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mercoledì 6 maggio 2015

Modernità e lotta armata


La modernità si strutturò attraverso tre rivoluzioni: inglese, americana e francese. Sotto questo profilo, sono intrinseche alla modernità diveniente una teoria e una pratica della lotta armata quali soluzioni decisive di una crisi di sistema sotto il segno della discontinuità. Il fascismo, per esempio, risolve con la violenza istituzionalizzata la crisi della rappresentanza liberale dopo la prima guerra mondiale; la lotta partigiana, capovolgendone gli assunti valoriali, impone un modello liberale dove la democrazia garantisce, meglio che nel fascismo, il libero sviluppo del capitale, la libera circolazione delle merci e una migliore distribuzione del reddito, tali da rendere possibile una nuova società, che ha al centro la spinta verso l’uguaglianza dei diritti ma anche della possibilità di consumare beni. Non che il partigiano Johnny avesse questo progetto, ma involontariamente gli ha spianato la strada.

In controcanto, da Marx a Bordiga, da Lenin a Gramsci una teoria della lotta armata di stampo anti-capitalista non è mai venuta meno, indirizzata a un gruppo ben preciso della società; gruppo che, in Italia, ha occupato le fabbriche, è morto in trincea, è salito in montagna contro il nazifascismo, ha scioperato negli anni democristiani, ha preso posizione contro il terrorismo degli anni settanta, ha sostenuto il PIL pagando le tasse e che ora, disgustato della classe dirigente – specialmente nel nord-Italia, e in compagnia del ceto impiegatizio – elabora una lotta armata reazionaria, fatta augurando il naufragio ai migranti e sparando ai ladri di biciclette, ma anche desiderando l’olocausto dei politici tutti, un gran fuoco liberatorio, che rivela molto delle radici magiche che animano le loro coscienze. Dal progetto che vedeva la coscienza di classe quale condizione fondante della lotta, i soggetti rivoluzionari sono diventati figure spaventate, chiuse nei loro fortini identitari e di proprietà. Una ragione ce l’hanno: di fatto, in Italia la scollatura fra classe dirigente e cittadini operosi è chiara; una crisi che la maggioranza passiva del popolo italiano vorrebbe risolta non più in termini di nuovo ceto dirigente, come fu nel passato (autoritario nel fascismo, democratico nella Resistenza), ma in nome degli onesti contro i disonesti: una categoria impolitica, e quindi inadeguata, che però ideologicamente funziona, come ha ben capito il presidente del consiglio Renzi, che ora la cavalca con un populismo venato di autoritarismo post-ideologico. Chiaro che l’antagonismo fra onesti e disonesti non riuscirà mai a diventare frontale, ossia a incarnare la fisiologia conflittuale del moderno, perché le due categorie non sono che semplificazioni sociologiche, oltre che modi d’essere del medesimo homo economicus, che agisce per difendere la stessa coperta corta dei nemici. In questo gioco di ruoli, spesso l’onesto è tale per paura o per mancanza d’occasione. A dividerli è un margine sottile, osmotico, inadeguato a fondare un conflitto dove il tempo del guadagno dovrebbe essere sacrificato al tempo della lotta. Rimangono allora la rabbia e la frustrazione da sfogare al bar e in famiglia. Una violenza privata, fisica e verbale, che si scarica sui più deboli: figli, donne, emarginati.

Non è tuttavia pensabile nemmeno un conflitto di classe che dia un nuovo assetto al reale, sia perché “classe” è un concetto utile ma non sufficiente a comprendere la complessità socio-economica di un tessuto sociale e sia perché, semmai un ente come il proletariato fosse storicamente quantificabile, descrivibile senza ambiguità, storicamente la classe operaia non si è mai emancipata in quanto soggetto rivoluzionario, nemmeno dopo la mondializzazione del capitalismo; anzi, nel terzo mondo sta vivendo uno sfruttamento mai prima realizzato e in occidente è in gran parte omologata al sistema valoriale dominante. Per non dire degli effetti storici delle cosiddette rivoluzioni “proletarie”: non c’è Stato comunista che non abbia piegato le singolarità a un progetto dove le uniche a potersi pensare nella pienezza dell’esistenza (ma come dei privilegiati sotto assedio) sono state le gerarchie dell’apparato; a tutti gli altri è spettato il sacrificio di sé e l’obbedienza, nel nome della rivoluzione da conservare. Una teologia del valore (la rivoluzione) tiranna rispetto alle singolarità (che qui non significa individui borghesi dominati dall’avidità di possesso, bensì esistenze co-appartenenti al tessuto relazionale, enti essenzialmente sociali e dialogici). Oltretutto, nel presente italiano non c’è una progetto rivoluzionario in corso di questo tipo. C’è piuttosto un’attesa, un agire culturale per una transizione rivoluzionaria, dialetticamente convinti che, come scrive “n+1”, la rivista della sinistra internazionalista italiana, il comunismo sia un processo già in atto, un’antitesi in formazione, che darà infine vita allo scontro decisivo per la vittoria sul capitalismo. Nel frattempo, la sua preoccupazione non è organizzare la classe operaia, ma, al contrario, evitare qualsiasi “forma organizzativa finora espressa dalle società classiste” (partito, sindacato, movimento ecc.). Una preoccupazione formale, appunto, in attesa della catastrofe rivoluzionaria, basata sulla fiducia che il capitalismo la stia preparando e che al partito spetti la guida conclusiva del processo. Al momento, dunque, la lotta armata della sinistra rivoluzionaria non costituisce una forza reale in gioco per la realizzazione della discontinuità storica. Non è prevista.

E l’antagonismo anarchico? La pratica dell’attentato, del sabotaggio, della destabilizzazione permanente con attacchi mirati a obiettivi sensibili, attraversa gli ultimi due secoli, ma nei momenti del cambiamento decisivo (prima e seconda guerra mondiale, guerra di Spagna, fascismo, Resistenza) l’anarchico ha dovuto diventare partecipativo, collaborando con gli altri partiti a cacciare il vecchio per fondare il nuovo. Un nuovo, dal suo punto di vista, sempre inadeguato perché, nella modernità, agito entro il paradigma della legalità di Stato, del contratto sociale, e quindi dall’anarchico vissuto come costrittivo, a-libertario e ingiusto, come nemico da combattere.

L’interessante di questa posizione consiste nel fatto che è l’unica forma di lotta armata presente in Occidente; l’altra lotta, questa volta per l’autoconservazione, la combatte la classe dominante delle singole nazioni, con un ideologismo esasperato e con i ricatti contro la forza-lavoro. Questo significa che oggi in occidente – se si esclude il terrorismo integralista islamico, ma che ha i connotati premoderni di guerra di religione e di conflitto tribale – ci sono due forme di lotta politica, una armata contro i beni e i simboli del capitalismo (banche, grandi infrastrutture ecc.), l’altra, agita dal grande Capitale, giocata nel ricatto e nel controllo delle coscienze (vero, per esempio, che la teatralizzazione mass-mediatica dei fatti incendiari recenti, probabilmente facilitati dalle forze dell’ordine, ha catalizzato il dissenso verso i contestatori violenti anche di chi vive un disagio sociale pari al loro). E questo non è un fatto straordinario, bensì, appunto, appartiene alla fisiologia del moderno, che pensa al cambiamento come la risultante di un conflitto, dove chi vince decide le regole del gioco in nome della legalità. Ciò è vero anche per le posizioni riformiste, che spostano il conflitto fisico nello spazio simbolico del Parlamento (simbolico non sempre, come abbiamo visto soprattutto nella seconda repubblica) o con manifestazioni di piazza pacifiche, secondo il principio, moderno, del ‘contesto ma rispetto le regole comuni perché credo nella democrazia’.  

Se l’antagonismo anarchico è inefficace a rifondare il presente con un nuovo paradigma, proprio per la sua natura utopica, costantemente insoddisfatta dell’ordine costituito, il riformismo agisce su tempi lunghi, fuori dai ritmi e dai bisogni del biologico, e quindi funziona in tempo di pace (per esempio nell’età giolittiana o con De Gasperi), ma non durante la fase acuta della crisi di un sistema, dove le spinte centripete dovute ai bisogni insoddisfatti cercano un catalizzatore che le coalizzi contro il nemico tiranno (così successe quando l’ancien regime fu scardinato dalla rivoluzione del 1789 e nella Resistenza).

Entro questo scenario, di conflitto reale ma improduttivo, dove l’ideologismo spinto del Capitale sposta il nemico sui soggetti deboli (migranti, antagonisti, nomadi, emarginati) facendone dei capri espiatori da dare in pasto agli onesti (e ai disonesti, che li sfruttano in diversi modi), e il movimentismo pacifista, ecologista ecc., riconoscendo i confini entro cui gli è consentito di muoversi, non minaccia gli interessi del Capitale (al massimo lo convince a riconvertire la produzione in beni “sostenibili”), mi pare ci siano almeno due questioni da approfondire. La prima è che manca una teoria della lotta armata sganciata dai paradigmi precedenti (fascista, comunista e anarchico), una lotta che, entro le dinamiche del capitalismo avanzato, ridefinisca i soggetti in causa e i fini per i quali combattere, una teoria capace di una parola d’ordine efficace nell’immediato, in grado di chiudere temporaneamente il conflitto fra le parti, ma che riprodurrebbe le dinamiche violente e parzialmente incontrollabili delle precedenti rivoluzioni moderne.

La seconda questione, che mi interessa di più, è: se la modernità è giunta alla fine, è possibile anche pensare a una teoria del cambiamento radicale che non preveda un conflitto armato? Una teoria che ridiscuta le categorie politico-economiche e lo stesso processo storico non più in termini dialettici o di inevitabile progresso? Una teoria che adotti la complessità pluridisciplinare come elemento per ripensare il capitalismo, non più inteso come destino ineluttabile o necessario passaggio a una società senza classi? Di questo sento la mancanza oggi: di un pensiero politico e di una filosofia della storia che felicemente mi spiazzino, capaci di portarci fuori dal modello conflittuale, di portarci fuori dal moderno, insomma, dalla visione e dalla pratica della violenza progettuale quale risoluzione delle crisi politico-economiche. L’alternativa è il perdurare di un capitalismo che si erge a principio ontologico a cui si contrappone una lotta violenta ormai esangue o una resistenza pacifista, di massa ed eterogenea, lodevole nelle intenzioni e unita contro il nemico, ma in disaccordo rispetto alla progettualità politica, per l’eterogeneità socio-economica della base (vedi le divisioni interne a “Podemos”, il secondo partito spagnolo, nato dalle ceneri degli indignados). E intanto, fuori dal malato recinto occidentale, il terzo mondo preme per adottare la modernità quale riscatto dalla miseria (con il grandissimo problema delle limitate risorse disponibili) o, peggio, in area integralista, per sconfiggerla attraverso la guerra santa, che ci vorrebbe in uno stato di sudditanza totale e senza memoria, in obbedienza a un ordine metafisico custodito da sacerdoti talebani, medioevali nella concezione politica e disumani rispetto ai saperi che la contemporaneità ci ha messo a disposizione.


martedì 11 febbraio 2014

Sulla volgarità italiana






Che la volgarità sia di casa, in Italia, non ci sono dubbi: trombe di falloppio che siedono in Parlamento grazie, si dice, agli insegnamenti di Boccadirosa, uomini colpevoli d’essere nani, leggi-porcellum, vaffaday a raffica dei nazi-grillini, invasioni di campo dei deputati agli scranni del governo, pene di morte distribuite a iosa nei bar e nei convivi domestici, goliardie televisive. I beneducati si scandalizzano, i maleducati dileggiano questo perbenismo passatista, i disorientati si fanno un’opinione, sperando di entrare presto in campo e menare il nemico di santa ragione.
Per trovare il bandolo della matassa, farei un passo indietro, sino al momento in cui la volgarità era il termine di disprezzo dell’aristocrazia dell’ancien regime verso chi stava fuori dal recinto del potere. Volgare era il popolino che grufolava nella sua puzzolente manovalanza, ignorante e invidioso. Da un lato, c’era la paideia, il Cortegiano di Baldassar Castiglione il Galateo; dall’altra, la natura animale degli esseri umani prima del bagno nel fiume grazia, nel fiume levità.
Volgare, in questa prospettiva, è chi vive nel fango perché non ha ricevuto la benedizione della corte, e quindi si muove e parla con grossolanità, senza la leggerezza propria a chi conosce le buone maniere. “Andar giù pesante” si dice infatti di chi è spudorato: senza pudore, ossia volgare, come lo erano i diseducati al mestiere della politica nell’Italia dell’aristocrazia al potere.
Per un bel pezzo, la borghesia ha cercato nella classe antagonista il modello culturale, imitandola; poi nell’Ottocento, con il romanzo e il teatro realisti, la politica liberale, il romanticismo patriottico, la Bella Epoque ha costruito un sistema di valori autonomo, si è data una cultura: denaro, lavoro, dovere, famiglia, religione, ma anche moda e divertimento. Giovanni Berchet dice con chiarezza chi sta fuori dal gioco: i “parigini”, troppo raffinati per sporcarsi le mani con i sentimenti e gli “ottentoti”, troppo simili alle bestie per cogliere la bellezza in tante virtù. Rimane il “popolo” che “attiene attitudine alle emozioni” e che farà la storia d’Italia, emarginando, più che i salotti blasonati, i popolani, il quarto stato, chi insomma, troppo simile agli ottentotti, non aveva sufficienti requisiti di levità per accedere al bottino. Il Risorgimento l’hanno infatti realizzato, in comunella, l’aristocrazia e la borghesia del nord con i latifondisti del sud, aiutati dalla mafia siciliana, senza la quale Garibaldi e, più tardi, gli anglo-americani, non sarebbero sbarcati senza danno nell’isola.
In quel frangente, la volgarità possedeva ancora un significato sociologico, essendo pratica dei contadini e degli operai e di chiunque altro il quale, non avendo avuto accesso all’istruzione e, soprattutto, mancando di capitali, era escluso dal voto. Ma attenzione: il suffragio universale maschile promosso da Giovanni Giolitti nel 1912, non ha aperto la Camera (il Senato era di nomina regia e vitalizia) alla volgarità, nella misura in cui l’eletto ottentotto adeguava la propria radice diseducata alle buone pratiche parlamentari bene incarnate dai vecchi deputati ottocenteschi. Per imitazione, insomma, si toglieva gli scarponi e si soffiava il naso con il fazzoletto bianco. Nondimeno, dal suo maestro imparava la corruzione e il populismo dei primi partiti di massa.
Una svolta, per rompere l’argine che separa la selva volgare e impolitica dalla civis che-sa-come-ci-si-comporta, la diede il partito fascista, quello del “chissenefrega”, che lanciò il cross ai celoduristi padani, tracciando una parabola in cui, da allora, la palla volgarità sconquassa l’Italia, fuori e dentro le istituzioni, sdoganando i muscoli, sino ad allora prerogativa dell’esercito e dello sport, e la parola plebea, finalmente un vanto per il suo tubero verace. Un virus, questo, ancora poco evidente nella Prima Repubblica pre-sesantottina, governata dai figli della buona borghesia istruita, appassionata di Verdi e di Bassani o della campagna del sud, ancora legata ai fasti borbonici.
Nondimeno, con la retorica del fascismo e l’iniziativa popolar-resistenziale alla fondazione della Prima Repubblica, cultura dominante lo siamo diventati tutti, chi da dentro il Palazzo e chi da fuori, con l’inevitabile travaso del letame colorito e concreto, della parola-cosa, nel giardino retorico e vagamente parvenu del re. Che piano piano si è adeguato ai nuovi parametri, dando ragione allo spirito dei tempi in nome della convenienza elettorale e di prebende qui e là distribuite.
Dalla Seconda Repubblica, l’onnipervasività del costume della borghesia italiana, che ha le sue armi nella furbizia di Chichibio, nel pregiudizio sessista, nel disprezzo verso la parola, in nome dei fatti che parlano da soli, è diventata dominante. Ed ha avuto la forza del Lete dantesco, facendo dimenticare la differenza fra etica laica e diritto del più forte, tra riconoscimento delle differenze e volgarità dell’io monolite e intransigente. Oramai soltanto piccole enclave, alcune delle quali tristemente nostalgiche, avvertono lo scarto fra virtù di cittadinanza e arte predatoria, e denunciano la barbarie di chi non le sa più distinguere. Il risultato è lampante: per la maggior parte degli italiani, al pari degli uomini dello Stato, ciò che conta è il potere tout court, il controllo sui beni e sulle persone. L’obiettivo di chi non ha potere è scalzare chi lo detiene, e chi lo detiene rivaluta Machiavelli, che insegna loro come non perderlo. A rimetterci sono sempre gli stessi: le donne, i bambini e gli animali. Sotto questo profilo, non esiste nemmeno più la volgarità, in quanto essa è il costume dell’intero, non più della una parte esclusa dal gioco, come nell’età premoderna. La volgarità è l’etos ordinario degli italiani, elettori figliati dal populismo, distratti padri di famiglia, turisti alpitour, lettori globalizzati, emancipati rispetto alla sessualità e alla tecnologia, ma ignoranti nelle scienze umanistiche: in una parola, degli italiani conformisti, come ci raccontò Giorgio Gaber alla vigilia della Terza Repubblica del quaquaraquà.


domenica 21 aprile 2013

Il j'accuse di Gianmario Lucini sul pasticciaccio parlamentare



Gianmario Lucini, sull'elezione del dodicesimo Presidente della Repubblica:


Io accuso
- il Partito delle Cinque Stelle per aver preteso di candidare alla carica di Presidente della Repubblica, persone che neppure lo sapevano, con una prassi consultiva inventata e fantasiosa, senza discutere con nessuno l’opportunità del metodo adottato né la pertinenza degli strumenti e la loro coerenza rispetto all’obiettivo. La democrazia è trasparenza (e non soltanto, ma anche competenza).
- il capo del suddetto P5S, sordo a qualsiasi tentativo di dialogo, in cui unico scopo è stato fare i giochini e gli sgambetti da scolaretto mentre l’Italia sta andando alla malora. La democrazia è responsabilità, non una play-station.
- ancora il suddetto, per aver con ostinazione evitato il confronto con gli altri eletti e rappresentanti del Popolo, ingiuriandoli e sbeffeggiandoli, salvo poi avere la pretesa che costoro accogliessero le sue proposte come una verità metafisica e indiscutibile perché sancita da qualche migliaio di votanti. La democrazia è rispetto per l’avversario e confronto, non è lo slogan che recita: “chi non è con me è contro di me”.
- ancora il suddetto, perché teorizza come nuovo modello di democrazia il cosiddetto web, che è di gran lunga lo strumento che offre le più scadenti garanzie di democraticità (come peraltro è stato ampiamente dimostrato in questa occasione), almeno in questa fase storica e tenuto conto del gradi di informatizzazione delgi italiani e della loro pratica nell’usare correttamente l’informatica e nel difendersi dai messaggi subliminali che essa nasconde. Le regole si cambiano trovando un accordo con l’avversario, non con i colpi di mano e neppure con la fantapolitica.
- Stefano Rodotà, che è caduto nella grossolana trappola di coloro che vogliono agire dettando regole che non sono sancite da Leggi e Costituzione (l’elezione del Capo dello Stato avviene, per legge, sulla scorta di una proposta che scaturisce da una contrattazione interna ai partiti e non da 10.000 webcogitantes che si divertono al PC). Esiste democrazia soltanto se ci sono regole condivise, non le regole di chi sbraita di più.
- La destra italiana, che non è capace di presentare di sé un volto pulito da ogni equivoco e un pensiero coerente con il bene di tutto il Paese. La democrazia è il vantaggio di tutti e non di pochi più uguali degli altri.
- la destra italiana, che ha manovrato proponendosi come forza di governo, dopo il disastro economico imputabile alla sua mancanza di iniziative e al suo altissimo grado di litigiosità interna. La democrazia è alternanza, non ammucchiata.
- La sinistra del PD per aver dato prova di una impressionante mancanza di cultura, sostituendola con il traccheggio, il tatticismo, il navigare a vista. La democrazia è limpidezza di linea e comportamenti e non una manovra per vincere a tutti i costi.
- i franchi tiratori del PD, perché hanno preferito dare ascolto alla grancassa massmediatica e non alla Costituzione che prevede prassi e passaggi non riconoscibili nel metodo, pur da altri proposto, che essi hanno appoggiato. La democrazia è coerenza, non calcolo opportunistico.
- Il Centro, perché proponendosi come ago della bilancia, in realtà invoca il cambiamento perché nulla cambi realmente. La democrazia è dire la verità, non far finta di dirla.
-         gli italiani tutti, perché si comportano come una folla e non come un popolo. La folla non è mai democratica, specialmente quando vuol marciare su Roma.
-         me stesso di pervicacia, perché ancora mi cruccio per questa democrazia da Bar Sport.

giovedì 7 marzo 2013

Ma quante cose buone, madama fascista...



Il fascismo ha fatto anche cose buone. Di sicuro, come sempre in un sistema dove gli interessi di parte sono in gioco. Tuttavia, chi sostiene questo in modo acritico, dovrebbe rispondere anche di quanto segue:

Squadrismo

E' il termine con cui si indica un fenomeno caratteristico del fascismo, consistente nella militanza all'interno di squadre d'azione fasciste fra il 1919 e il 1924. gli squadristi delle campagne distrussero, usando la violenza, le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra, leghe bracciantili e cooperative, a tutto vantaggio dei proprietari terrieri, degli affittuari e anche dei commercianti che soffrivano la concorrenza delle cooperative rosse. Gli squadristi si avvicinavano a bordo di camion aperti (generalmente i BL 18  in dotazione all'Esercito) cantando inni e mostrando le armi ed i manganelli, quindi assalivano l'avversario praticando una sistematica devastazione: venivano colpite le sedi ed i luoghi di aggregazione dei partiti (principalmente il partito socialista), le Camere del Lavoro, le sedi di cooperative e leghe rosse. Queste venivano danneggiate o, spesso, completamente devastate, le suppellettili e le pubblicazioni propagandistiche bruciate nella pubblica piazza, gli esponenti o i militanti delle fazioni avverse bastonati e costretti a bere olio di ricino. Tali azioni di norma davano luogo a scontri fisici o con bastoni, spesso però, specialmente nelle fasi più calde del conflitto, diventava frequente l'uso di armi da fuoco e persino da guerra, terminando le azioni con feriti e morti sia tra le diverse fazioni in campo che tra le forze dell'ordine.


Delitto di Spartaco Lavagnini

Fu un militante socialista, precursore della "svolta" comunista, ucciso dagli squadristi fascisti il 27 febbraio 1921.


Delitto di Don Giovanni Minzoni  

E' stato un religioso e un antifascista italiano. La sera del 23 agosto 1923,  venne ucciso con una bastonata alla nuca in un agguato teso da alcuni squadristi facenti capo a Italo Balbo.


Gran consiglio del fascismo 

Massimo organismo direttivo del Partito nazionale fascista, istituito nel 1923. In seguito allo sviluppo del regime fascista assunse un rilievo sempre maggiore, sancito dalla l. 2693/1928, con cui esso, direttamente dipendente dal capo del governo, estese le competenze anche in materia di prerogative della corona, divenendo organo di massima rilevanza costituzionale. Il suo ruolo istituzionale fu confermato dalla riforma del 1929, che stabiliva il controllo del partito da parte dello Stato; quest’ultimo imponeva al partito uno statuto proposto dal capo del governo, cui spettava anche la nomina delle cariche dirigenti. L’ultima riunione del G. (24-25 luglio 1943), con l’approvazione dell’ordine del giorno presentato da D. Grandi, segnò la caduta di Mussolini 

Delitto di Giacomo Matteotti

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò alla Camera un duro discorso contro il governo, accusandolo direttamente di essere il responsabile dei soprusi che avevano accompagnato tutto il periodo elettorale finanche il giorno delle elezioni. Un discorso che animò il Parlamento e che si concluse con una diretta e inequivocabile richiesta: “Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”.
Qualche giorno dopo, il 10 giugno 1924, l’onorevole Matteotti fu picchiato e rapito dai fascisti all’uscita della sua abitazione di Roma e poi ucciso; il suo cadavere venne ritrovato solo diverse settimane dopo. [...] Mussolini chiuse questo caotico periodo con il celeberrimo discorso tenuto alla Camera dei deputati il 3 gennaio 1925, con il quale si assunse “la responsabilità politica, morale e storica” di quanto era avvenuto in Italia negli ultimi mesi, discorso che è ritenuto dagli storici l’atto costitutivo del fascismo come regime autoritario.

Leggi "fascistissime"

 Si comincia con la legge n. 2263 del 24 dicembre 1925 che definiva le attribuzioni e le prerogative del Presidente del Consiglio dei ministri il cui nome mutava in Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato. La successiva legge n. 100 del 31 gennaio 1926, dette facoltà al potere esecutivo di emanare norme giuridiche, senza efficaci garanzie d'intervento da parte delle assemblee legislative. Pochi giorni dopo, il 31 dicembre 1925, entrò in vigore la legge sulla Stampa, la quale disponeva che i giornali potevano essere diretti, scritti e stampati solo se avevano un responsabile riconosciuto dal prefetto, quindi dal governo. Erano assolutamente vietate la diffusione e circolazione di qualsivoglia altro tipo di giornale considerato illegale. In conclusione, la legge 3 aprile 1926 proibì lo sciopero e stabilì che soltanto i sindacati "legalmente riconosciuti", quelli fascisti (ormai detenenti il monopolio della rappresentanza sindacale dopo la conclusione del Patto di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925 fra la Confindustria e le corporazioni fasciste) potevano stipulare contratti collettivi. In sintesi, le leggi completate ufficialmente nel 1928, stabilivano di fatto e non di diritto che:

  1. il Partito Fascista era l'unico partito ammesso;
  2. il capo del governo doveva rispondere del proprio operato solo al re d'Italia e non più al parlamento, la cui funzione era così ridotta a semplice luogo di riflessione e ratifica degli atti adottati dal potere esecutivo;
  3. il Gran Consiglio del fascismo, presieduto da Mussolini e composto da vari notabili del regime, era l'organo supremo del Partito Fascista e quindi, dello Stato;
  4. tutte le associazioni di cittadini dovevano essere sottoposte al controllo della polizia;
  5. gli unici sindacati riconosciuti erano quelli fascisti; erano proibiti, inoltre, scioperi e serrate;
  6. le autorità di nomina governativa sostituivano le amministrazioni comunali e provinciali elettive abolite per legge;
  7. tutta la stampa doveva essere sottoposta a controllo, ed eventualmente censurata se aveva contenuti anti-nazionalistici e/o di critica verso il governo.
Va ricordato infine che, nel 1926, fu istituito il Tribunale per la sicurezza dello Stato, che aveva il compito di ammonire o di condannare le persone politicamente pericolose per l’ordine pubblico e la sicurezza del regime. Con la stessa legge che creava  la succitata istituzione, fu ripristinata la pena di morte  per chi attentava alla vita del Re o alla libertà della famiglia reale o del capo del governo e per altri reati contro lo Stato.Il Tribunale emise 4596 condanne per reati politici. 3898 erano operai e contadini.


Delitto di Piero Gobetti

Fondò e diresse "Energie Nove", "La rivoluzione Liberale" e "Il Baretti". Fu anche il primo editore di Eugenio Montale. Mori a 25 anni, nel 1926, in seguito alle violenze fasciste.



Delitto di Giovanni Amendola:


Al programma giolittiano, che intendeva sfruttare l'illegalismo fascista in fase elettorale per decimare i deputati socialisti e popolari, Amendola contrappose più volte il programma di far entrare nella legalità il fascismo, legandone i deputati, direttamente o indirettamente, al governo. Per questo, fino a dopo la discussione parlamentare della riforma elettorale Acerbo nel luglio 1923, anche l'A. fece sempre buona accoglienza alle dichiarazioni di legalitarismo che Mussolini andava alternando all'illegalismo e alla violenza. Fu nettamente ostile alla marcia su Roma. Il delitto Matteotti lo indusse, insieme con le altre opposizioni eccettuata la comunista, a ritirarsi dalla Camera e a dar vita al cosiddetto "Aventino", del quale fu l'animatore politico. Concepì l'Aventino come sede della legalità, contrapposta al governo e alla Camera, considerati illegali; e si oppose sia ai vari tentativi, caldeggiati da repubblicani e garibaldini della "Italia Libera", di insurrezione armata, sia ad alleare l'opposizione aventiniana a quella comunista. Nell'aprile 1925 si fece iniziatore presso B. Croce, in risposta al manifesto Gentile, del manifesto degli intellettuali antifascisti, che fu pubblicato sul Mondo del 10 maggio.
Intanto l'A. subiva una seconda aggressione a Roma, in via dei Serpenti, il 5 apr. 1925, poi un'altra ancora, ben più grave, il 25 luglio, sulla strada fra Montecatini e Pistoia. Ammalatosi in seguito alle percosse, si recò a due riprese in Francia. Sempre malandato in salute, rientrò in Italia dove, ai primi di dicembre, sciolse di fatto l'Unione nazionale. Alla fine dell'anno tornò a curarsi in Francia. La morte, provocata dai postumi dell'aggressione di Montecatini, lo colse in una clinica nei pressi di Cannes il 7 apr. 1926.


Il confino

Fu lo strumento più utilizzato dal regime fascista, a partire dal 1926, per contrastare la nascita di un’opposizione politica organizzata. Fino al 1943 furono attive in Italia ben 262 colonie di confino, situate prevalentemente nel Mezzogiorno, e 13.000 circa furono i cittadini sottoposti a questa misura restrittiva, il 90% dei quali per ragioni di natura politica.


Lista unica elettorale

Con la legge 17 maggio 1928 n. 1029 ed il Testo Unico 2 settembre 1928, n. 1993, fu introdotto un nuovo sistema elettorale di tipo plebiscitario, come già allora lo si definì. La nuova legge elettorale prevedeva un Collegio unico nazionale chiamato a votare o a respingere una lista precostituita di 400 deputati, lista formata dal Gran Consiglio del Fascismo a partire da una rosa di 850 candidati proposti dalle confederazioni corporative nazionali, 200 candidati proposti da associazioni ed enti culturali ed assistenziali ed ulteriori candidati scelti dal Gran Consiglio stesso. Gli elettori potevano esprimersi con un "sì" o un "no" sul complesso della lista, esprimendo il proprio voto su schede recanti l'emblema del fascio littorio. Nel caso in cui la lista non fosse stata approvata dal corpo elettorale, era previsto che la consultazione si ripetesse con il concorso di liste concorrenti, presentate da associazioni ed organizzazioni che avessero almeno 5.000 soci elettori. La lista che avesse ottenuto il maggior numero dei voti, avrebbe avuto tutti i propri candidati eletti. Nel corso degli anni '30 anche gli ultimi residui della concezione liberaldemocratica della rappresentanza politica furono cancellati e, con la legge istitutiva della Camera dei fasci e delle corporazioni (legge 19 gennaio 1939, n. 129), l'organo legislativo cessò di essere eletto.

Guerra chimica

Con il termine guerra d'Etiopia o seconda guerra italo-etiopica (talvolta nota anche come guerra d'Abissinia o campagna d'Etiopia) ci si riferisce alla guerra condotta dal Regno d'Italia  contro lo Stato sovrano d'Etiopia, a partire dal 3 ottobre 1935. La guerra si concluse, dopo sette mesi di combattimenti caratterizzati anche dall'impiego di armi chimiche da parte italiana. La guerra finì il 9 maggio 1936


Asse Roma-Berlino.

Accordo stipulato tra Germania e Italia il 24 ottobre 1936, sanciva il primo concreto avvicinamento tra i due paesi, divisi in precedenza dalla questione austriaca e dalla collocazione rispettiva nel quadro delle potenze europee. L'Asse era stato preparato dall'appoggio diplomatico che la Germania aveva offerto all'Italia impegnata nella guerra coloniale con l'Etiopia (ottobre 1935-maggio 1936) e nella reazione alle sanzioni. Le prime conseguenze dell'accordo furono la partecipazione di Italia e Germania alla guerra civile spagnola, in appoggio alle forze franchiste, e l'adesione dell'Italia al patto anticomintern (autunno 1937). Nel maggio 1939, avvenuto l'Anschluss (Annessione dell'Austria), dopo la conferenza di Monaco e l'occupazione italiana dell'Albania, egli si decise a firmare il cosiddetto Patto d'acciaio con Hitler. Nello specifico le parti erano obbligate a fornire reciproco aiuto politico e diplomatico in caso di situazioni internazionali che mettevano a rischio i propri "interessi vitali". Questo aiuto sarebbe stato esteso al piano militare qualora si fosse scatenata una guerra; i due Paesi si impegnavano, inoltre, a consultarsi permanentemente sulle questioni internazionali e, in caso di guerra, a non firmare eventuali trattati di pace separatamente; la durata del trattato era inizialmente fissata in dieci anni.

Delitto fratelli Carlo e Nello Rosselli
Attivisti  dell'antifascismo e fondatori del partito "Giustizia e Libertà", vissero a lungo in esilio a Parigi e furono uccisi in Francia nel 1937 da formazioni locali di estrema destra, molto probabilmente su ordine proveniente dai vertici del fascismo.

Leggi razziali
Serie di decreti emanati tra il 1938 e il 1939 dove si estromettevano gli ebrei dalla scuola, dal mondo dal lavoro, dalle ordinarie relazioni civili, per la difesa della purezza della razza italiana. Durante la Repubblica Sociale Italiana, circa 7000 ebrei morirono nei campi di sterminio dopo essere stati consegnati ai nazisti dai repubblichini. (Solo il 16 ottobre 1944, a Roma, ne furono deportati a Auschwitz 1023)
  

venerdì 2 aprile 2010

Come castrare un tessuto connettivo



MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO, DECRETO 30 marzo 2010

Tariffe postali agevolate per l'editoria. (10A04046)



Art. 1

Le tariffe agevolate per le spedizioni di prodotti editoriali di cui ai decreti ministeriali del 13 novembre 2002 e del 1° febbraio 2005, continuano ad applicarsi fino al 31 marzo 2010.

Art. 2

Con successivo decreto potranno essere determinate tariffe agevolate per i residui periodi dell'anno 2010, in caso di sopravvenuto accertamento di disponibilita' finanziarie nell'ambito del bilancio autonomo della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il presente decreto ha effetto immediato e sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Roma, 30 marzo 2010.



Il Ministro dello sviluppo economico Scajola

Il Ministro dell'economia e delle finanze Tremonti