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mercoledì 19 marzo 2014

Premio Tournament 2013: altri due finalisti




Gregorio Tenti: Teoria della quiete o, meglio, della sua impossibilità, specie se quiete si vorrebbe del pensiero, che invece è diversione, “protesi”, continua divergenza di cui non possediamo l’inizio, la “crisi”, che non è soltanto effetto della razionalità, ma anche della “dolcezza”: non dimenticarla, dice il poeta a se stesso, mentre scrive, ossia mentre dà senso alla sua vita di scrivente o, se possibile, di scrittore: la prima strofa si chiude con una lettera, forse sorella delle lettere dal fronte piene d’amore di ungarettiana memoria. La scrittura, qui, ha un compito morale e, insieme, gnoseologico. Gregorio Tenti, classe 1993, ha infatti capito benissimo che la parola non è soltanto alchimia combinatoria, “una grammatica delle lingue che parli / senza permesso”, ma profondità e carne, perpetuo tentativo di ricomporre il senso del vivere e del morire. Senso che trova nell’amore la sua custodia, come in Dante e in tutti gli uomini toccati dal dolore. A salvarci, almeno per un poco, è la poesia la cui impossibilità compositiva, se compresa, acquieta, o la morte, verso cui tutti gli esseri tendono, come ci ricorda Leopardi nel Cantico del gallo silvestre.  Davvero sorprendente la maturità espressiva di questo giovane, che ha già la sua voce, stratificata come si conviene alla poesia contemporanea che voglia essere, nel contempo, vertigine e chiarezza.


teoria della quiete

anche se a volte il pensiero di restare sembra la sola
santa vergine da interrogare, la via più sacra della sosta, prosegui intatto come un colpo a vuoto
tu nato dalla testa, e nelle orazioni più disperse
rimane la sostanza del risveglio, la protesi non si spezza.
ti piacerebbe iniziare con una crisi, che si accompagni più o meno come al solito ad un artista
della decisione - non dimenticare la
dolcezza, non dimenticarla: perché il mondo reclama una ricetta, almeno
un commento, un’epigrafe. anche tu fingi qualche volta, ma l’incertezza
ti ha affilato gli occhi e allargato i polmoni di tutto
quello che volevi dire, e invece hai riso nervosamente.
ti scrivo al presente per evitare tue risposte,
ma forse quest’inverno non passerà. magari sarà più
spregiudicato degli altri inverni, e tradirà la severa
alternanza delle cose. le notizie da casa

sanno più di vento: come qualcosa
che deraglia, si flette fuori dal calzettone,
forse non ricrescerà dritto. che la scompostezza
non si propaghi almeno: o riceverai la posta di qualcun altro, una grammatica delle lingue che parli senza permesso - le senti battere le vedi cantare entrare in dissonanza e valicare la pelle,
seccarsi sulle saldature, gettare indietro il peso
degli abiti. è tutto chiaro, tutto chiaro. non si fanno ostaggi dal cielo: si cura
il terreno nella conferma, si traduce
il legame in distanza laterale
amore mio riposa, abbreviati,
lasciati guardare da quei corpo a corpo, così come ti ho trovata ti ho amata
a guidare in stato di promessa
non c’è amore nella linea della frase
che si avvia verso il fondo, nel senso dell’inverno, nel fuoco della veglia non c’è amore, amore che si dica. sonno non ce n’è neppure.

e forse è questa la quiete più vera, più cara ai giorni e alle cose,
e questa è la scatola: la circostanza incustodita. le notti puoi vederla crepitare,
ingiallire sul corpo del padre; altri la chiamano ancora.




La sapienza compositiva e la conoscenza della letteratura nostrana permettono a Elena Salibra, docente di Letteratura italiana contemporanea a Pisa, di organizzare un testo metricamente mimetico con la tradizione, ma mosso, inquieto, ironico, dove si mescola il mito di Alfeo e Aretusa con l’occasione autobiografica, l’amore della coppia antica con la vicenda terrestre di un incontro culinario, che ha nel sugo “alla matacotta” il suo gioiello, la sua perfezione.
Il “Matelot” (marinaio) ora si gode i sapori di quel guazzetto antico e la bagnante fantastica un’avventura, “un martirio d’ortigia”, e se la porta in città, per scaldarsi in essa durante l’inverno. Una poesia costruita per scene, dove l’arcaico e il moderno cercano conciliazione: è il paesaggio siracusano a fare il miracolo, natura ancora capace di cantare le forze originarie della creazione, annullando gli orrori della storia, le sofferenze in cui ciascuno misura la propria inadeguatezza.

ricetta dieci
-alla matalotta-

l’ha abbandonata un giovane matelot
tanto tempo fa l’antica ricetta
siciliana sulla spalletta
del lungomare d’alfeo lì dove
la strada si biforca e si chiude.

la vecchia cuoca dell’osteria d’ortigia
sventolava tra le dita un foglio
con la scritta sbiadita alla matalotta.
non vi si leggeva avanti. il resto
si immaginava –pomodoro quanto
basta capperi al sale un battuto
di cipolle abbinati con sapienza
a pochi tocchi di spada cernia tonno
triglie. mi crogiolavo al sole meridiano
quell’estate nuotando a intervalli
da forte viglieri allo scoglio dei cani

quando le tue papille s’impegnarono
in una lotta di sapori. non era
nostalgia ma l’inedita cattura
di un mix di voglie ancora
in vita. dal mare l’isola

mi si distorceva un po’ -sghembo
sulla battigia del porto uno sgangherio
di gru nascondeva i ciuffi dei papiri
della fonte aretusa. almeno gustare
potevo un pane di casa
che sa d’alga marina e si sfarina
in bocca caldo di forno
a legna – no – si svisava anche quello
in una battaglia di giorno in giorno
condotta con tanti a che scopo
per combatterla meglio.

forse riesumando i sudori
nell’afa cittadina qualcosa rimarrà
d’un martirio d’ortigia non goduto
a pieno …


martedì 26 novembre 2013

European poetry Tournament 2013: Calandrone, Pacilio, Racca




 Ecco altri 3 finalisti dell'European poetry Tournament 2013. Mi sembra evidente la qualità delle opere in concorso. Verso la fine di dicembre gli ultimi 4 finalisti.

Maria Grazia Calandrone fa leva sull’efficacia verbale per raccontare quanto sia complessa eppure naturale l’azione massima: amare. E in  © – fossile  costruisce la “costellazione” dei gesti che fanno felice chi li riceve. Amore, qui, è una “necessità di natura” concepita come sovrabbondanza, “saggezza inumana” che ci tiene nel suo circolo virtuoso. L’occasione che scatena l’evento è l’incontro casuale con una pietra – fossile, appunto – che ha il copyright, che trattiene in esclusiva tra le sue pieghe un sorriso conosciuto da sempre, un sorriso mai perduto perché inciso nella memoria, al quale chiedere di colmare la ferita, così che il “vuoto anteriore” non lasci tracce. Proprio per questo © – fossile ha una struttura circolare, uterina come la spirale che lo caratterizza e come l’abbraccio della natura, un circolo fuori dal tempo lineare capace di trasformare l’ora in “oro”, e afferma il desiderio dell’io narrante di mantenersi nello stato neonatale, dell’allattamento ideale, di modo che il lutto originario (come Melanie Klein chiama il doloroso distacco dal seno da parte dell’infante) sia tolto e la vita sia sentita come un “favo di luce” prodotto dalla nutrice.


© – fossile


metti una mano qui come una benda bianca, chiudimi gli occhi,
colma la soglia di benedizioni, dopo che
sei passata attraverso
l’oro verde dell’iride
come un’ape regale
e – pagliuzza
su pagliuzza,
d’oro e grano trebbiato –
hai fatto di me
il tuo favo di luce
                             
una costellazione di api ruota sul tiglio
con saggezza inumana, un vorticare di intelligenze non si stacca
dall’albero del miele

                                   – sarebbe riduttivo dire amore
questa necessità della natura –
                                                     
                                                    mentre un vuoto anteriore rimargina
tra fiore e fiore senza lasciare traccia:
                                                             
                                                              usa la bocca, sfilami dal cuore
il pungiglione d’oro,
la memoria di un lampo che ha bruciato la mia forma umana
in una qualche preistoria

dove i pazzi accarezzano le pietre come fossero teste di bambini:

                                                                                                           avvicinati, come la prima
tra le cose perdute
e quel volto si leva dalla pietra per sorridere ancora


24.5.13


Questa poesia di Rita Pacilio affida all’implacabilità della memoria le tracce indelebili di uno stupro. Lo fa senza decori o rancori: ci consegna un fatto crudo, visto da differenti angolazioni, consegnandoci una sequenza cinematografica in cui l’occhio dell’osservatore incontra i corpi e i vapori, i dettagli di una scena che diventa archetipica. Il gesto dominante è il rubare, che diventa atletismo e guerra, condizione disumana del vivere la sottomissione, come quella di tutti gli esseri che patiscono “fame, sete e digiuno”. La specifica violenza raccontata non è tuttavia soltanto un episodio di lotta fra due esistenze, dove l’una soccombe e l’altra gode: rappresenta piuttosto la condizione di ogni relazione in disequilibrio estremo, senza dialettica, dove in gioco è il potere e, per converso, la libertà dal vincolo. Che sia di un singolo o di un popolo poco cambia. È il carnefice che decide i tempi e i luoghi del sacrificio, compiuto a proprio esclusivo interesse; è la vittima che patirà per sempre il ricordo di quella morte simbolica. Che poi, qui, simbolo non significa astrazione, bensì violenza tatuata, memoria indelebile anche olfattiva, uditiva, che tornerà ogni volta che la vita vorrà, per l’alchimia imprevedibile che la caratterizza. Brava la Pacilio a portarci emozioni e ambiente in due quartine senza tempo, grazie ai verbi coniugati all’infinito e all’imperfetto, per poi, nell’ultima quartina, rendere lapidario il commento, raccontandolo al presente. Il “ricorderà” incipitario è la cicatrice indelebile, il tatuaggio, appunto, che nessun futuro potrà cancellare.



Ricorderà il suo peso affaticarsi

Ricorderà il suo peso affaticarsi
il raffreddore uscire dalla casa
quello spigolo di gomito avere
fame, sete e digiuno.

Respirava il sapore della stalla
una tinta più forte della libertà
vorrebbe fare un fischio alla sua cagna
farsi leccare semplicemente.

Quando si ruba la carne di un'altra
si procede in modo veloce
     conserva il fiato, tace, aspetta
il momento buono per smettere il gioco.

(Prima le ginocchia erano strette e la schiena al suo petto era ferma all’indietro. Una mano sulla bocca a tacere l’urlo, l’altra lì a setacciare il nome dall’impalcatura. Pensava fosse così la morte: con le dita d’acciaio, inanimata, senza voce. Le galline nel pollaio lamentavano l’uovo e fremevano al godere disfatto del lattaio delle ore otto. Dai suoi pantaloni sudici di mucca munta lei scendeva taciturna e aperta, come da una tempesta o una vetta). 


Davide Racca introduce la sua poesia con due versi di Paul Celan dove lo spezzare il pane da parte del Signore diventa un gesto di separazione, una ferita tra uomo e Dio. Auschwitz attesta per Celan tale abbandono del divino, così come lo è, per il giovane poeta napoletano, la distruzione vesuviana di Pompei: nell’uomo lasciato solo, il pane smette di essere segno di un patto salvifico, per darsi nella sua matericità deforme, senza teleologia, in cui il senso “resta muto”. Tuttavia, ci ricorda Racca, quel pane mummificato parla ancora, attraverso i suoi solchi, che tengono massimamente vicini eppure inconciliabili, le sue parti: “la parabola del solco unisce / memoria e oblio” recita verso la fine questo asciutto poemetto, che mima ciò che resta del pane sacrificale, dopo che gli dei se ne sono andati e si è perduta anche la ginestra leopardiana. Restano l’immobilità, “lo squarcio della fame”, il forno-vulcano, il forno crematorio, il respiro “di tutti i forni / edificati intorno / a figure umane”. E il dolore per non trovare la via d’uscita da queste macerie. Anche qui la memoria è chiamata in causa, ma non per ricucire una distanza familiare, come nella Calandrone, e nemmeno come condanna imperitura che spetta a chi subisce violenza; nel solco-memoria di Racca ci sta la condizione d’esilio cui siamo consegnati, la storia dell’umanità quale racconto tragico della condizione orfana dei popoli e dei singoli.



PANE
der Herr brach das Brot,
das Brot brach den Herrn.

Paul Celan
             


fermo
il corpo del pane
si deforma

emerge una nuca,
nuda trapela dal fondo
senza fondo
della pietra

e il bolo dell’idea
resta muto
…

vero pane poi
il nero
lievitato
immobile

al centro
lo squarcio della fame
lavorato ad arte 
…

questo nutrire
il prima e il dopo
del fenomeno, questo
non mio e non tuo
che cresce informe

(anche per lui pesa
il tempo, la farina sottostante
che crepa il primo gesto)

poi il resto accorda aria al buio e
al proprio fuoco ciò che è abraso
ed arso continuamente
ritorna


ora il principio pare finire:
la parabola del solco unisce
memoria e oblio. ora
la ferita inferta
è nel respiro del forno,
di tutti i forni
edificati intorno
a figure umane
…


vero pane poi
il nero e il bianco
indivisi
al centro
nel punto di sutura
domandano per noi
l’odore della fame
la fame del dolore

e non rispondono


Il pane cui si fa riferimento in questa poesia è uno dei tanti reperti di “pane carbonizzato” risalenti all’epoca dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e ritrovati a Pompei, Ercolano e nelle aree archeologiche limitrofe.



domenica 6 ottobre 2013

Premio Tournament: Giovanni Turra Zan, Nadia Agustoni, Davide Castiglione






Come indicato sul bando dell'European poetry Tournament, escono su Blanc le poesie di 3 finalisti. Il prossimo mese, altri 3.


Giovanni Turra Zan in Generazione rievoca, fra l'altro, l'eccidio di Granezza (6 settembre 1944), l'incertezza assoluta della Storia, quando incontra l'incertezza delle sue creature. Eppure le donne qui raccontate sono capaci di resistere allo sfaldamento delle cose. Sono le femmine della casa, cerchio del riconoscimento, dell'identità condivisa. Nella prima strofa una di queste, forse staffetta partigiana, prende la parola. Turra Zan ci vieta di familiarizzare con i personaggi di questa storia dolorosa, ci lascia entrare appena, con pudore, in quella soglia contadina. Nella seconda strofa, la voce cambia; il lettore forse ritrova questa donna, ora anziana. L'atmosfera, tuttavia, non è molto cambiata: ancora la fatica e le vecchie abitudini, anche culinarie, danno il ritmo all'esistenza. Giovanni è bravissimo a non cadere nelle retorica, a focalizzare l'attenzione sui dettagli, a tenere accesa l'attenzione con metafore efficaci, con una toponomastica ben riconoscibile per chi vive dalle mie parti. Lo straniamento viene dall'uso di nomi propri anglosassoni, dalle "lettere albanesi", ma non è un mistero che sull'Altopiano di Asiago ci siano cimiteri inglesi e anche del popolo balcanico. L'attrito con quei nomi è prodotto dal dialetto vicentino, in un plurilinguismo misurato, mai dominante.



UNA GENERAZIONE.


Perduravano le incertezze mentre l’ombra scendeva
sui morti e l’isola e la casa venivano occupate.
Avresti preferito nasconderti a Granezza, ma le donne in famiglia
cadevano dal sangue delle generazioni e la madre voleva le figlie
nella cucina con la stufa e la porta sul letamaio.
La poltrona rossa reliquia al focolare, la ricordi nel giorno
del sussurro che vi ammutolì, con tutte le femmine impegnate
al tavolo nel gioco solitario. A Bosco Nero, Loris era caduto tra i germogli
dei carpini; il suo corpo nascondeva le larve della prosperità,
ma non fu più per noi il perdono dell’aria che irritava le porte di casa.
Fu per tutte e sette noi donne quel dissimulare di granito
 che ci ammalò il pianto, salvo che per Mary, che rese vasta.
Quando anche Tom lasciò tutta la prigionia di una vita,
e non più solanacee a ricordargli la nausea del mondo,
come in Germania nel ’43, piangeste di lui i completi di lana
sul cancello di casa, come ultima consegna della cura, della storia
amata come l’erba intorno all’acqua, che riempiva la brocca
en tel làbio ogni santissimo giorno dell’anno.

Siamo a maggio; il colore del pane biscotto uscito dal forno
vi invita alla festa della discendenza,  e la preparazione del rito
avviene come nel romanzo dell’orgoglio. Rivediamo i volti
dei giochi, e la compagine australiana sorta con addosso tutta la salvezza.
Disperavano di ritrovarti ancora viva e tu, gigante odor di mughetto,
ti stagliavi a simbolo della linea di difesa d’ogni onesto racconto di  [resistenza.
Veniamo a testimoniarti gratitudine per il dispiegarsi del libero discorso,
tra la linea del canto, che avviene a salti e ad accenti, e quella di un dire
stanco, forestiero. Sorella delle lungaggini, sapevi i trucchi dei non detti,
delle camicie inamidate nel cesto, di po’enta e fasòi, col brutto naso
che i tedeschi ridevano, lasciandoti portare i foglietti sui monti.
A piedi, spingendo la bici, aprivi il varco a quelli tra noi più liberi, 
e lasciavi che corni di metallo spuntassero dai muri di cinta, a ricordo
dell’esproprio del ferro assassino, sotto cui cadevano
i nomi dei maschi nei boschi (tutti belli, forti, affamati di donne
e di fabbriche). Dov’è nascosto questo futuro chiedi, dove siete amici
sepolti e con voi il passo dopo passo, con le stalattiti di ghiaccio ed il grano?
Restano sole le cose da incartare: due fotografie dell’amata maestra
della scuola elementare, anche della madre, le lettere albanesi di Tom,
due vasi, i cerchi di marmo da cui spuntava una goccia
di roggia, come un pianto vecchio cent’anni e uno; i libri di Mimma e
ancora quella rossa poltrona. Fa freddo. L’inverno mangia i cigli
alle strade, e ora che la casa è stata ritrovata, posso essere
sepolta con le cose declamate alla festa dei cent’anni.


***

Nadia Agustoni, come Turra Zan, ci proietta nella grande storia, per un lungo tratto mostrata per emblemi e a una velocità furtiva, vista da carri trasportatori di corpi, da occhi che vedono frecciare il paesaggio e non capiscono la meta. L'anaforico "Erano già alberi" dà il ritmo al viaggio di avvicinamento ad Auschwitz e a tutti luoghi della disaccoglienza, del rifiuto. Anziché alzare la voce contro il negazionismo, Agustoni mette di fronte l'evidenza degli oggetti, dei corpi raccontati nella loro disarticolazione (mani, denti, capelli, piedi, testa, braccia). Ancora più che in Turra Zan, Agostoni, qui, fa poesia in-re, da dentro la situazione, stando in posizione fenomenologica, così che il suo commento si dipani quale messa in scena di una possibilità costantemente in agguato, fattasi carne nei campi di sterminio e nelle parole ideologicamente sporche di Faurisson, ma ripetibile ancora, all'infinito. 


Commento a Robert Faurisson
                                                                           
                                             a chi è partito  
                                                                           
                                                        “Bisognerà progressivamente ammettere                               
                                                          che non è esistita ad Auschwitz la minima
                                                          camera a gas omicida... “  Robert Faurisson
                                                          19 gennaio 1995 a Radio Islam


Erano già alberi
crescevano fumo e traversine
a lungo sognarono i binari
le case lasciate indietro
erano grandi come mani
a volte facevano con le mani aperte
un silenzio che non credevi:

coi capelli e coi denti
battevano il tempo fermo
e sementi di uomini
vedevano rondini
cercare un campo
credevano che il campo nella neve
li avrebbe raccolti:

erano già alberi  
i fiori li guardavano
come un ciliegio che dal bianco stilli il rosso:
“tu imparami il vento,
con una preghiera chiama
gli uccelli, ascolteranno
la nostra voce, le parole
non siamo più noi”:

la guerra era sul grano
sparavano sopra
come a un cielo
andavano via guardando i paesi
là erano giovani erano il tetto e fondamenta
qui le foglie come gli occhi
la polvere come polvere
il pensiero della lepre:

erano già alberi
li abbattevano, c’erano
nei tronchi i loro petti
sui rami facevano un tavolo
la casa era un quaderno
scrivevano: “noi il buio sappiamo
che esiste”:

era un celeste essere vivi
una notte due notti
un giorno davanti...
pensarono uno alla volta
il figlio il padre
la sorella il bambino
dei vicini che giocava:

erano già alberi
aprile un’aria d’ortiche
sul mondo
erano nei piedi nella testa
nelle braccia
a capire piangevano
come il cuore di un altro:

a dicembre il fumo
coi cavalli, pensavano
dentro le scarpe
a come dovrà piovere tanto
per non soffrire più
verranno coi boschi
le piante col legno
della terra, verranno
carbone.


***

Come i due autori precedenti, Davide Castiglione ci porta dentro la scena, in una zumata d'avvicinamento macroscopica; leggendo, viene subito da chiederci: chi annera i vetrini, in quale spiazzo? E le voci si moltiplicano, e lo spesamento del lettore è sempre più grande. Chi entra, chi si alza? Castiglione procede nella sua descrizione minuziosa, non apre allo sfondo. Però parla di "fuoriusciti", ma da dove? Dall'immagine, dallo Stato tiranno? Quello che sappiamo è che c'è luce e c'è ombra, e c'è un interno e un esterno. Siamo nella vita, forse, o nel viaggio post mortem? Di sicuro non siamo soli. E qualcuno ci guarda, li guarda. Castiglione ha la capacità di sprofondarci dentro l'imbuto, di farci sentire sul collo il fiato dei carnefici, se non fosse che il titolo, Eclissi, ci riporta al quotidiano, alla curiosità testimoniale di chi vuole fissare con gli occhi l'impossibile: quel sole-bene-di-Dio che oramai è soltanto un astro bollente, un fuoco senza teologia. E il nostro viaggio non può che fermarsi all'inferno. 

Eclissi

I

Stanno in uno spiazzo, annerano vetrini. Seguirli
li seguirebbe prepararsi al passaggio, nell’aria educata
a ritornare dalle pale della ventola
entra uno e gli afferma sopra, forza
guardala da fuori: ti do il cambio. Fa per alzarsi,

esita – l’altro
riprende, come si è un secolo in vantaggio, hai tarpato
le tue possibilità non appena lasciavano le tabelle
per la luce, non intuendovi cifre a sostenerla. Quindi

i fuoriusciti si invetrano nel fenomeno,
riparano in estasi per minuti sette.

II

Ha esordito in pieno oscurarsi, con una presunzione
di filigrana – per avere approfondito
il suo stesso corridoio, assottigliandosi all’uscita sino
a una qualche
chiarezza. Gli è simile,
a suo tempo soppesò il nocciolo al bilancino
e così le circostanze, si inscrisse in corsia
per definirsi, capire dove finisse.

Gli tocca la spalla, sovrappone
a quelle schierate sul banco le sue schedature  (l’essere
simili fa proseguire o meno l’ombra
prima ripiegata e sola?).

Tra monitor e porta aperta,
tra sfiorarsi e fare ridondanza.