa di lanci di missili da parte di Hamas. che, secondo la stessa Hamas, sarebbero stati realizzati in risposta al continuo blocco della Striscia di Gaza (scrive Asianews il 10 dicembre 2008: «Il Consiglio Onu per i diritti umani ha domandato a Israele di compiere passi per togliere il blocco di Gaza e liberare molti palestinesi detenuti. Lo speciale rapporteur Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi, Richard Falk, ha definito ieri la politica israeliana verso la popolazione araba molto simile a un “crimine contro l’umanità”».


Il 27 dicembre 2008, i vertici politici israeliani hanno lanciato l'operazione piombo fuso contro la Striscia. I raid d'Israele hanno finora ucciso più di 600 persone, (civili, miliziani di Hamas e, per errore, propri soldati), mentre i razzi Quassam hanno fatto 50 feriti e inflitto alcune perdite alla parte israeliana.

In molti si chiedono: ma davvero, come riferisce Israele, questa invasione ha indebolito Hamas?





chiudo con una poesia inedita di Giulio Stocchi



I miei occhi si consumano per tanto lacrimare
Sotto le verga del suo furore
Ritta Livni La Macellaia Santa
Abita in mezzo alle nazioni non trova riposo
E m’ha circondato d’un muro perché non esca
Levatevi gridate di notte spandete come acqua il vostro cuore
E vecchi giacciono e fanciulli per terra nelle vie sotto la verga del suo furore


Fonti:

I Lamentazioni, 2, 11
S Lamentazioni, 3, 1
R Giulio Stocchi
A Lamentazioni, 1, 3
E Lamentazioni, 7, 3
L Lamentazioni, 2, 19
E Lamentazioni, 2, 21, 3, 1

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ps. consiglio di seguire questo sito http://www.dagaza.org/ di Stefano Savona, che documenta in presa diretta (o quasi) quanto accade a Gaza.

mercoledì 24 dicembre 2008

Zaher Rezai


Zaher Rezai era un bambino-saldatore afgano, fuggito da casa per salvarsi, e morto, invece, il 10 dicembre a Mestre, schiacciato involontariamente dal Tir al quale si era legato nel sottopancia. La storia è stata ripresa da molti giornali e siti web. Il suo bagaglio stava in un sacchetto trasparente, con dentro quattro animali giocattolo (un uccellino, un leone, una giraffa e un'alce), il foglio di espulsione dalla Grecia, una scheda telefonica e un taccuino scritto in persiano antico. Semianalfabeta, Zaher Rezai aveva imparato a memoria, e poi trascritti sul suo taccuino, dei versi antichi, che lo rassicuravano nei momenti di paura. Questi:


Foglio 9

Tu porti il profumo delle gemme che sbocciano,
sei come un fiore di primavera

Mi faccio per te inebriato e felice
quando vieni a cercarmi

È dolce il tuo affetto
amo parlare con te



Foglio 8

e anche quando mi togli la parola
il tuo pentirti è bello

Tu sei un amico incantevole
sei una seta di passione e bellezza

Ora vediamo fino a quando
t’accorderai col cuore mio


Foglio 11

Questo corpo così assetato e stanco
forse non arriverà fino all’acqua del mare.

Non so ancora quale sogno mi riserverà il destino,
ma promettimi, Dio,
che non lascerai finisca la primavera.

Oh mio caro, che dolore riserva l’attimo dell’attesa
ma promettimi, Dio, che non lascerai finisca la primavera.


Foglio 13

Tanto ho navigato, notte e giorno, sulla barca del tuo amore
che o riuscirò in fine ad amarti o morirò annegato.

Giardiniere, apri la porta del giardino; io non sono un ladro di fiori,
io stesso mi son fatto rosa, non vado in cerca di un fiore qualsiasi


BUON NATALE

domenica 24 agosto 2008

Lettera aperta di Padre Zanotelli



Napoli 12 luglio 2008


Carissimi,
è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli, dal Rione Sanità nel cuore di quest'estate infuocata. La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità.
Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12: "Solo falsità l'uno all'altro si dicono: bocche piene di menzogna, tutti a nascondere ciò che tramano in cuore. Come rettili strisciano, e i più vili emergono, è al colmo la feccia".
Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli, non avrei mai pensato che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho, alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori. Sono convinto che Napoli è solo la punta dell'iceberg di un problema che ci sommerge tutti.
Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani vivessero come viviamo noi ricchi (l'11% del mondo consuma l'88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti.

I poveri di Korogocho, che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a riciclare tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma soprattutto a vivere con sobrietà.
È stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent'anni a sversatoio nazionale dei rifiuti tossici.
Infatti, esponenti della camorra in combutta con logge massoniche coperte e politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna di Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania. Questo perché diventava sempre più difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia.
Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte di Italia carichi di rifiuti tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte (Acerra-Nola-Marigliano), nelle Terre dei fuochi (Nord di Napoli) e nelle campagne del Casertano.
Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi, in particolare i neonati, con diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni, leucemie...
Il documentario Biutiful Cauntri esprime bene quanto vi racconto.
A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai potentati economici-finanziari. Infatti questa regione è stata gestita dal 1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti, scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti.

È sempre più chiaro, per me, l'intreccio fra politica, potentati economici-finanziari, camorra, logge massoniche coperte e servizi segreti!
In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non hanno proprio nulla: sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica che non si possono né incenerire (la Campania è già un disastro ecologico!) né seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re".
E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro. Noi, senza fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte.
Il nostro non è un disastro ecologico - lo dico con rabbia - ma un crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi finanziari.
Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due ordinanze: una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano nell'inceneritore di Acerra, l'altra che permetteva di dare il Cip 6 (la bolletta che paghiamo all'Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori della Campania che "trasformano la merda in oro- come dice Guido Viale - Quanto più merda, tanto più oro!".

Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n.90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farli funzionare. Da solo l'inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all'anno!
È chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente (al 70%), non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori. È da 14 anni che non c'è volontà politica di fare la raccolta differenziata.
Non sono i napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione. Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti. "Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale - così afferma un recente Appello ai Parlamentari Campani.

Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato "pericoloso" qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore. La polizia giudiziaria e la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d'Italia e i nuovi tribunali speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare, come altrove accade, i diritti dei campani".
Davanti a tutto questo, ho diritto ad indignarmi. Per me è una questione etica e morale. Ci devo essere come prete, come missionario. Se lotto contro l'aborto e l'eutanasia, devo esserci nella lotta su tutto questo che costituisce una grande minaccia alla salute dei cittadini campani. Il decreto Berlusconi straccia il diritto alla salute dei cittadini Campani.
Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all'inceneritore di Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi, organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente. Eravamo pochi, forse un centinaio di persone. (La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell'ordine, è terrorizzata e ha paura di scendere in campo).
Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo. Abbiamo distribuito alla stampa i volantini: "Lutto cittadino. La democrazia è morta ad Acerra. Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso." Nella conferenza stampa (non ci è stato permesso parteciparvi!) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha "subito" per costruire l'inceneritore ad Acerra! (Ricordo che la Fibe è sotto processo oggi!).

Uno schiaffo ai giudici! Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l'ordinanza con la Fibe perché finisse i lavori! Poi ha annunciato che avrebbe scelto con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera, a gestire i rifiuti. Quella italiana sarà quasi certamente la A2A (la multiservizi di Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell'acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti , si papperà anche l'acqua di Napoli. Che vergogna!
È la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l'economia di shock!
Lì dove c'è emergenza grave viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!).

E per farci digerire questa pillola amara, O' Sistema ci invierà un migliaio di volontari per aiutare gli imbecilli dei napoletani a fare la raccolta differenziata, un migliaio di alpini per sostenere l'operazione e trecento psicologi per oliare questa operazione!! Ma a che punto siamo arrivati in questo paese!?! Mi indigno profondamente! E proclamo la mia solidarietà a questo popolo massacrato! "Padre Alex e i suoi fratelli" era scritto in una fotografia apparsa su Tempi (inserto di La Repubblica). Sì, sono fiero di essere a Napoli in questo momento così tragico con i miei fratelli (e sorelle) di Savignano Irpino, espropriati del loro terreno seminato a novembre, con i miei fratelli di Chiaiano, costretti ad accedere nelle proprie abitazioni con un pass perchè sotto sorveglianza militare.
Per questo, con i comitati come Allarme rifiuti tossici, con le reti come Lilliput e con tanti gruppi, continueremo a resistere in Campania. Non ci arrenderemo. Vi chiedo di condividere questa rabbia, questa collera contro un Sistema economico-finanziario che ammazza e uccide non solo i poveri del Sud del mondo, ma anche i poveri nel cuore dell'Impero. Trovo conforto nelle parole del grande resistente contro Hitler, il pastore luterano danese, Kaj Munk ucciso dai nazisti nel 1944. "Qual è dunque il compito del predicatore oggi? Dovrei rispondere: fede, speranza e carità. Sembra una bella risposta. Ma vorrei dire piuttosto: coraggio.
Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l'intera verità... Il nostro compito oggi è la temerarietà perché ciò di cui come Chiesa manchiamo non è certamente né di psicologia né di letteratura. Quello che a noi manca è una santa collera".
Davanti alla menzogna che furoreggia in questa regione campana, non ci resta che una santa collera. Una collera che vorrei vedere nei miei concittadini, ma anche nella mia chiesa. "I simboli della chiesa cristiana sono sempre stati il leone, l'agnello, la colomba e il pesce-diceva sempre Kaj Munk-Ma mai il camaleonte".
Vi scrivo questo al ritorno della manifestazione tenutasi nelle strade di Chiaiano, contro l'occupazione militare della cava. Invece di aspettare il giudizio dei tecnici sull'idoneità della cava, Bertolaso ha inviato l'esercito per occuparla. La gente di Chiaiano si sente raggirata, abbandonata e tradita.
Non abbandonateci.
È questione di vita o di morte per tutti. È con tanta rabbia che ve lo scrivo. Resistiamo!

Alex Zanotelli