sabato 14 gennaio 2012

Storia della poesia venezuelana (terza parte)


                                                                                   G. Sucre

Tra i più grandi poeti troviamo a Rafael Cadenas (1930). Appartiene ai poeti “rinnovatori del segreto” del nostro continente. La sua poesia cerca posto nella contemporaneità.  Per la sua opera d’importanza esistenziale e processo estetico inseparabile, ha ricevuto il riconoscimento del Premio Juan Rulfo di Letteratura Latinoamericana e dei Caraibi.

Abiti pelle dentro
Ignori che essere
Significa: raggiungibile.

Eugenio Montejo (Caracas, 1938 – Valencia, 5 giugno 2008) è stato un poeta e saggista venezuelano. È stato fondatore della rivista "Azar Rey" e co-fondatore della Rivista "Poesía" dell'Università di Carabobo. È stato ricercatore nel Centro di Studi Latinoamericani "Romulo Gallegos" di Caracas. Nel 1998 ricevette il Premio Nazionale di Letteratura e, nel 2004, il Premio Internazionale Octavio Paz di Poesia e Saggistica. Una delle sue poesie è citata nel film 21 grammi del regista messicano Alejandro González Iñárritu e tradotta per Peter Boyle. Poeta che con chiarezza ha visto la necessità di affrontare le nostre origini. Scrive Alvaro Mutis: I versi di Eugenio Montejo ci rivelano qualcosa di cui abbiamo bisogno, anche se dopo non sappiamo spiegare esattamente cosa. So che il mio amico Maqroll lo capisce meglio di me, e per questo si  vedono, parlano a lungo tra di loro, senza stancarsi mai. E io, lo confesso, provo un po' d'invidia per questa loro intesa”.
                    
         Manoa  (1982)

Non ho visto Manoa, non ho trovato le sue torri nell’aria,
Nessun indizio delle sue pietre.

Segui il corteggio delle sue ombre illusorie
che disegnano le sue cartine.
Ho attraversato il fiume delle tigri
E il bollire del silenzio nelle paludi.
Niente ho visto somigliante a Manoa
neanche alla sua leggenda.

Ho camminato assorto dietro all'arcobaleno
che si curva verso il sud e non è raggiungibile.
Manoa non era lì, si trovava a diverse leghe da quei mondi,
sempre più lontano.

Ormai, stanco di cercarla, mi fermo,
cosa me ne importa di trovare le sue torri?
Manoa non è stata cantata come Troia
né è caduta in assedio
né i sui muri incisi in esametri.
Manoa non è un luogo
ma un sentimento.

A volte è un viso, un paesaggio, una strada
a un tratto il suo sole risplende.
La donna che amiamo si trasforma in Manoa
senza renderci conto.

Manoa è l’altra luce dell'orizzonte,
Chi sogna può percepire, viene in cammino
Ma chi ama è già arrivato, già abita in lei.

Juan Calzadilla ( 1931) Artista plastico e critico di arte. La sua poesia parla del percorso umano nella urbe, della doppia identità che deve assumere e rischiare l'artista uomo, il poeta nel suo bosco:              

Non ho ragioni per spiegare perché non sono un altro


Non ho parole non ho giustificazione per non essere arrivato
a tempo a dire la verità né per non essere nato in altro paese
Non ho motivi di vita speciali   Non ho
      tre mani cento piedi nove bocche sette pugnali
Purtroppo non ho conversazione
Non so con quali frasi fatte potrei calmare la furia del mio doppio
Non ho nessun tesoro nascosto sotto la pietra dello spirito
Non ho nel mio corpo una scala per
                                                            salire a posizioni connaturali
Non possiedo altro che la materia inconfondibile
                       da cui non ho potuto mai alzarmi in volo
Non ho inconvenienti a dichiararmi vinto
             a fare il morto   Non ho eccessi
                                    di colpa che possano diminuire la velocità
                                    della mia caduta
Non ho pelle inafferrabile
Non ho di certo disposizione per i dialoghi durevoli


Juan Liscano (1915-2000). Un grande poeta che compie il viaggio novecentesco del verso iberoamericano e gli dona forza lirica, ragione storica, volo d'immaginazione e luce di pensiero, come scrisse il compianto Alberto Cappi.

Per tutto ciò che poteva essere
del mio sforzo e del mio grido,
del compasso, del numero e del volo,
del fuoco improvviso e ripetuto,
della pietra e del muscolo e dell'acciaio
Io ricordo:
il mondo quando la terra era come l'Albero,
quando l'albero era come un Uccello
quando l'uccello era come il Cielo,
quando il cielo era come il Fuoco,
quando il fuoco fluiva come Sangue,
quando il Sangue era cieco
e ostinato e perfetto come Dio.


Guillermo Sucre (1933). Lo conoscono più in latinoamericana come critico letterario che come poeta. Un lavoro che si è mantenuto sul filo come quello di Jorge Luis Borges. Nella sua poesia ci sono le metafore del dolore, dell'estate e dell'esilio. Il poeta lavora come uno che hanno cacciato via del Paradiso, come un essere che hanno lasciato senza niente e che guarda nella nostalgia.

Solo gesti


                       
Le note che prendo a memoria
e poi dimentico e rimando
stupidamente,
                     ormai abbandonato
da quel lampo che eccitava la mia infanzia,
le vedo riempirmi di rovine, frasi
che non riesco a imbastire
in modo affascinante,
                                  e così fuggono,
trascorrono con crudeltà.
Lo strano: la loro tenace compagnia,
i gesti, i sogni che  fanno
nascere in me
                    e le furie, le collere
che in me seppelliscono.
Per dirla fino in fondo: aggiungono non
la confusione
ma lo specchio
trasparente
del fallimento.
Dove mi guardo e riconosco
il mio volto.


Ramón Palomares (1935). I suoi versi sono le voci della sua anima. Parla il paese, parla il quotidiano, parla l'infanzia del poeta e la sua vita:”Che tempi sono questi in cui non c'è sabato...”

Il Buio


Ecco arrivare il buio
colui che ha le stelle nelle unghie,
con passo furioso e cani tra le gambe
alzando tra le braccia un fulmine
spezzando i cedri
buttandosi i rami addosso
molto lontano.

Entra come se fosse un uomo cavallo
e passa per l'atrio
scrollando di dosso il temporale.

E smonta e comincia ad indagare
e ricorda e allunga gli occhi.

Guarda i paesi che sono
gli unici sui declivi e gli altri fluttuanti nei burroni
ed entra nelle case
a vedere come stanno le donne
e spazza le chiese attraverso le sacrestie e i campanili
spaventando quanto pesta per le scale.

E si siede sulle pietre
voltandosi senza pace.


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