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mercoledì 28 novembre 2018

Emilia Barbato, Inediti



La poesia di Emilia Barbato ama i dettagli, ma per farne subito emblemi della vita già stata, della vita che lascia le proprie tracce in quei fulgori ed è già malinconia. L’elencazione ne dice la sostanza, che il ritmo mette in movimento verso il futuro, pur conservandone, nelle scelte lessicali, i tratti funerei. Queste soluzioni sono evidenti nel primo testo presentato, con l’aggiunta di un procedere analogico, che si attenua nel secondo, in nome di un preziosismo descrittivo volto ad estetizzare ed eternizzare il femminile messo in scena. Soluzione forse in debito con lo stesso Vittorio Bodini citato nella terza poesia, nella quale elencazione e gusto per un ritmo sincopato s’intrecciano di nuovo. E così a seguire, sempre tenendo a mente la lezione del simbolismo a cavallo tra Otto e Novecento, per il quale poesia e musica sono sorelle, a dipanare la foresta dell’esistenza, per riconsegnarcela in un intreccio sonoro, dove il mistero della felicità si tramanda di generazione in generazione come qualcosa che abbiamo sfiorato, ma non adesso e non qui.




confini, doppie sponde
ferite, i primi fulgori
sull’alveo, i nostri vuoti,
quei piedi mancati
che siamo, nudi e suonanti
sull’assito, quarantacinque
giri in copertina sottile,
l’inizio di una sedia, i vestiti
sulla spalliera e quel poco,
la minuzia di Strand che è
amore, appena raggio
per sempre sulle bocche
di leone, di lince, di fiaba
e orrore mio tutto vento
io come l’albero
eternamente spoglio,
tra i rami, sento salire
gelo e canti e da lontano vedo
la figura malinconica dell’uomo
che si versa da bere in un privé


*

siedo raccolta, la luce
è una squama di salmone
e tasselli di ali la libellula
bordata di rame,
qualche rubino sulla giovane
donna, i seni scolpiti, la cavità
dell’ascella, forse l’impronta
e il calore di un bacio, certe
parole impossibili come
passi delle dita sulla polvere
o l’odore e il frutto carnoso
di un ananas, vorrei avere
la pazienza della pietra, la fede
nel mondo, solo
perché è giorno e apri gli occhi
senza dare alcuna notizia


*

l’uomo che veniva dal mare,
una coppa Oribe per Orsola
“nuda, bianca, imposseduta”
nei collage di Bodini, la fame
di poesia, pomo, ponte sia
da te a me lingua, parola,
bocca, aspirazione roca
di una bacca intradotta


*

dunque si bagnerà il foglio nel filo
rosso, verdeggeranno i muschi nelle mani
e le foglie crepiteranno sotto passi
di una pioggia fine, passi non tuoi.
Luccicheranno gli occhi e conterò
le diottrie mancanti cercandoti,
versando e centrando unicamente acqua,
un prato bianco solo mio, cresci insieme
a draghi, castelli e milleuno fantasie,
le mie battaglie per ogni cellula distrutta,
ora di corvi e medicine e piccole bambine
le teste, i peli del pube, delle braccia
e ogni cosa cadrà, ogni cosa che è stata
ora è una baia dove nudi strisciano
i paguri e vuoti gusci suonano
al suolo tra bocche di vento


*

inizia il giorno con un chiaro
di luce sulle strade e un’azzurra
pace nelle chiese, il tram suona
già da un’ora la nota segreta
del tuo volto e la mia fine
del mondo con una nuca nuda.
Mando a memoria il codice
intimo della tua bocca,
il moto rivoluzionario della lingua,
consumarsi fino alla fine
di una notizia, fino all’inaudita
certezza di un abbandono, male
da sparizione fuoriesce dalle vene,
perfino seduta in un bar, penso
a cosa mi avresti detto, in silenzio
guardo il bancone lucido di legno,
l’uomo che lavora al forno e le luci
poi ancora insieme in libreria
solo che tu non ci sei ed è mattina
e neanche scrivi: “ciao, come stai?”


*

il suono di una campana
ti avvolge la voce, la baia
risuona nella gola calma,
un’onda, due, sale la marea,
i piccoli pesci nelle bolle
hanno occhi lunari e brevi
luminescenze, il tuo nome
scala la notte, pieno, piano ...


Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014), Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016, I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi – Città dei musei), Il rigo tra i rami del sambuco (Pietre Vive Editore, 2018, I classificato Luce a Sud Est – concorso di scrittura sociale).

lunedì 15 febbraio 2016

Giuseppe Cornacchia, alcuni inediti


Il poeta pugliese Giuseppe Cornacchia, da buon ingegnere, mi chiede di “collaudare” questi suoi inediti. Da parte mia, dico che la scelta di radere quasi a zero la metafora in favore della frase letteralmente in chiaro (per es. “Nel coma non ho visto nulla / accade ciò che si vuole che accada”) paga meno dei versi, e qui ce ne sono parecchi, dove il traslato innesca analogie segrete, incontrollabili certo, ma non per questo arbitrarie. Anche il tono leggermente svagato, come di chi è chiamato altrove dalla vita, funziona, nella misura in cui alleggerisce la consapevolezza che a quarant’anni ci siamo già tutti giocati la più bella giovinezza e l’inverno è vicino. Forse qualche dubbio ce l’ho quando usa parole come “gelo” e “grido”, attaccate ad un io drammatizzato, perché mi riportano sul sentiero della letteratura passata (di origine romantica) che poi è diventata, passando per il melodramma, facile canzone. Non che il dolore e il lutto si debbano negare, e come sarebbe possibile?, ma alla poesia spetta di trovare soluzioni originali a questo sentimento (e al sentimento in genere), anche sotto il profilo lessicale. Non lo dico a Giuseppe, che lo sa (basti osservare il linguaggio settoriale che inserisce in molte sue poesie qui presentate e ricordare, ancora meglio, quel suo potentissimo esperimento che è stato “Poesia in C++” qui il pdf), ma a quelli che su Blanc cercano un piccolo faro di orientamento nel mare magnum dell’omologazione poetica, particolarmente navigato in rete.


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MIGRANTI



Nel coma non ho visto nulla
accade ciò che si vuole che accada.
Dentro il nero sei solo
e tutto si ferma, né vivo
né visto da fuori che vivi.
Proviamo al contrario: io tu famiglia
villaggio città provincia regione
nazione continente pianeta sistema
galassia galassie clusterizzate
settore ramo di convoluzione.
La luce non regge più il tono.
Sono morto di nuovo.


*


D’un tratto hai quarant’anni.
Si vede già quel che eri tu ieri
ripetere la scia.
Il passato è passato.
Hai da scrivere questa
poesia e fissare il momento
ma poi squilla il telefono
e la vita in cui sei finito
ti dice di tornare sulla via.


*


Se sono arrivato fin qui spinto dal limite
e quindi perduto alla vista comune
troppo presto, adesso è impossibile
tanto il bagaglio accumulato di frizioni.
Dall’occhio astigmatico che male si accoppia
all’altro che è miope, a quello
severo ingiustamente calibrato
che ha vinto su di me sommerso nella pece.


*


E poi di colpo il gelo
quando anche la pece solidifica
e tutte le persone che lasciasti
sono morte, tu affoghi nel rimpianto
ma non affoghi, è questo lo zero
della vita, tutto è fermo ma grida.


*

 

Di nuovo fuori, di nuovo per acqua
il grido qualcosa ha smosso
e son tornato a sentire dolore
a forza, prima la testa e poi tutto il resto.
Non credo d’aver fatto da solo, non credo
qualcuno ha donato il sangue al mio corpo
per un ruolo che non ho mai vissuto.


*


Il suono della vita mascherato
e fa dire che non siamo agiti
sotto la pelle. Ci sono le ossa
tutto intorno all’acqua, l’impulso
numero dei nostri pensieri combinati
la sintesi di tutto ciò che siamo.
I corpi fanno campo nella relazione
e quel che tu leggi, quel che io leggo
sono diverse espressioni dei modi
tra le quattro forze della fisica pura.

 

*


Di nuovo a casa. Dove picchia il sole
le forze naturali della vita
semplificano quel che sono
i bisticci per motivi economici
o forse l’altrettanto naturale spinta
al gesto che qui non trovo. Ripartirà
un altro simile a me, nei suoi occhi
la noia e la rassegnazione del dovere
la necessità del moto. Capisco.



*


La mia lunga assuefazione all’assenza
infine diventata assenza
ha poi reso indistinguibile il resto
la forma del corpo nel campo dato
altrettanto importante al tempo
da farsi in un istante causa esatta.


*


Omino del mare io ti riaffido
in nome delle stelle del mio cielo
la terra generatrice di mostri
gli stessi che porti sul cuore nero
delle pestilenze che già vivesti
da quando il toro bianco mi prese
esposta come mai al grande blu
promettendo un amore duraturo
battuto e fiero in ogni tempo nuovo.


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Giuseppe Cornacchia (1973) Si è laureato come ingegnere nucleare a Pisa nel 2003. Fra 2007 e 2011 ha condotto studi a livello postgraduate in Inghilterra nel campo dell'acciaio e della meccanica della frattura, conseguendo un MSc a Birmingham e un PhD a Manchester.
Ho pubblicato su carta per Ass Cult Press (2003), Fara Editore (2006, 2009), Erbacce Press (2008), Testo a Fronte (2009,2011), Lampi di Stampa (2010, 2015), ilmiolibro.it (2012).

Cinquanta Poesie - raccolte in volume per archiviazione formale, Lampi di Stampa, Set 2015, ISBN 978-88-488-1781-3. 

martedì 3 novembre 2015

Cristina Annino, Inediti

Dipinto dell'Autrice

Il discorso poetico di Cristina Annino ha un suo ritmo inconfondibile sin dalle sue prime prove. Costruito sulla misura della frase, spesso metaforica e discretamente autonoma, esso disloca il lettore sia sul piano semantico e sia su quello emotivo, spiazzandolo qualora egli tenti di riordinare i segmenti frastici in una narrazione discorsiva e lineare. C’è infatti sempre un non-detto, uno iato, nel verso anniniano, un’assenza che le frasi di volta in volta sembrano colmare ed invece mantengono, proprio in grazia della forza spiazzante della metafora, scolpita nella materia e con forte carica antiermetica. Ciò è ben evidente in questi inediti, dove non c’è sfondo mistico o altrove salvifico, e ogni stringa di senso riporta una scena vivente, nata dalla quotidiana alienazione in cui siamo immersi, ma ripensata per sequenze statiche, per fotogrammi serviti freddi o come un collage.

Detto altrimenti: Cristina Annino, qui e altrove, ci consegna l’accadere, l’esperienza ordinaria dopo averla tagliata con il coltello dell’intelligenza e averne conservato alcuni snodi per sé, che tiene in riserva di poesia in poesia, di raccolta in raccolta. Sono i nuclei energetici del reale, che legano parzialmente le frasi tra di loro, frasi che talvolta lei spezza, con a-capo potenti come fionde, che trasmettono al testo un non so che di fecondamente barbarico. A ciò si aggiunge una percezione atemporale, schiacciata, degli eventi, giacché il tempo “è ciò che / si vede”; un sentire che amplifica l’evidenza sensoriale della sua poesia, il voluto distacco emotivo.

Questa poetica sottende nel complesso anche a una intenzione etica, a un giudizio disincantato sul poco che siamo diventati, insalvabili eppure necessari gli uni agli altri. Annino infatti lascia intendere quanto importante sia la relazione autentica, non nevrotica, nell’alveo di un tempo senza inganni. In fondo, queste poesie ne cantano la possibile rifondazione, a partire dalle macerie domestiche e sociali, private e pubbliche. La pietà del Mondo (e verso il mondo) è tenuta fra quegli snodi energetici di cui parlavo più sopra, e forse ne è il catalizzatore più potente, funzionando da possibilità non ancora combusta dall’incendio della civilizzazione, la cifra che fa la differenza tra il sopravvivere e il vivere. La poesia dell’Annino parla del primo triste termine, ma invoca il secondo, ci chiede gli affetti di cui è ancora capace una pietas sincera. E lo fa con intonazione virile, senza ricatti sentimentali o facili moralismi. 



La pietà del Mondo




L’amico della volpe




Trecento triste, gli amici!
Spalancano porte nelle ore
che hanno un orario. Cattivi né
buoni col fermo del sorriso a metà
e frasi di pallottole per la
caccia; convinti
che parlare sia umano, il silenzio
meno. Fugge ogni senso. Poi
frullando il bicchiere della staffa,
a piombo le scale fino al
mento, ridanno al monaco l’abito
che lo fa. Mai
puntare il mondo su un cavallo solo.

**
Non li ricordo più fino
in fondo, i nomi scorrono dal rubinetto.
Uno solo guizzò tra le sedie colpito
dal fulmine; baloccava le frasi. Era un gioco
col tele comando, magari finzione; però
zitto fissava il piancito come fa
l’ universo cavo. Quasi uno sparo
gli salisse le scale interne sopra il
menisco. Svaniva piano
la sua faccia a velo nel sibilo delle mani
su un corno. Avvisò
la volpe dei cani, forse, scacciando
morte da quelle frasi, perché
si torse così, di fronte: è troppa
carne per il mio spirito!




L’Araldo che sa, se la spassa




Da subito non mi piacque; solo
il corpo, forse,  claudicante.
Era
un sasso scagliato dal cielo coi muscoli
delle mani. Un fulmine sceso a piedi
nell’universo. Noi sul terrazzo fermi
come gerani. Pareva un Araldo.

**


Poi si pensò a un scoppio
di clima, al cavallo di Troia, stupiti,
che, che, si parlava coi congiuntivi,
in quelle mattonelle come la stanza di un cine.
Ci si contava le mani è qui sotto?Dov’è
andato? Si rise anche, appena cerniere
sulla corrente lampo che subito chiuse
la visuale. Mai la sera coprì così, totale,
preraffaellita; sbucciava i bulbi. C’è ancora,
lo vedi? per dio, con quei piedi non si va
mica in Cina! Eh sì; il Tempo lo comandò:
che dovesse caderci la vita
sopra, la Grande Vi, quasi una pietra avesse
colpito il generatore dei sensi.

**


Ci tolse
il piatto prima della seconda portata
di carne. Fu un’invasione di fiori, di
lacci, di zampe, un tamtam di leoni
e vapore, fiato immenso d’ombre;
anche i pesci del mare fuori in alto
guizzando. Ruotò tutto; si capovolse.
Fine. Nessuno di noi vide l’Araldo.




AGIP




Pareva un gallo, becco aperto,
sventolando intorno la giacca. Poi così,
con l’ala del proprio tormento, chiese
alla Sfinge un segreto che svelasse
Lei prego (raccomandata senza
ritorno al sasso di gravità), un che di
ceramico, di cervello spento. A volte si sa,
si perde un senso o due, i capelli van via,
ridiamo male, perché? E sulla
luce molecolare emerge il cranio. (Lo
filmavano tutti come un divo).

**

Non si fa, pensai,
non così . Eppure un mondo
ci passa accanto parallelo sul
muro, in città, cinema, treno. Sciolto,
elegante -chi lo disegnò?-  e dritto tanto
che non frena. Anche al buio sento
camminarmi da quelle zampe. Con bassa
moralità  penso ci somigliamo, eccome,
siamo
l’essere umano che è sempre meno.

**

Ogni stranezza
distrae dall’intero, certo; ma non
questa era l’ala di tormento del suo
spirito santo. Era
pensiero, tamburo, reclame; era mentre
quel segno moltiplica  sabbia. Ci piaccia
o no, arriveremo a un deserto e ci
filmeranno. Il Tempo
non succede più, è ciò che
si vede, schiacciata in latta tutta
la nostra carne.

**

Sul serio: dopo questo pochissimo
poco chiamato manna o fuoco di
filo per Teseo; dopo chi ci
salvò mille volte- a dire il vero- noi, pavoni
di Storia sui tomi volando come
tappeti. Dopo
i massacri d’essere uguali con le
offese atroci e daccapo (dove stanno
le colonne e i leoni!). Cosa resterà
dell’Atomo digerente? gran Tubo
idraulico: la mente sulle anche mentre
spazza via una clessidra le piante
annose. Certo non noi, non così: Fine
senza Zero, l’Agip restando nella Storia.
Dilloo!(Il caldo faceva chicchirichì).




L’erba voglio del Re nudo




Beve una tazza di tè, siede, pensa
a quando non amò mai, non ne era
capace; nessuna qualità da rendere
un uomo infelice, così sullo spiedo. Ora
va nell’universo senza figli, remando
senza vele, oppure conta le capre: c’è
la lepre e il cinghiale, i maiali anche; l’amore,
l’animale più fedele. Il sole si
scompiscia reggendosi alle persiane; eppure
lui la vuole. Gran verbo
regale, ghigliottinato, giardino
del re nudo: gli esplode tra le gote, e la testa
fa pluf.

***

Scende così col suo spiedo, l’asfalto
colpisce un rene, uno no. Poi sente
gracidare le rane; allora
salta il fosso, il bene, poi il male, poi
avanti sarà solo carne. Lei gli
ricala in corpo come il fiato
d’un cane, conta gli ossi e la carne, lo
stira al vapore, l’ingoia, poi risale
infedele all’aperto dalla cruna
dei polsi. Si lava le mani. Neanche un
saluto, non sa che farne. Lo rimanda a Pilato.




Giaculatoria




In ospedali senza elicottero né
ali; tutti spariti, tutti senza corrente,
remissivi, folli, che ognuno
porta acqua alla propria fonte.
Ti levano
dal letto, lo rifanno e rificcano lì.
Aspettando io in piedi nelle
fredde stature di me, senza più
fogli di sigarette, canne al vento
né cellulare, un siluro di gas invade
l’impiantito del mio cane dentro.
Dove
dormirò, stanotte a manciate con
i fagotti, crollando nella tromba
del muro di scale, e la metratura
enorme di Dog, il suo pelo indice
di patimento per me!




La pietà del Mondo




Una gran voglia di disubbidire; in
sogno ce l’ha nella carne, massa di spirito
voglio dire. Battendo
quel fracasso, quel ben di dio, quel marrone
cuoio. Folgorazione
d’ un quadro (sempre
libri di mezzo; mezzo scaffale
pesa quanto
un morto medio, un’età, l’esperienza
morale d’un uomo).

**

Senza fine si uccide. Anche
dormendo avverte le gambe
metà di qualcuno, la vita già via
di garrese e pensieri, immagini
sacre. In due parti
si taglia un uomo; metà, solo
bocca di versi. Frasario vero quel
viso che ancora parla semivivo
per terra. Poi
cede. Si fa così coi cavalli! Grida. Ma
nessuno sente. E se anche
lo sa, raccatta una
cicca si fuma le dita. Ballando o
morendo che male ti fo?canta forse
alle miniere d’Irlanda.

**

In fondo al suo
sogno lui più patisce, quanto meno
sono le foreste del Globo; davvero
questo non offende per primo. Si
toccano
appena le mani e lo sente: sdegnato,
triste, sfiammare un poco i crateri, alto
purgatorio nostro, poi conico
in volo coi piedi di nuovo sparisce.




La persiana




Dico, addormentarmi come
tanti, in tranquillità! Girare
sulle spalle di tonno. Ho sempre
addosso chiasso di discoteche, oppure
sono io che suono. Ragiono, braccia
fuori e gomito al buio; il vento
mi disegna il pigiama. Vedo
una fila di gente sparita, riapparsa.
Soffio sui bastardi
che non mi vogliono bene, occhi
d’oboe spostandosi intorno
per metri. “I marrani
rimangano fuori!” grida al buio
con me la persiana. “Viaa!” Però niente
accade; piove leggero sui vetri.




Parametri umani




Passa i muri con i plami; si porta,
occhi chiusi, nei corridoi. Sente
normali quei gabinetti
in salita che non finiscono mai,
scritte funebri; l’aria intanto gonfia
la visuale. Ha in petto un patrimonio
letale di convivenza. Anche l’esercito
della Salvezza lo cantò con
baccano, mani e piedi finito e alto
quanto bastava; ondeggia ora senza
dignità. Più destro che sinistro, è
giallo avana. Eppure perché
vale di più e quanto più pesa
al mondo, la differenza dico, tra
la sua
disperazione vera e la nona sinfonica
eterna? Allora
si ascolti anche questa, di gloria!


Che la terra smetta di girare, per
esempio; che ancora
si scriva, si legga
il giornale o crepando uno
tra le coperte.
Non siamo niente, gonfia
la roba di noi, così
di lato volando mentre si prende .
Quanti
siamo ? non ne possiamo più: se la
terra taglia
cenere. Che in fondo
tutti insieme cadremo sugli stinchi, mica
in piedi! Lo sanno bene
i cavalli senza fede, i crani lisci;anche
i vermi. Che sparisce
l’universo senza eredi. Sembra. Poi
invece è d’accapo. E in questa
solitudine s’addormenta.



martedì 17 febbraio 2015

Luisa Pianzola, Inediti


In questi inediti di Luisa Pianzola sento l'abbraccio alla calda vita, per quanto lacerata dai bloody Sundays, e una scrittura che cerca la comunicazione sciolta dagli intoppi retorici, ma non troppo: l’enjambement tra secondo e terzo verso della prima poesia, “gaia / fratellanza”, ci riporta subito negli snodi cari al montale degli Ossi e aa molti altri poeti del secondo Novecento, che disarticolano i sintagma nome-aggettivo per meglio essere fedeli ai rumori e alle crepe di fondo del secolo.
La tradizione come fratellanza, forse, la relazione con il tempo della parola già data quale imprescindibile pane su cui fondare la possibilità di una lingua piena d’umori terrestri. Una lingua capace di trattenere fra le sue maglie anche il “nulla / che si protende poco oltre la spiaggia”, consapevole che altro non c’è, se non il “chiarore infinito” e irraggiungibile, la suggestione vaga e indeterminata del non-ancora, ma priva dell’assoluto leopardiano e di certo compiacimento sentimentale. Certo l’ingenuità non pertiene a questo canto, il quale semmai, con vigor rude, si muove tra saggezza e amara constatazione che tutto è consegnato alla morte. Verità che si sopporta recuperando un fanciullino vagamente pascoliano, una leggerezza che sa di memoria e orco e benedizione. Versi maturi, dunque, questi di Luisa Pianzola, lavorati a lungo, prima dalla vita e poi dal mestiere, che non prende mai la mano, bensì retrocede un attimo prima di diventare artificio, fa un passo indietro affinché ci sia spazio anche per noi, che siano nella stessa zattera, tra luce e tenebre, e senza patria. La chiave di lettura è perciò esistenziale, piccolo testamento di “quella che non crolla” e che riparte dopo una manutenzione ordinaria del sistema, probabilmente lunga e dolorosa.



Manutenzione ordinaria (Inediti 2015)



*

Bella vita che passi
dal mormorio infantile alla gaia
fratellanza agli scontri quasi adulti
bella vita di pane
e menta, di suoni e significati chiari
bella domenica
pure la bloody sunday che spaccava
e il sudore e l’energia buona
delle gare campestri

ti ho ritrovata, cara vita
e non ti cerco, ma ti somiglio.




*

Il tempo è un servo silenzioso
che consegna la comanda con lentezza
ma al punto di arrivare svolta all’improvviso
e tu non sai più di che ti piaceva saziarti
allora rifai l’ordinazione, ma il sapore è cieco
il ricordo non soddisfa
pronunci scandendo a chi non sente
con leggerezza arrivi a sperare che l’ora del pasto
passi in fretta.




*

Venite giù con me
alleniamoci insieme a questo nulla
che si protende poco oltre la spiaggia,
se vogliamo trovargli un luogo
oppure nell’androne di casa mia,
il tuo ritiro amichevole.
È tutto ciò che abbiamo nell’età piccina
delle risorse serali, dei fantasmi
di piccolo cabotaggio.
Da qui ci assale un chiarore infinito.




*

Perdere il contatto a poco a poco
simulare un dolore ma nell’ombra
chiedersi allora perché
e se c’è da scrivere anche poco
anche dopo letture immani, saperla intatta
la parola, la panacea diurna.

Registro questa fine e ciò che va detto
qualcosa di anodino e informe
una lecita preghiera al contrario
onda ancora senza nome che rischia il crollo
a magnitudine zero.




*

Resto quella che non crolla
ma nemmeno sale passo passo
resta un nome non mio
da urlare a mezza altezza, a medio termine
l’unica è attenersi alla regola
del bar sotto casa la cui magìa consiste
nel liberarti invisibile dalle scarpe di cemento
che prontamente indossi ogni mattina.




*

Sapremo accogliere nella morte
anche Raffaella, che se n’è andata
con le sue sciocchezze
la accoglieremo nel tribunale dei piccoli
e dei graziosi, dopo una lieve istruttoria
la terremo ancora un po’ con noi
a non capire, a scaldarsi al fuoco
a non tremare per un nonnulla.




*

Il racconto si espande oltre i confini
del monitor e un paesaggio rupestre,
un’istantanea marina, un sogno offuscato
di prime albe ti sfiorano ti svegliano
e riaddormentano, srotolando
un bandolo di esordi sconosciuti.

Terreno viaggio mio, eccoti all’erta
affamato di partenze anche false.




*
Certe sere sento la libertà molto forte
si capisce dal suono quasi nullo
degli orologi e del traffico in sottofondo
che si azzera.
Le braccia temono una sparizione
ma in quel momento di libertà assoluta
credo cieca la traiettoria del proiettile
che pure qualcuno ha in serbo per me
e le cedo volentieri il passo.




Luisa Pianzola (Tortona 1960) è poeta e giornalista, laureata in storia dell’arte contemporanea. Libri di poesia: Una specie di abisso portatile (in uscita per La Vita Felice), Il ragazzo donna, La Vita Felice 2012, nella classifica di qualità di Pordenonelegge 2012; Salva la notte, La Vita Felice 2010, selezionato da Dedalus-Pordenonelegge tra i libri di poesia italiani 2001-2011; La scena era questa, LietoColle 2006; Corpo di G., LietoColle 2003; Sul Caramba, Sapiens 1992. Plaquettes: In un paese straniero a volte ospitale, Fiori di Torchio 2013; Miniserie, Da>verso_coincidenze, 2013. Cocuratrice de Il Segreto delle Fragole 2006, LietoColle, suoi testi sono usciti su riviste, siti online e in varie antologie. Alcune sezioni di Salva la notte sono state tradotte in inglese da Anthony Robbins per “Conversation Poetry Quarterly”, 2012, e in francese da Angèle Paoli. Ha collaborato con la rivista letteraria “La Mosca di Milano” e cura per LietoColle la collana Serre di Poesia. Sito internet www.luisapianzola.it.