domenica 23 luglio 2006

l'opposta riva


Robert Byron (1905 – 1941) scrisse The road to Oxiana, resoconto del viaggio da lui compiuto fino in Afghanistan, partendo da Venezia nell'agosto 1936, passando per Cipro e Gerusalemme, attraverso l'impero persiano e terminando a Delhi. Il passo che segue racconta l'attraversamento del fiume Kunduz nei pressi di Khanabad.
"Era ancora presto, il mattino seguente, e io ero a letto, quando è arrivato al fiume un vecchio che ca­valcava un cavallo baio. Portava una veste marrone sbiadita, con un disegno di rose sparse, e un capo del suo turbante era avvolto intorno alla faccia sulla barba grigio ferro. Aveva in sella un agnellino mar­rone. Lo seguiva a piedi un ragazzetto dodicenne, suo figlio, con un vestito svolazzante rosso geranio e un turbante bianco più grande di lui, il quale con un bastoncino dirigeva diligentemente i passi di una pecora nera e del suo agnello, pure nero. Quando il gruppetto è giunto in prossimità del guado, è cominciata l'operazione traversata. L'uo­mo è entrato nell'acqua, mantenendo a fatica la te­sta del cavallo contro la corrente e poi ha posato l'a­gnellino marrone sull'altra riva. Mentre lui tornava indietro, il ragazzetto ha preso l'agnello nero. Lo ha consegnato al padre, che è rientrato nell'acqua te­nendolo per una zampa e facendolo così strillare. La madre gli ha risposto belando ed è entrata a sua volta nell'acqua, ma la corrente l'ha trascinata e l'ha risospinta sulla stessa sponda da cui si era mossa. Intanto il suo piccolo, messo in salvo sulla riva op­posta insieme all'agnello marrone, continuava a piangere. Il vecchio è tornato di nuovo indietro per aiutare il figlio a spingere la pecora bagnata e tre­mante un centinaio di metri a monte del guado. La corrente l'ha ripresa, e questa volta l'ha trascinata esattamente all'altezza del guado, ma sulla riva op­posta, dove i due agnelli le hanno fatto festa. Final­mente il ragazzetto, messi i piedi sugli stivali del pa­dre, è saltato in sella dietro di lui e mentre attraver­savano il fiume immergeva il bastone nell'acqua per tastare il fondo. Giunti a riva, è sceso da cavallo, ha rimesso sulla sella del padre l'agnellino marrone, ha riavviato la pecora con l'agnello nero e si è lan­ciato in una corsa cadenzata, mentre la veste gera­nio gli svolazzava dietro. Chiudeva la processione il cavallo baio, finché non sono svaniti all'orizzonte." (Adelphi 1993)

18 commenti:

  1. una scena piena di simboli. ma può essere gustata anche sul piano letterale...

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  2. Byron ha fatto quello che un grande regista avrebbe fatto, dotato di macchina. Ha raccontato in maniera poetica una scena reale, che ci scorre ora sotto gli occhi, aderente alla sua realtà e allo stesso tempo trasmutata in una lingua che ne raffina lo svolgimento ai nostri occhi, incantandone il senso in dettagli squisiti. Che dire: un esempio di prosa poetica, sublime!


    Allora|! Grazie di questo thread, Stefano, buongiorno!

    (erminia)

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  3. Vi leggo una (sublime) metafora della vita come cura e condivisione. E la condivisione è tutta raccolta nel naturale flusso che porta a disporre le nostre singolari esistenze all'interno dell'immutabile quadro di tutto ciò che, pur passando (lo scorrere e il trascorrere del fiume), permane. Solo in un rapporto che non offende l'eterna natura e disposizione degli enti, si dà condivisione, cioè crescita, esperienza, sapere. Tutti i simboli e i topoi presenti nel testo sembrano condurre in questa direzione. Ciò che domina il panorama, pur in movimento, è una immobilità quasi palpabile: il segno di una "legge" di natura, immanente, che rimane immutabile a dispetto del trascorrere delle generazioni. La cui storia acquista senso solo se rapportata a quella "immobilità" che fa da sostrato all'esserci, e che solo l'umano può percepire.

    Un testo bellissimo, di una humanitas e humilitas che abbagliano.

    fm

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  4. si, anche il tuo commento mi abbaglia, francesco.

    io ci vedo anche i simboli (ma under-stated) della favola del lupo e dell'agnello...qui rovesciata, e complicata dalla presenza, o meglio, dall'intervento dell'uomo, che però non è pietoso verso l'agnello e la pecora, ma solo dettato dalla necessità (vedo i pastori salvare la vita degli animali come loro uniche risorse di sostentamento, e non per autentica pietà).

    Si avverte una palpabile tensione risolta da quest'intervento e insieme dal caso che collaborano a fare in modo che queste creature, umane e animali, superino il guado, malgrado i gorghi, l'energia della corrente il fato apparentemente avverso, e la natura implacabile che vede spesso sopravvive il più scaltro, maturo e forte...
    Quella che mi fa più tenerezza è la madre pecora.

    (e.)

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  5. In quelle culture, Erminia, la vita è "sacra" in sé, che scorra e si manifesti negli uomini o negli animali. La "sacralità" dell'animale non è data dal fatto (o non solo) che rappresenta l'unica fonte di sostentamento: il suo ciclo vitale magari, o certamente, è finalizzato anche a questo, ma, fin quando non si compie, la sua esistenza è soggetta alle stesse norme e agli stessi rituali (allo stesso "processo di formazione", se vogliamo) a cui, per legge non scritta, ma "iscritta" da sempre nei codici di ogni tradizione che si fa "passaggio" e oltranza, sono soggetti anche gli uomini, pur avendo, la loro esistenza, finalità che non si consumano e si esauriscono nel breve ciclo vitale.

    L'antropomorfizzazione degli animali (l'espressione quasi fisica dei loro sentimenti e della loro capacità di "cura") non è forzata, ma elementarmente logica, naturale: gli agnelli imparano (in quel guado si consuma il loro rito di passaggio), così come, chiuso nel suo silenzio, il ragazzo imprime nella sua anima tracce di tutto ciò che vede e che un giorno ripeterà: quando, con la barba ormai grigia, seduto su quel cavallo al posto del padre, guiderà suo figlio e le sue pecore verso l'opposta riva, il luogo, l'approdo, dove la vita s'invera e si fa storia, possibilità di un nuovo inizio.

    Ciao, erminia, buona domenica.

    fm

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  6. quello che mi colpisce e che ci vedo è un insegnamento di tipo religioso, quasi una parabola. E’ un monito a stare tranquilli ed affidarsi a qualcuno a noi superiore e che vuole il nostro bene. la pecora madre si è affannata a cercare di raggiungere l'opposta riva dove stava il figlio agnello, e lo ha fatto buttandosi in acqua in mezzo alla corrente impetuosa. ma se solo si fosse affidata al vecchio pastore, se avesse avuto fiducia in lui quante angosce e quanta fatica in meno avrebbero fatto entrambi e avrebbero raggiunto il medesimo risultato. a.

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  7. che meraviglioso commento, quello di Francesco....commovente e di una rara profondità...e anche quello di antonella ha rivelato aspetti che non avevo considerato di questa scena-passaggio di guado. grazie a entrambi.
    :) buona giornata anche a voi.
    erminia

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  8. insomma, tutti d'accordo con me:-)

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  9. carissimi, sapevo di avere amici meravigliosi.

    un abbraccio

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  10. un abbraccio a te, Ste'.
    buona giornata!
    fabry

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  11. Non ho letto ancora il tuo testo, mi riservo di farlo Stefano quando sentirò più acutamente la tua mancanza, tra qualche giorno magari, c'è tempo acora prima che vada io stessa in vacanza.
    A presto

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  12. visto che la riva non poteva opporsi, ha preferito creare tensione nella distanza immedicata :)

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  13. ciao sono a hvar, in un paesino veneziano della croazia. ci sentiamo.

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  14. stefano si collega anche in un momento vacanziero! ;)

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  15. Ecco Stefano, sapevo che sarebbe giunto questo momento. Leggerti mentre sei altrove per stare un pò con te; la compagnia di una voce amica.
    L'uomo dalla barba grigia è la guida, il fanciullo ha anch'esso un ruolo attivo, il cavallo è il mezzo, il fiume l'ostacolo da oltrepassare. E' gradevole e suggestiva lettura, ricca di simbolismi ben sviscerati dai lettori precedenti. Anch'io, come Anto vi leggo forte il messaggio di affidarsi ad altri più grandi e consapevoli per guadare il fiume. Anch'io vedo nel timore e nella mancanza di fiducia un ulteriore ostacolo al superamento. Questo atteggiamento mi sembra simboleggiato dalla pecora. Meglio a volte, farsi figlio (aiutare) o agnello (lasciar fare) che aver paura. In fondo quante volte siamo stati pecore? La pazienza, la determinazione, l'accortezza dell'uomo dalla vesti con disegno di rose sparse sono le doti che consentono il passaggio.
    Complimenti ad Erminia e Francesco per le loro belle letture del testo.

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  16. @ Alivento

    "L'assenza è un assedio".

    Piero Ciampi

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