domenica 5 maggio 2013

Sulla poesia del Friuli Venezia Giulia



L'altro giorno discutevo con mia moglie sulla poetica di Pierluigi Cappello. Lei notava come somigliasse al verismo veneziano del secondo ottocento (Ciardi, Nono, Favretto, Milesi, Zandomeneghi): gli stessi occhi innamorati che raccontano il popolo nelle sue mansioni più umili, la stessa compassione, mi ha detto. Ha perfettamente ragione. E' come se il novecento delle avanguardie non avesse sfiorato non soltanto Cappello, ma una serie di poeti dell'entroterra friulano-isontino (l'area compresa tra le province di Udine, Pordenone e Gorizia) che sembrano disinteressarsi del problema della lingua, così come è stato posto dalla critica di sinistra (da Adorno a Sanguineti), per pensarla invece quale serbatoio etico di una comunità intergenerazionale. Quando leggo Francesco Tomada, Giacomo Vit, Giovanni Fierro, Maurizio Mattiuzza, Michele Obit, Ivan Crico, Antonella Bukovaz, sento che essi riconoscono, nella lingua parlata dai più e nelle minoranze linguistiche, il fondamento di una comunità degli animi, che la Storia ha tentato di dissolvere con due guerre mondiali, il fascismo nazionale, il comunismo titino, il tardo capitalismo degli ultimi decenni. Tutti tsunami che non sono riusciti, malgrado tutto, a distruggere l'identità friulano-isontina. Identità non monolitica e che ciascun autore ha poi coniugato a modo proprio, ma che si sente radicata nel medesimo ceppo preindustriale e che tiene in un dialogo fecondo giovani e anziani, memori tutti di un destino condiviso, fatto di famiglie profughe, di frontiera, di lavoro nei boschi e in campagna, di alcool, di povertà, di cultura partigiana. Questa condizione, nei poeti citati, si trasfigura in mito, anch'esso senza enfasi retorica, in una sacralità del quotidiano, dentro la quale le creature figlie della terra si muovono, mai sole, lungo un tempo circolare, in cui la ripetizione ciclica garantisce la fondazione dell'origine. Lo si coglie bene in questi versi di Cappello, tratti da Mandate a dire all'imperatore (Crocetti, 2010): «Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo / l'altro mette il portafoglio nero / nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro. // Una sarchia la terra magra di un orto in salita / la vestaglia a fiori tenui / la sottoveste che si vede quando si piega. //  Uno impugna la motosega / e sa di segatura e stelle. // Uno rompe l'aria con il suo grido / perché un tronco gli ha schiacciato il braccio / ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato / e io c'ero, ero piccolino» (parole povere).

Differente è la poesia triestina, la quale, come scrive Luigi Nacci, è stata una pratica essenzialmente borghese, «espressione di una classe media che di rado, anche nei suoi picchi più alti, ha contestato la realtà circostante, adagiandosi nel canto di un passato tramontato, o lanciandosi in gridi-sfoghi vagamente i qualunquisti. Questo qualunquismo, questa mancata presa di posizione o di coscienza verso i fatti della storia, questo autobiografismo esasperato – Saba stesso non è esente – si nota anche nella scarsa riflessione fatta sulle forme metriche, accettate dal punto di vista teorico senza grandi riserve, anche se poi con minor assiduità messe in pratica» (Trieste allo specchio, Battello stampatore, 2006, p32). Questo vale, mi sembra – salvo rare eccezioni (penso, in particolare, a Danilo Dolci, Fabio Doplicher, Ennio Emili e Roberto Dedenaro) – sino alla generazione dello stesso Nacci, a partire dalla quale autori come Christian Sinicco, Matteo Danieli, Mary Barbara Tolusso, Gaetano Longo, Umberto Mangani e Lisa Deiuri, hanno sviluppato una poetica della contaminazione, performativa, di provocazione, una poesia nomade, in cui si dice io a partire dalla sensazione – per citare un verso di Sinicco – che la realtà debba «frantumarsi del tutto» o il disastro, come scrive Nacci in Bewerber, sia già accaduto: «A giorni alterni qui crollano le case in tutte le stagioni / Nelle macerie si gioca a nascondino prima dei soccorsi / Liberatutti canticchiano le ruspe e arrivano i becchini / Scrivono i corvi con tremuli becchi la lista dei dispersi».

In comune con i poeti dell'entroterra, anche gli autori triestini nati negli anni Settanta (ma ci sono altre bellissime eccezioni generazionali, per esempio Gabriella Musetti, con il suo "residenze estive") ritengono che la poesia debba uscire dai luoghi deputati, biblioteche e librerie, per scendere in strada, nei bar, nelle periferie, nelle feste di piazza. Rispetto a quest'ultime, tuttavia, mi sembra che i friulani-isontini vivano con maggiore passione l'incontro con il proprio territorio. Mentre infatti i giovani triestini in ragione della loro indole antagonista e cosmopolita, agiscono in tutto l'ambito nazionale, gli altri dialogano costantemente con la loro terra: basti pensare alla festa di primavera a Cormons e al festival "Acque di acqua" con la sua tappa più ambita: "La Stazione di Topolò/Topolove", due settimane estive di arte, poesia e musica che quest'anno, in disgrazia dei tagli ai finanziamenti regionali, rischia di saltare (a questo proposito, chi volesse contribuire affinché questo progetto si possa realizzare ugualmente, visiti questo sito).

I poeti triestini sopra citati mi sembrano i primi, nel Friuli Venezia Giulia, a tentare uno sradicamento dalla tradizione, per misurarsi con una sperimentazione linguistica e metrica mai fine a se stessa, ma tesa ad agganciare il pubblico della poesia per inoculargli il veleno del pensiero critico e il farmaco contro l'omologazione culturale del tardo capitalismo, con l'idea che l'essere contemporanei non possa prescindere dai modi in cui il reale trova forma nella lingua; per i friulani-isontini, invece, l'universalità dolorosa eppure solidale dell'esistenza va cercata nelle cose sopravvissute a quella omologazione. Nessun antagonismo, in questi ultimi, se non genericamente verso l'inautenticità del moderno; con la certezza che sia il luogo a custodire la via d'uscita all'alienazione, luogo che si dà attraverso i visi, i gesti e le parole degli uomini che lo hanno vissuto. Questa onda, che ha lambito anche i confini veneti (Fabio Franzin, Piero Simon Ostan e Giacomo Sandron ne sono un esempio) confida nella metafisica dell'autenticità, laddove gli "Ammutinati" di Nacci auspicano una nuova rifondazione delle arti entro una Trieste, non più celebrativa, ma propositiva, capace di diventare di nuovo crocevia tra la cultura mediterranea e slavo-tedesca, come lo fu nei primi decenni del novecento, arricchendo i propri modelli con le letterature forti del secondo novecento: la francese, la spagnola, la sudamericana e la statunitense. Le due posizioni mi sembrano abbastanza inconciliabili, ma, proprio per questo, credo debbano dialogare con maggiore intensità, per arricchirsi vicendevolmente, senza perdere di vista la specificità della storia e della cultura del Friuli Venezia Giulia, per evitare tanto il rischio di una mimesi acritica con l'esistente sopravvissuto al moderno, quanto quello di un meticciato postmodernista, che potrebbe sembrare snobismo ai molti poeti passatisti. Io credo che non lo sia e che, anzi, la scrittura degli "Ammutinati" siano espressione forte del territorio; tuttavia dovrebbero cercare maggiori occasioni di dialogo e confronto, a Trieste e in provincia, non soltanto per ribadire la loro legittimità, ma anche per riconoscere, nella poesia resistenziale della linea friulano-isontina (e in quella praticata dalle decine di poeti triestini nati tra gli anni trenta e cinquanta), una propria ragion d'essere, che non va cancellata, bensì, caso mai, messa in cortocircuito con i linguaggi della contemporaneità, come fa Gianmario Villalta, per esempio, misurandosi con l'esperienza antropico-paesaggistica di Zanzotto. Sottolineo "caso mai" perché è difficile dire che cosa manchi alla poetica di Cappello, dove biografia e parola, creatività e misura sono sorelle.

28 commenti:

  1. Ivan Crico6/5/13 15:01

    Un'analisi molto interessante e, in gran parte, condivisibile. Per quel che mi riguarda, io sono nato in una famiglia mista, composta da una parte veneta, paterna, ed una bisiaca, molto antica, mescolatasi nel corso dei secoli con donne e uomini provenienti anche dall'Austria, dalla Slovenia. La famiglia di mio padre faceva parte di quel progetto di italianizzazione, voluto dal Fascismo, di una zona che si sentiva ancora profondamente legata al mondo asburgico (i miei nonni, per dire, erano nati "austriaci"). Per cui sono cresciuto, come molti della mia zona, diviso tra l'amore nei confronti della cultura italiana (artistica e letteraria) e respirando una nostalgia nei confronti di un sistema politico e amministrativo molto efficiente, di tipo nord europeo. Pur a volte non conoscendo le lingue dei paesi dell'est, qui è naturale sentire vicinissimi autori sloveni, cechi, russi, immedesimarsi con ciò che dice Rilke o Celan forse ancor più di altri importanti autori italiani. Cioè io non li sento più stranieri di quanto possa sembrarmi straniero un Croce o un Luzi, ad esempio. Come ai tempi dell'Impero noi (o, meglio, io, la mia famiglia) continuiamo a sentirci cittadini che hanno come riferimento espressivo la lingua italiana ma appartenenti ad una dimensione culturale più ampia, europea. Vivendo sui confini, non abbiamo confini, ben coscienti della loro fragilità. Senza riferimenti certi, sappiamo che l'unica cosa a cui ci si può aggrappare è il dialogo con l'altro, la ricerca di qualcosa di comune nelle incancellabili differenze, e quindi ogni casa può essere la nostra casa. Il nostro radicamento ad una cultura, ad una lingua, ad un paesaggio è la testimonianza più forte del nostro sentirci stranieri ovunque. Grazie ancora, Ivan.

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  2. Caro Stefano,
    prima di tutto ti ringrazio per avere dedicato la tua attenzione a questa parte d'Italia, così come per l'acutezza della tua analisi, acutezza sulla quale non avevo dubbi. E a livello personale ti ringrazio (di nuovo) per avere voluto fare anche il mio nome, cosa che ovviamente mi fa molto piacere.
    Nelle linee essenziali sono d'accordo su quello che scrivi, fermo restando che si tratta di una lettura generale del fenomeno, che presenta eccezioni a livello singolo, come è giusto che sia. A proposito di rinnovamento nella tradizione, parlando di Friuli, mi vengono in mente i Trastolons - dei quali lo stesso Mattiuzza ha fatto parte - con il loro tentativo che, per quanto oggi finito come movimento in sé, ha lasciato istanze che sono state portate avanti da altri.
    Mi viene in mente solo una cosa che non vuole essere una critica a ciò che scrivi, quanto uno spunto di riflessione a me per primo. Tu dici: Nessun antagonismo, in questi ultimi, se non genericamente verso l'inautenticità del moderno". Io fatico a vedere nelle poesie di Mattiuzza o Fierro un rifiuto del moderno in quanto inautentico; ci vedo piuttosto un rifiuto dell'"inautentico", moderno o meno che sia.
    Sul fatto che sia auspicabile un maggiore dialogo tra il desiderio di rinnovamento di alcuni - soprattutto della corrente triestina, certo - e il percorso di altri, beh, non c'è che da essere d'accordo.
    Grazie ancora.

    Francesco t.

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    1. sull'inautentico: hai ragione. Vero anche però che questo, per i friulani-isontini, sta più nel moderno che nella tradizione. E hai ragione anche a sottolineare che le differenze dei singoli autori sono importanti. Lo dico anch'io.
      Cercavo una fondo comune, che mi sembra particolarmente presente in voi, di più che negli autori veneti, stilisticamente frammentati. Un fondo che si misura con il progresso molto di più che nella poesia lombarda, la quale lo ha accettato sino a farlo diventare "naturale"

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  3. Caro Stefano, mi sembra che la tua analisi sia abbastanza corretta. Tenderei a sottolineare l'impianto metrico in friulano di Cappello, credo si tratti di endecasillabi, in molti testi di Amors, dico a orecchio senza aver contato. Inoltre ti segnalo Isulis di Moratto che è un grandissimo libro, filosofico, a tratti escatologico, e a mio giudizio l'ultimo libro di Villalta edito da Mondadori che è il libro della maturità e ha un equilibrio tra italiano e dialetto invidiabile (Villalta, come credo Cescon, mi pare che non li hai citati). Ci sono altri autori interessanti, citerei Luigina Lorenzini, che lavora ad una mimesi del quotidiano attraverso un friulano sublime, il libro cd di Lussia di Uanis, in italiano, interessantissimo, e Barbara Grubissa con il suo libro in triestino. Il problema per un poeta è sempre andare oltre l'ideologia personale, utile alla formazione, perché la poesia non è ideologia ma qualcosa di "inaspettato", forse anche nel solco di qualcosa di vecchio... Dal mio punto di vista non c'è alcuna cesura con il mondo della poesia in friulano o isontino o bisiac (Ivan lavorando al suo idioletto è uno sperimentatore, anche se la natura è così presente?) o pordenonese o... Io leggo tutto. Per ciò che concerne la poesia che scrivo, passare da una poesia sperimentale a una poesia politica alla sperimentazione delle forme, vedi gli ultimi lavori http://poetarumsilva.wordpress.com/2013/02/07/christian-sinicco-ballate-di-lagosta/ e poi magari di nuovo alla sperimentazione, può apparire nel solco delle avanguardie novecentesche,... Mi rendo conto che sperimentazioni analoghe si ritrovano in Nacci, Danieli, Pillan e... Crosara, abita in Friuli mi pare, vero? C'è, riguardo al solco delle avanguardie, da interrogarsi (ed aver piacere) dove finalmente osserviamo il superamento del discorso di poesia solo come mimesi della realtà, solo come produzione di poetiche formaliste, attraverso un recupero anche della soggettività, anche sul piano filosofico e sociologico. Forse per una disamina più approfondita dovremmo affrontare l'argomento con un questionario, ma credo che semplicemente la differenza tra Trieste e il restante territorio sta nel fatto che a Trieste, abitando tutti (da bravi proletari, altro che borghesi) in largo barriera, ci capita spesso di bastonarci attraverso le critiche al bar, nonché scambiarci conoscenze e titoli.
    Credo sia più semplice riflettere di estetica e differenze se c'hai un dibattito continuo, quasi assillante, e di conseguenza nutrirsi/scegliere tra una serie di elementi formativi. Il dibattito però ha a che vedere relativamente con il risultato finale, ad alcuni fa bene, altri peggiorano:-)

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    1. Villalta l'ho citato alla fine ed è anche recensito qui.
      Sì, la complessità richiederebbe molti più distinguo, ma mi sembra che nemmeno tu neghi gli assunti principali dell'articolo.
      la Crosara non l'ho messa perché è vicentina di formazione ,per quanto viva in friuli. E in lei, la ricerca versale è più complessa, più aspra, meno colloquiale degli autori citati.
      Grazie per avere dato indicazioni sulla tua poetica.

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  4. Vincenzo della Mea8/5/13 07:24

    Concordo con Ivan (e quindi in linea di massima anche con te ). Come Ivan guarda verso Est, Cappello, perlomeno in "Mandate a dire all'imperatore", guarda a Walcott (e a Manuel Scorza, in un certo senso). E in altre poesie alla Szymborska (anche Mary Barbara Tolusso, che terrei leggermente fuori dai discorsi triestini visto che è pordenonese e vive tra Trieste e Milano). Poi ci sono Caproni, Raboni, per me Giudici...
    Le avanguardie italiane quindi potrebbero essere viste come uno degli episodi di cui è composta la storia della poesia (forse un po' sopravvalutato?), uno dei tanti da prendere come spunto (magari se vivi in una città, ma questo è un discorso che non sono in grado di portare fino in fondo).
    Una sola nota: se è vero che in Mandate a dire... c'è compassione, forse l'unica poesia dove ce n'è poca è proprio Parole povere, per la chiusura disincantata che ha.

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    1. caro Vincenzo, a me sembra che anche la poesia che citi ci sia compassione. dice infatti di non avere alcuna pietà per loro, ma ho -continua - "i miei occhi nei vostri". Pietà pone l'uomo piotoso al di sopra; compassione lega chi patisce con chi compatisce. Il "con" è un legame fraterno. Condivido il resto che dici. Tu non sei inserito perché pratichi una scrittura (abbastanza) differente, forse perché molto influenzata dalla tua professione.

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  5. Caro Stefano, tu citi Gianmario sì, però in Vanità della mente c'è qualcosa di profondamente diverso da Zanzotto, la riflessione sul diario (c'è del Montale?), ma attraverso l'interrogazione sul concetto di percezione della realtà; oppure come nel poemetto Revoltà, inserito all'interno, qualcosa di profondamente diverso in termini di oralità rispetto Vose di vose, con una serie di ripetizioni (che già si potevano notare in alcuni testi del libro in dialetto) che provocano una forte ridondanza concettuale - si può dire che in Vose di Vose (e qui siamo d'accordo) la riflessione su Zanzotto non è marginale. Di conseguenza trovo ci sia un po' di scollatura tra quello che scrivi e la poetica complessiva di Villalta.

    x Vincenzo: non terrei fuori Mary dal discorso sui triestini, per diverse ragioni. Con Gaetano Longo, Umberto Mangani e Lisa Deiuri, anche se con un piglio diverso, ha avuto un esperienza di gruppo. Poi la sua esperienza al giornale l'ha portata ha riflettere considerevolmente sulle poetiche. Infine anche lei ha sentito la necessità di un dibattito nazionale, cioè di andare oltre la "cerchia", ma con delle esperienze precedenti di dibattito. Non trovo che questa descrizione e quella che ho fatto io (e Nacci in Trieste allo specchio, quando comparava le esperienze dei gruppi a Trieste tra anni '90 e nuovo millennio) nel post precedente, in merito ai triestini, sia così fuorviante, anche rispetto le importanti singolarità di ogni essere umano. Sui modelli mi trovi sempre un po' diffidente, soprattutto quando vogliamo parlare di modelli stranieri per la poesia italiana, dove le lingue sono così differenti.

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    1. Villalta l'ho citato alla fine proprio perché la sua poetica non è assimilabile del tutto con quella dei friluani-isontini. Del resto, lui è di Pordenone.

      il limite di parlare di una koiné sta nel fatto che ciascuno vi attinge e, per necessità, ne prende le distanze (ma mai come crede)

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  6. Caro Stefano, complimenti per il post, che ha il merito di aprire una discussione sopita da anni. Permettimi però un 'aggiornamento': Gli Ammutinati non esistono più, come gruppo, da anni. Questa non è solo una nota sociologica, è strettamente legata alla strada intrapresa da ciascuno di noi. La carica di "provocazione", presente negli anni giovanili, in molti di noi è venuta a mancare. La carica "performativa" invece no.
    La mia domanda è: ha senso, oggi, parlare di contrapposizione, di inconciliabilità tra scritture e orature nate, fiorite a pochi km di distanza? Quando scrivo non penso a Trieste, né al Friuli Venezia Giulia, le tradizioni con cui mi confronto vanno al di là degli stretti confini della nostra piccola regione, e credo che questo discorso non valga solo per me.

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    1. caro Luigi, infatti è quello che scrivo: gli ex Ammutinati non cercano un dialogo con il territorio-confine, territorio-ferita, ma si confrontano con ciò che, come dici tu, va "al di là degli stretti confini della nostra piccola regione". A me pare che i friulani-isontini non sentano come stretta la regione. E' solo un dato, ovviamente, non una critica di valori.

      Complimenti a te per il bel saggio che hai scritto qualche anno fa (tesi di laurea, se non erro): "Trieste allo specchio"

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  7. Le neo, o post, o comevipare avanguardie; la provocazione costante; la rottura con schemi metrici e sintattici della tradizione italiana:
    tutto questo che si propugna come novità o rottura imprescindibile, oggi non è nient'altro che la regola, il modo dominante di scrittura (poetica?), e vale, credo, per la stragrande maggioranza degli autori che troviamo linkati qui a destra.
    Non c'entra molto con l'articolo, la considerazione spazia e forse esce dal tema, ma mi preme far notare come questa volontà di emancipazione e rottura generi l'esatto contrario: stagnamento e omologazione; si è entrati tutti in un imbuto che, mi pare, ha il tappo.
    affettuosamente
    ivan

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    1. (non crico ovviamente)

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  8. Gentile Ivan, non si tratta di "avanguardia" nuda e cruda, ma credere, come scrivo nell'articolo, che "l'essere contemporanei non possa prescindere dai modi in cui il reale trova forma nella lingua" e, seconda questione legatissima alla prima: l'essere contemporanei nel tardo capitalismo implica la consapevolezza che l'autenticità è un falso (Pasolini l'aveva capito, ma non voleva crederci sino in fondo)

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  9. Ok, non volevo commentare più, ma mi trovo costretto. Non amo molto le generalizzazioni Ivan, né prendere le parti di uno o dell'altro, né mi piace chi magnifica le sorti della nostra poesia, prendendo le parti di uno schieramentp contro un altro, dato che il problema culturale rilevante è che la cultura poetica è stata marginalizzata, e a questo tutti noi dovremmo guardare con soluzioni al problema. La questione dell'autenticità è strettamente correlata allo studio della finzione - Wallace Stevens non è una meteora nel panorama poetico del Novecento quando si interroga tra finzione e verità, per giungere alla finzione suprema. E' chiaro che i contenuti dell'ideologia personalissima hanno il proprio valore, anche per ciò che concerne l'estetica, e rispetto ad Anceschi, oggi, possiamo contrapporre una visione più aperta di una formatività come rappresentazione della realtà (quindi veritierà?). Non è un caso che il dialogo di Antonio Porta con l'airone, è una fuoriuscita dal solco della neoavanguardia, e forse è un esempio di finzione suprema. Ora, i problemi critici sono molti, ne ho scritto qui, non risparmiando delle critiche a persone che pure stimo e leggo http://christiansinicco.wordpress.com/2012/05/24/nelle-ferite-della-critica-la-discussione-sulla-nuova-poesia-italiana/ dove i processi di scrittura, formativi, corrono il rischio di non guardare ai processi di omologazione (anche stilistica) sviluppando un'ideologia critica. Partendo da quello che ha detto Francesco Tomada, non serve richiamare l'avanguardia per contrapporsi ai processi di omologazione, massificazione, etc (e lo scrive anche un poeta che amo particolarmente, Carlucci), ma chi lo desidera può evolvere anche dalla neoavanguardia una serie di nozioni per la propria formatività. Quello che sto affermando è che siamo liberi, sotto il profilo formativo, ma per esserlo anche dal punto di vista dell'ideologia personale abbiamo il bisogno di riconoscere i processi che invece ci vorrebbero rendere prigionieri. Quindi spero che non facciamo più gli spalleggiatori di uno o di un altro o di una fazione o di un'altra, perché questo atteggiamento ricalca l'autoreferenzialità dell'ambiente, un ambiente che nemmeno ha compreso di essere del tutto marginale e che non riesce a rispondere con efficacia, e unità, a questo problema enorme.

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  10. lascio a Ivan (del quale ci manca il cognome) la risposta a Christian. Da parte mia, confermo il suo assunto: ci vuole consapevolezza critica sulla funzione ideologica del linguaggio. Bisogna però, anche, riconoscere che il linguaggio, in un territorio, è stratificato e l'ideologia dominante le attraverso tutti gli strati, in misura minore quanto più quel linguaggio è espressione della marginalità. E questo vale anche per le parole che dicono le emozioni.

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  11. Sono Ivan Braido, concordo con Chistian quando dice "il problema culturale rilevante è che la cultura poetica è stata marginalizzata, e a questo tutti noi dovremmo guardare con soluzioni al problema".
    La mia osservazione voleva essere appunto in questo senso, la mia idea di soluzione che inevitabilmente è "mia" ma non vuole porsi a favore di una fazione o di un'altra.
    Il succo di ciò che penso è: 1-il linguaggio poetico produce inevitabilmente uno scarto con il reale, seppure minimo. Per l'autenticità piena (che si possa raggiungere o no) ci sono le arti plastiche, o in minore misura la narrativa(è la sintesi della sintesi, lo so, ma qui è necessario tagliare).
    2-le avanguardie degli anni 70, pur sventolando bandiere rosse a destra e a manca, hanno acuito spesso e volentieri questo distacco, soprattutto nella distruzione-ricostruzione della sintassi. (e anche qui taglio, mea culpa) ps: su questo punto aspetto obiezioni e segnalazioni di autori che forse ignoro e mi smentiscono.
    Insomma, la mia idea è che la marginalizzazione della poesia sia imputabile proprio al suo essere "poco poesia", poco se stessa, al fatto che i "poeti" di questo tempo vogliano rinnegare per partito preso ogni anticaglia, e cerchino a tutti costi una novità o un progresso apparentemente imprescindibili.
    con affetto

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  12. ad ogni modo il mio commento non riguardava l'argomento del post in sé, nè alcuno degli autroi sopracitati, ma il concetto che serpeggiava in un paio di paragrafi sopra il necessario "sradicamento" dalla tradizione. Come si è intuito, la mia idea (pedante, lo capisco) è che in maniera troppo violenta si sia smesso di suggere proprio da tali radici vitali. ciao.

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  13. autenticità non corrisponde a mimetismo: perché le arti plastiche e la narrativa dovrebbero essere più autentica della poesia?Una statua è una statua, non altro.
    Autenticità rinvia a ciò che non ha bisogno di altro per esistere, ciò che non è eteronomo o derivato. La natura umana è autentica? Quale natura: quella dell'uomo primitivo? Dell'uomo moderno? Che cosa si è conservato in questi milioni di anni? La faccio breve anch'io, ma capisci che la question è complessa, ma va affrontata. Molti pensatori del noveneceto sono convinti che l'autenticità sia un mito (e così anche l'inautenticità, di conseguenza).
    di conseguenza, anche la poesia non ha una cifra autentica o derivata. Semmai, per avere un pubblico, bisognerà renderla più comunicativa, ma per comunicare che cosa? Ciò che già sappiamo? Un caro saluto.

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  14. segnalo questa bella intervista a Cappello, dove emergono le questioni poste in questo mio articolo:
    http://lospazioesposto.wordpress.com/2013/01/09/lo-spazio-esposto-intervista-pierluigi-cappello-luglio-2011/

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  15. Secondo me, la neo-avanguardia e i suoi autori di punta, sono andati via via verso posizioni più accessibili, sotto il profilo sperimentale. Quindi quello che scrivi Ivan è stato un processo all'interno della neo-avanguardia. Il problema è chiaro, ora che ti sei spiegato, almeno è chiaro a me, che mi son letto un bel libretto di Pavel sulla semiologia del messaggio, anche un tentativo di andare oltre un certo tipo di critica, che sappiamo esser comparsa assieme alla neoavanguardia. E molti dei poeti dell'antologia di Vincenzo Ostuni, nell'articolo che ho citato, ruotano attorno i problemi che ho cercato di circoscrivere, che però hanno anche riflessi in altri poeti - formatività di stampo accumulatorio sono presenti in Nacci e Cappello. Riguardo l'antologia di Ostuni, credo che a vedere lo spiegamento di critici attorno al fenomeno di generazione tq, il replicarsi di un atteggiamento programmatico tra critica e poesia non è solo un rischio, ma una realtà. E in un altro articolo problematizzavo anche rispetto a questo. Credo di aver spiegato che il nostro metabolismo ha decisamente più enzimi di quelli che hai prefigurato Ivan...

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  16. A Christian: Credo di si, anche se questi enzimi secondo me si riscontrano proprio laddove ci si muove"verso posizioni più accessibili", si abbandona la via della distruzione per quella della comunicazione, e l'avanguardia diviene un'altra cosa, travalica. Sono certo che gli autori che non conosco tra quelli che mi segnali si muovano su un ampio orizzonte, e indagherò.
    A Gugl:("per comunicare che cosa? Ciò che già sappiamo?")
    Bhè ritengo di si, o meglio ciò che sappiamo di non sapere. Le questioni sopra la nostra natura, quelle che ci tormentano, finchè l'umano è umano non saranno cangianti, né mai avranno risposte. Mi pare un bel calderone dove attingere.

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    1. ciò che già sappiamo non serve metterlo in rima. E ciò che sappiamo di non sapere, in verità lo sappiamo. alla poesia, credo, spetta il pensiero emotivo. è alla filosofia e alla scienza che spetta di indagare sulla nostra natura e restituirci un concetto di essa.la poesia fa, più che dire, mostra più che dimostrare, tocca più che indicare. per questo la grammatica e la sintassi della comunicazione la soffocano. ciao!

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  17. però bisogna tenere presente che poesia e filosofia viaggiano parallele, e che ciò che vuole esprimere l'una l'altra lo può rafforzare, questo secondo la mia poetica.

    bellissima discussione

    ciao Stefano Gugl :-)

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  18. molto interessante sia la cartografia sia le opinioni espresse dai cartografi. effeffe

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    1. Ciao e grazie a tutti per i proficui interventi.
      Molto interessante la questione del territorio e il suo naturale legame con i linguaggi usati. Una questione postami in questi giorni da un amico: che senso ha oggi, in un tempo dove la poesia è già molto marginale scrivere in dialetto? Dilemma alleggeritomi da Brevini nel suo saggio sulla poetica dialettale in quanto vede "la poesia neodialettale del secondo novecento non come lingua di una realtà antropologica perduta, ma come lingua dell'io e del suo microcosmo.... non più opposizione tra passato e presente, ma tra individualità e massificazione..." una lingua dunque autentica in quanto originaria e anche per me in grado di confrontarsi oltre i confini regionali,non rifiutando le contaminazioni anche con altri linguaggi, vivace e nutrita di storia con una grande ricchezza fonica e forse per queste cose in grado di comunicare. In questo ambito concordo che c'è tanta vivacità poetica qui in Friuli e mi dispiace che il festival "acque di acque" abbia concluso la sua attività per mancanza di fondi, ma non voglio aprire in questo contesto un'altra parentesi, volevo continuare a parlare della autenticità come modo di comunicare, partendo dall'assunto che "non c'è niente di nuovo sotto il sole" forse un modo di vedere la cosa non è tanto sul dire cose nuove, ma su come dirle, quel modo che fa vibrare in cui molti si riconoscono, certo il discorso è ampio e articolato, ogni cosa entra in un ciclo: stili, forme, linguaggi ecc. prendono qualcosa dal passato per proiettarsi in avanti, penso che la forma come il linguaggio, sia importante e che un poeta debba saper misurarsi e confrontarsi in svariate forme, ricercare, trovare per poi ricercare ancora in continua trasformazione, come diceva la Szymborska nel suo famoso discorso al conferimento del Nobel: "una continua insoddisfazione di se che alla fine sarà l'opera poetica stessa". Oggi si sperimenta anche il linguaggio piano, quasi privo di forme retoriche, un linguaggio molto comprensibile e qui lancio provocatoriamente una domanda: come si distingue una poesia da un pensiero elevato?

      Ringrazio chi mi voglia rispondere

      Rita Gusso

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    2. gentile Rita, grazie per il suo intervento. Tante domande, l'ultima delle quali è rimasta sospesa. La risposta non è mai definitiva e di sicuro, come dice la poetessa polacca, mai soddisfacente.

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