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lunedì 1 aprile 2013

Una vecchia, ma sempre attuale, lettera a Giuseppe Cornacchia



Mi scrive di recente Giuseppe Cornacchia: "Sono stato sollecitato da alcuni post recenti su “Nazione Indiana” circa la neoavanguardia, la sua eredita’ e lo scontro col lirismo-paroliberismo. Ho dunque avuto modo di rivedere le mie noterelle teoriche costruite negli ultimi anni. Vorrei adesso organizzare un articolo formale in modo da non perdere il lavoro. Credo dunque sia il momento giusto per rispondere alla tua lettera aperta su razionalita’ scientifica e pensiero della poesia che mi indirizzasti qualche anno fa, tramite la rivista “Atelier” n.50, del giugno 2008."

Colgo l'occasione per ripubblicare quella "lettera", poi uscita, in altra veste. in Stefano Guglielmin, Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009)

Razionalità scientifica e pensiero della poesia (lettera a Giuseppe Cornacchia)1



Caro Giuseppe,
vorrei proporti alcune mie considerazioni, nate intorno al tuo inter­vento al convegno su La responsabilità della poesia. Di cosa siamo poeti?, organiz­zato qualche anno fa da «Atelier»2. Mi preme soprattutto esplicitare il nucleo verità e scienza, da te appena accennato eppure fondamentale per comprendere la diffe­renza fra la razionalità scientifica e il pensiero della poesia.
Entrambi condividiamo l'assunto dell'epistemologia post-positivistica secondo la quale nessun sapere ha l'esclusiva sulla verità. Mi viene in mente in particolare la posizione di Karl R. Popper a proposito dell'oggettività della scienza: essa, afferma, «non è una faccenda individuale» bensì riguarda l'«amichevole-ostile divisione del lavoro» degli scienziati, «e quindi dipende, in parte, da tutta una serie di condizioni sociali e politiche, che rendono possibile questa critica»3.
Vorrei approfondire ulteriormente - non tanto a te che ben conosci la cosa, ma ad un potenziale lettore in cerca di risposte - la posizione del filosofo austriaco appunto perché tiene aperta la relazione fra conoscenza e linguaggio, ma in un'accezione assai differente da come la istituisce il poeta. Allora, posto che l'oggettività sia espressione della democrazia (la «società aperta», che difende la libertà di scelta individuale dalle chiusure totalitarie), bisogna ora chiarire quale logica la fondi. L'unica valida - scrive Popper, capovolgendo la procedura induttiva che fonda il criterio di verificabilità - è la «logica deduttiva», nella quale «se le premesse di una deduzione valida sono vere, deve essere vera anche la conclusio­ne»4. La confutazione mira a mostrare la contraddittorietà delle conseguenze e cioè: se le conseguenze sono false (inaccettabili dal punto di vista logico) vuoi dire che false sono anche le premesse. In questo senso, l'esperienza (il vedere, il tocca­re ecc.) non è il punto di partenza della conoscenza scientifica, bensì il punto d'arrivo. L'avvio è sempre proposizionale, attraverso un procedere per enunciati elementari, aventi la forma di «asserzioni singolari non autocontraddittorie» (es. in via x abita y; il treno è partito alle 10,40 ecc.)5.
Il principio di falsificazione popperiano, tuttavia, non si limita ad affermare che «una teoria è falsificata soltanto se abbiamo accettato asserzioni-base che la con­traddicano»6, bensì ribadisce la necessità di scoprire «un effetto riproducibile che confuti la teoria». Insomma, se esiste un evento falsificante rispetto ad una teoria e se abbiamo individuato asserzioni-base che contraddicono l'ipotesi di partenza, allora la teoria è scientifica e questa costituirà un passo ulteriore delle conoscenze umane verso una verità oggettiva mai raggiungibile completamente (per questo egli preferisce parlare di «verisimiglianza»)7. Quanto invece non rientra in questa proce­dura non è scientifico, bensì appartiene alle verità dogmatiche o metafisiche: verità certamente sensate (cioè che noi possiamo comprendere perché logicamente inec­cepibili), ma che non possiamo confutare e, dunque, definire scientifiche. È per questa ragione che Popper nega lo statuto di scienza sia al marxismo e sia alla psicoanalisi, essendo appunto apparati proposizionali che hanno un'impostazione di tipo teologico o, quantomeno, «teistico», e ciò impedisce di individuare un evento o un'asserzione-base - un «falsificatore potenziale» - capace di confutarle8.
La questione, per la poesia, è sostanzialmente differente: essa infatti - almeno per il modo in cui la intende una certa tradizione giunta a compimento nel Novecento - non risolve né pone problemi, non decostruisce fenomeni e nemmeno li ricompone logicamente. La poesia dunque non ragiona (cioè non lega elementi noti per produrre l'ignoto, che pure era presupposto nella formulazione del proble­ma), ma pensa direttamente l'infondato, che è l'uomo stesso nel suo essere qui, davanti al foglio bianco, in una tonalità affettiva imprescindibile, ma anche impren­dibile nella sua radice e che il linguaggio trattiene nella rete multipla delle sue regole. Ciò che il poeta conosce è la vertigine di quel trattenere senza proprietà, che è pensiero ossia dialogo sguarnito di protezioni con la parola che avanza, che chiama alla responsabilità dello stile. E dunque scrivere poesie non significa addita­re qualcosa che si ritiene vero, conoscendolo attraverso il doppio cappio della nomi­nazione e del metodo, e nemmeno, più semplicemente, consiste nel tradurre il mondo «a chi non capisce o non ha la sensibilità» per farlo9, bensì si concretizza nel lasciar-essere ciò che siamo nella sorpresa che questa esposizione comporta, uno stare dis-locati eppure adesso e qui (qui nella mia città, con l'acqua che manca, oppure che abbonda, con mia moglie o senza mia moglie, con un libro in mano oppure nel bosco, con la paura del nucleare o con l'entusiasmo per la sua possibilità complessiva). La poesia mette al mondo questo incontrarsi multiplo di possibilità, mosso e patito dal poeta, sorta di «apparecchio sensibilissimo» che, come scrisse Antonio Porta, percepisce «il movimento nel suo stato nascente»10. In quanto auctor, tuttavia, egli conosce una tecnica per conservare tale complessità; ed è a questo livello che la conoscenza strumentale incontra il pensiero poetante, giacché lo stile altro non è che la formalizzazione rigorosa di una sostanza mobilissima, di una nuvola linguistico-retorica il cui impasto tiene corpo e mondo, affettività e ragione, passività e desiderio, ma anche il tramandarsi delle tradizioni entro il cui orizzonte (plurale) noi operiamo.
In questo senso, non si tratta di superare i padri o di rinnegarli, come infatti tu stesso affermi, giacché loro non ci privano di nulla: io, infatti, sono qui, adesso. Non mi manca antropologicamente nulla, se non il senso definitivo per cui sono qui, adesso. E allora scrivo e magari leggo i padri, per sentire il loro tremore, la loro stessa fiducia o sfiducia nella parola. Così facendo scelgo una tradizione e poi necessariamente (con fatica, ci ricorda Harold Bloom nell'Angoscia dell'influenza) cerco di liberarmene, per sopravvivere in quanto autore. Sotto questo aspetto, la conoscenza, in poesia, viene a coincidere con la ricerca della propria voce e della sua radice, a partire dalla consapevolezza che questa cresce nel ceppo di una tradi­zione mai definitiva, e sguscia sulla pagina attraverso il corpo e la tecnica, le cose fatte e da fare, gli amici e i nemici vivi e morti.
Da parte mia, apprezzo molto il tuo tentativo di cercare la tua voce, indipenden­temente dalle tendenze di comodo. E sono certo che la poesia «sicuro dal punto di vista delle eccezioni»11 ne sia il frutto necessario. In verità, è come se tu avessi scritto una poesia in latino o in aramaico, oppure avessi steso alcune note sul pen­tagramma o usato l'alfabeto morse o scelto il sistema gestuale: in ogni caso la que­stione, per la poesia, non è quella di mostrare la dimestichezza con un codice, ma piuttosto, come scrive Montale, di dire quello che il codice che sto usando non è programmato a dire. E dire l'indicibile significa proprio dare voce a quello scarto indomabile eppure atteso, carico di futuro, dovuto probabilmente alla meraviglia di ciascuno di noi di fronte alla propria presenza ingiustificata, che ci muove verso la domanda sul perché siamo qui e non altrove. In questo senso, il problema che pone il tuo testo è lo stesso del Montale della Casa dei doganieri, quando scrive che «il calcolo dei dadi più non torna», soltanto che tu trasfiguri lo stupore per questa verità (che è di matrice umanistica), in «template» di matrice informatica. Dal punto di vista della polis (prospettiva dalla quale un poeta non può prescindere), occorre chiedersi: «In che senso la tua scelta è vincente, rispetto a quella dei padri? Quale instabilità dell'ovvio mette in gioco? Che forza ha nel presente e come lo apre, come gli consente insomma di essere ciò che è?». Tu potresti rispondermi sottolineando il fatto che non è il codice ad inte­ressarti, bensì la possibilità «di scrivere "metallico"» ossia con «la pesantezza, la "piattezza" del discorso puramente deduttivo», eliminando «del tutto la componen­te umana»12; io invece ribadisco che è proprio questa componente ad essere l'imprendibile che ci scarta dal modello, che ci tiene nell'aperto di una gettatezza già sempre situata e irripetibile. Credo dunque che poesia sia conoscenza nella misura in cui rilancia queste domande, le gioca nel singolo testo, si gioca in quanto possibilità che non incancrenisce, estasi diveniente che si spazializza in differenti dimensioni (grammaticale, retorico-stilistica, semantica, immaginativa, simbolica ed etica), adunandole in un corpo testuale, che «non trova riparo», direbbe la Szymborksa, un corpo che, come scrive Franco Rella, è «limite e oltranza [...] confi­ne e sconfinamemento»13.


note
1 giuseppe cornacchia (1973) lavora come ricercatore in Inghilterra. Variamente impegnato e segnalato su carta e su web, co-gestisce dal 2002 il portalino nabanassar, di cui è fondatore e webmaster. Ha pub­blicato Aladar (Pistoia, Ass. Cult. Press 2003), Nabanassar - atto unico (Ass. Cult. Press, Pistola 2003), Ottonale (in Sei Autori. 3 x 2, a cura di Alessandro Ramberti, Rimini, Farà 2006) e Vampirnacchia — molti scrìtti letterari 1996-2002 (Lulu 2007).
2 Gli atti del convegno uscirono su «Atelier» n. 24, dicembre 2001.
3 karl R. popper, La logica delle scienze sociali, in aa.vv., Dialettica e positivismo in sociologia. Dieci interventi nella discussione, trad. it. A. Marietti Solmi, Einaudi, Torino 1972, p.114. Si confronti inol­tre karl R. popper, Conoscenza aggettiva. Un punto di vista evoluzionistico, trad. it. Arcangelo Rossi, Armando, Roma 1975, p.186: «L'oggettività, anche della matematica intuizionista, si basa, così come l'oggettività di ogni altra scienza, sulla criticabilità delle sue argomentazioni. Ma ciò significa che il linguaggio diventa indispensabile come medium dell'argomentazione, della discussione critica». Invero, la scienza contemporanea ha abbandonato lo stesso paradigma di "oggettività conoscitiva". Si pensi alle acquisizioni sulla complessità, in particolare le riflessioni di werner heisenberg, jacques monod, ilya prigogine, edgard morin, e fritjof capra relative al rapporto ordine/disordine, caso/necessità, scien­za/arte/filosofia. Ancora più radicale è il pensiero di paul K. feyerabend, che riconosce la possibilità della scoperta scientifica proprio nella trasgressione dai metodi codificati, con ciò negando «l'idea di un metodo fisso o di una teoria fissa della razionalità», compresa quella popperiana. Scrive infatti il filosofo che la conoscenza «non è una serie di teorie in sé coerenti che convergono verso una conce­zione ideale, non è un approccio ideale, non è un approccio graduale alla verità. È piuttosto un ocea­no sempre crescente, di alternative reciprocamente incompatibili (e forse anche incommensurabili)». Io., Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, trad. it. Libero Sosio, Feltrinelli, Milano 1979, pp. 21-29.
4 karl R. popper, La logica delle scienze sociali, in aa.vv., Dialettica e positivismo in sociologia, op. cit., p. 116.
5 karl R. popper, Logica della scoperta scientifica. Il carattere autocorrettivo della scienza, trad. it. Mario Trincherò, Torino, Einaudi 1995, p. 74.
6 Ibidem, pp. 76-77.
7 «Lo scopo della scienza è la verità nel senso di migliore approssimazione alla verità, di maggior verisimiglianza. [...] La ricerca della verisimiglianza è uno scopo più chiaro e più realistico della ricerca della verità», per questa ragione «possiamo spiegare il metodo della scienza... come il procedimento razionale per avvicinarsi maggiormente alla verità» (karl R. popper, Conoscenza aggettiva. Un punto di vista evoluzionistico, op. cit., pp. 84 - 85); «Le nostre teorie congetturali tendono progressivamente ad avvicinarsi alla verità; cioè a descrizioni vere di certi fatti o aspetti della realtà» (Ibidem, p. 66); e ancora, con piglio quasi romantico: «Noi siamo cercatori di verità, ma non siamo suoi possessori» (Ibidem, p. 73).
8 Si tratta del celebre «criterio di demarcazione», il quale non è «netto», ma ha «esso stesso dei gradi. Vi saranno - continua popper in Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica (trad. it. Giuliano Pancaldi, Bologna, II Mulino 1972, p. 437) — teorie ben controllabili, altre difficil­mente controllabili, ed altre non controllabili affatto. Quelle non controllabili non rivestono alcun interesse per gli scienziati empirici. Possono essere ritenute metafisiche». Si veda inoltre karl R. popper, // mito della cornice. Difesa della razionalità a della scienza, trad. it. P. Palminiello, Bologna, II Mulino 1995, pp. 115-122.
9 Sostiene cornacchia, infatti, che «il poeta non propone, ma rende quello che il mondo già dice, tradu­cendolo a chi non capisce o non ha la sensibilità per distinguerlo» (giuseppe cornacchia, La responsabi­lità della poesia. Di che cosa siamo poeti?, «Atelier» n. 21, p. 16).
10 antonio porta, /( progetto infinito, a cura di Giovanni Raboni, Roma, Fondo Pier Paolo Pasolini 1991, p. 14.
11 Riporto la prima strofa così da chiarirne il lessico e la struttura. «template / class fixed_population / { / public: / typedef human* conscience; / typedef const human* common_sense» (giuseppe cornacchia, Ottonale, op. cit. p.104 - 105).
12 giuseppe cornacchia,  La responsabilità della poesia. Di che cosa siamo poeti?, op. cit., p. 18.
13 franco rella, Ai confini del corpo, Milano, Feltrinelli 2000, p. 80. Anche il verso della Szymborksa, tratto dalla terzina «Ora certa, ora incerta della propria esistenza, / mentre il corpo c'è, e c'è, e c'è / e non trova riparo»), è citato da Rella nel medesimo libro (p. 203). 


lunedì 1 novembre 2010

Sulla poesia in rete e sul Canone / Fabrizio Bianchi


Sabato 30 ottobre si sono svolte le premiazioni del "Giorgi", di Sasso Marconi, a cura de Le Voci della Luna. Ecco i risultati e l'editoriale di Fabrizio Bianchi che apre il n.48 dell'omonima rivista.


Sezione A


Patrizia Dughero - Le stanze del sale - 1° premio
Mario Bertasa - Un'altra, un'altra volta - I1° premio
Enzo Campi - Il Verbaio - III° premio
Silvia Cecchi - Colloqui- segnalata
Filippo Farinelli - Calviniane - segnalato
Aldo Ferraris - Res - segnalato
Jacopo Galimberti - Senso comune - segnalato
Matteo Poletti - Moto scomposto - segnalato


Sezione B

Marco Bini - 1° premio
Luciano Mondini - II° premio
Michele Porsia - III° premio
Ada Crippa - segnalata
Narda Fattori - segnalata
Andrea Lanfranchi - segnalato
Francesco Iannone - segnalato
Roberto Uberti - segnalato


Scrive Bianchi:
La pubblicazione dell’ultima meritoria fatica di Giorgio Linguaglossa La nuova poesia modernista italiana (Edilet 2010) sarebbe probabilmente passata anch’essa, come tante, sotto assordante silenzio, se il nostro autore non avesse iniziato quattro mesi fa un suo intelligente battage promozionale in rete, inviando ad una lunga lista in chiaro di addetti ai lavori (critici, poeti, operatori culturali a vario titolo) una sua serie di riflessioni/provocazioni atta a stimolare un vivace dibattito, come in effetti è poi accaduto. Anche se la maggioranza dei destinatari in elenco non avrà letto tutti gli sviluppi della cosa (peraltro ospitata all’inizio sul blog di Stefano Guglielmin, Blanc de ta nuque, e per intero sul sito LietoColle, dove è tuttora consultabile nel suo svolgimento), l’obiettivo principale di Linguaglossa è stato raggiunto. Il suo nome, la sua immagine di critico capace di una rilettura diversa degli ultimi cinquant’anni di attività poetica in Italia, i destinatari della affollata mailing list ce l’avranno d’ora innanzi ben presente. Non so quante copie in più del suo libro saranno state vendute, ma ogni risultato anche in tal senso, seppur minimo, vale il suo sforzo, visto che la Edilet non è Mondadori e non può certo permettersi pubblicità e diffusione forzatamente capillare. Linguaglossa va dunque ammirato anche per il suo attivismo, oltre che – ovviamente - per la sua attività di studioso: va ringraziato per aver inquadrato l’ultimo lungo periodo di storia letteraria con un’ottica diversa, ridistribuendo i giusti valori su nomi spesso non adeguatamente considerati nei lavori antologici pubblicati precedentemente. Ricordiamo qui tra le firme femminili del passato soprattutto la ‘nostra’ Helle Busacca, di cui Linguaglossa riconosce la straordinaria potenza espressiva, riposizionandola al centro degli esiti degli anni ’70, anche se conosciuta e apprezzata solo da un’élite (ma che élite!) di critici e poeti. Contemporaneamente, innescato su Absolute Poetry da un post provocatorio di Luigi Nacci rivolto ai ciòfani (proprio così) poeti, è partito un lungo thread, non ancora concluso e condiviso con Matteo Fantuzzi [neopadre da pochissimi giorni: complimenti vivissimi] su Universo Poesia, dove un altrettanto serrato dibattito sulla poesia si incardina però sulle ultimissime generazioni e sulle loro attese. Anzi: sulle attese di chi le ha immediatamente precedute, su di loro. Quasi un chiedersi a chi poter passare il testimone.

Terzo notevole accadimento in rete, la nascita di Poesia 2.0, un portale-piattaforma nato da proposte e discussioni su Poesia e Rete (incontri di Villasanta e Verona) incanalate poi sul blog di Stefano Guglielmin e fatte proprie e finalmente realizzate da una redazione di tutto rispetto. E che si propone di occuparsi di poesia a tutto campo, con l’obiettivo e la speranza “di ricostruire attorno alla Poesia una comunità capace di restituirle quel senso di collettività e la forza per sostenerne il peso” unendo la potenza del web alla presenza sul territorio. La struttura del portale è già di per sé più di una speranza, e dimostra un’attenzione davvero unica ai tanti volti e alle tante implicazioni del fare poesia oggi. Tra i numerosi redattori e collaboratori, che vi invitiamo a conoscere direttamente sul sito, citiamo solo Mario Bertasa (uno dei premiati al Giorgi di quest’anno), e i due ciòfani Luigi Bosco e Francesco Terzago che hanno un po’ rappresentato (e bene) la categoria “figli del tardo impero” reagendo vivacemente alla chiamata in causa di Nacci e Fantuzzi di cui alla nota precedente. Dagli infiniti spunti di riflessione offerti da queste recenti occasioni si può solo tentare di ricavare alcuni punti fermi, delle indicazioni di tenuta particolarmente significative. Ci provo, citando in un continuum poeticamente collettivo spezzoni di interventi (tratti principalmente da Linguaglossa, Romanò, Lucini, Abate, Dall’Aglio e Bertoldo: non sono più in grado, per come ho fatto la raccolta, e me ne scuso, di indicarne voce per voce gli autori).
Maurizio Cucchi recentemente ha detto che le riviste di poesia sono «irrilevanti». Ha perfettamente ragione. Ma in questo contesto generale di de-valorizzazione tutto diventa irrilevante: diventano «irrilevanti» anche le collane di pseudo-poesia di Einaudi, di Mondadori, di Garzanti, di Guanda, di Fazi, di Donzelli, della Passigli, di Scheiwiller, etc. È tutto il settore cultura che è diventato irrilevante. Si è passati (in questi ultimi trenta anni) dalla società di massa a quella della post-massa: da una situazione di imbarbarimento a quella di degrado totale: la de-valorizzazione spettacolare globale. Se ci si guarda attorno, non si vedono che reduci da una disastrosa guerra e da una disastrosa sconfitta: oggi i cittadini (tra cui i poeti) devono fronteggiare una situazione più buia che i tempi bui brechtiani. E continuare a promettere felicità (secondo la definizione di Fortini la poesia è solo “promessa di felicità”), oltre che con le religioni anche con la poesia, può sembrare come minimo indecente, tanto sono cresciute le potenze ostili che impongono infelicità e orrori. E perciò è essenziale riconoscere che la letteratura (e la poesia in modi apparentemente meno evidenti…) non è stata mai fuori dai conflitti di potere o dai giochi di potere. I valori interni alla letteratura e alla poesia non sono mai mutati senza che mutasse in modi più o meno vistosi «l’ordine extraletterario» che le istituisce. La scelta che oggi si pone a uno scrittore, a un giornalista, a un intellettuale, a un poeta, a un semplice cittadino è questa – come posso vivere, fare esperienza, produrre arte, agire politicamente, ribellarmi, senza che tutto ci si esaurisca in un gesto ininfluente? Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro, nella società spettacolarizzata? D‘altra parte, non è neppure reale che la poesia italiana vada poi così tanto male e addirittura si parli di punto di non-ritorno. Si sono visti anche ottimi libri, in questi ultimi anni. E' vero, due o tre all'anno, non di più. Ed è giusto pensare che forse proprio la poesia non sia mai in crisi, in quanto nasce proprio dalla crisi, che lei infatti riconosce essere ovunque. Questi tempi invivibili, dunque, sono invece maturi proprio per la grande poesia. Una poesia che torni ad essere l’espressione della resistenza e della rinascita culturale e umana di un popolo. La crisi vera della poesia è invece una crisi di sincerità. Se si trova la sincerità si trova il linguaggio e lo spessore, qualunque cosa si scriva. E se anche fosse inutile, spronare la mente e la sensibilità a vivere più profondamente è un atto titanico che ci riscatta dalla vacuità imperante. Bisogna porre un forte accento sulla restituzione di senso alla parola poetica. Tutti gli autori più significativi della «nuova poesia» si pongono il problema: è possibile il discorso poetico senza un forte investimento di senso? È possibile un discorso poetico slegato da un proprio mondo di esperienze significative? È possibile il discorso poetico slegato dall’«autenticità»? Quale linguaggio per la poesia futura? Se si individua un poeta vero, in comunicazione con se stesso, anche il problema del linguaggio non si pone più: anche la poesia del quotidiano, del minimale, persino del banale e dell’impoetico può essere allora poesia “vera”. La cosiddetta poesia sociale poi deve venire non dall’ideologico e neppure esclusivamente dall’ideale etico, ma da un porsi da poeta di fronte alla realtà, reagendo nella forma in cui si riesce a reagire, dal profondo di un sentire umano. Se uno scrive e non comunica con la sua verità interiore, con il se stesso, non dice nulla, ma si limita a ripetere il mondo senza esserci dentro. La frammentazione, a tutti i livelli, del discorso poetico, la sua estrema soggettività e la conseguente incapacità della critica di unificare l’esperienza di ciascuno in un quadro di valutazioni coerente e oggettivamente riconoscibile, determina la “solitudine” del poeta contemporaneo. L’unica possibilità che probabilmente resta a chi scrive poesie è di sfruttare al massimo la propria marginalità rispetto a questo stato di cose. Non dimentichiamo che ogni margine è il centro di qualcosa d’altro, basta spostarsi.

Da ultimo: è lecito parlare di «canone»? Il canone è una costruzione «artificiale», ideologica, un espediente strategico finalizzato a promuovere una «linea» piuttosto che un’altra. In realtà (e per semplificare) la questione del «canone» è una operazione di politica estetica e di politica editoriale di una élite intellettuale: soltanto quando questi due elementi entrano in gioco contemporaneamente si può parlare, propriamente, di «canone». E’ però verosimile che nessun canone, nelle accezioni qui sopra descritte, possa offrire qualcosa di buono alla poesia. Il poeta non dovrebbe preoccuparsi affatto del canone. Deve concentrarsi solo sul suo scrivere. Il canone viene dopo, e lo stabiliranno i critici, e i lettori (e i poeti) delle generazioni successive, proprio su quanto lui e gli altri suoi ‘colleghi’ coevi hanno scritto. Se si preoccupa del canone vigente (basato sul passato) non ha capito niente e la sua è solo la preoccupazione di un arrivista che sgomita perché vorrebbe entrare subito per il suo piccolo prestigio, in quel canone. Che è inevitabilmente trascorso, tardivo, superato dalla scrittura veramente in atto. E’ invece necessario che il poeta debba seguire delle regole, o meglio delle scelte appropriate a quello che sta scrivendo, darsi una regola sua che il lettore sia in grado di individuare e di criticare. E per far questo è indispensabile che ogni poeta si preoccupi della sua poetica. Se uno sa come scrive significa che ha trovato il suo canone, la sua regola, elaborata dalla sua mente, dalla sua sensibilità, dal suo respiro polmonare, dal suo concorso emotivo, dalle sue convinzioni estetiche ecc. La regola inventata "dentro" il processo di costruzione del testo, non è affatto facile, è anzi, molto più difficile di qualsiasi canone, perché implica la consapevolezza del poeta nel suo essere poeta e implica una necessaria empatia del critico e del lettore. Detto così è semplice, ma è anche un concetto finalmente davvero etico, che chiama forte il dovere di responsabilità.



Ecco la poesia d'apertura di Le stanze del sale, di P. Dughero (a cura di F. Alborghetti, Le Voci della Luna, 2010)


Compito


A volte li frantumo i sassi
per vedere se trovo qualche pezzo
buono da salvare.
Difficile risalire le parole, appellativi,
come fatua, ad esempio, che impedisce il peso
di ogni mia lettura.
Difficile tessere fili che vedi sparpagliati
se non sei abituata a ore di telaio.
Un giorno una veggente che mi piaceva
consultare - era molto brava -
disse che il mio compito è tutto ciò che è materiale.
Basta con la meditazione e la contemplazione
e tutto ciò che è trascendente.
Occorreva appoggiare i piedi a terra.
Non l’ho ascoltata e ho continuato.
Ma quando il dono è arrivato, io l’ho accolto.
Ho iniziato a trasportare ciò che ricevevo, onorando,
a tramandarlo, lasciando che trabocchi su altri.
Ho iniziato a trasportare mattone su mattone
asciugando il sudore con la pietra bianca.
Mi hanno insegnato che esiste il taglia e cuci
anche per i vecchi muri: tecnica raffinata.
Io l’ho osservata e ora è quel che faccio,
che tento, coi gesti e le parole, se posso.
Scavo dei buchi ai vecchi muri e poi li copro
li intesso con mattoni nuovi e poi li mostro.
Vinco la vergogna, a volte, sperando
che sia utile e che serva.
............................Un compito pesante.

venerdì 24 settembre 2010

Benvenuta POESIA 2.0!


In parte nata da una discussione alimentata da Blanc (cfr 2 maggio 2010) e in parte dalla buona volontà di alcuni bloggers (Alessandro Assiri, Luigi Bosco, Mario Bertasa, Giovanni Catalano, Stefano Guglielmin, Margherita Ealla, Antonella Pizzo, Anila Resuli, Francesco Terzago) ai quali presto si solo aggiunti ottimi co-protagonisti (Sebastiano Aglieco, Roberto Cogo, Flavio Ermini, Marco Giovenale, Giulio Marzaioli, Rosa Pierno, Fabio Teti e Ida Travi) e, al momento, saltuari collaboratori (Francesco Tomada e Fabio Franzin),  Poesia 2.0 apre i battenti ufficialmente oggi, con l'intenzione di farsi piattaforma in cui l'informazione, la discussione, la critica, il multimediale legati alla poesia - in particolare italiana, ma non solo - siano i protagonisti.

Poesia 2.0 avrà un Archivio di Poesia Contemporanea che si arricchirà, giorno dopo giorno, di nuovi e vecchi materiali relativi ai numerosi autori della grande tradizione secondo-novecentesca. Sempre assecondando la necessità di fare ordine, abbiamo messo a punto una Mappatura delle attività poetiche sul territorio. Una sezione, questa, ancora e sempre in fieri e – a nostro avviso – indispensabile per costruire quel senso di appartenenza attraverso la condivisione delle numerose e differenti progettualità poetiche che, altrimenti, rischierebbero di rimanere confinate. Attraverso la imprescindibile sezione Media ci sforzeremo di veicolare tutti quei contributi di natura ipertestuale o audiovisiva che contribuiscono allo sviluppo ed alla diffusione della poesia come e-book, video interviste, podcast, incontri vari, letture e performace, documenti storici. In particolare, per il materiale di natura ipertestuale abbiamo messo a punto una Biblioteca che – oltre a documenti ed e-book di varia natura e riviste online – ospiterà tre (per il momento) collane di Poesia 2.0:  i Quaderni, dove raccoglieremo diversi estratti di raccolte pubblicate dagli autori del nostro archivio; gli Inediti, che accoglieranno le produzioni non ancora pubblicate di quegli autori che avranno piacere ad inviarcene; gli Appunti, che conterranno interventi di taglio più saggistico i quali pure saranno pubblicati nella apposita sezione Saggi e Critica. L’ultima sezione del portale sarà dedicata alle numerose Rubriche dove
verranno pubblicati interventi e contributi di varia natura e attraverso le quali cercheremo di aprirci il più possibile al dialogo per i futuri passi in avanti che speriamo tutti di fare.

Poesia 2.0 è un progetto che nasce online ma che non vuole affatto limitarsi agli spazi virtuali. Il portale non è il fine, ma il mezzo. Questo significa che sono chiamati all’appello non solo i poeti, ma anche gli editori, i librai, le riviste, i bibliotecari, le associazioni, i caffé letterari, le istituzioni e tutti, tutti quanti sentono di aver preso un impegno – per un motivo o per un altro – con la poesia.

sabato 19 settembre 2009

Journal of Italian Translation


E' scaricabile in Pdf il volume III, n.2 (autunno 2008) del Journal of Italian Translation diretto da Luigi Bonaffini ed edito a New York. Rivista semestrale che esiste dal 2006, ha il merito di tradurre non soltanto poeti italiani contemporanei, sia in lingua e sia in dialetto, ma anche di proporre testi del canone consolidato. Per esempio, in questo numero si possono leggere Dante, Guinizzelli, Cavalcanti, Cecco Angiolieri e  Michelangelo Buonarroti, del quale riporto un paio di testi. Interessante anche due proposte di traduzione in merito a L'onda di Gabrele D'Annunzio. Ringrazio il prof. Bonaffini per aver inserito alcune mie poesie tratte da La distanza immedicata.



5


I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
coma fa l’acqua a’ gatti in Lombardia
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ‘l ventre appicca sotto ‘l mento.
La barba al cielo, e la memoria sento
in sullo scrigno, e ‘l petto fo d’arpia,
e ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.
E’ lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrapeso groppa,
e ‘ passi senza gli occhi muovo invano.
Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
e per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’arco sorïano.
Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.
La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ‘l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore.



5


I’ve developed a goitre in this chagrin,
as if I had, like cats in Lombardy,
drunk dirty water in large quantity
which makes the stomach bulge up to the chin.
Beard to the stars, and a nape that I pin
upon the back, a harpy’s breast—that’s me;
and, dripping still, the brush, as you can see,
has made my face a floor stained out and in.
Into the belly have entered my hips,
and with the seat I counterpoise the hunch,
and, as I cannot look, in vain I go.
In front, my skin is taut and almost flips,
but in the back the wrinkles make a bunch,
and I am bent like an Assyrian bow.
That is why, bent and smirched
even my thought emerges from my head:
shooting a crooked harquebus is bad.
Defend my painting dead,
Giovanni, and my honor which grows fainter:
this place is bad; besides, I am no painter.


102


O notte, o dolce tempo, benché nero,
con pace ogn’ opra sempr’ al fin assalta;
ben vede e ben intende chi t’esalta,
e chi t’onor’ ha l’intelletto intero.
Tu mozzi e tronchi ogni stanco pensiero;
ché l’umid’ ombra ogni quiet’ appalta,
e dall’infima parte alla più alta
in sogno spesso porti, ov’ire spero.
O ombra del morir, per cui si ferma
ogni miseria a l’alma, al cor nemica,
ultimo delli afflitti e buon rimedio;
tu rendi sana nostra carn’ inferma,
rasciughi i pianti e posi ogni fatica,
e furi a chi ben vive ogn’ira e tedio.



102


O night, O time of sweetness, although black,
you give at last to all man’s actions peace.
Who sings your praises, well he knows and sees,
and he who greets you feels no inner lack.
You cut and break all weary thoughts, which back
to us are sent by humid shade and breeze,
and from the lowest pit you lift with ease
of dream my longings to the highest peak,
and where I crave to go. O shadow of death,
halting all aches that rend both soul and heart,
O last and gentle solace of man’s woes,
you heal our ailing flesh, restore our breath,
dry out our tears, lay all our toils apart,
and from the just you steal despair away.


trad.Joseph Tusiani

lunedì 14 luglio 2008

Paginazero chiude


L'editoriale del n.11, scritto da Mauro Daltin e Paolo Fichera parla chiaro, ma forse non del tutto: si dice che la rivista cartacea chiude non soltanto per i costi di gestione, ma per dare maggior rilievo al blog della stessa rivista, più snello nelle procedure d'aggiornamento, più in presa diretta con il reale. Spero sia così: un solo post da aprile non annuncia nulla di buono, e ciò è un peccato perché Paginazero era una rivista di grande rilievo culturale e unica nel suo genere.

Nata 4 anni fa a Trieste, si è occupata delle letterature e culture di frontiera, con particolare attenzione alle letterature dell’est-europa e di temi quali l’esilio, i luoghi-non luoghi, la migrazione delle e nelle culture, il carcere, i confini fisici e linguistici, la guerra, l’informazione libera. Segnalo il progetto le betulle nane, che si propone di presentare, in e-book, poeti contemporanei (e non), delle aree dell’Est Europa, con particolare riferimento alla zona dei Balcani, ma anche poeti italiani contemporanei (fra questi, ricordo che sono già usciti Francesco Marotta, Sebastiano Aglieco, Ilaria Seclì).



Dall'ultimo numero, riporto uno stralcio dell'intervista a Paolo Rumiz, uno degli ultimi, veri, viaggiatori.



Alla domanda di Angelo Fioramo sul "valore del confine" per gli uomini delle terre triestine, egli risponde: "Vengo da una città di bastardi, intendo gente dalle radici corte, dal pedigree illeggibile e indecente, con le ossa degli antenati sparse ai quattro venti. Radici com­plesse insomma. A questa complessità delle origini, a questo essere "sempre in mezzo", in bilico fra Mitteleuropa e Mittelmeer, puoi reagire in tre modi. Il primo è assumere identità monolitiche, dunque furiose e fatalmente aggressive, in quanto schizoidi; il secolo ventesimo ne ha conosciuto i disastrosi effetti. Il secondo è impazzire, vedere alieni ovunque, vivere complessi d'accerchiamento, in perenne turbolenza per il conflitto fra le proprie diverse origini. Non a caso Vienna e Trieste sono grandi città di psichiatria e psicoanalisi. Il terzo è prendere la vita alla leggera, rileggerla come un'operetta, mettere un po' di follia nella quoti­dianità. Non a caso a Trieste "la persona" si dice "el mato", cioè il matto. Un matto errabondo - e magari narrabondo - che, in assenza di antenati da vantare "in loco", non può scavare troppo in profondità. Può solo percorrere in superficie il suo pae­saggio dell'anima. È questa la reazione migliore. La più popolare, legata all'antica anima sefardita - burlona e autoironica - dei quartieri bassi dell'angiporto. Dopo un secolo devastante fondato sul mito del sangue e della terra, credo che il miglior messaggio della mia terra zingara sia proprio questo: l'attaccamento al paesaggio. Il triestino, diversamente dal resto degli italiani, percorre il suo territorio in conti­nuazione, lo segna come i cani che fanno la pipì a ogni angolo. Egli rivaluta la terra e la rilegge in modo diverso, la ruba ai teorici della razza, li obbliga a trastullarsi solo col loro fottutissimo sangue e il loro fottuto Dna.
Trieste, quella profonda, popolare e multinazionale, è capace di rileggere la parola Heimat in senso aperto, rispettoso delle identità bastarde. Succede perché l'anima della città è in grado di rifondare l'Etnos - parola maledetta - sul rispetto del terri­torio anziché sul culto degli antenati, sull'appartenenza anziché sull'identità, sul "Genius loci" e non su millenarie genealogie.
È questo il senso della mia piccola Vienna sul mare. Il triestino, come il nomade, non vuole vantare diritti esclusivi sulla terra, perché è conscio che essa appartiene solo a chi muore".

venerdì 21 dicembre 2007

La critica, la fiera, i blog


Vorrei segnalare due volumi appena usciti ai quali ho avuto l'onore di partecipare, al primo con un saggio dal titolo Sulla linea anteremiana (pp. 95-105); al secondo con una relazione su Poesia e blog (pp. 59-60).


Il numero 16 di Incroci ("semestrale di letteratura e altre scritture", Mario Adda Editore) è un monografico ricchissimo di interventi critici, curato da Daniele Maria Pegorari che, nell'editoriale, scrive: "Facendo eco al cla­more suscitato nell'ultimo anno da un intenso dibattito sullo stato della critica letteraria in Italia, sulla necessità o impossibilità (a seconda dei punti di vista, più o meno costruttivi) di una sua ridefinizione teoretica e metodologica e sulla crisi o inattualità (a seconda delle vocazioni, più o meno catastrofiche) della figura del critico [...] si è pensato di dedicare questo sedicesimo fascicolo ad un Confronto sulla critica. Onde evitare l'effetto di un dibattito tutto riservato ai più 'giovani' e differenziare il nostro contributo rispetto a iniziative solo parzialmente analoghe di altre riviste (si pensi ad alcuni meritori fascicoli di «Atelier» apparsi fra il 2002 e il 2003), il numero ospita nella prima parte (Poetiche e crisi della critica) saggi e riflessioni di alcu­ni 'padri' e compagni di strada dalle suole più consumate, nella precisa convinzione che nessuna pur legittima e doverosa esigenza di spazio e autonomia - avvertita dalle ultime due generazioni di critici italiani - possa giustificare il precoce accantonamento di un'alta lezione letteraria. [...] La seconda parte del fascicolo (Prospettive e prospezioni della nuova critica) inter­pella, disponendoli in un più preciso ordine anagrafico, undici fra le più attive figure della critica italiana, nate fra il 1961 e il 1974: la loro caratteristica unificante - al di là della collocazione professionale, del territorio in cui sono attivi e delle predilezioni culturali - è l'ostinazione con cui perseguono l'incontro metodologico fra storiografia e 'scavo' mili­tante, nonché l'equilibrio costantemente mantenuto fra tensione etico-teoretica e analisi rispettosa e filologica della materia testuale. Alcuni di loro (Guglielmin, Ritrovato, Moscè) intervengono con indagini mirate a ricostruire zone specifiche della letteratura contempora­nea, oppure propongono panorami tanto ambiziosi quanto programmaticamente provvisori della narrativa (Santoro) e della lirica (Pegorari), altri scelgono la riflessione teorico-me­todologica sugli statuti della professione critica (Lupo, Inglese, Zublena, Molitemi), altri ancora hanno richiesto un taglio più giornalistico e militante (Deidier, Mansueto)".



Per conto della "associazione letteraria La Clessidra", Format dell'omonima rivista diretta da Mauro Ferrari, sono usciti gli "Atti" della Fiera dell'editoria di poesia, svoltasi a Palazzolo (Novi Ligure) il 23 giugno 2007. Scrive Ferrari in quasi una cronistoria: "Non è stato facile organizzare una Fiera che coniugasse l'aspetto commerciale con quello culturale e artistico; [...] La nostra idea era quella di una Fiera di sola Poesia, in cui la Poesia e il suo mondo fossero gli unici protagonisti; una Fiera che accettasse il rischio di poter radunare, al massimo, il pubblico della poesia, fatto per lo più di... poeti, critici e operatori; un'operazione potenzialmente auto-referenziale e inutile, insomma, che avrebbe potuto consumarsi in un confronto tutto interno, intransitivo, nella camera anecoica di una sede magari bella - quale è il castello quattrocentesco di Pozzolo - ma da cui all'esterno non trapela nulla, neppure un sibilo. Era il rischio, certo: ma non è successo. Se anche è mancato il pubblico "occasionale" e "di curiosi" (di cui non molti hanno sentito la mancanza), c'è stata una straripante partecipazione di un pubblico attento: addetti ai lavori, magari, ma tanti e di altissimo livello, giunti da tutta Italia.
La scelta degli Operatori a cui dare visibilità si è fin da subito rivelata essenziale; per mesi lo staff organizzativo ha valutato sigle, nomi, titoli, cataloghi, giungendo a una lista ampia ma non generica né onnicomprensiva già sapendo che, per molti e vari motivi, non tutti avrebbero potuto o voluto partecipare: Editori, Riviste, Siti, Agenzie, Premi. Una scelta di qualità, ci siamo detti fin da subito, che lasciasse fuori un certo sottobosco localistico, pseudoeditoriale, similpoetico e quant'altro; ma anche una scelta coraggiosa nel non invitare le majors".

sabato 10 novembre 2007

Segnali


Carte nel Vento (nov. 2007, anno IV, n. 8) ha pubblicato i commenti di Flavio Ermini e Rosa Pierno ai finalisti dell'edito al premio "Montano". Segnalo e ringrazio Rosa per la lettura acuta fatta a La distanza immedicata. Non è facile trovare una giuria che curi con tale minuzia il giudizio sulle opere prese in esame.





Niederngasse,"rivista elettronica trimestrale che ha l'obiettivo di pubblicare poesie e arti figurative contemporanee, ma anche recensioni o saggi letterari", ospita alcuni miei testi editi. L'idea è stata di Paola Silvia dolci, poetessa di valore il cui blog, Noix de coco - che trovate linkato qui a fianco - merita di essere visitato.

mercoledì 10 ottobre 2007

GAMMM


in Tellusfolio la presentazione della rivista

giovedì 26 aprile 2007

Nascerà una nuova rivista?


Da un paio di giorni Christian Sinicco su AbsolutePoetry ha lanciato l'idea di una nuova rivista cartacea. Ha invitato alcuni amici bloggers a parteciparvi e già la discussione è accesa. Vi invito a leggere anzitutto, su Absolute, la sua proposta (con i relativi commenti) e, qui sotto, gli interventi rispettivamente di Martino Baldi e di Erminia Passannanti, con replica di Sinicco.


La discussione è aperta.


Martino Baldi (25/04): “Io credo che il progetto di una rivista non può nascere con questi presupposti da grande coalizione. Può essere aperto a molti visioni ma nasce dall'incontro di alcune (relativamente poche) menti affini che immaginano qualcosa di preciso. Non mi convince questa convergenza di tutti verso "una grande rivista" (ci manca che tu dica socialdemocratica e liberale e poi siamo arrivati!). Certamente non ho riserve sui nomi che vedo tra i destinatari, a cui va tutta la mia stima, in particolare a quelli con cui ho avuto il piacere di confermare negli incontri di persona la stima precedente e virtuale. Però c'e' di mezzo anche una questione di affinità e di progettualità che non si misura soltanto con la stima. [...]

Erminia Passannanti (25/04): “Mi pare un discorso sensato, quello di Martino, e dunque lo sottoscrivo: mette in evidenza la inevitabile posizione critica che una redazione di poeti e intellettuali schierati sul fronte di un’azione culturale programmatica precisa (come quella di una rivista) deve necessariamente assumere. Se uno se la fa con chi la pensa come lui/lei, il nucleo redazionale necessariamente si restringe, acquisendo coerenza e compattezza, aspetti che, portati all'eccesso della coerenza e della compattezza, possono risultare potenzialmente anche indesiderabili. [...] Sebbene possa accettare la diversità in campo poetico, estetico, e anzi l'apprezzi molto sul piano stilistico, non vorrei avere in una rivista a cui collaboro testi, pretesti e opinioni che scantonano vistosamente sul piano ideologico dalla linea etica e dalla tradizione politica a cui mi appello. Non vorrei avere persone che ad esempio – per rimanere molto sulle generali - non appoggino il discorso marxista, femminista e ambientalista, e pacifista. non vorrei avere individui ‘politically incorrect’ verso questioni che mi stanno a cuore, che riguardano i gender studies, le riforme del diritto di famiglia,e del codice penale, e via dicendo, e a proposito delle quali credo una redazione debba necessariamente muoversi in modo compatto e coerente. Né soprattutto vorrei interagire con poeti e poetiche che attribuiscano alla poesia e all'intellettuale un ruolo, secondo i miei parametri, sostanzialmente mistificato, che siano incapaci, insomma, di autocritica, e autoironia."


Martino Baldi (26/04): “Non la metterei sull'asse ottica inclusiva / esclusiva, [...] La questione è piuttosto che senso dare alle nostre parole e azioni. Mi sembra che Erminia abbia delineato con grande intelligenza i rischi delle diverse posizioni, per non meritare di riportare la discussione su questa elementare distinzione. [...] Perché non mi scrivi piuttosto una mail così chi la vuol fare una bella rivista laica, scettica, illuminista (e non neopositivista), basata su una interpretazione assolutamente desacralizzata della figura del poeta e dell'arte, interdisciplinare, di qualità ma non specialistica (si può pure dire, non mi vergogno: divulgativa), in cui i nostri ego siano messi in secondo piano rispetto a una generale proposta di leggibilità, che prenda le distanze sia dall'indifferentismo delle grandi coalizioni, sia dalla poetiche teo-con, sia dalle furfanterie editoriali, sia dall'antagonismo per decreto, sia da posizioni intellettualistiche? Chi la vuol fare una rivista che rimetta chiaramente e inderogabilmente al centro la questione dei valori laici, del primato del diritto del lettore piuttosto che il dominio delle poetiche e delle politiche, la pluralità del pubblico piuttosto che la pluralità delle posizioni di partenza?”
Christian Sinicco (26/04) "Per rispondere a Martino, e a quanti hanno giustamente mosso delle critiche: è chiaro che l'articolo è in parte polemico, ma allo stesso tempo un'operazione per vedere quanti rischierebbero, solo di mettere il nome. L'argomento del mettere in comune è essenziale, un sentire diffuso che vuole diffondere la cultura, e ha intenzione di farlo costruendo un dibattito, senza attribuire in partenza a internet il fatto di fondare già una comunità dove tutto è assieme, quando invece la maggior parte dei post esplicitano opzioni personali o di piccoli gruppi. Quindi l'invito richiama una presa di coscienza, sul fatto che tutto sommato non basta essere in rete per essere in comunicazione, e che bisogna fare dei passi, che fatto un passo ne faremo altri, forse più concreti di questa utopicapetizione (penso a ciò che abbiamo meditato al blogmeeting) - ma come sa anche Nacci, quando creammo una petizione per lo Stabile del Friuli Venezia Giulia (assolutamente senza alcuna velleità), costringemmo il Comune di Trieste nella persona del sindaco alla nomina di un presidente, carica vacante da mesi. Voglio semplicemente osservare la disponibilità, poiché per me un luogo di cultura deve potersi fondare attraverso un'ottica inclusiva, e non esclusiva. Quello che ho visto in Croazia, è inclusione, informazione, direzione, dibattito: comunicazione, e ben curata. Così non è qui, non lo è per le riviste cartacee, non lo è sui blog. Mi domando dove voi vediate un dibattito ad esempio, è come se tutto fossero in grandi monadi incapaci di fermarsi, un attimo, e di fare qualcosa l'uno nei confronti dell'altro."

sabato 3 marzo 2007

Carte nel Vento


Segnalo l'uscita del n.6 anno IV di Carte nel Vento, la rivista on-line di "Anterem". Ranieri Teti, fra l'altro, ha scritto una recensione molto bella a La distanza immedicata. Già che ci sono, vi invito ad ascoltare il brano del maestro Francesco Bellomi nato dall'ascolto di un mio testo.


Buon week end.

venerdì 29 dicembre 2006

Lotta Poetica



Nella storia delle riviste italiane non possiamo dimenticare «Lotta Poetica», nata da un progetto di Sarenco e Paul De Vree, e pubblicata dal 1971 al 1975 con lo scopo di costituire uno «strumento di informazione e di scambio».


(Per la cronaca, la copia che vedete in copertina la trovate qui per 100 dollari)



Caratteri fondamentali


1) L'adesione al clima politico di critica radicale della società borghese nel dichiarato proposito di riguadagnare un rapporto non esterno tra avanguardia politica e avanguardia artistica, di trarre profitto dalle esperienze del '68.
2) L'affermazione di una dimensione internazionale della ricerca al di là delle chiusure e degli sciovinismi nazionali. Questo impegno, misurato dal versante difficile della poesia visiva, esalta l'efficacia e la flessibilità degli strumenti linguistici che la poesia visiva adopera.
3) La definizione di una specificità nel campo delle ricerche che rinnovano le nozioni di scrittura e di poesia, e le pratiche a queste relative, porta a una chiarificazione dello spazio della poesia visiva, che ha un carico di «senso» ben più deciso rispetto a quello della poesia concreta. Le specificazioni dei due momenti della scrittura come «assunzione del segno» da una parte e «espansione del senso» dall'altra, risultano momenti essenziali di differenziazione.
4) La poesia visiva, così come tiene a distinguersi dalla poesia concreta, tiene a dichiarare differenti origine, destinazione e struttura rispetto all'arte concettuale. È questo uno dei punti vistosamente polemici di Lotta Poetica: l'uso della scrittura delle immagini, come produttrici di significato, è distanziato dalla formulazione di un nuovo canone della comunicazione estetica.
5) La poesia visiva è vista come un progetto totalizzante della ricerca artistica negli anni '70. Questa ipotesi partigiana è vissuta come tesi essenziale per tutto il lavoro creativo che la rivista raccoglie.
6) Lotta Poetica, mentre chiarisce l'estensione e il progetto della poesia visiva degli anni '70, raccoglie una storia minuziosa delle esperienze che ne hanno preceduto gli svolgimenti, le filiazioni riconoscibili.
7) Nel rigetto di ogni esperienza artistica contemporanea che non sia formulata nello spazio del nuovo, Lotta Poetica compie un'opera di accostamento alle ricerche limitrofe di operatori dispari e vitali (Ad Dekkers, Beuys, Kolar, Aubertin, Staek, Baj) rivelando la prospettiva che la ricerca della scrittura oggi verifica (V. Fagone).



Quali sono i motivi che hanno condotto alla realizzazione di Lotta Poetica?


L'idea di fare questa rivista periodica mensile, scrive Sarenco, è nata dalla decisione di «unificazione delle forze» tra le edizioni De Tafelronde (Anversa) e le edizioni Amodulo (Brescia).
Finanziamento delle rivista: 1) i fondi usati per stampare 3 numeri annuali di Amodulo e 3 numeri annuali di De Tafelronde sono stati messi a disposizione per la stampa di «Lotta Poetica». 2) Contiamo su un numero minimo di abbonamenti regolarmente paganti. 3) 10 numeri della rivista, tirati su carta speciale, vengono venduti (sempre in abbonamento) ad altrettanti collezionisti bibliofili: tali numeri contengono opere originali di alcuni artisti della nostra redazione che gentilmente e fraternamente hanno donato a «Lotta Poetica» alcune loro opere. La somma dei paragrafi 1) 2) 3) ci permette di pagare totalmente il costo della rivista, delle spedizioni, della gestione della redazione. Naturalmente nessuno dei collaboratori o redattori riceve compensi.
La rivista rifiuta qualsiasi tipo di pubblicità sulle sue pagine. Il titolo «Lotta Poetica» è l'affermazione del nostro impegno, come poeti ed artisti in generale, ad impostare una battaglia continua a due livelli: a) a livello linguistico per la distruzione delle strutture culturali della società borghese, b) a livello politico a fianco dell'avanguardia della classe operaia e del movimento degli studenti.
Contiamo, per realizzare questo scopo, su tutti i poeti e su tutti gli artisti che si sentono dalla nostra parte, sulla nostra posizione.


(da Lotta Poetica 1971-75, factotumbook 1, Brescia)

domenica 27 agosto 2006

arte e vita


‹‹"È compito (magari superstite) / della poesia contestare strangolare calpestare" (R. Roversi)

"Terzo: / hai il diritto di parlare liberamente / finché non sarai abbastanza stupido / da provarci davvero" (The Clash)

[...] ciò che più caratterizza il selvaggio rispetto alla letteratura è proprio il rapporto instaurato tra quest'ultima e la vita. Un rapporto che la critica non si è ancora preoccupata di stu­diare trattandolo con sufficienza. Infatti, mentre per la "let­teratura-istituzione", come la chiama A. Guglielmi, questa strada critica coincide al massimo con il biografismo — non ci può essere rapporto arte/vita con individui che passano la vita a scrivere o che vivono in funzione della scrittura —, per la lette­ratura antagonista questo rapporto diventa fondamentale, è il vero nutrimento dell'opera. Che del resto ci sia insofferenza o atteggiamenti da "non capisco" su questo tema è facilmente di­mostrabile. I pochi non selvaggi che hanno agitato il problema non sono stati presi molto sul serio. Penso a Balzen, Penna, Roversi, Zavattini, Pasolini, Majorino. Pochi riconoscono ad esempio che questa frase di Balzen ("Un tizio vive e fa bei versi. Ma se un tizio non vive per fare bei ver­si, come sono brutti i versi del tizio che non vive per fare bei versi".) non è uno scioglilingua, ma un concetto che sottende una scelta, di vita, di stile, di scrittura, e sovverte canoni e rego­le interpretative. Questo perché la società letteraria è così lontana dalla vita, snobisticamente lontana, da guardarla con sufficienza dall'alto per paura di sporcarsi di terra, di fango...››
Claudio Galuzzi (1957-1998) in abiti-lavoro, quaderni stagionali di letteratura operaia, 1986, n.10, p.627

domenica 20 agosto 2006

ClanDestino


Dal numero 3, maggio/giugno 1989, riporto un commento di Davide Rondoni sulla situazione delle riviste poetiche italiane del tempo. Consiglio di leggere gli atti del convegno fiorentino del 2005 "Poesia: il futuro cerca il futuro" (Lietocolle 2006), per verificare che cosa è cambiato.


Serata di storia minore?

Polena, Poesia, Lengua, Margo, Bloc Notes, Schema, Steve, Anterem, Diverse Lingue, Scarto Minimo, Uomini e Libri, Hellas, Poeticamente, Feeria, Gli immediati dintorni... Molte le riviste invitate e intervenute in Milano all'incontro pro­mosso da Schema, con i fondi dell'Istituto per il Diritto allo Stu­dio Universitario.
A flashes si sono succeduti i redattori sul banco. Molte le con­cessioni al «solito lamento» e le oscillazioni tra non-chalance e retorica in un discorrere che è parso a tratti così irrimediabil­mente «fissato» e dejà vu nel suo ruolo di discorso sulla-nella-per la poesia.
Non sono mancati soprassalti (la breve e sciancata commemo­razione di Spatola: «È corso verso il disastro con il suo Tam Tam») né inquietudini: (i ragazzi di Scarto Minimo che dicono: «Ci interessa l'insensatezza. Solo la nostra morte ci interessa sia vissuta. È un'estetica dell'indifferenza») né momenti di quel pa­thos che si rovescia in ironia per ritrovarsi infine tragedia (al­lorché [Franco] Manzoni di Schema terminava invitando a scendere in piazza a difendere la poesia italiana).
Taluni interventi hanno incuriosito di più - ed è già molto in serate come queste. Inquietante, dicevamo, l'intervento di Scarto Minimo, ove il porre a sfondo la propria morte segna un'asso­luta profondità e un'assoluta possibilità di gioco. Precisi e ap­passionati Franco Loi (Lengua e Diverse Lìngue) Isella (Bloc Notes) Bertoni (il verri e gli immediati dintorni) Mezzasalma e i suoi allievi (Hellas e Feeria) nel dare le ragioni di partenza e lo status problematico del loro lavoro. Più a loro agio, attori consumati di questi «teatri»: Manzoni (Schema) Sitta (Steve) Giò Ferri (Anterem) e, tutto sommato, anche Cucchi neo-Direttore della rivista di «divulgazione alta» (la definizione è sua) Poesia, di Crocetti. Il Divulgatore ha illu­strato diligentemente le rubriche della rivista, con il medesimo tono uniforme che rischia di ingrigirla. Umberto Piersanti, in uno spigliato e documentato intervento, ha descritto la vittoria dell'«oralità di provincia» su tutti gli al­tri tentativi di diffusione della poesia in Italia. Protagonisti di una storia minore? E quella maggiore dove si svolge, negli ipersaloni, negli inserti delle gazzette, o nelle «ti­rate» dei mattatori?
La storia (cioè gli atti, le decisioni) della poesia si svolge in que­ste o in altre stanze, o non si svolge perché è divenuta rito e com­mercio, conferenza e colloquio - neppur più vero litigio... O non è storia?
Protagonisti di una storia senza decisioni (anzi senza Decisio­ne) gerarchizzata, ove varietà fa rima con immobilità, e pare che v'abbia qualcosa da vincere mentre v'è solo perdita, e per­fino della parola stessa; perdita specie per chi oggi «decide» di stare nella carne e nel quotidiano e non nella parola e nel periodico.
Si sono presentati molteplici punti di vista in quella serata, e pur in quasi tutti mancava la storia - non già come discorso o «valore» - ma come decisione. V'era un'improbabile storia del­la poesia entro cui inserire la propria storia particolare. Vuoto nel vuoto, con il rischio atroce di conferire valore vago e asso­luto all'indefinibile poesia, come sapienza e valore da servire, da condividere e da divulgare.
È meglio che taccia una poesia che non è atto (pur tragico) e decisione nella storia; meglio che celebrare riti, oggi più consi­derati dai media e dagli sponsor. Si tradirebbe di meno e meno guasto si farebbe dinanzi alla vita e ai giorni che tiriamo tra han­gar e partiti, città di pulsar e d'ombre, ospizi e balbettanti colline.