
Tradotto in esclusiva da Stefania Roncari, posto questa pagina di Philippe Lacoue-Labarthe, tratta da La poésie comme expérience (Christian Bougois editore, 2004) e ispirata dal "Meridiano" di Paul Celan. Credo sia il modo migliore per festeggiare il 25 aprile.
L’esistenza consiste solo nell’“essere sul modo dell’essente”? Questa domanda prima di tutto vale per l’uomo che solo, come dice Rousseau, ha “il sentimento dell’esistenza”. Ora questo “sentimento”, come il proposito di Celan permette di avvicinarlo, si regge su tre “poteri”: il poter-morire, il poter-accogliere (rapportarsi a), il poter-pensare (percepire), tutti e tre si assomigliano nel poter-parlare, con cui si attesta in generale che c’è la presenza, ma anche l’uomo, dichiarando che è (presente), dichiara chi è, cioè colui che esiste quale essere capace di attestare in generale la presenza e l’assenza. L’esistenza sarebbe così il linguaggio. [...] La facoltà del linguaggio – il poter-nominare – è in realtà l’intimità stessa, la differenziazione intima di questo essente che è l’uomo. Attraverso questa differenziazione l’uomo, oltre ciò che è, corrisponde all’essere, nominando ciò che è, nominandosi, nominando chi non c’è (Dio). [...] L’uomo non è il linguaggio, nel senso del possesso o della proprietà: “ il linguaggio è ciò che è proprio dell’uomo” , significa innanzitutto che l’uomo è costituito a partire dal linguaggio, di cui non è in alcun modo il padrone (il linguaggio, al contrario, lo spossessa stranamente, l’attira – a sé – fuori di sé). [...] Il linguaggio è l’essenza – inumana – dell’uomo, la sua (in)umanità. Il linguaggio può anche essere pensato come l’origine dell’uomo. Non solo come Dio stesso, secondo lo schema onto-teologico esposto all’inizio del quarto Vangelo, ma come ciò attraverso cui l’uomo è necessariamente rapportato all’altro, dunque ad ogni altro, così che Dio non è il linguaggio, ma la supposizione del linguaggio, o almeno ciò che lo magnetizza irresistibilmente. Forse è ciò che abbiamo chiamato Anima. A condizione però di non sentire nulla, in questa parola, che rilevi una qualsiasi sostanza, un qualsiasi soggetto. L’intimità, nella sua différance stessa, è in disparte da ogni soggetto. Non è altro che l’aperto del soggetto. Il linguaggio è questa apertura. E’ l’interior intimo meo che l’onto-teologia confondeva con Dio. Da lì potrebbe forse venire questo: quando la poesia realizza il proprio compito, che è quello di sforzarsi verso l’origine del linguaggio, ed è un compito per definizione impossibile; quando la poesia si accanisce a “scavare” fino alla possibilità del linguaggio, ciò che incontra è, sull’orlo dell’aperto inaccessibile e sempre nascosto, la nuda-possibilità di rivolgersi. E da lì potrebbe ancora venire questo: se Dio esiste, esiste come un essere parlante – sottomesso egli stesso di conseguenza al linguaggio. Che faccia oggi silenzio, che si sia taciuto, ci libera forse dall’irresistibile attrazione che egli opera nel linguaggio (ci libera dalla preghiera). Si potrebbe allora scorgere un’altra poesia, ciò che forse Celan ha finito con lo scorgere e che lo ha ridotto alla disperazione".

