giovedì 26 ottobre 2006

Scuola


Visto che in questi giorni si è parlato di scuola, posto un pensierino, scritto nell'estate del 2005 e pubblicato da Nabanassar.




Quando confesso a qualcuno, sottovoce, di “fare l’insegnante”, ammetto implicitamente di lavorare poco, di prendere troppo e di avere un mucchio di vacanze. Con il mio grande stipendio posso infatti comprare quello che voglio. E allora lo spendo per viaggiare, correndo da casa a scuola e viceversa; e visitando musei, mostre e popoli lontani perché non riesco a farne a meno; qualche soldo lo uso per acquistare libri, anche quelli che poi mi serviranno in classe. Con i soldi che rimangono – oltre a pagare il mutuo della casa - mando a scuola mio figlio e, finanziando le sue passioni, alimento i mercati dei Pokemon e dei videogiochi. Sono insomma un perfetto cliente dell’industria culturale globalizzata, con tanto tempo a disposizione per pubblicizzare i suoi prodotti: libri, città, musei, film, album di figurine. A scuola, c’è ancora chi crede che insegnare significhi occupare uno spazio chiuso fino al suono della campanella, impegnando gli studenti in attività non pericolose. Perché nessuno se ne accorga, basta dare buoni voti. I genitori verranno a trovarti convinti di avere un figlio intelligente e faranno discorsi intelligenti, elogiando la scuola e la professionalità dei docenti. D’altro canto, la necessità di preservare le cattedre, ci obbliga a promuovere quasi tutti. Per farlo, basta abbassare gli obiettivi minimi richiesti per accedere alla classe successiva: capita così che qualche ragazzo, pur confondendo le doppie o il principio di non contraddizione, raggiunta la classe terminale, superi gli esami di Stato, e sia poi felicemente lanciato all’università, con la frase: “finalmente è andato fuori dalle balle!”.
In questi giorni ho fatto il commissario agli Esami di Stato: ho infatti compilato decine di pagine di verbale, messo un centinaio di firme e rischiato ugualmente ricorso perché mi sono dimenticato di annotare il rientro dal bagno di una ragazza durante la prima prova scritta. La pagina porta infatti nel riquadro apposito soltanto l’ora d’uscita; teoricamente, quella sciagurata potrebbe ancora essere chiusa là dentro, con i foglietti per copiare nascosti da qualche parte, come ho visto fare ai miei colleghi nei concorsi di abilitazione. Naturalmente l’ho fatto anch’io, altrimenti mi bocciavano per fessità conclamata. A proposito delle tracce d’esame. Quest’anno, gli espertoni governativi hanno scelto un autore assolutamente contemporaneo: quel certo Dante Alighieri, il cui avo, il cavalier Berlusca di Cacciaguida, invitò a dire sempre la verità, anche se scomoda. Per questa ragione morì crociato in Terrasanta, dopo aver dissanguato gli infedeli e tutti i peggiori e comodi bugiardi. Parlare di un autore contemporaneo, a scuola, significa fare del gossip sulla ragazza di Bube o disquisire sulle occasioni perdute nella casa dei doganieri dal Montale adolescente. Quando l’insegnate vuole strafare, cita Sanguineti, ma soltanto per dire che uno così non lo vorrebbe nemmeno come insegnante di sostegno al proprio figlio. Più spesso, tuttavia, ci si limita alla meteorologia dannunziana e a quell’incosciente di Zeno Cosini, che tradiva la moglie e scriveva in un pessimo italiano. Meno male che c’è il programma di storia: per tutti, infatti, la seconda guerra mondiale è una tasca scoperta; poco oltre c’è un buco insondabile, ma meglio così, altrimenti, come dicono i più accorti, si fa politica. E cioè si parla male della democrazia cristiana e dell’amerika nucleare di Truman, col rischio di confondere i ragazzi, i quali nel frattempo si fanno le canne nei bagni, frequentano i punkabestia e ogni tanto si gettano dai ponti. Però al liceo artistico, dove insegno, gli studenti non sono niente male. A parte la difficoltà di ragionare, hanno una ricchissima immaginazione, che attinge spudoratamente dalle riviste e dagli artisti studiati. In pratica, ripetono il già visto e il già sentito, perché la creatività, a scuola, è materia assai brava, che non “sa da fare” né ora né mai. La riforma di mamma Moratti ha dato una mano in questo senso, togliendo ore buone alle discipline d’indirizzo. Per quanto mi riguarda, ho giusto il tempo per aprire e chiudere il manuale, per dire che Zacinto e Zante sono lo stesso luogo di villeggiatura e che, per imparare a scrivere un saggio breve o un articolo di giornale, conviene andare a ripetizione. Malgrado questo disastro, i miei studenti diplomati ancora mi salutano, quando mi incontrano per strada; qualcuno addirittura mi cerca, mi invita a mangiare una pizza o vorrebbe una lista di libri da “leggere assolutamente”. Io, al solito, non so che dire, sposto l’appuntamento più in là, prometto di fotocopiare l’indice del manuale: “Là – dico – ci sono tutti i titoli che vuoi”. Naturalmente, i più intelligenti mi mandano a fanculo; di solito le amicizie più belle sono cominciate così.
Siccome ogni temino ha bisogno di una conclusione, che sia coerente con lo svolgimento, ma siccome di coerente nella scuola c’è assai poco, io la conclusione non la scrivo. Lascio soltanto alcune parole per terra, andando a ritroso: Moratti, disastro, ponti, gossip, crociata, ricorso, burocrazia, obiettivi minimi garantiti, Pokemon, mediocrità, imbarazzo...

23 commenti:

  1. sebastiano26/10/06 22:19

    Sto seriamente pensando di fondare un partito degli insegnanti intelligenti. Parlando al telefono con uno dei pochi maestri rimasti nella scuola elementare, un poeta, lui mi dice: anche tu sei maestro? Lo sai che noi siamo la classe intellettuale della scuola elementare? Ora, ammetto che questo scatto d'orgoglio può facilmente cadere nel ridicolo e nel presuntuoso, resta però il fatto che la scuola è veramente un grande circo dove, pochi cercano di costruire qualcosa e molti si affannano a divorare i pochi avanzi che restano. Che fare? Forse veramente fondare un partito? Di insegnanti di intelligenti? Solo di persone intelligenti? Di insegnanti poeti? E poi, chi lo decide se siamo poeti, se siamo intelligenti, e se siamo isnegnanti? Forse non ci resta che aspettare le pensione.
    Sebastiano

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  2. Ma che bravo, Stefano, bel temino: 8+!!! :D

    (tanto per non uscire dalla metafora: andar fuori fa un male cane!)

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  3. sì, Sebastiano, aspettiamo la pensione e, intanto, facciamo crescere bene i ragazzi che incontriami, dentro e fuori dalla scuola.

    ciao Voc, com'è stato il tuo liceo?

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  4. ciao, Voc. (e.)

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  5. Io vorrei fondare un'associazione dei figli degli insegnanti che equivalgono ai figli/e dei pastori protestanti inglesi, generalmente le persone più interessanti da incontarre in UK (vedi le sorelle Bronte)!!!
    :).incidentalmente, mia madre era maestra e mio padre prof. lettere.
    :)
    erminia

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  6. erminia, ma vivere senza "uguali" ai quali appoggiarsi non è più saggio?

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  7. Stefano come sempre riesce a illuminarmi la capoccia.
    Il liceo l'ho passato a fare scioperi, okkupazioni, assemblee autorganizzate, a dare del fascista a tutti quelli che non erano abbastanza rivoluzionari, ma pure a fare gruppi di studio sulle rivolte contadine dei millenaristi soffocate nel sangue con il beneplacido del grande riformatore, sugli scioperi degli operai a Torino verso la fine della guerra, sulla "merda d'artista", sulla musica dei pink floyd.
    Ed ecco il risultato di tanto guazzabuglio: un 50enne sfigato che si arrotola nella parole per non essere sopraffatto dal grande vuoto che sa di essere. Il più grande bluff del nuovo millennio insomma... :o))
    pepe

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  8. Gabriele, ma quando cominci a pensare che senza di te non saresti nulla? :-)

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  9. ma sai scrivi bene anche quando non scrivi di letteratura. come mai? :)

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  10. ovviamente la risposta è che sei andato a ripetizione

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  11. Caro Stefano il nulla riesco ad accettarlo anzi in fin dei conti può essere anche consolante sapere che alla fine non si è più, non si è mai stati e mai più saremo. Niente coscienza niente dolore.
    E' il senso di vuoto che sento dentro, e non mi riferisco al vuoto degli orientali, ma prorpio al vuoto esistenziale come lo abbiamo sempre visto da questa parte del mondo.
    Non vorrei sembrare uno che si atteggia ad anima ulcerata da grande poeta soltanto che io sento dentro un vuoto che nulla riesce a colmare: fede, amore, poesia, amicizia...
    Sto messo maluccio eh?
    Meno male che riesco a riderci su e a non prendermi troppo sul serio. ;o)
    Pepe

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  12. Bellissimo articolo, Gugl, mi hai fatto ancora riflettere.....

    Ma a noi insegnanti chi puo' insegnarci ad insegnare ?

    E se per assurdo ci fosse qualcuno in grado di farlo, a lui chi gliel'ha insegnato ?

    Ha ragione Hillman ( o Hilmann ? ), almeno noi insegnanti dovremmo essere in grado di educare i nostri allievi, poi l'insegnamento-apprendimento deve essere una cosa automatica, ognuno nel suo ruolo meglio che puo'... in attesa della pensione !

    E pensare che la scuola dovrebbe essere l'ente (?) piu' importante dell'essere umano, forse e' proprio questo che angoscia noi insegnanti, pensiamo sempre di non essere all'altezza.....

    Ciao da Fadipao.

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  13. pepe, se ti può consolare, attraverso momenti (giorni, mesi, e, di recente, anni) che io "sto messa uguale uguale"
    Niente consola, neanche questo lo so.
    Siamo tante belle particelle di sodio nell'acqua Xete.

    Un bacione.

    PS. un bacione da una pseudopoetessa misteriosa, almeno per un attimo, può consolare? ;)

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  14. ehi ragazzi se niente fede amore amicizia allora state messi male davvero ma se un bacio di pseudopoetessa misteriosa può consolare ecco fiducia, amore e amicizia. baci la la la nell'immensitààààààà a.

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  15. il vuoto interiiore, il niente incolmabile ci è stato insegnato dai romantici ed è la più tragica "contraddizione" del capitalismo. rimbaud suggerisce di coltivarlo fino a farlo diventare poesia. Di fatto, è un compagno che ci mangia da dentro, inesorabilmente. l'alternativa è la fame, la sete, la povertà.

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  16. il fanciullino ci salva, ribadisco.

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  17. Un bacio da due poetesse come ali e antonella può consolare per un momento.
    Non volevo fare una disquisizione filosofica ho espresso un mio malessere che mi porto dentro da tempo immemore e quindi riesco a conviverci.
    Non penso che l'unica alternativa allo sviluppo consumista sia la fame, la sete, la povertà.
    pepe

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  18. Il mio liceo, Stefano? Ero più bravo dell'insegnante di italiano (ma non ci voleva poi molto, penso che almeno gli alunni che studiavano sui testi scolastici erano più bravi di lei!!!) :D

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  19. Pepe, cercavo di consolarti, ma credo che siano migliori ali e anto :-)

    voc, mi sa è che non solo demerito della tua insegnante.

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  20. Sì grazie Stefano ma non cercavo consolazioni mettevo in evidenza la differenza tra nulla e vuoto e tra vuoto interiore e vuoto filosofico.
    pepe

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  21. Voc, ma quanto te la tiri :P

    Stefano, se ti può consolare da giovane studentessa, che al liceo ci stava fino a un paio d'annetti fa, posso dire che io conservo un ricordo bellissimo dei miei insegnanti soprattutto di lettere, filosofia ed arte. Vedevo la loro frustrazione, intuivo che spesso volevano dire di più ma il tempo, il "programma" non glielo permettevano e forse neanche noi alunni. Però per quel poco che hanno potuto, mi hanno dato tanto...in tre anni mi hanno trasformato: mi hanno regalato l'ironia, la sicurezza, la cultura (o forse è meglio dire gli strumenti per potersi orientare nella cultura) che mi mancavano, per cui a sedici anni mi sentivo così inadeguata e fuori posto che il nick "agonia" mi sarebbe calzato benissimo... :)

    un saluto

    silva

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  22. ciao silva, grazie per le parole d'incoraggiamento. Anche a me è successa una cosa simile. E' per questo che credo che il mio mestiere sia bellissimo.

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