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martedì 18 dicembre 2018

Rosa Salvia su Beppe Salvia



Per le Edizioni Via Del Vento, nella preziosa collana di testi inediti e rari del Novecento a cura dell’editore Fabrizio Zollo, fresco di stampa è il volumetto n. 83 I pescatori di perle. Raccoglie un racconto già edito e due prose inedite di Beppe Salvia che ci consentono di conoscere ulteriormente il poeta lucano pian piano scoperto ed apprezzato solo dopo la morte.

Desidero proporre una mia nota di lettura prima di trascrivere la riflessione critica di Pasquale Di Palmo, profondo conoscitore della poesia di Beppe Salvia di cui si è occupato ampiamente anche in passato pubblicando con le Edizioni Il Ponte del Sale l’antologia “I begli occhi del ladro”.
Il racconto I pescatori di perle si apre con queste luminose parole: “I pescatori di perle di Porto Haye sono i più felici uomini al mondo. […] In primavera tutta la costa festeggia il raccolto delle perle. E le ragazze, piccole ma belle e chiare di pelle, sposano i ragazzi […]”.
Al contrario, i personaggi che seguono, primo fra tutti il napoletano Daniele, accennati, con pochi, rapidi tocchi e con eccentriche connotazioni realistiche, sono accomunati dal segno di una incompiutezza palese o nascosta, straniti nel mondo, malinconici o apatici. Ma al di là di questo voluto ‘chiaroscuro’, conta l’atmosfera, contano gli ambienti e la ‘fabula’, la stessa vicenda narrata, nel cui tessuto spiccano frammenti descrittivi di un iperrealismo allucinatorio, onirico. Salvia decostruisce la realtà, la notomizza, affonda nell’inconscio. Egli è consapevole di scavare nel profondo, e allo stesso tempo conserva una purezza ingenua. La sua esperienza estetica e la sua creatività lo spingono a restare all’oscuro, quasi in un cono d’ombra fra l’amore per la natura e la bellezza e la paura e il timore della morte che aleggiano negli uomini e nell’aria. “Così dunque s’annuncia la tempesta nei lembi scrupolosi d’una giacca appesa ad una seggiola in cabina, e nel vestito grigio di Destri, e nell’occhiale. Allora come un fosco silenzio prenatale cova e ribolle nelle viscere, geme e s’infuoca verso orizzonte. Il più lieto degli dei s’è assentato. E credo ci sia sempre qualcun altro nell’istante della morte estrema a spogliarci della nostra propria vita. Daniele non ha pace, va e torna e scende e sale, ma è così ed è un fatto. Ma è così e questo è stato fatto”.

Il giovane scrittore costruisce infiniti specchi nei quali raddoppia la sua immagine e vi si lascia fluire anche attraverso le due figure femminili, diverse nel nome (la bellissima moglie Ester che lo accompagna nel viaggio a Berlino e l’amica Bella nel racconto Inverno) ma fugaci e aleatorie nel mondo e nel modo nei quali pure Salvia è costretto a vivere.
“Dispensatore di perle”, come Pasquale Di Palmo lo definisce, Salvia sfugge all’omologazione, al conformismo, alla norma, al pensiero incastrato in abitudini, attraverso la scrittura misteriosa e necessaria che gli consente di comunicare con sé stesso e agli altri e ‘a nessuno’ la sua ribellione e la sua passione.
L’uomo Beppe si eleva, allo stesso tempo, differenziandosi, e trova la sua raison du coeur: esiste solo in quanto differenziandosi.
Appare al contempo un metafisico del cuore e del quotidiano.
Succede così che i virtuosismi e le preziosità della lingua servano a velare, con la dignità di una mediazione coltissima, le pulsioni più oscure e le situazioni più crude.
Nel racconto Berlino, vagamente autobiografico, lacerti del quotidiano, oggetti usuali riprodotti con maniacale precisione, acquisiscono, disancorati da riconoscibili coordinate spazio-temporali, significati tra il sempre uguale e il nuovo che appare e scompare. La profonda intimità del regard familier (Ester incinta, i soldi che mancano) si piega alla pochezza, del reale, ci conduce fin dentro l’indifferenza di una Berlino fredda e inospitale. “E a Berlino ci arrivammo in ottobre, faceva già molto freddo. E il primo dei nostri rifugi fu una cabina telefonica, in una strada buia di periferia. Là facemmo l’amore e un topo nel frattempo rosicchiò un angolo dello zaino. Lo rattoppammo in un caffè, dove passammo quasi un’intera notte …”; “Ester non si alzò dal letto per tutta la giornata, e anche per altri tre quattro giorni. Di giorno spostavamo il letto accanto alla finestra e lei guardava fuori per ore. Berlino l’immalinconiva. La notte mettevamo il letto contro la parete della porta, perché là dentro passavano i tubi del riscaldamento.”
Si proietta all’occhio una realtà tediosa e desertica. La voglia di dire sì alla vita urge, ma, allo stesso tempo, la stanchezza e la sfiducia le fanno da resistenze impietose: si crea allora, come anche nel racconto Inverno (nella raccolta poetica Cieli Celesti sono i bellissimi versi “Inverno dello scrivere nemico”, come precisa lo stesso Di Palmo), un susseguirsi incalzante di immagini ad un ritmo a corrente alternata in una sorta di specchio contro specchio a moltiplicare all’infinito.
In Inverno, ciò che fa da sfondo è il rigido dicembre prossimo alla malinconica fine d’anno del borgo natio in cui “la neve intorno, assenza d’ogni cosa, era incantata lavagna”.
Qui da ragazzo Salvia viveva i suoi giorni più belli, “non i felici tra i giorni ma le perenni ore del cuore”.

Il cuore assume allora forma di pendolo, oscillante nella dialettica fra il corpus femminile (la voluttuosa e fuggitiva Bella con la quale “Rimanevamo uniti sotto il cielo. E sulla terra provvedevamo a sognare il mondo che non torna agli uomini.”) e la mens maschile che prova a districarsi fra memoria, sogno e riflessione, attingendo ora a un più severo piano di negazione dell’io, ora a un amoroso e crudo faccia a faccia con la vita e con i suoi confini. “Ma noi prossimi al desiderio noi amanti sconosciuti l’uno all’altro dovevamo essere l’animale e il dio, passare le sbarre, crescere in noi la sapienza, la vergine forza che ogni volta genera in un mondo vuoto la vita.”

                    
   Dalla Prefazione di Pasquale Di Palmo a Il dispensatore di perle

I pescatori di perle è sicuramente la prosa più risolta ed elegante. Venne composta nel 1984, apparve postuma nel n. 36 di ottobre-dicembre 1990 della rivista «Nuovi Argomenti» e successivamente fu inserita nell’antologia, curata dal sottoscritto, I begli
occhi del ladro (Il Ponte del Sale, 2004). Il frammento Berlino e Inverno risalgono al 1981 e risultano inediti; Inverno è il rimaneggiamento di un testo allestito qualche anno prima e successivamente perduto, sorta di reminiscenza infantile sulla sua città
natale. Per la nostra edizione ci siamo basati suidocumenti messici cortesemente a disposizione dal fratello, il pittore Rocco Salvia: si tratta di copie di manoscritti e dattiloscritti che presentano qua e là alcune lacune o parole di difficile decifrazione.
Questo trittico ci permette di rendere omaggio, ad oltre trent’anni dalla scomparsa, ad un autore che seppe districarsi con estrema raffinatezza tra poesia e prosa. Il suo stile ha una compostezza di taglio classico, corroborata dal frequente ricorso ad arcaismi e termini aulici. Vengono in mente, a tratti i modelli delle Operette morali di Leopardi, non a caso citato nei Pescatori di perle, e di Landolfi, a cui Salvia dedicò una breve prosa, intitolata La cappella Landolfi a Pico, emblematicamente apparsa nello stesso numero di «Prato Pagano» in cui figura anche il racconto Un uomo buono le sue dolci colpe. Qui abbondano le descrizioni della provincia meridionale che ricorrono anche, con intenti palesemente dissacratori, nell’opera dell’autore di Rien va. Ci sono inoltre parecchie analogie con le tematiche presenti nei testi poetici, a cominciare da Inverno che non può non far pensare alla lirica e alla prosa eponime proposte in Cuore (cieli celesti) o all’Inverno dello scrivere nemico, come si intitola la sezione iniziale della stessa raccolta, quasi ad evidenziare una dimensione spirituale che rimanda all’explicit della sua lirica più famosa: «Sembra d’aver / qui nella casa un’altra casa, d’ombra, / e nella vita un’altra vita, eterna».

venerdì 15 maggio 2015

Compagno poeta (Giulio Stocchi)


In Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita  Felice, 2009), scrivevo: “Un libro poco noto, ma che riflette il malessere protrattosi fino alla metà degli anni Settanta in seguito alla linea di lotta inaugurata dai militanti-scrittori del PCI, è Compagno poeta (Einaudi, 1980), di Giulio Stocchi. L’autore trovò il suo pubblico in fabbrica, alle assemblee degli operai, intervenendovi da cantore della rivoluzione imminente, come un Majakovskij lombardo che avvertisse l’urgenza d’essere presente là dove la storia accade. Fuori dalla consueta retorica di programma, egli mostra lo smarrimento di chi avverte sulla propria pelle il disagio dell’intellettuale moderno, consapevole di essere solo davanti a un gruppo compatto di uomini, estranei alla scrittura e che non conoscono «i dubbi, le difficoltà, i ripensamenti» che hanno travagliato l'organizzazione dei versi”.

Giulio invia ora ad alcuni amici questa pagina del libro, che pubblico volentieri su Blanc.


Ogni volta che torna aprile

Ogni volta che torna aprile, e Milano si mette al bello, col vento che pare stringerla in vita per portarsela via, è sempre la stessa rabbia di quei giorni che mi prende alla gola.
Entravano in piazza. Gli striscioni ormai li avevano arrotolati. Per tutto il pomeriggio, davanti al Comune, avevano gridato che la casa è un diritto. Ma adesso non sapevano nulla che non fosse il vento, l'aria tersa del tramonto, e quel profumo che stordiva. Poi i colpi. Uno, due, brevi, secchi. Per Claudio Varalli, la primavera finiva così, a sedici anni. Col viso solo un po' stupito. I fascisti erano già scappati. Verso la Questura.
Il giorno dopo c'eravamo tutti. Scendevamo per corso di Porta Vittoria, in un silenzio strano. Di tanto in tanto, una voce: "Almirante", e il corteo dietro, per quanto era lungo, "Assassino", rispondeva. Sapevamo dove andare. Per anni, da via Mancini, dov'è la sede dell'Msi, erano usciti con catene, con coltelli, con pistole. Sapevamo anche che non ci avrebbero fatto arrivare fin là. Ma eravamo in tanti. E la fotografia di quel ragazzo sull'asfalto era negli occhi di tutti. Di cordone in cordone, poi, rimbalzava una notizia. Si diceva che ne avessero ammazzato un altro, a Torino. Uno di Lotta continua. Tonino Micciché.
E così continuavamo ad andare. Molti col fazzoletto sul viso. Altri coi tascapane gonfi di sassi. Ma tutti con quella decisione dura che sentivi anche da come ti si stringeva al braccio il compagno accanto. Non si vedeva un poliziotto.
Poi, d'improvviso, dove il corso si slarga in una piazza, quando già eravamo entrati per metà, e gli altri premevano dietro, le sirene, e una gran nuvola di fumo. C'è appena il tempo di chiedersi che cosa stia succedendo, che da tutto quel disastro, come impazziti, sbucano i camion dei carabinieri. Salgono sul marciapiede. Puntano diritto sulla gente.
I sassi, ormai, non servivano più.
Dopo un lungo giro per evitare i posti di blocco, salgo su un autobus. In un angolo, e questo non lo dimentico più, c'era un compagno, appoggiato al finestrino. E' Tumminelli. E' grande e grosso, Tumminelli. E così, davanti a tutti, piange. Mi dice di Giannino, di come l'abbiano massacrato le ruote, che lui era là, che non gli si riconosceva nemmeno più la faccia, e pensa che solo ieri al baretto scherzavamo insieme, e tutti gli volevano bene, non era giusto morire così, perché era tanto buono, Giannino, sì, Giannino Zibecchi.
La zona era ancora piena di fumo. A terra, una maglietta. Insanguinata. I compagni arrivavano ad uno ad uno, fin contro quel quadrato di scudi, di elmi, di fucili. Buttavano un fiore. In silenzio, come una promessa cupa. E se ne andavano. Intorno, i carabinieri si indicavano il luogo dello scempio. Ridevano.
C'eravamo divisi in due gruppi. Uno a far presidio sull'angolo di Giannino, in XXII Marzo, e noi sotto i portici di piazza Cavour, vicino a Claudio. La sera prima, tornando a casa, la radio aveva aggiunto un altro nome all'elenco. Rodolfo Boschi, a Firenze. Davamo via dei volantini. Oh certo, la gente li prendeva. Un'occhiata distratta, e andava al cinema. Come se non fosse successo niente.
Passa Toscano (1), con quella sua aria leggermente ironica e la giacca di sempre buttata sulle spalle, e mi fa: "Come va il poema, Giulio?" Ecco, penso che questa sia stata la molla. Quelle parole. O meglio, per come stridevano, quelle parole, con tutto ciò che mi stava intorno: i visi stravolti di stanchezza, le voci arrochite, le mani che avrebbero voluto strappare in pezzi anche la notte, e quei volantini, quei volantini che non riuscivano neppure a sfiorare le labbra dell'indifferenza.
Il poema... Già, mi conoscevano come il poeta, i compagni. Me lo dicevano così, tra lo scherzo e l'affetto. Ognuno era al corrente del mio piccolo segreto. Del mio vizio. Il poema... E rivedevo la mia stanza, tutte quelle notti dalla gola bruciata dal fumo, il ticchettio della macchina da scrivere, la felicità del mattino dopo, le pagine che negli anni avevano fatto mucchio. E solo Carole, la mia compagna d'allora, e pochi amici, qualche volta, seduti in cerchio ad ascoltarlo, il poema.
Perché avevo paura di mettermi in gioco, di espormi forse a un rifiuto, di andare dai compagni e dire: "Ecco, io sono qui, questa è la mia vita, il mio modo di lottare e di esservi accanto. Giudicateli voi". E invece no: tenevo tutto per me. Era il mio rifugio il poema. La tana che m'ero scavato, l'orgoglio di sentirmi diverso. Io, il poeta.
E mentre tutto questo, in un lampo, m'attraversava la mente, "Bene, - rispondo. - Va bene il poema". E poi, senza pensarci: "Una volta o l'altra ci si vede, così ne parliamo".
Il giorno dei funerali di Giannino, i Navigli brulicavano di gente, di bandiere, di striscioni. E tanti fiori. Li portavano, davanti a tutti, delle compagne. Giovanissime. Un canto sommesso rompeva appena lo scalpiccio dei passi. Era una giornata meravigliosa. Troppo, per dirsi addio. E ognuno quel contrasto l'avvertiva con un dolore sordo che cresceva dentro e saliva fino alle labbra. In un grido. Era come un'onda. Percorreva tutta quella fiumana, si spezzava d'improvviso, lo risentivi lontano, quasi venisse da un altro mondo, tornava ingrossandosi, t'afferrava di nuovo, ed eri lì a ripeterlo con tutta la vita che urlava, "Ora e sempre resistenza".
Voleva dire tante cose quel grido. Era un ponte gettato alla città. "Guardateci, - voleva dire, - guardateci bene in faccia. Vedete? Siamo noi, gli estremisti. No, non voltate la testa, - voleva dire, - guardatele quelle ragazzine dei fiori, quei visi chiari, guardate cosa c'è dentro quegli occhi. Eccoli, i teppisti, i provocatori, i delinquenti". "Ma non capite, - voleva dire, - non capite che non c'è niente da far luce? Che questi morti sono una catena che viene giù da Piazza Fontana? E da prima, da Avola, da Battipaglia? E da prima ancora, da Melissa, da Portella della Ginestra? E che tutto questo ha un nome?" "Scuotetevi dal torpore", voleva dire. Ma anche, voleva dire, che stessero bene in guardia quelli dei palazzi, delle croci, del saccheggio, e i loro sicari d'ogni specie, perché non sarebbero riusciti ad ammazzarci tutti; e che noi, i teppisti, i provocatori, i delinquenti, contro tutta quella morte avremmo sempre fatto muro.
Questo voleva dire. E la bara navigava per la sua città, sollevata fino al cielo da quella disperazione di pugni chiusi. Scendeva di strada in strada verso il Duomo, si fermava per un attimo ai crocicchi, riprendeva ondeggiando sui viali, attraversava i quartieri dei panni di ringhiera e quelli eleganti degli uffici. Milano le parlava, come parla una città. Si chinava a carezzarla coi rami dei tigli, si scuoteva dalle pietre dei selciati, abbassava gli occhi di pietà con le serrande dei negozi. Prometteva di non dimenticare. Poi tratteneva il respiro. E si tornava a udire solo il fruscio del vento, lo scalpiccio dei passi. E quel grido.
Ma non era solo il corpo straziato di Giannino che vedevo passare per le strade. In quei ragazzi che camminavano perdutamente stretti, nei loro occhi segnati d'ombra, e nella sfida tuttavia variopinta dei vestiti, era come se mi sfilassero davanti i sogni, la fantasia, l'amore, le speranze di quegli anni. Erano le sere attorno a una chitarra, le discussioni febbrili, le assemblee piene di fumo, le vigilie di manifestazione, i letti felici, la scommessa dei corpi abbracciati, le cene messe su con niente, lo scavo ansioso del futuro, la voglia di capire, il bisogno di trovare finalmente un confine al grigio, la ricchezza nuda delle nostre mani. Tutto questo vedevo passare in corteo. Ed era tutto ciò di cui s'era nutrita la mia poesia in quegli anni.
Allora capivo perché la domanda di Toscano m'avesse tanto colpito, lasciandomi con un turbine di pensieri e risvegliando un'eco strana, un bisogno nuovo di dire. "Come va il poema, Giulio?", sussurrato nel clima spettrale di piazza Cavour, e così apparentemente fuori luogo, significava solo quello che stavo vedendo in quel momento, mi indicava semplicemente dov'era e in che direzione dovesse andare la mia poesia. Era come quando uno squarcio di luce ti mostra due cose che sono sempre state vicine: tu in fondo lo sapevi, eppure ci voleva quel lampo per riconoscerle.
Anche quel grido tornava a parlare, e questa volta solo a me. Sfilava il corteo, e mi diceva che bastava un passo per immergermi m quella corrente, per unire la mia alla voce di tutti. Mi diceva di quanto misere, di quanto piccole fossero le mie paure, e smisurato il loro abisso d'orgoglio.
Perché ciò che credevo fosse solo mio, e prendesse forma nel chiuso della mia stanza, nel cerchio dei miei sogni, nella solitudine più segreta dei bicchieri, in realtà nasceva ed era nato li. E li doveva tornare: nelle strade, accanto ai compagni, durante la lotta, perché ogni parola, nell'infinita varietà dei volti, dei gesti, dei sogni, delle speranze di quegli uomini, ritrovasse le sue radici e la sua ragione, la pienezza riconquistata del proprio destino.
E così, mentre il corteo continuava ad andare, e le vecchine si segnavano, io buttavo su un foglio le parole rabbiose che dalla notte del presidio mi battevano alle tempie.
La sera dopo, all'Università, nell'aula magna che ancora risuonava della rivolta dissonante delle note di Liguori, salivo sul palco a urlare quelle parole.
Era il 21 aprile 1975. Avevo cominciato.


1 - Uno dei leader del Movimento studentesco milanese

domenica 19 aprile 2015

Daniele Maria Pegorari, Il fazzoletto di Desdemona

Questa mia recensione è uscita nel numero 286 de "l'immaginazione", marzo-aprile 2015 (Manni editore). 

Il titolo esatto del libro è Il fazzoletto di Desdemona. La letteratura della recessione da Umberto Eco ai TQ (Bompiani 2014) 


Pegorari è un raro intellettuale che ha fatto tesoro del disincanto vittoriniano laddove, nell’editoriale al primo numero del “Politecnico”, invita gli scrittori a occuparsi anche “di pane e lavoro”. Il fazzoletto di Desdemona, infatti, racconta la disfatta politico-economica italiana del XXI secolo e gli incalcolabili danni, sotto il profilo esistenziale e dei diritti di cittadinanza, delle fasce deboli, primi fra tutti i giovani salariati e il ceto medio. Questa realtà emerge attraverso l’analisi delle opere narrative (una quindicina, uscite fra il 2004 e il 2013) dei trenta-quarantenni, fautori di una rinascenza civile antiepica, da leggere sia come espressione autentica di una generazione senza futuro, consegnata alla precarizzazione professionale e identitaria, e sia come effetto dell’industria culturale, che, dagli anni sessanta, assorbe le spinte antagoniste per metabolizzarle nel mercato.

L’indagine sociologica e l’analisi letteraria sono i due fili che tessono il fazzoletto di questo giovane studioso, uno dei pochi accademici a seguire seriamente lo svolgersi della produzione estetica delle nuove generazioni, qui intersecata con le motivazioni socio-economiche e con il processo storico in atto, particolarmente colpito dalla crisi del 2008.

La domanda d’apertura mette subito in chiaro l’obiettivo del saggio: che ne è della letteratura in un’epoca di recessione? E, ancora più profondamente: che ne è della realtà nella fase postmoderna, laddove il moltiplicarsi delle agenzie culturali, l’evoluzione tecnologica e l’ipertrofia dell’informazione agiscono sui fenomeni, deformandoli, creando con ciò una “postrealtà” dentro la quale finzione e verità tendono a confondersi? Domande che Pegorari usa come grimaldelli per  smascherare la narrazione capitalistica e la falsa liberazione annunciata della new economy, quel discorso totale di una globalizzazione del mercato che è racconto senza alternative, “ordine unico del mondo”. Tesi che trova un riscontro filosofico nel recente libro di Diego Fusaro, Minima mercatalia (Bompiani), e dalla quale forse è possibile ripartire per un discorso sul postmoderno che non sia una resa al labirinto costruito dal mercato, bensì una via per ripensare le categorie fondamentali (soggetto, oggetto, relazione, verità, realtà) dopo che la modernità liberal-capitalista le ha svuotate di ogni relazione con il finito.

Lo sganciamento dalle coordinate spazio-temporali ordinarie, con il suo carico fecondo di futuro, ha trovato nei giovani scrittori una necessità esistenziale prima che stilistica e/o ideologica: ce lo racconta bene Pegorari analizzando, nel primo capitolo del libro, i romanzi sul lavoro, dando particolare spazio a Michela Murgia, Silvia Avallone e Mario Desiati, senza trascurare la poesia operaia, dove emerge, per completezza e sensibilità, Fabio Franzin.

Il secondo capitolo mette al centro il ‘libro’, come prodotto mercantile e quale risultato ultimo di una filiera di una manovalanza intellettuale, chiamata da qualche anno “cognitariato” (traduttori, operatori culturali, insegnanti, redattori ecc.). La crisi dell’editoria, ci spiega l’autore fornendoci un dettagliato resoconto statistico, poggia sulla svalutazione della cultura umanistica, vero volano della democrazia, in quanto capace d’insegnare il pensiero critico e il confronto non belligerante. È evidente la motivazione civile del Fazzoletto di Desdemona, che peraltro esiste solo come ebook, a riprova delle critiche dinamiche di trasformazione dell’attuale editoria.

Il terzo e ultimo capitolo sintetizza e approfondisce le acquisizioni teoriche precedenti, prendendo spunto dall’Opera di Umberto Eco, considerato il miglior fabbro e al tempo stesso studioso acerrimo del “capitalismo informazionale”, ossia di quell’ente capace di riformulare l’orizzonte di senso a partire dalla fabulazione onanistica del reale. Questa scelta è particolarmente interessante, nella misura in cui Eco incarna, con Calvino, una certa idea di postmoderno che non si lascia trascinare dall’equivoco per il quale, essendo tutto interpretabile all’infinito, la realtà si dissolve: c’è un punto solido, infatti, un nodo al fondo di ogni fatto che resiste al suo dissolvimento (ne parla anche Maurizio Ferraris sin da Ricostruire la Decostruzione). Ne consegue che l’Opera dell’Alessandrino, analizzata con grande maestria e ammirazione da Pegorari, lungi dal fare propri i tic del postmodernismo più à la page, giunge al cuore delle debolezze postreali contemporanee, tentando una ricomposizione della totalità, di “un principio d’ordine conoscitivo” per quanto impossibile; un tentativo via via segnato, in Eco, da un crescente pessimismo nei confronti dei poteri costituiti, primi fra tutti quelli legati alla retorica politica e mediatica, capaci ormai di un racconto totalmente menzoniero eppure convincente, come accade appunto ne Il cimitero di Praga in cui si racconta la nascita dei cosiddetti Procolli dei savi di Sion, presupposti teorici falsi della purtroppo realissima Shoah.

Chiudendo il cerchio, Il fazzoletto di Desdemona ritorna al fondamento civile che ispira il lavoro del suo autore: se infatti, nella prima parte, la falsificazione diventata realtà si mostra nel tessuto sociale, attraverso alcuni romanzi, non tutti straordinari, della giovane letteratura italiana, l’ultimo capitolo ci conduce per mano dentro il labirinto rizomatico di Eco, in cui il disvelamento infinito della verità dentro la menzogna (e viceversa) costituisce l’approccio della demagogia contemporanea, raccontato in sei romanzi esemplari; uno studio, questo di Pegorari al semiologo, che è anche un invito a riconoscere la sua qualità creativa, troppo spesso liquidata come il lavoro di un intellettuale erudito in prestito alla fiction.





lunedì 14 maggio 2012

Un racconto inedito di Luigi Bosco



La critica letteraria è un'avventura del pensiero e dell'immaginazione. Quella non accademica, si muove senza recinti, in piena libertà metodologica.  Luigi Bosco, direttore di Poesia 2.0 ha letto le mie poesie presenti in C'è bufera dentro la madre, scegliendo la forma racconto. Le parole in corsivo sono citazioni decontestualizzate. Il resto è una premonizione di Luigi, ottimista come sempre :-)



Madrid, 28 Aprile 2075


Se decise di cominciare dalla merda è perché doveva essercene in abbondanza - o di corpo, in quegli anni. Oppure, la merda solo rappresenta una primitiva nostalgia - del corpo, dico – che ebbe inizio in quegli stessi anni del delirio della specie, come una intuizione.

Rovistavo in soffitta tra le cose del nonno e in una cassa, sepolto da una quantità amazzonica di libri carte e scartoffie, accanto ad una YOST Typewriter n. 20 impolverata, ho trovato in un cartone questo aggeggio da museo, con monitor e tastiera ancora funzionanti, con cui sto scrivendo a vanvera ora, senza sapere bene perché o per chi.

Ho cominciato a tirar fuori i libri ed i volumi dalla cassa, cercando di incolonnarli secondo quell’ordine che, guarda caso, avrei bisogno di dare al più presto alla mia esistenza. Non riuscendo a trovarne alcuno, mi sono arreso piuttosto presto e, senza risentimenti, ho cominciato a spolverare meccanicamente le copertine, per poi abbandonarle nel primo rettangolo libero del pavimento, mai più distante della lunghezza del mio braccio.

Sotto la polvere il titolo era C’è bufera dentro la madre. Più di cinquant’anni fa. Ho riconosciuto la promessa dal titolo, la profezia, la potenza. Poveri figli, ho pensato - povero me.

Qui fuori è un casino: mia madre è pazza, la terra trema e quella troia mi ha pure lasciato. Comincio a leggere della merda e penso: nessuna metafora oltre la metafora. D’altronde, nemmeno somiglia a un vezzo: bisogna immaginarsela la scena: il ventre sguinzagliato che rilascia monetine come ploff, ploff, ploff. E profumo, anche. E poi il ramo, appesantito e senza frutti, che s’affloscia a testa in giù come se volesse suicidarsi, suicidare la specie nonostante irrimediabilmente qualcosa lo tenga ancora legato al corpo che gli fuoriesce da dietro, riversandosi sulla tazza del cesso come una escrescenza oscena.

Tutto questo corpo ha un effetto nauseabondo: forse perché non sono abituato ormai, con i chip impiantati fin dentro l’ippocampo. O forse perché è un corpo senza la ghisa su cui tutto cresce. All’improvviso, è come se lo sentissi, come se ne recuperassi gli ostacoli, i confini, le bassezze.

Questa la storia, il dramma: si tocca continuamente il ramo e m’immagino i sussulti dell’adipe flaccido della scrofa col fuscello che si sbatte la balia straniera irregolare, nella stanza appena riordinata, insudiciata da sconfinati grugniti.
Alzato il livello del mare, gli si stirano solo le pieghe del cazzo, perché il grasso in eccesso, se c’è, non lo toglie nessuno: il corpo grava, infatti. Però lui non lo vede, o fa finta, e nemmeno alle ceneri smette di ingrassare. Anche se capisce che la vita svacca, si sente bene, salta di lato e affoga col ramo nei suoi trentasei secondi di gloria sfiatando pressione, mentre gode.
Ha una moglie a cui di rado mostra la piaga: la vorrebbe perfetta e non accetta che scolori via via: coniuga per questo i verbi al presente, ma lo scarto si vede: non funziona: l’animale lo squassa da sotto, ha bisogno d’altro.

Mentre leggo mi chiedo chi sia questo abominio che unge le buste ai tavoli e semina piombo, e poi la domenica versa l’acqua sul capo, filtra l’anima in parrocchia.
All’improvviso ricordo la storia “politically correct” studiata a scuola e le aneddotiche pause dall’Alzheimer del nonno e mi chiedo se non stia leggendo ora una fenomenologia del soggetto degli anni del berlusconismo.

Io non c’ero, però so che provengo da lì: so che sono il figlio di una balia irregolare e che mio padre ha sepolto la sua maschera buona nel bosco; so che chi mi ha preceduto avrebbe voluto giardini intorno, e invece ha fatto crateri. So anche che talvolta gli cantava una festa nel ventre e che non la sentiva, e che talvolta gli si insinuava un larvale tormento che non fu sufficiente; so che strisciava sul colmo del bene quando smetteteva di stare a vedetta, ma senza affondare.
So che con in capo l’elmo a credito e indosso la spocchia di chi ha i numeri migliori, chi mi ha preceduto ha fatto la festa a tutti, mangiando, e le pulci ai beni; ha pagato da bere ai cani.

Ora so che se avesse studiato i modi finiti ed infiniti di spinoza; se avesse insabbiato il perno che lo lega alla pancia del denaro; se avesse saputo che il crepo è totale, che smangia i bordi anche al nido; se solo insomma avesse inorridito, forse mia madre non sarebbe stata pazza mentre fuori tutto trema.

Il nonno era buono e non ha fatto niente - il nonno era buono?
Ora, torna indietro e rileggi, dice il libro. Il nonno forse non l’ha fatto; il nonno forse non si è accorto che si parlava di lui o ha fatto finta: ha chiuso il libro, ha sospirato. Per questo io ora sono l’incarnazione della profezia, della promessa: c’è bufera dentro la madre – poveri figli, povero me.



Luigi Bosco, pugliese, classe 1982. Dopo la Laurea in Psicologia ottenuta presso l’Università degli Studi di Bologna, ha vissuto a New York, Boston e Londra. Attualmente risiede a Madrid dove, nel tempo libero, lavora come analista e pianificatore media. Scrive ma, soprattutto, legge. In perenne ricerca della propria voce, ha pubblicato sotto pseudonimo vari testi apparsi in antologie edite dalla Giulio Perrone. Poetarum Silva (Samiszdat 2010) è l’ultima antologia in cui compare come co-autore, e che prende il titolo dallit-blog collettivo di cui ha fatto parte come co-redattore. Altri suoi testi si possono leggere sul blog diFilosofipercaso