Si comincia dal confine dei corpi, dal loro stare nei pressi del senso, in un cerchio che la parola sfibra in vaghezza e biancore. L'identità si perde e si ritrova, in un movimento che è riposo e pulsione, quiete e fuoco, tanto che si potrebbero confondere: "Ma quanta gioia pare 'l mio tormento" recita l'esergo di Ugo da Massa, l'aspro sonettista d'amore del XIII secolo, apripista di un libro, Alluminio (Lietocolle, 2008), in cui l'amore condensa in olfatto e visione, in percezione uditiva e tattile, intanto che Mario Fresa attinge all'onirico, a quel sentire barocco che non ha più certezze sul vero, tanto che sogno e realtà sembrano entrambi partoriti dal limbo o dallo stato prenatale. Appunto perciò, egli inscena un rovistare nei cespugli, nell'ombra, ovunque si dia oscuro anfratto da attraversare, quasi a voler finalmente incontrare la luce. La vita, ci dice, è questo migrare estenuato verso il chiarore, un lungo e inquieto seguitare una sterpaglia, caricandoci via via i piccoli doni che riusciamo a raccattare. Alluminio è l'involucro lucente con il quale conservarli, ma è anche l'abbraccio di questo libro prezioso.
I
Così noi siamo rimasti al fiume,
sulla strada confinata di carezze, nella lotta
della gioia:
nel mutamento dell’adagio si è caduti
in quell’immenso fiato e nella vaga,
trascinata bianchezzadi quegli anni.
Qui mormorava il nastro della gola,
c’era l’immensa porta che inghiottiva i nostri passi,
in un istante solo;
e invece poi nessuno ha ricordato le parole
che migravano stupìte, nel cielo retrocedendo
con una dolce danza:«ma guarda
come ci succhia, adesso, guarda come
ci rinnova, questa fervida luce
respirata»
l’esile bocca disse che fu sovrano incendio
e che fu preda.
IV
Il freddo scivola spezzando la tua voce risplendente
fra le porte della casa
e il tremolare della ferita dolce
poi riluce sulle mani, sopra i lampi
della neve che misurano i tuoi passi:
ci siamo riparati nei mantelli
come in docili gusci respiranti.
Proprio qui si riconosce l’implorante
luce notturna che adesso prova, ansiosa, nuove
mosse per abbracciare il fuoco
del sudario, l’alto sospiro
della memoria: e ancora è viva
questa mano che germina sottile
e già richiede un morbido risveglio,
una bendata resistenza.
V
Conoscere il centro, la carezza, l’occhio bruciante
mentre adesso si risvegliano minute
le profezie discese nella sera
dei dolori: così andremo col passeggio che ribolle
sui candidi riflessi, finiremo
nella morte lentissima di luce:
sulle veloci labbra si è riposata lieve l’ombra
per sognare la vittoria sulle cose
Poi c’è
il sonno pesantissimo che annuncia fuochi
di serpente, vento sull’uscio
La nudità si perde nella netta resistenza
degli schianti, nel silenzio leggero
dell’uscita:
sui passi è ricaduta l’ultima foglia,
il seme
di una pioggia luminosa.
VI
Il sonno bagna il tuo respiro che si è appena percepito
dentro l’ombra: piano risale il gesto
avvolto dall’assillo dei fondali.
Poi si rinnova, adesso, l’aria bruciante,
esplosa sulle pareti nude, e nel passaggio
si rafforza la galleria di questi suoni
ribollenti nella luce.
La mano ascolta il fiotto
lancinante dell’acqua sfregolata sulle persiane
dure: e tu scompari nell’allargata
goccia delle carezze,
e la gola dorata già pronuncia
la gioia inarrivabile, segreta:
«Qualcosa è qui, toccami ancora,
non hai cercato bene…».
VIII
Nella grazia implorante s’inseguono le ombre
dei nostri corpi accesi nella morsa
dei colori: si dispiegano i rami già stupìti
nel turbinio dell’aria, rivive una tempesta
azzurra che vibrando poi risale
sui profumi del crepuscolo,
sui piumaggi del respiro favoloso;
poi la vista già riluce tra i riverberi
degli aghi, e il suo fiato lontano è circondato
da una rissa di friabili movenze: così l’odore
immenso è attraversato
da fagotti di rumori incandescenti,
da bagliori trafitti di anfore perdute…
XIV
Tra le mani la palma la splendente creatura
e il chiaroscuro
l’oro della colonna
la penombra dei gesti la devozione quieta
l’altezza delle mani
e l’imponenza dell’acqua sovrastante
e poi la strada stretta
che ci osservava sempre
la famosa battuta l’andare circospetti
e i gran colori disciolti sulle gambe
l’immenso esplodere dei passi
l’abito nuovo che si fondeva
con la parete oscura.
XVIII
Poi mi chiedevi un dono, un orologio per contare
le formiche degli assalti, le feste vinte
da un angelo leggero:
una ressa d’introvabili parole che invitava
all’ingegnoso salto nel buio.
Era un docile lamento che imbrogliava la vista
dei giganti: io ti guardavo
ansiosamente stringere la mano
dei penultimi confini.
XIX
Tenue, così, come uno sguardo
labile, magro;
dunque abbàssati nel sonno breve,
l’allegrezza verrà,
non pronunciata, come un esatto,
docile bisbiglio.
Dunque tu accogli questi solenni doni:
pazientemente qui bisogna
rilegarli nella notte dell’ascolto,
nell’alluminio delle superbe luci.
Mario Fresa è nato a Salerno nel 1973. Ha pubblicato: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto), L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso – Città di Bisignano), Il bene (ed. Marocchino blu, 2007) È presente in varie antologie, tra le quali Nuovissima poesia italiana (a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, 2004) e Il corpo segreto (a cura di Luigi Cannillo, 2008). Una sua nuova raccolta poetica è appena uscita sull’«Almanacco dello Specchio».
I
Così noi siamo rimasti al fiume,
sulla strada confinata di carezze, nella lotta
della gioia:
nel mutamento dell’adagio si è caduti
in quell’immenso fiato e nella vaga,
trascinata bianchezzadi quegli anni.
Qui mormorava il nastro della gola,
c’era l’immensa porta che inghiottiva i nostri passi,
in un istante solo;
e invece poi nessuno ha ricordato le parole
che migravano stupìte, nel cielo retrocedendo
con una dolce danza:«ma guarda
come ci succhia, adesso, guarda come
ci rinnova, questa fervida luce
respirata»
l’esile bocca disse che fu sovrano incendio
e che fu preda.
IV
Il freddo scivola spezzando la tua voce risplendente
fra le porte della casa
e il tremolare della ferita dolce
poi riluce sulle mani, sopra i lampi
della neve che misurano i tuoi passi:
ci siamo riparati nei mantelli
come in docili gusci respiranti.
Proprio qui si riconosce l’implorante
luce notturna che adesso prova, ansiosa, nuove
mosse per abbracciare il fuoco
del sudario, l’alto sospiro
della memoria: e ancora è viva
questa mano che germina sottile
e già richiede un morbido risveglio,
una bendata resistenza.
V
Conoscere il centro, la carezza, l’occhio bruciante
mentre adesso si risvegliano minute
le profezie discese nella sera
dei dolori: così andremo col passeggio che ribolle
sui candidi riflessi, finiremo
nella morte lentissima di luce:
sulle veloci labbra si è riposata lieve l’ombra
per sognare la vittoria sulle cose
Poi c’è
il sonno pesantissimo che annuncia fuochi
di serpente, vento sull’uscio
La nudità si perde nella netta resistenza
degli schianti, nel silenzio leggero
dell’uscita:
sui passi è ricaduta l’ultima foglia,
il seme
di una pioggia luminosa.
VI
Il sonno bagna il tuo respiro che si è appena percepito
dentro l’ombra: piano risale il gesto
avvolto dall’assillo dei fondali.
Poi si rinnova, adesso, l’aria bruciante,
esplosa sulle pareti nude, e nel passaggio
si rafforza la galleria di questi suoni
ribollenti nella luce.
La mano ascolta il fiotto
lancinante dell’acqua sfregolata sulle persiane
dure: e tu scompari nell’allargata
goccia delle carezze,
e la gola dorata già pronuncia
la gioia inarrivabile, segreta:
«Qualcosa è qui, toccami ancora,
non hai cercato bene…».
VIII
Nella grazia implorante s’inseguono le ombre
dei nostri corpi accesi nella morsa
dei colori: si dispiegano i rami già stupìti
nel turbinio dell’aria, rivive una tempesta
azzurra che vibrando poi risale
sui profumi del crepuscolo,
sui piumaggi del respiro favoloso;
poi la vista già riluce tra i riverberi
degli aghi, e il suo fiato lontano è circondato
da una rissa di friabili movenze: così l’odore
immenso è attraversato
da fagotti di rumori incandescenti,
da bagliori trafitti di anfore perdute…
XIV
Tra le mani la palma la splendente creatura
e il chiaroscuro
l’oro della colonna
la penombra dei gesti la devozione quieta
l’altezza delle mani
e l’imponenza dell’acqua sovrastante
e poi la strada stretta
che ci osservava sempre
la famosa battuta l’andare circospetti
e i gran colori disciolti sulle gambe
l’immenso esplodere dei passi
l’abito nuovo che si fondeva
con la parete oscura.
XVIII
Poi mi chiedevi un dono, un orologio per contare
le formiche degli assalti, le feste vinte
da un angelo leggero:
una ressa d’introvabili parole che invitava
all’ingegnoso salto nel buio.
Era un docile lamento che imbrogliava la vista
dei giganti: io ti guardavo
ansiosamente stringere la mano
dei penultimi confini.
XIX
Tenue, così, come uno sguardo
labile, magro;
dunque abbàssati nel sonno breve,
l’allegrezza verrà,
non pronunciata, come un esatto,
docile bisbiglio.
Dunque tu accogli questi solenni doni:
pazientemente qui bisogna
rilegarli nella notte dell’ascolto,
nell’alluminio delle superbe luci.
Mario Fresa è nato a Salerno nel 1973. Ha pubblicato: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto), L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso – Città di Bisignano), Il bene (ed. Marocchino blu, 2007) È presente in varie antologie, tra le quali Nuovissima poesia italiana (a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, 2004) e Il corpo segreto (a cura di Luigi Cannillo, 2008). Una sua nuova raccolta poetica è appena uscita sull’«Almanacco dello Specchio».
segnalo altri testi da "alluminio" e la prefazione di M. Santagostini qui:
RispondiEliminahttp://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/283-Mario-Fresa,-poesie-da-Alluminio.html
un caro saluto a mario e stefano
fatto bene a segnalarlo. Aggiungo il post di Marotta, su "Reb Stein"
RispondiEliminagugl
dici bene Stefano, 'un libro prezioso', una poesia -quella di Mario Fresa- intensa, che entra, non lascia spazi - fessure possibili. come sempre i miei complimenti all'autore e a te per proporre questi versi che vivo e sento 'filosoficamente'.
RispondiEliminaun abbraccio
alessandro ghignoli
ciao Alessandro. Ne approfitto per farti gli auguri di buone feste!
RispondiEliminagugl
inseguo sempre più questa scrittura così realistica che ti succhia al suo interno per dire la sua.
RispondiEliminacredo che sia pure difficile rendere le immagini ed i mille volti che ci perforano la testa, quando si scrive, così fortemente palpabili e reali. così intensamente vere.
invidio la scrittura di Mario Fresa, lo dico :)
Complimenti all'autore e grazie a Stefano per averlo proposto!
a presto,
Anila
Mario sarà contento di ricevere un complimento da una donna bella e intelligente come te.
RispondiEliminagugl
io spero, come molti credo, lui continui a scrivere e desiderare sempre più dalla sua scrittura...
RispondiEliminail resto, è di minor conto :)
٩(-̮̮̃•̃)۶
:) quella che vedi in basso al commento doveva essere una faccina che ti faceva l'occhiolino, ma mal riuscita :/
RispondiEliminasorrido e scappo fuori a pranzo
bacio
anila
;-)
RispondiEliminagugl
Ringrazio di cuore tutti gli amici per le loro belle e incoraggianti parole.
RispondiEliminaUn abbraccio e un augurio di felicità per il nuovo anno :)
Mario
grazie a te per averci fatto conoscere le tue nuove poesie.
RispondiEliminagugl