mercoledì 6 maggio 2015

Modernità e lotta armata


La modernità si strutturò attraverso tre rivoluzioni: inglese, americana e francese. Sotto questo profilo, sono intrinseche alla modernità diveniente una teoria e una pratica della lotta armata quali soluzioni decisive di una crisi di sistema sotto il segno della discontinuità. Il fascismo, per esempio, risolve con la violenza istituzionalizzata la crisi della rappresentanza liberale dopo la prima guerra mondiale; la lotta partigiana, capovolgendone gli assunti valoriali, impone un modello liberale dove la democrazia garantisce, meglio che nel fascismo, il libero sviluppo del capitale, la libera circolazione delle merci e una migliore distribuzione del reddito, tali da rendere possibile una nuova società, che ha al centro la spinta verso l’uguaglianza dei diritti ma anche della possibilità di consumare beni. Non che il partigiano Johnny avesse questo progetto, ma involontariamente gli ha spianato la strada.

In controcanto, da Marx a Bordiga, da Lenin a Gramsci una teoria della lotta armata di stampo anti-capitalista non è mai venuta meno, indirizzata a un gruppo ben preciso della società; gruppo che, in Italia, ha occupato le fabbriche, è morto in trincea, è salito in montagna contro il nazifascismo, ha scioperato negli anni democristiani, ha preso posizione contro il terrorismo degli anni settanta, ha sostenuto il PIL pagando le tasse e che ora, disgustato della classe dirigente – specialmente nel nord-Italia, e in compagnia del ceto impiegatizio – elabora una lotta armata reazionaria, fatta augurando il naufragio ai migranti e sparando ai ladri di biciclette, ma anche desiderando l’olocausto dei politici tutti, un gran fuoco liberatorio, che rivela molto delle radici magiche che animano le loro coscienze. Dal progetto che vedeva la coscienza di classe quale condizione fondante della lotta, i soggetti rivoluzionari sono diventati figure spaventate, chiuse nei loro fortini identitari e di proprietà. Una ragione ce l’hanno: di fatto, in Italia la scollatura fra classe dirigente e cittadini operosi è chiara; una crisi che la maggioranza passiva del popolo italiano vorrebbe risolta non più in termini di nuovo ceto dirigente, come fu nel passato (autoritario nel fascismo, democratico nella Resistenza), ma in nome degli onesti contro i disonesti: una categoria impolitica, e quindi inadeguata, che però ideologicamente funziona, come ha ben capito il presidente del consiglio Renzi, che ora la cavalca con un populismo venato di autoritarismo post-ideologico. Chiaro che l’antagonismo fra onesti e disonesti non riuscirà mai a diventare frontale, ossia a incarnare la fisiologia conflittuale del moderno, perché le due categorie non sono che semplificazioni sociologiche, oltre che modi d’essere del medesimo homo economicus, che agisce per difendere la stessa coperta corta dei nemici. In questo gioco di ruoli, spesso l’onesto è tale per paura o per mancanza d’occasione. A dividerli è un margine sottile, osmotico, inadeguato a fondare un conflitto dove il tempo del guadagno dovrebbe essere sacrificato al tempo della lotta. Rimangono allora la rabbia e la frustrazione da sfogare al bar e in famiglia. Una violenza privata, fisica e verbale, che si scarica sui più deboli: figli, donne, emarginati.

Non è tuttavia pensabile nemmeno un conflitto di classe che dia un nuovo assetto al reale, sia perché “classe” è un concetto utile ma non sufficiente a comprendere la complessità socio-economica di un tessuto sociale e sia perché, semmai un ente come il proletariato fosse storicamente quantificabile, descrivibile senza ambiguità, storicamente la classe operaia non si è mai emancipata in quanto soggetto rivoluzionario, nemmeno dopo la mondializzazione del capitalismo; anzi, nel terzo mondo sta vivendo uno sfruttamento mai prima realizzato e in occidente è in gran parte omologata al sistema valoriale dominante. Per non dire degli effetti storici delle cosiddette rivoluzioni “proletarie”: non c’è Stato comunista che non abbia piegato le singolarità a un progetto dove le uniche a potersi pensare nella pienezza dell’esistenza (ma come dei privilegiati sotto assedio) sono state le gerarchie dell’apparato; a tutti gli altri è spettato il sacrificio di sé e l’obbedienza, nel nome della rivoluzione da conservare. Una teologia del valore (la rivoluzione) tiranna rispetto alle singolarità (che qui non significa individui borghesi dominati dall’avidità di possesso, bensì esistenze co-appartenenti al tessuto relazionale, enti essenzialmente sociali e dialogici). Oltretutto, nel presente italiano non c’è una progetto rivoluzionario in corso di questo tipo. C’è piuttosto un’attesa, un agire culturale per una transizione rivoluzionaria, dialetticamente convinti che, come scrive “n+1”, la rivista della sinistra internazionalista italiana, il comunismo sia un processo già in atto, un’antitesi in formazione, che darà infine vita allo scontro decisivo per la vittoria sul capitalismo. Nel frattempo, la sua preoccupazione non è organizzare la classe operaia, ma, al contrario, evitare qualsiasi “forma organizzativa finora espressa dalle società classiste” (partito, sindacato, movimento ecc.). Una preoccupazione formale, appunto, in attesa della catastrofe rivoluzionaria, basata sulla fiducia che il capitalismo la stia preparando e che al partito spetti la guida conclusiva del processo. Al momento, dunque, la lotta armata della sinistra rivoluzionaria non costituisce una forza reale in gioco per la realizzazione della discontinuità storica. Non è prevista.

E l’antagonismo anarchico? La pratica dell’attentato, del sabotaggio, della destabilizzazione permanente con attacchi mirati a obiettivi sensibili, attraversa gli ultimi due secoli, ma nei momenti del cambiamento decisivo (prima e seconda guerra mondiale, guerra di Spagna, fascismo, Resistenza) l’anarchico ha dovuto diventare partecipativo, collaborando con gli altri partiti a cacciare il vecchio per fondare il nuovo. Un nuovo, dal suo punto di vista, sempre inadeguato perché, nella modernità, agito entro il paradigma della legalità di Stato, del contratto sociale, e quindi dall’anarchico vissuto come costrittivo, a-libertario e ingiusto, come nemico da combattere.

L’interessante di questa posizione consiste nel fatto che è l’unica forma di lotta armata presente in Occidente; l’altra lotta, questa volta per l’autoconservazione, la combatte la classe dominante delle singole nazioni, con un ideologismo esasperato e con i ricatti contro la forza-lavoro. Questo significa che oggi in occidente – se si esclude il terrorismo integralista islamico, ma che ha i connotati premoderni di guerra di religione e di conflitto tribale – ci sono due forme di lotta politica, una armata contro i beni e i simboli del capitalismo (banche, grandi infrastrutture ecc.), l’altra, agita dal grande Capitale, giocata nel ricatto e nel controllo delle coscienze (vero, per esempio, che la teatralizzazione mass-mediatica dei fatti incendiari recenti, probabilmente facilitati dalle forze dell’ordine, ha catalizzato il dissenso verso i contestatori violenti anche di chi vive un disagio sociale pari al loro). E questo non è un fatto straordinario, bensì, appunto, appartiene alla fisiologia del moderno, che pensa al cambiamento come la risultante di un conflitto, dove chi vince decide le regole del gioco in nome della legalità. Ciò è vero anche per le posizioni riformiste, che spostano il conflitto fisico nello spazio simbolico del Parlamento (simbolico non sempre, come abbiamo visto soprattutto nella seconda repubblica) o con manifestazioni di piazza pacifiche, secondo il principio, moderno, del ‘contesto ma rispetto le regole comuni perché credo nella democrazia’.  

Se l’antagonismo anarchico è inefficace a rifondare il presente con un nuovo paradigma, proprio per la sua natura utopica, costantemente insoddisfatta dell’ordine costituito, il riformismo agisce su tempi lunghi, fuori dai ritmi e dai bisogni del biologico, e quindi funziona in tempo di pace (per esempio nell’età giolittiana o con De Gasperi), ma non durante la fase acuta della crisi di un sistema, dove le spinte centripete dovute ai bisogni insoddisfatti cercano un catalizzatore che le coalizzi contro il nemico tiranno (così successe quando l’ancien regime fu scardinato dalla rivoluzione del 1789 e nella Resistenza).

Entro questo scenario, di conflitto reale ma improduttivo, dove l’ideologismo spinto del Capitale sposta il nemico sui soggetti deboli (migranti, antagonisti, nomadi, emarginati) facendone dei capri espiatori da dare in pasto agli onesti (e ai disonesti, che li sfruttano in diversi modi), e il movimentismo pacifista, ecologista ecc., riconoscendo i confini entro cui gli è consentito di muoversi, non minaccia gli interessi del Capitale (al massimo lo convince a riconvertire la produzione in beni “sostenibili”), mi pare ci siano almeno due questioni da approfondire. La prima è che manca una teoria della lotta armata sganciata dai paradigmi precedenti (fascista, comunista e anarchico), una lotta che, entro le dinamiche del capitalismo avanzato, ridefinisca i soggetti in causa e i fini per i quali combattere, una teoria capace di una parola d’ordine efficace nell’immediato, in grado di chiudere temporaneamente il conflitto fra le parti, ma che riprodurrebbe le dinamiche violente e parzialmente incontrollabili delle precedenti rivoluzioni moderne.

La seconda questione, che mi interessa di più, è: se la modernità è giunta alla fine, è possibile anche pensare a una teoria del cambiamento radicale che non preveda un conflitto armato? Una teoria che ridiscuta le categorie politico-economiche e lo stesso processo storico non più in termini dialettici o di inevitabile progresso? Una teoria che adotti la complessità pluridisciplinare come elemento per ripensare il capitalismo, non più inteso come destino ineluttabile o necessario passaggio a una società senza classi? Di questo sento la mancanza oggi: di un pensiero politico e di una filosofia della storia che felicemente mi spiazzino, capaci di portarci fuori dal modello conflittuale, di portarci fuori dal moderno, insomma, dalla visione e dalla pratica della violenza progettuale quale risoluzione delle crisi politico-economiche. L’alternativa è il perdurare di un capitalismo che si erge a principio ontologico a cui si contrappone una lotta violenta ormai esangue o una resistenza pacifista, di massa ed eterogenea, lodevole nelle intenzioni e unita contro il nemico, ma in disaccordo rispetto alla progettualità politica, per l’eterogeneità socio-economica della base (vedi le divisioni interne a “Podemos”, il secondo partito spagnolo, nato dalle ceneri degli indignados). E intanto, fuori dal malato recinto occidentale, il terzo mondo preme per adottare la modernità quale riscatto dalla miseria (con il grandissimo problema delle limitate risorse disponibili) o, peggio, in area integralista, per sconfiggerla attraverso la guerra santa, che ci vorrebbe in uno stato di sudditanza totale e senza memoria, in obbedienza a un ordine metafisico custodito da sacerdoti talebani, medioevali nella concezione politica e disumani rispetto ai saperi che la contemporaneità ci ha messo a disposizione.


21 commenti:

  1. Un post socio-politico che ha un peso contingente notevole. Siamo alle prese di una lotta tra modello sociale-aziendalistico e modello sociale-civile democratico. Il modello aziendalistico, a dire il vero, è quello che ha innescato la crisi economica e finanziaria nel mondo occidentale. Eppure adesso nell'Italietta proprio questo modello si vorrebbe implementare (vedi la scuola, da riformare, ma non così). La solita via sbagliata alla modernità ", tutta italiana, tutta fanfarona.

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  2. in verità, il post mette in luce la natura conflittuale-armata della modernità, al di là dei modelli adottati

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  3. Trovo la tua analisi di una raffinatezza di pensiero notevolissima, lucida e capace come poche. Ti direi che mi trova perfettamente d'accordo, su tutto, purtroppo anche sull'ultimo fondamentale paragrafo, quello della non-soluzione visibile. Direi non solo di una filosofia della storia, ma ancora prima di una filosofia della vita che fondi l'uomo come essere individuale prima che sociale su basi differenti, non necessariamente contrapposte (ma finirebbero per esserlo) ma quantomeno alternative. Per estendere il concetto anche a livello politico, secondo me è questo che manca anche a movimenti come i cinquestelle o altri simili, che non sono riusciti non tanto a proporre modelli di sviluppo diversi, quanto modelli di persona diversi, mi pare, limitandosi ad incarnare valori spesso simili in un'ottica utilitaristica differente. Davanti a tutto questo, io penso che la resistenza umana tanto invocata dal nostro comune amico Francesco Marotta sia già, quella sì, una piccola-grande proposta.

    Francesco t.

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    1. Caro Francesco, la questione se l'uomo sia, anzitutto, un animale politico o un ente a sé è assai antica. La modernità ha fatto dell'individuo un concetto assoluto, sotto il quale si è modellato il diritto e la morale, rispettivamente nel concetti di "proprietà" e "responsabilità". Difficile dunque che qualcuno oggi sia in grado di proporre un modello altro che non tenga conto di questi due parametri. Semmai, come tu forse intendi, una cosa è parlare di onestà, un'altra è praticarla.

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  4. Molto interessante. Mi pare lei dimentichi però la "lotta armata" perpetrata dal Capitale neoliberista, nella forma delle "guerre umanitarie" (che fanno stragi anche di civili), o esportazione della "democrazia", altresì aventi lo scopo di guadagnare altri territori al Capitale, installare basi militari (non solo ad Est o in Africa, ma pure il pacifico e demilitarizzato Costarica ha accolto basi USA nel suo territorio!) e dunque togliere sovranità nazionale ai paesi a cui si è corsi in "soccorso", allo scopo di cancellare limiti e confini alla libera circolazione del Capitale finanziarizzato e alle merci, e avere accesso e prezzi favorevoli per risorse prime (si veda Libia e Ucraina, per esempio...), contrastare l'egemonia russa in alcune aree del globo. Russia non più vista come modello alternativo, ma come "concorrente" alla depredazione delle risorse e alla Crescita, nuova vera religione laica. La nuova sfida, forse, sarà sul terreno di una riconquista efficace delle sovranità nazionali (monete incluse....e la Grecia sarà la prima, sperando che non aspetti Alba Dorada perché lo faccia, perchè sarebbe doloroso oltremodo) e su un accordo di cooperazione tra stati liberi e sovrani.

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    1. più che dimenticare le "guerre umanitarie", ho focalizzato l'attenzione sulla lotta armata anticapitalista (quindi su chi fa quelle guerre). Infatti l'intenzione non era fare un catalogo del conflitto in generale, bensì verificare i tentativi di sostituirsi ai potere costituito. Le guerre umanitarie sono, per dirla con Machiavelli, un modo per conservare il potere.

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    2. Ad ogni modo, se firma l'intervento dà segno di maggiore responsabilità, visto che la chiede al Capitale neoliberista.

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    3. E dimenticavo anche la lotta armata capitalista: armata di finanza globale, spread, disoccupazione, aumento della mortalità infantile, diminuzione dell cure gratuite e quindi della prevenzione delle malattie, ecc. Cortesemente, noto un tono provocatorio nella sua richiesta di firma. Dà per scontato la mia malefade. Ho 89 anni, sono un ex partigiano, e non sono abituato a questi "blog" (ho provato a scrivere il messaggio 2-3 vole prima di riuscire a postarlo, e ora mi pare di capire come funziona...). Ci son capitato cercando poesie. Qui sotto mi si chiedeva di selezionare un profilo e quello che mi si dava come unica possibilità era "anonimo" (gli altri non capisco cosa significhino). Non mi è venuto in mente di mettere il mio nome alla fine del messaggio stesso. Me ne scuso. Ma lei prima di sparare sentenze e darmi lezioni, può chiedere la stessa cosa con gentilezza. Sono Giacomo Guselli.

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    4. non sparo sentenze né le do lezioni: semplicemente le chiedevo di presentarsi (di solito si fa così con chi si riceve in casa).

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    5. "semplicemente"? Con "dà segno di maggior responsabilità" e "visto che la chiede...."? Bene. GG

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  5. sono d'accordo, mi pare che si possa dire che la democrazia, se è questa cosa qui che stiamo vivendo, non sia riuscita! la mancanza di un pensiero politico, sociale e civile è il risultato di un pensiero economico ben ordito e messo in pratica, e al tempo stesso, la conseguenza di una perdita totale della bussola umana, civile, sociale che ci troviamo ad affrontare come naturale caratteristica di questo particolare momento storico. in Italia poi siamo ancora troppo divisi, ma se in altri momenti storici la frammentarietà portava ad una conflittualità tra regioni (ad esempio nel Cinquecento) adesso la frammentarietà genera conflittualità tra famiglia e famiglia e addirittura tra individuo e individuo.

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    1. affronti tante questioni: la democrazia reale e possibile, l'influenza dell'economia nella politica (e viceversa, direi, per non essere troppo deterministi), il conflitto diffuso: certo non si respira un'aria buona né qui né altrove: difficile non avere una visione tragica della storia. Ma se è così, che cosa può cambiare in meglio davvero la lotta? E cosa invece cambia lo stesso, senza in intervento decisivo?

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    2. bisognerebbe discutere su cosa vuol dire "lotta" adesso, in confronto ad altri tempi ahimè passati. io penso che una manifestazione con bandiere e striscioni in questo momento storico serva a poco o niente. ma ho paura di una lotta più incisiva e decisiva che come sappiamo ha portato a rovesciamenti non proprio democratici. d'altronde una lotta incisiva e decisiva neppure la vedo da nessuna parte. vedo solo teppisti camuffati da altro, un altro molto confuso e inutile. in parole povere, non vedo molte via d'uscita!

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  6. Provo a riscrivere il commento.

    Guarda le coincidenze. Su "Poliscritture" stiamo discutendo (qui:http://www.poliscritture.it/2015/05/04/sulle-misere-cinque-giornate-di-milano/) di argomenti collegabili a quelli toccati dallo scritto di Guglielmin. Mi permetto la segnalazione, sperando che non venga intesa come indebita pubblicità e mi riservo, appena posso, di intervenire qui nel merito. Un saluto.

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    1. Fatto bene a segnalarlo. ciao!

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  7. Segnalo anche questo: http://www.comunismoecomunita.org/?p=5085
    Ciao

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  8. « Di questo sento la mancanza oggi: di un pensiero politico e di una filosofia della storia che felicemente mi spiazzino, capaci di portarci fuori dal modello conflittuale, di portarci fuori dal moderno, insomma, dalla visione e dalla pratica della violenza progettuale quale risoluzione delle crisi politico-economiche.» (Guglielmin)


    Al di là della controversa questione riguardante la modernità (se sia giunta o meno alla fine; e le etichette designanti la “nuova” epoca che stiamo assaggiando – postmodernità, ipermodernità, transmodernità - rivelano soprattutto incertezza), mi pare improbabile che la tua attesa possa essere soddisfatta.
    Troppo in fretta Marco Revelli nel 2001 diagnosticò che si era ormai «Oltre il Novecento» e i suoi orrori.
    I conflitti armati in corso (Siria, Afghanistan, Irak, Yemen, ecc.) incoraggiano ben poco a «pensare a una teoria del cambiamento radicale che non preveda un conflitto armato». La si può sempre tentare, ma a patto di rimuovere la storia reale del tutto impantanatasi in una crisi che si prolunga e non lascia intravvedere sbocchi se non paurosamente simili a quelli “novecenteschi” tra potenza Usa declinante ma ancora agguerritissima e potenze emergenti (Cina) o riemergenti (Russia), che tutti vorremmo esorcizzare.

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  9. Forse, per uscire dalla Modernità, dovremmo comprenderne la genesi e la sua periodizzazione sino al liberalismo odierno? L'orizzonte quotidiano della vita umana dal XVI in poi mi sembrano caratterizzate da 2 tratti distintivi originali: da una parte l'introduzione di nuove armi e innovazioni tattico-strategiche hanno reso gli scontri più sanguinosi e devastanti di prima; dall'altra si assiste alla generalizzazione di una forma di guerra nuova, quanto meno per intensità: la guerra civile ideologica, la cui forma principale è all'epoca la guerra civile di religione. Una guerra civile non si limita a modificare la forma dei combattimenti: influenza in modo radicale la natura stessa dei rapporti umani. Questo perché la guerra civile tende per definizione a introdurre le divisioni più desocializzanti che esistano: quelle che aizzando gli uni contro gli altri, amici, parenti, vicini di casa, ecc., minacciano continuamente di sfaldare il ciclo delle solidarietà e delle lealtà tradizionali, fondate su dono e controdono; ciclo che si sa costituire l’essenza stessa della socialità primaria e la matrice essenziale di quei rapporti quotidiani di fiducia in assenza dei quali non vi è comunità storica duratura. E’ forsde l'ossessione per la guerra civile a spiegare per prima le ragioni per cui i filosofi del 17°-18°sec. (soprattutto protestanti) descrivono quasi sempre il loro “stato di natura” come uno stato in cui regnerebbe necessariamente la guerra di tutti contro tutti. Evidentemente quest’ultima costituisce una trasposizione filosofica delle situazioni di guerra civile dell’epoca, spinte fino a quel limite immaginario in cui gli individui, supposti liberi per natura da ogni vincolo gli uni verso gli altri, non avrebbero più alcun valore da difendere se non la propria sopravvivenza, in un universo definito dalla paura di morire e dalla sfida totale. Il timore di una morte violenta, la diffidenza verso il prossimo, il rifiuto di ogni fanatismo ideologico e l’aspirazione a una vita tranquilla e pacifica: ecco in ultima analisi il vero orizzonte storico di questo nuovo “modo di essere” che d’ora in poi i Moderni rivendicano. Dopotutto ai loro occhi istituire una società conforme al progresso della Ragione e definire le condizioni che permettano all’umanità di uscire dalla guerra, è la stessa cosa. E’ una configurazione politica e psicologica che chiarisce il ruolo centrale svolto nella cultura occidentale moderna sia dalla rimozione di tutto ciò che circonda la morte, sia dal sentimento profondamente radicato dell’orrore e dell’assurdità di tutte le guerre, oramai concepite come “il peggiore dei mali”. Tali sentimenti sono essenziali nella genesi del liberalismo, e si sono configurati in maniera definitiva attraverso il prisma della guerra più terribile di tutte, quella civile ideologica, indipendentemente dal fatto che il ricordo di quest’ultima sia legato alla furia dei fanatismo religiosi o, più tardi, a quello del “terrore” rivoluzionario.

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  10. Ergo, la sola guerra concepibile, all’interno di tale dispositivo filosofico, è la guerra dell’uomo contro la natura, condotta con le armi della scienza e della tecnologia; guerra di sostituzione da cui i Moderni si aspettano il dirottamento verso “lavoro” e “industria” della maggior parte delle energie sin lì spese nelle guerre dell’uomo contro l’uomo (non del tutto ancora debellate, pare…ma si sa, le contraddizioni emergono ovunque). Un desiderio legittimo, quindi, degli individui di dedicare i propri sforzi a migliorare le proprie condizioni occupandosi pacificamente degli affari loro. In tal senso, l’ideale del Progresso è originariamente radicato di più nel desiderio di sfuggire a tutti i costi all’inferno della guerra civile ideologica, cioè di sottrarsi al peggiore dei mali, che nell’attrazione verso qualsiasi paradiso terrestre. La modernità occidentale è forse (ma qui magari mi sbaglio) la prima civiltà della Storia che abbia iniziato a fare dell’autoconservazione la prima e unica preoccupazione dell’individuo ragionevole e l’ideale fondante della società che questi è tenuto a formare coi suoi simili. Constant diceva: “scopo dei moderni è la sicurezza nei godimenti privati; e chiamano libertà le garanzie concesse dalle istituzioni a tali godimenti”.

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  11. Russoau presuppone un libero stato di natura dove ogni individuo, vivendo in una condizione di forte isolamento e interamente immerso nell’ordine naturale, può affidarsi completamente alle proprie sensazioni. In contrasto con questo, la riflessione rappresenta la fonte dei mali sociali e dell’allontanamento dell’uomo da se stesso. Da ciò deriva “che la condizione di riflessione è contro natura e un uomo che si lambicca il cervello è un animale degenerato”.

    Con lo sviluppo della cultura (lingua,scienza,arte) e delle forme sociali, l’uguaglianza naturale scompare, tanto che l’originario amor proprio si trasforma in egoismo.
    La divisione del lavoro e la proprietà privata determinano una svolta fondamentale, poiché le situazioni patrimoniali spingono gli uomini alla concorrenza.
    La cultura, sostenuta dall’amministrazione della giustizia, che opprime chi è debole favorisce i ricchi, incatena l’uomo. Ragione e scienza indeboliscono le predisposizioni naturali; il lusso infiacchisce gli uomini, la buona educazione li rende falsi.
    (tratto da una lezione del Prof. Bertolami Salvatore)
    .-.
    il contenuto sta all’origine forse, della concreta analisi che hai esposto.
    La lotta armata intesa come funzionale strumento escatologico che smina il sistema oppressivo, credo, non esista. Dalla storia, sovente, deduco che la “lotta armata”ha la matrice gestita dagli stessi detentori del potere. L’uso della “mano” di coloro che attraverso l’ideologia compiono le azioni, si consolida attraverso la capillare diffusione del pensiero ideologico, sfruttando il disagio e le diseguaglianze prontamente innescate.
    Anche la forma attiva anarchica cade vittima del metodo.
    Cade, in quanto il militante ha precluse le definizioni alte del pensiero che si estende in una filosofia di vita piuttosto che in una perpetua reazione al sistema di controllo “l’inazione, è rivoluzione”. La forma suprema che esprime il pensiero anarchico, è l’abbandono degli strumenti di connessione al quadro di controllo per un indipendentismo assoluto che non prevede comandanti e comandati. Nelle rare manifestazioni dove l’aspetto intimo dell’essere anarchico ha dato la maggiore coesione e definizione, l’aggressività dei tradizionali sistemi di controllo capitalista o liberista di qualsiasi matrice portante, ha espresso il massimo della violenza e della repressione in quanto, embrione certo del germe distruttivo del potere.

    Giordano Montanaro

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